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Teodori Massimo - 15 aprile 1972
Perché ci asteniamo
di Massimo Teodori

SOMMARIO: Teodori spiega le ragioni dell'astensione radicale nelle elezioni politiche del 1972. Le ragioni dei radicali non sono quelle invocate dall'ultrasinistra (vedi "Lotta Continua", "Potere Operaio", "Avanguardia Operaia"). Per i radicali si tratta di sottrarsi al ricatto elettorale centrato sul ricatto antifascista ed è quindi, prima ancora che una scelta di coscienza, una riaffermazione dell'importante valore del gioco democratico. Questa astensione è un "atto di resistenza" al regime di "disobbedienza civile" a leggi che non si ritengono rispondenti ad una coscienza democratica, di "non-cooperazione" con un governo che è illegale. Questo tipo di "disobbedienza civile" ha tre caratteristiche: è un "atto" e non solo un discorso; è "pacifica", ma non passiva; è "civile" nel senso che si riferisce ad una comunità di cittadini edè un'iniziativa di un gruppo politico in risposta a specifiche esigenze.

(LA PROVA RADICALE N.3, BENIAMINO CARUCCI EDITORE, Primavera 1972)

Molte possono essere le ragioni e le motivazioni per astenersi in elezioni politiche. Quelle dei radicali, oggi, sono al tempo stesso specifiche rispetto a queste elezioni - per come sono state indette, per il governo che le gestisce, per l'uso manipolato e monopolizzato dei mezzi di comunicazione di massa (vedi l'articolo su "Tribuna elettorale") - e di ordine generale riallacciandosi nel significato e nel contenuto, ad una consolidata tradizione libertaria.

"Non siamo", e lo abbiamo mostrato in più occasioni, "contro le elezioni per le motivazioni che spesso sono invocate dall'ultrasinistra" (vedi 'Lotta Continua', 'Potere Operaio', 'Avanguardia Operaia' ed altri simili gruppi) cioè per sfiducia dottrinale verso questa forma di lotta democratica. Non pensiamo, come invece credono questi gruppi, che »la lotta politica comincia sulla canna del fucile , che il rivolgimento rivoluzionario sia frutto di avanguardie portatrici del verbo, che le elezioni siano sempre e comunque una truffa 'borghese'. Riaffermiamo il valore delle elezioni come pratica necessaria, anche se certamente insufficiente, dello svolgimento della vita democratica in qualsiasi assetto. Esse divengono sovrastruttura quando la democrazia politica non si sostanzia di ulteriori conquiste ed articolazioni, di strumenti di realizzazione, a cominciare da quelli della democrazia economica. Ma come in questa l'obiettivo di fondo di socialisti non burocratici e non statalisti non può che essere l'autogest

ione innanzitutto come metodo, cosi la democrazia politica - e quindi le elezioni - è conquista delle rivoluzioni borghesi che, fino ad oggi, non è stata superata in nessun luogo ed in nessuna occasione da forme più democratiche di organizzazione politica. Le elezioni politiche "possono" divenire, non sono, un gioco ingannevole; il parlamento "può" divenire, non è, soltanto una camera di registrazione di decisioni che vengono prese altrove; le assemblee elettive a tutti i livelli "possono" trasformarsi, non sono, in luoghi dove la democrazia locale viene mistificata allorché espropriano le comunità della capacità di decidere (spesso ad opera proprio dei partiti e dei loro apparati). In qualsiasi struttura economica, in qualsiasi organizzazione politica, di matrice capitalista o socialista, fondata sulla pianificazione centralizzata o su forme di decentramento basate sulla fabbrica, sulla unità territoriale locale o sul 'potere ai lavoratori' di qualsiasi varietà, il momento politico sintetico che si esprime

in forme più o meno - articolate di elezioni sembra finora rimanere insuperato. Non conosciamo dittatura del proletariato, attuale o storica, (sovietica, cubana, algerina, jugoslava e pure, con le dovute differenziazioni, cinese), che ci possa far credere il contrario; che cioè la democrazia politica possa essere sostituita da qualche altro meccanismo teso ad assicurare un sistema che veda la 'classe' al potere senza le ben note degenerazioni oppressive. Per noi, la democrazia politica, ereditata dalle rivoluzioni borghesi, è un punto di partenza ineliminabile; cosi come è altrettanto certo, per noi, che non possa essere considerata un punto di arrivo. Anzi, piuttosto che un dato acquisito, per degli "ultrà della democrazia" le elezioni vanno considerate un elemento di lotta continua.

Non possiamo perciò essere d'accordo neppure con le chiusure ideologiche dei compagni che si rifanno alla classica tradizione anarchica, secondo i quali sempre e comunque le elezioni sono una truffa, e, per di più, superflua ai fini della rivoluzione. Il nostro essere libertari - il credere cioè che bisogna tendere al deperimento dello Stato, che »il migliore governo è quello che governa meno , (per dirla con Henry David Thoreau), il privilegiare le trasformazioni sociali ed i mutamenti dei comportamenti individuali e collettivi rispetto ai mutamenti imposti 'dalla stanza dei bottoni' - non prescinde dalle istituzioni storiche cioè dal contesto in cui agiamo e non si rifà ad una società utopica e 'buona' in cui non siano necessari meccanismi di autogoverno e di democrazia commisurati a quello stadio di sviluppo e di complessità per cui il nostro paese è annoverato tra quelli a 'capitalismo maturo'. Democrazia diretta e democrazia delegata non sono necessariamente due momenti in opposizione ma possono, ciascu

na in ambiti e con funzioni diverse, essere entrambe forme e contenuti necessari alla creazione e allo sviluppo di società democratiche. Il nostro no a "queste" elezioni non ha quindi nulla a che fare con quello degli anarchici: le lotte libertarie passano "anche" attraverso le istituzioni e trovano in esse le necessarie sanzioni (con le leggi) alle trasformazioni strutturali che avvengono altrove e prima.

Né in alcun modo possiamo, dall'altro lato dello spettro ideologico, concordare con posizioni machiavelliche che indicano un uso leninistico di quel parlamento che si è pronti a sopprimere una volta 'conquistato il potere'.

Quello che queste elezioni rappresentano

Da molte parti, interessatamente, si vuol creare in queste elezioni, più che mai, il carattere di stato di necessità centrato in particolare sul dilemma fascismo-antifascismo. Si dice che 'occorre fare argine', battersi 'contro la svolta a destra' e che il 'neofascismo è alle porte'. Su questo aspetto delle elezioni rimandiamo all'articolo "Siamo contro i repubblichini di oggi" che chiarisce la nostra posizione in proposito. Qui ci interessa soltanto mettere a fuoco la natura del ricatto elettorale oggi messo in atto. Le elezioni, in Italia, assumono sempre più il carattere di rito, tanto più vano quanto più l'oggetto della scelta è mistificato e le possibili alternative, per cui pure la nostra società è matura, sono oscure e nascoste. In un paese che ha una bassa partecipazione alla vita civile e politica (ad eccezione della sottopolitica) le elezioni si caricano di una funzione catartica: occorre votare poiché si tende surrettiziamente a far credere che questo atto rappresenti l'unico strumento di interven

to nella cosa pubblica. Così si verificano quelle alte percentuali di votanti (intorno al 94% degli elettori - vedi l'editoriale "Il partito del rifiuto") che furono del fascismo e ritroviamo nei regimi dell'est comunista. Se un dato del genere potesse essere assunto come indice di partecipazione politica e di maturità civile, il nostro paese sarebbe ben avanti, per fare solo un esempio, all'Inghilterra o ai paesi Scandinavi. Ma così non è, e non occorre spiegare il perché. Quello della partecipazione al voto evidentemente non è di per sé indice di maturità e di partecipazione tanto meno dove, come in Italia, si tende a considerare le elezioni non come un atto normale, uno dei tanti in cui si esplica e si materializza il processo democratico, ma come fatto 'eccezionale', come un plebiscito in cui - come accade questa volta - si recita il gioco delle parti e si pone al centro della contesa un dilemma che nella sua limitatezza - mancanza di alternative chiare, non si sa bene cosa sia destra e sinistra, non ci

sono candidature alla direzione del governo ma solo proposte di condizionamenti... - è artificioso. Come non condividiamo la tesi delle elezioni come »truffa borghese , così non possiamo dar credito a chi ritiene che le elezioni rappresentino una specie di ora in cui si può tutto vincere e tutto perdere. In questo modo si realizzano i 18 aprile; oppure, con la stessa dinamica di voto-come-atto-di-fede, si mantengono le altissime vischiosità con bassissimi spostamenti da una lista all'altra che generano immobilismi e mancanza di alternative.

Sottrarsi al ricatto elettorale centrato sul ricatto antifascista, in questa particolare situazione oggi e con le ampie motivazioni specifiche, sembra perciò essere prima ancora che una scelta di coscienza una riaffermazione dell'importante valore del gioco democratico. No al plebiscito che ci viene proposto perché crediamo nelle elezioni; no al voto a tutti i costi perché anche le elezioni, come lo Stato non possono essere considerate da democratici che come un patto volontariamente accettato fondato sul consenso e sul rispetto di alcune regole di base comprese i diritti delle minoranze.

Obiettare all'illegalità, resistere al regime

La nostra astensione di oggi vuole essere un atto di "resistenza" al regime, di "disobbedienza civile" a leggi che non riteniamo rispondere alla nostra coscienza di democratici, di "non-cooperazione" con un governo che è illegale (vedi "La lunga marcia contro la democrazia"). La differenza tra una concezione della democrazia puramente formale ed una che colga la sostanza dei processi che regolano il contratto sociale risiede appunto nel rispetto o meno di leggi a seconda che le si giudichino rispondenti o meno all'essenza della democrazia. Quando la nostra coscienza di individui, di cittadini, di gruppo politico credente nelle lotte democratiche, ritiene ingiusta la legge, ritiene truffaldino il gioco elettorale, non solo è diritto ma diviene dovere non partecipare e non dare cauzione a quegli istituti che non riposano sul consenso nostro. E' nella antica tradizione libertaria, parte necessaria di una proposta socialista che rispetti i diritti dei singoli e si fondi sulla libera associazione dei cittadini, i

l basarsi su un patto che non passi al di sopra ma tragga forza ed autorità dell'adesione dei governati. Ormai ci si è abituati a considerare lo Stato-moloch - di origine liberal-prefettizia o socialista-centralista - sempre come un'entità astratta, potente, a cui dobbiamo soggiacere. E le istituzioni e le leggi come trasformabili soltanto attraverso processi complessi e tortuosi e comunque sempre delegati, in rapporto ai quali non si ha che estraneità e lontananza. Ma oggi nelle società industriali avanzate ciò che nella sinistra è politicamente nuovo e significativo è proprio lo sviluppo di un movimento volto a recuperare ai cittadini, ai lavoratori la facoltà di decidere direttamente del proprio destino attraverso la consapevole adesione o il rifiuto agli istituti della società politica, civile e della organizzazione economica di cui si è parte. E' anche questo un modo di 'cominciare a fare la rivoluzione', qui e ora; si tratti della resistenza alla guerra, attraverso la resistenza alla leva di massa; si

tratti del rifiuto di pagare una parte di tasse devolute ad azioni dello Stato che non si approvano, un tipo di protesta così spesso attuato nel mondo anglosassone; si tratti di forme di resistenza economica come i boicottaggi fino a li scioperi con motivazioni al di là quelle strettamente rivendicative; fino alla vera e proprio 'resistenza' non necessariamente violenta ai regimi autoritari, di cui quella in Cecoslovacchia nel '68 è stato un esempio di alto valore morale e politico non solo per i paesi comunisti ma per gli stessi paesi capitalisti. L'astensione dalle elezioni assume per noi oggi questa connotazione di "separazione da questo regime", di ripresa di autonomia da un meccanismo che riteniamo ingiusto per riaffermare la necessità di un suo valore sostanziale e non solo formale. E', possiamo affermarlo, un modo "non violento" e civile di opporci a questo stato di cose e cercare di cambiarlo, non in nome di truculenti miti di violenza e di facili riti rivoluzionari goscisti, che ad ogni piè sospinto

mostrano il loro limite e la loro inadeguatezza. Questo tipo di "disobbedienza civile" ha tre caratteristiche che è importante riaffermare come contributo all'intero dibattito ideale e politico della sinistra, nuova e vecchia: è un "atto" e non solo un discorso che, se le leggi in vigore saranno applicate, ci auguriamo dovrebbe provocare conseguenze legali, che siamo pronti ad affrontare per far esplodere contraddizioni di libertà e di democrazia anche all'interno degli istituti esistenti; è "pacifica", ma non passiva, in quanto tende a inceppare questo stato di cose che si ritiene ingiusto ed oppressivo, nel caso specifico le elezioni così fatte; è "civile" nel senso che si riferisce ad una comunità di cittadini ed è una iniziativa di un gruppo politico in risposta a specifiche esigenze, proposte e azioni.

Sappiamo, già fin da ora, che la proposta che il Partito Radicale fa di resistere alle elezioni, astenendosi, sarà fatta propria soltanto da una piccola minoranza: qualche centinaia di persone, forse qualche migliaia. Anche per questa scelta, come lo sarebbe stato nel caso di una presenza elettorale, la possibilità di comunicare ai cittadini un messaggio alternativo è quasi nulla; quindi i risultati non possono che essere valutati in rapporto con gli strumenti di cui si dispone cioè limitatissimi in una situazione in cui la 'libertà di espressione' sta diventando sempre più un vuoto formalismo. Abbiamo lungamente meditato e discusso questa decisione: siamo ben consapevoli di come sia difficilmente trasmissibile il processo che ci fa caricare di significato profondamente democratico quello che apparentemente potrebbe sembrare un atto di sfiducia ed invece rappresenta il contrario: cioè un atto positivo di creazione alternativa. Una simile maturazione non riuscirà a coinvolgere molti, e solo pochi sapranno sfu

ggire alla pressione dell'ambiente, all'atmosfera che si sta creando, ed alle abitudini consolidate che finiscono per proporre ed imporre una scelta a senso unico. Tuttavia anche l'astensione di una significativa minoranza, che non potrà essere certo valutata dal numero e della quantità dei risultati, potrà risultare elemento di costruzione democratica, magari con valenze rivoluzionarie; così come in passato sempre le obiezioni degli oppositori al fascismo e allo stalinismo d'ogni luogo e d'ogni tempo hanno costituito un nucleo di resistenza a partire dal quale più ampie aree di alternativa al regime - duro come quelli classici fascisti che abbiamo conosciuto in passato, morbido ma non meno autoritario come quello d'oggi in Italia - hanno preso corpo. Molto, evidentemente, dipende se l'atto astensionistico risulta gesto isolato nel tempo oppure se è parte di un'azione politica continua ed articolata di cui il momento elettorale è solo una delle tante occasioni che la situazione presenta e da cui occorre risp

ondere.

Votare con tutto il proprio impegno

E' forse superfluo notare che la proposta astensionistica che i militanti radicali fanno in questo momento si distingue anche dagli atteggiamenti qualunquistici o agnostici che pure considerano le elezioni una truffa perché 'non servono a cambiare mai nulla'. Per il fatto di proporre in altri luoghi, in un tempo continuo, in strumenti di azione e di iniziativa che possono essere più efficaci, l'impegno ad essere presenti ad agire, a conoscere per mutare. Nel Manifesto c'è stato un vivo dibattito prima della presentazione delle liste in cui si accentuava la scadenza contrattuale d'autunno come il momento in cui il nuovo movimento comunista doveva e poteva inserirsi: ed alcuni sostenevano, ad esempio, la formula 'scheda rossa e contratti'. Analogamente noi siamo oggi impegnati fortemente con tutti i movimenti, divorzista, anticoncordatario, antimilitarista, per la liberazione delle donne in una serie di battaglie per i diritti civili e per dar corpo fin da ora ad obiettivi, metodi e strutture di un progetto so

cialista libertario nelle nostre organizzazioni, nella società che ci circonda, nelle istituzioni. La nostra parola d'ordine riassuntiva è quindi "'astensione e un voto più pieno e più efficace'". I nostri strumenti, le nostre energie, le strutture di lavoro politico di cui disponiamo sono esigue, sovraccariche di compiti che non possiamo affrontare, prive di quei mezzi materiali di cui dispongono tutti i partiti; siamo stati espropriati della stessa concreta 'libertà di parola' per mancanza di accesso alla radiotelevisione ed agli altri mezzi di comunicazione di massa che soli potrebbero garantire la possibilità di sottoporre ai cittadini il nostro progetto e la nostra proposta; il regime - abbiamo già scritto su queste colonne - si è fatto in questi ultimi anni più stretto e ci costringe a caricarci, da soli (soprattutto Partito Radicale, e poi LID, LIAC, ML, Movimento Antimilitarista) di funzioni ben più importanti e ben più onerose di quanto avremmo voluto ed abbiamo la possibilità di fare, per tenere ap

erta una prospettiva di alternativa, democratica, socialista, laica contro la linea di accordo ad ogni costo con la DC che comprende tutti dal PCI al PLI.

In questa situazione, i laici, gli anticlericali e i divorzisti sanno che non potrebbero essere rappresentati in modo veritiero da nessuno dei partiti cosiddetti laici perché domani questi andranno, per bocca dei loro dirigenti, a contrattare qualche sottoprivilegio con il mondo clericale rappresentato dalla DC e dal suo sistema di potere; e non potrebbero certamente votarlo razionalmente se si riferiscono al modo in cui i partiti si sono comportati fino ad ora con la sola eccezione di pochissimi parlamentari. A questi amici e compagni offriamo la possibilità di portare avanti la linea che riteniamo centrale e nodale per una reale svolta democratica, "difendere il divorzio, vincere il referendum, abrogare il concordato" con le leghe e prima di tutto con il Partito Radicale, sol che gli sia data quel tanto di forza (con la partecipazione, con il sostegno finanziario, con la milizia politica) di cui oggi ha come non mai bisogno.

I credenti, gli anticoncordatari sanno anch'essi che si verifica l'unanimità delle forze della sinistra tradizionale nell'avvilire il loro bisogno di liberazione dalle strette soffocanti di una Chiesa sempre più costantiniana (vedi l'articolo del cattolico Giorgio Pazzini) e che l'unica alternativa non è scegliere il meno peggio (il dialogo berlingueriano oppure gli equilibri più avanzati dei clerico-frontisti del PSI) ma organizzarsi in prima persona per affermare oggi e domani nella politica i propri obiettivi.

Gli antifascisti non crederanno forse di poter a buon mercato difendere i propri sacrosanti princìpi votando per uno dei partiti che domani andranno a collaborare o vorranno collaborare con Andreotti, Rumor e Fanfani?

Gli antimilitaristi, che vedono cominciare a essere confermate le tesi sui pericoli intrinseci alle strutture militari, sanno che il loro lavoro può essere oggi consolidato facendo procedere tutto il lavorìo di resistenza dentro e fuori le caserme ed ancorandolo solidamente ad altre battaglie antiautoritarie così come da tempo i radicali, se pure estrema minoranza, stanno tentando di fare.

I socialisti che rifiutano i moduli burocratici per preferire quelli autenticamente democratici quindi libertari possono anch'essi fare qualcosa al di fuori dei canali alquanto sclerotizzati che offre loro il movimento socialista organizzato, pur non abbandonandolo, dedicando una parte della loro milizia alle iniziative radicali che si sostanziano e si nutrono appunto dell'apporto di tutti i militanti della sinistra.

I democratici, infine, che sentono tradita la loro speranza da questa dimezzata e mistificata democrazia, possono aiutarci, utilizzando questo strumento aperto e disponibile che riteniamo dover tenere in piedi in un momento così critico, a costruire un PR più solido di quanto non possiamo assicurare in questo momento, "iscrivendosi, partecipando", aiutando in primo luogo se stessi a non doversi sentire ancora una volta alle prossime elezioni incerti ed arrabbiati per non sapere per chi votare, costretti infine a ripiegare su scelte non pienamente soddisfacenti.

L'"alternativa al voto può dunque essere creativa". Se vista in questa prospettiva a cui chiamiamo esplicitamente tutti i simpatizzanti radicali (senza tessera o con tessera di altri partiti), l'astensione non è né qualunquista, né rinunciataria, né diminuente. Invece di votare con una scheda, chiediamo di votare con tutto il proprio impegno, con la propria attività entrando nelle organizzazioni esistenti, ma soprattutto dando vita a gruppi di lavoro e di intervento (laici, divorzisti, antimilitaristi, anticoncordatari, per la liberazione della donna, per la libertà di informazione...) con proprie regole e federati al progetto radicale che stiamo cercando di far vivere e far crescere. Se così sarà, si potrà dire che abbiamo fatto un argine non solo contro il fascismo vecchio ma contro il nuovo autoritarismo morbido e progressivo che passa e si insinua in ogni area della nostra vita ed in ogni ganglo dello stesso schieramento di sinistra, molto più efficace di quanto possa rappresentare un atto sintetico ed i

l più delle volte distratto come quello rappresentato dal deporre la scheda nell'urna.

Prepararsi per il futuro

A chi chiede insistentemente la possibilità di esprimersi anche nel momento elettorale per quelle tensioni, quelle battaglie e quegli obiettivi che sono cresciute nel ed intorno al Partito Radicale e nelle leghe e nei movimenti dai radicali animati, si può rispondere soltanto riprendendo il discorso iniziale: che le elezioni, purché siano rispettate alcune regole fondamentali questa volta disattese, possono divenire un momento di lotta. E lo potranno essere in futuro qualora si verifichino due condizioni per le quali occorre lavorare e molto: l'una "oggettiva" che riguarda la effettiva possibilità di concorrere allo scontro assicurata dalla eguaglianza delle condizioni di partenza; e l'altra "soggettiva" che riguarda lo stato del nostro movimento e del nostro progetto politico complessivo.

Infatti non è lecito, non è giusto e non sarebbe stato politicamente corretto che una proposta politica di alternativa socialista e democratica, di metodo oltre che di contenuto laico non dogmatica e non chiusa, si fosse espressa in queste elezioni, - anche se ve ne fossero state le condizioni che non vi erano - attraverso mediazioni con proposte e progetti altrui. Dopo anni di lavoro politico, i cui risultati mai inquinati da parlamentarismo e da calcoli sono evidenti sia nell'aver mantenuta viva e fatta rinascere nel paese una posizione laica di alternativa, sia nelle specifiche conquiste ottenute nel parlamento stesso, non sarebbe stato possibile affrontare il giudizio dell'elettore se non in prima persona. Una strada diversa sarebbe stata inopportuna ed incomprensibile nella attuale situazione in cui non v'è forza tradizionale della sinistra che mantenga quel tanto di fermezza sulle coste per le quali ci siamo battuti. Né il tentativo di dar vita ad una ampia concentrazione di forze di nuova sinistra alt

ernative al regime effettuato con Il Manifesto (vedi dossier) ha potuto sortire effetto per il carattere strettamente 'comunista' e chiuso che quel movimento ha scelto di dare alla propria presenza elettorale.

Del resto non solo sono venute a mancare le condizioni obiettive (elezioni-truffa) ma le stesse nostre condizioni soggettive (stato del movimento) non sono maturate sufficientemente. E' bene dire con chiarezza che quel disegno per cui stiamo lavorando di un'ampia concentrazione di forze differenziate ed articolate di nuova sinistra, per i diritti civili, sostanzialmente socialiste e di alternativa, non si è ancora materializzato in strutture organizzative e politiche, oltre che in campagne, sufficientemente resistenti per affrontare la prova elettorale con tutto quel che comporta di strumenti, disponibilità e milizia politica. Sappiamo che il potenziale esiste e sappiamo anche che saranno proprio i prossimi mesi, - con la generale involuzione delle sinistre vecchie e con la precisazione del progetto 'comunista' del Manifesto che non può coinvolgerci - a dirci se potremo essere presenti ai prossimi appuntamenti con le nostre posizioni di minoranza ma tendenzialmente non minoritarie, in prima persona, senza ne

cessità di interposte mediazioni e con quella precisione che ci ha costantemente contraddistinti. Molto dipenderà da tutti coloro che guardano alle azioni che facciamo con simpatia e interesse, e da come riusciranno a tradurre questa vicinanza in partecipazione diretta e sostegno, per moltiplicare quel centro di resistenza e di iniziativa rappresentato dal PR: un centro che vive per consentire di affrontare le scadenze che si presentano, magari anche quelle elettorali future.

 
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