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Bandinelli Angiolo - 15 aprile 1972
Dalle elezioni corporative alla alternativa
di Angiolo Bandinelli

SOMMARIO: L'autore ricorda il lungo dibattito e confronto con le forze politiche che ha portato i radicali all'astensione dal voto nelle elezioni del 7 maggio come "unica opposizione davvero efficace che una seria e consapevole minoranza di radicali e socialisti possa oggi esprimere e manifestare nei confronti di un regime che si chiude ad ogni possibilità di rinnovamento ed è privo di ogni reale alternativa politica".

(LA PROVA RADICALE N.3, BENIAMINO CARUCCI EDITORE, Primavera 1972)

Il Partito Radicale ha indicato »nella astensione dal voto delle elezioni del 7 maggio - dice il documento della Direzione nazionale - l'unica risposta oggi possibile e necessaria, l'unica opposizione davvero efficace che una seria e consapevole minoranza di radicali e socialisti, democratici e libertari possa oggi esprimere e manifestare nei confronti di un regime che si chiude ad ogni possibilità di rinnovamento ed è privo di ogni reale alternativa politica .

In altri editoriali di questa rivista sono analizzate le ragioni della scelta, che il partito ha fatto pur consapevole di tutta la sua »gravità , delle »responsabilità che essa comporta, e della difficoltà, per molti compagni, »di accettarla e di comprenderla . Ricorderemo qui appresso, innanzi tutto, come siamo giunti, attraverso quale lungo dibattito e confronto con le altre forze politiche, a questa decisione.

Nelle elezioni del 1963, il partito radicale, appena uscito dalla scissione de "Il Mondo" e dalla defezione del gruppo facente capo a Leopoldo Piccardi, invitava gli elettori a votare »per uno dei quattro partiti della sinistra , PRI, PSDI, PSI e PCI. Auspicavamo allora - precedendo di molto il dibattito che fu poi portato avanti da Giorgio Amendola e da altre forze - una bipolarizzazione della lotta politica che contrapponesse ad una destra imperniata sulla Democrazia Cristiana una sinistra forte del contributo di tutte le sue componenti, e perciò "laica" nei metodi di lotta e di confronto reciproco ancor prima che nei contenuti. Per aver già avanzato tale indicazione politica - quella della alternativa - nel 1963, nell'imminenza del centrosinistra, quella che era allora la sinistra radicale, e che poi avrebbe assunto la responsabilità della direzione del partito, era stata isolata da quanti ritenevano invece che conquiste laiche, democratiche e civili potessero essere assicurate dallo »storico incontro tr

a forze socialiste e cattoliche.

Pubblicammo e diffondemmo per quelle elezioni un opuscolo - cui diede il suo contributo Elio Vittorini, il quale aveva accettato, in un momento così difficile, la presidenza del partito - nel quale manifestarono il loro atteggiamento elettorale, di consenso nel voto ai quattro partiti della sinistra ma di dissenso nelle motivazioni politiche, rispetto alle linee dei partiti stessi e delle loro segreterie, tra gli altri Mario Monteverdi, Massimo Mila, Ernesto R. Rogers, Francesco Leonetti, Roberto Roversi, Leonardo Sciascia, Umberto Eco, Pierpaolo Pasolini e Nelo Risi. E già allora, quando, alle ultime battute della preparazione elettorale, il PCI offrì ai radicali un accordo con la garanzia di almeno tre candidati eletti alla camera o, tramite Gian Carlo Pajetta, suggerì loro di dare vita a raggruppamenti »autonomi in appoggio a candidature »indipendenti di sinistra , noi rifiutammo.

»Mentre l'autoritarismo pretende con massiccia pressione di dirigere la società industriale europea, la sinistra si mostra ancora una volta - scrivemmo su quell'opuscolo, che aveva come titolo "Il voto radicale" - sparpagliata su posizioni difensive o alla ricerca di tattiche ed espedienti particolari, piuttosto che impegnata in una chiara battaglia in cui le grandi masse dei lavoratori, le nuove generazioni e i nuovi ceti possano scegliere consapevolmente tra immobilità e sviluppo, tra progresso e stasi . L'indicazione, il giudizio, apparvero allora massimalisti e settari, pervasi di un pessimismo che solo minoranze illuse ed utopistiche, avulse dalla realtà della lotta politica concreta, potevano nutrire.

Per dieci anni, questo giudizio, lo abbiamo fermamente mantenuto, ne abbiamo fatto la discriminante necessaria ed indispensabile di tutte le nostre lotte. A quanti, in questo periodo, ci hanno rimproverato di condurre battaglie frammentarie, lotte sia pure importanti ma in definitiva settoriali, di non sapere o potere dare una risposta globale, completa e di prospettiva, di non avere forza e ricchezza ideologica, di aver scelto, consapevolmente, un metodo sperimentale di fronte a fenomeni che solo le superbe ideologie progressiste potevano inventariare e comprendere, noi abbiamo solo ricordato e mantenuto quel giudizio, quella analisi. Anche nei momenti elettorali; sia quando, nel 1964, la grande speranza fatta nascere dal PSIUP - la speranza cioè dell'affermarsi di una linea di netta contrapposizione al centro-sinistra e ad ogni altro »dialogo con il partito clericale - fece assumere responsabilmente ai radicali una linea unitaria che si concretizzò nell'appoggio esterno a quel partito; sia quando, nel pie

no della nostra campagna, politica e giornalistica, di denuncia degli scandali dell'assistenza a Roma, con l'ONMI di Petrucci, di Darida, di Signorello e di Morgantini, decidemmo di utilizzare anche la campagna elettorale per dare maggior respiro popolare a questa battaglia. Fu in quelle elezioni, occorre ricordarlo, che il PCI portò avanti in maniera parossistica il »dialogo con quei vertici clericali romani che noi denunciavamo. E solo dietro invito del PSIUP e in seguito ad un accordo nazionale, il partito radicale decideva di ritirare le proprie liste e di formarne di comuni PSIUP-PR. Ritenemmo che l'accordo ci avrebbe consentito di potenziare lo scontro con la DC, e di portare all'interno dello schieramento della sinistra motivazioni di lotta ed obiettivi alternativi ed avanzati, così dimostrando che la nostra non era, come venne fatta passare, una semplice campagna di moralizzazione, magari sovrastrutturale e certamente marginale.

Quando poi la stagnazione della lotta politica, conseguente alle prime crisi interne del centro-sinistra, alla incapacità dell'opposizione ad esercitare il suo ruolo, misero in evidenza i primi gravi sintomi di involuzione del confronto democratico e dello stesso quadro istituzionale, nel 1968, il partito radicale ritenne che la scheda bianca potesse e dovesse essere la risposta necessaria e coerente. Non per una massimalistica adesione al ritorno libertario che proprio quegli anni facevano rivivere, ma perché questa scelta rappresentava allora, politicamente, la necessaria conseguenza del giudizio del 1963. Da allora, questa indicazione elettorale è stata mantenuta: o meglio si è aggravata. Quest'anno infatti abbiamo precisato che la scheda bianca è insufficiente a determinare quello scontro, quel confronto con i partiti e con la crisi istituzionale, che noi riteniamo necessario. Le forze di regime sono riuscite tra l'altro in questi anni a manipolare e ad annullare persino la carica, imponente, di rivolta

e di protesta che nel 1968 e successivamente la scheda bianca aveva cominciato a rappresentare.

A quanti hanno rimproverato l'astrattezza della scheda bianca, possiamo ricordare che, nel 1970, accettammo di prospettare una ipotesi di presenza diversa nella campagna elettorale, che ci consentisse di conseguire alcuni obiettivi che non intendevamo fossero comunque compromessi. In particolare l'approvazione della legge Fortuna. Si era allora in una fase estremamente delicata, in quanto si prospettava un rinvio - che noi giudicavamo pericolosissimo - nella sua discussione in Senato. Ed utilizzammo infatti tutta la nostra campagna politica, quando il PSI (il solo fra i partiti che avesse accettato le nostre proposte) si dimostrò disponibile alle nostre condizioni e ratificò un accordo in questo senso, 1) per avvicinare e garantire il dibattito parlamentare sul divorzio e sollecitare quello sul referendum abrogativo del Concordato, 2) per chiedere il richiamo urgente in aula delle leggi sulla obiezione di coscienza, e 3) per promuovere la revisione dei criteri di informazione politica della Rai-Tv, con l'amm

issione ad essa, già nel corso di "quella" campagna elettorale, delle forze minoritarie escluse, il Partito Radicale stesso, il Manifesto, il Movimento Politico dei Lavoratori, la LID, eccetera. Ma anche questa scelta fu deliberata - attraverso un congresso nazionale straordinario - in via subordinata a quella della scheda bianca, quale eccezione e solo, appunto, al fine di rafforzare quegli obiettivi e quelle battaglie alternative al regime che restavano, rispetto al nostro comportamento, prioritarie e vincolanti.

Non scelte astratte dunque hanno caratterizzato la presenza elettorale radicale in questi dieci anni, ma solo la individuazione rigorosa e conseguente di tutte le occasioni, offerte dalla battaglia politica, per ribadire costantemente l'indicazione di fondo, quella dell'alternativa, e per confrontarci, "su di essa", con le forze politiche della sinistra, al fine di metterne in crisi le diverse indicazioni che hanno fornito e che davvero si sono dimostrate - esse - illusorie, subalterne e sostanzialmente perdenti.

Qualcosa, molto, si è chiarito in questi anni. L'ipotesi di una lotta democratica alla DC che nascesse e si sviluppasse nella e attraverso la unità laica delle sinistre non è oggi praticamente configurabile.

Che cosa si è verificato invece? A nostro avviso, al di là ed oltre il temuto pericolo della involuzione e della svolta »a destra , ciò che ha finito col prevalere, mettendo in crisi il ruolo stesso della opposizione, accentuando le responsabilità e le complicità dei partiti della sinistra nei confronti del regime che ha come suo perno insostituibile, dichiarato ed accettato, le forze clericali, vaticane e democristiane, è stato il riaffiorare della componente corporativa che il fascismo creò e potenziò e che né la Resistenza, né venticinque anni di regime repubblicano e parlamentare sono riusciti a ridurre o tanto meno a debellare. Torna così attuale il vecchio, storico male della vita politica italiana, il trasformismo, mascherato sotto trucchi e belletti ideologici diversi, ma sostanzialmente uguali. Vecchi odi antidemocratici, di matrice cattolica o di matrice comunista, hanno finito col sommarsi. Così, addirittura, quanto di corporativo è stato lasciato permanere nelle strutture dello stato dopo la cadu

ta del fascismo viene oggi scientemente e spudoratamente utilizzato per garantire, al regime e alla sua opposizione, privilegi e sicurezza di risultati e di consensi. Il »bipartitismo imperfetto ha prodotto le conseguenze deteriori, che non si era osato finora chiamare con il loro vero nome. Vi è l'accettazione, da parte di tutte le forze coinvolte, del ruolo non più ormai dei prefetti e dei mazzieri ma delle istituzioni stesse e dei corpi dello stato come manipolatori e contraffattori del meccanismo del voto. Le elezioni sono poste sotto la »ideologia del consenso (antifascista, magari) piuttosto che del dissenso e del confronto. Dalle ipotesi di »riforme di struttura si è scivolati in quella delle riforme per il consolidamento dello »stato assistenziale , del quale tutti, ceti produttori e parassitari, insieme, si spartiscano i benefici e i privilegi.

E conseguenti ci appaiono, in questo quadro, le tesi del PCI sulla strategia delle alleanze tra classe operaia e ceti medi, sulla quale sono imperniate anche queste elezioni. Questa alleanza si è potuta fare solo ai livelli più bassi; ed ovviamente, come sa bene la DC che questa ipotesi interclassista e corporativa fa poggiare infatti tradizionalmente i suoi voti

Né ci illudiamo, come La Malfa, di poter scoprire vocazioni »moderne , illuminate e liberali in quelle zone tecnocratiche che egli blandisce assieme alla "Stampa" di Ronchey. Quei tecnocrati, o quegli operatori economici, in quanto tali e nella loro identità sociale, sono anche essi inseriti appieno in quel sistema di potere che ha le sue basi nel corporativismo di stato e nella economia pubblica controllata e gestita dalla Democrazia Cristiana.

La »corsa al centro , »al potere che contraddistingue la logica del regime e degli stessi partiti dell'opposizione è la conseguenza dell'accettazione sia di alcune regole del gioco (truccate), sia di alcune premesse antidemocratiche di fondo, come abbiamo visto storicamente ben individuabili, che hanno trovato nella eredità paleofascista il succo ed il sangue di cui nutrirsi. Ed è questa la vera svolta a destra, non quella che dovrebbe vedere Almirante gestire questa economia e questa società dal governo. In questo gioco la DC, che è maestra, ha tutto da guadagnare, interpretandolo correttamente e fino in fondo senza le remore che ovviamente rendono contraddittoria la politica delle sinistre. Perciò non è »provocatorio l'on. Forlani quando, in piena campagna elettorale, dichiara esplicitamente che non si può escludere, qualora il PSI non cambi rotta o l'area democratica venga falcidiata dalla consultazione elettorale, neppure il ricorso a nuove, successive elezioni anticipate, affinché - riferisce l'interv

istatore - l'elettorato si ravveda. Le elezioni non sono lo strumento del mutamento, ma quello della conservazione del regime; le elezioni presenti, o quelle successive che un altro monocolore DC amministrerà come queste; o, magari, il referendum abrogativo del divorzio.

A queste condizioni ed in questa situazione, l'indicazione dell'alternativa, che solo i radicali esprimono compiutamente, diviene ormai sempre più necessaria, anche se sempre più difficile. Non, a parte ogni altra considerazione, le proposte dei gruppi extraparlamentari, che pure hanno avvertito, talvolta anche lucidamente, il dramma della sinistra tradizionale, e l'hanno denunciato con accenti ed obiettivi che, presi singolarmente, possiamo anche condividere. Ogni indicazione »operaistica reca in sé una debolezza evidente: quella di privilegiare impegni e purezze - o scommesse - ideologiche rispetto al compito, assai più difficile, di creare grandi consapevolezze e speranze alternative nei milioni, nelle masse, di »vecchia , ma anche di »nuova classe, accendendo in questa come in quella la crisi della contraddizione.

A chiunque, dalla sua condizione sociale di »vecchia o di »nuova classe, presti attenzione all'indicazione di lotta alternativa che avanziamo, proponiamo lotte che ne possono mettere in contraddizione la stessa condizione o collocazione sociale o lavorativa. Le battaglie per i diritti civili chiedono sovente profonde lacerazioni. Quando, al recente convegno sull'assistenza promosso dal Partito radicale del Lazio, constatammo che erano assenti i cosiddetti »operatori dell'assistenza, non ci meravigliammo, perché sapevamo che non avremmo potuto promettere nulla che non fosse la liquidazione delle mutue e del sistema di privilegi su cui regge il meccanismo della carriera medica, e il più fermo impegno anche contro le tendenze dei sindacati del settore che, a furia di chiedere sempre più partecipazione nella gestione di ospedali (Riuniti o meno) mutue, ONMI, enti pubblici assistenziali e così via, hanno smarrito ogni più piccolo punto di riferimento rispetto a quella lotta di classe e a quella difesa degli in

teressi operai e cittadini che essi vanno promettendo; così come sempre ci siamo scontrati con quella sinistra che ha preteso di ottenere la riforma della giustizia attraverso l'»impegno degli operatori, magistrati, giudici e cancellieri raccolti nelle loro associazioni, nel loro settorialismo tecnicistico. E ai giornalisti abbiamo ricordato l'esigenza primaria di abolire, liquidare, l'Ordine di Gonella e dei fascisti, senza illusioni riformistiche, falsamente democratiche. Per non parlare della lotta contro l'industria di stato, pilastro e puntello del clerico-capitalismo nostrano, e vacca da latte per sinistre e destre ugualmente.

Lucidamente, e non per calcolo tatticistico, ai compagni della sinistra, o a quelli della componente gobettiana della tradizione liberale - che abbiamo sempre chiamato a condividere le responsabilità delle gestione di ogni battaglia - abbiamo rivolto e rivolgiamo ancora, pressante, l'appello per la »doppia tessera . Il problema della contraddizione tra diverse fedeltà è stato frainteso, e ingigantito, perché era malposto. Non si tratta né di conciliare, né di »superare astrattamente alcunché, ma di muoversi, con la doppia tessera, nella direzione unitaria socialista e libertaria della costruzione dell'alternativa: questa è l'unica discriminante vera, reale, tra chi vuole e chi non vuole mutare, in senso socialista e/o liberale, le cose.

A tutte queste componenti, a quanti sono incerti se accettare o no questo appello, non possiamo dare nessuna indicazione di riscatto che non passi attraverso il potenziamento e la presa di coscienza di contraddizioni positive, nelle quali si esalti insieme l'impegno di lavoro e quello civile. Astenersi dal voto, iscriversi al partito radicale, dare vita ad autonomi centri di iniziativa e di lavoro politico e civile può essere difficile, e può spiegare perché la proposta radicale sia ancor oggi così pericolosamente minoritaria, così al di sotto della soglia sotto la quale la sopravvivenza di questa esperienza politica sarà impossibile. Difficile, ma a nostro avviso necessario, se si vuole che »il partito laico si concretizzi nei prossimi mesi, durante e subito dopo le elezioni. Saranno mesi decisivi.

 
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