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Bandinelli Angiolo - 15 aprile 1972
Nuovo militarismo e vecchi generali
di Angiolo Bandinelli

SOMMARIO: Si interpreta come una grave dimostrazione di quella corsa a destra che caratterizza l'attuale situazione politica e un pericoloso incentivo verso un ribaltamento del quadro istituzionale, il fatto che il Movimento Sociale e la Dc, il Partito Liberale e il Psdi abbiano farcito le loro liste elettorali, in misura mai vista in precedenza, di militari di alto e altissimo grado, di ogni arma e tendenza. Per Bandinelli il vero pericolo è nella politica delle istituzioni condotta dalla Dc, una politica coerente con scelte di fondo autoritarie ed egemoniche che nessuna blandizie democraticistica, nessuna compartecipazione al potere può modificare o contenere.

(LA PROVA RADICALE N.3, BENIAMINO CARUCCI EDITORE, Primavera 1972)

Suscitando scalpore, polemiche e timori, Movimento

Sociale e DC, Partito Liberale e PSDI hanno farcito le loro liste elettorali, in misura mai vista in precedenza, di militari di alto ed altissimo grado, di ogni arma e tendenza. Generali ed ammiragli, colonnelli in pensione o in ausiliaria, persino poliziotti, sono approdati alle lusinghe e alle emozioni della lotta politica sull'esempio, evidentemente inebriante, del generale De Lorenzo. Il fatto, come si è detto, ha dato luogo ad allarmanti interrogativi, ed è stato interpretato come ulteriore, grave dimostrazione di quella corsa a destra che caratterizza l'attuale situazione politica e pericoloso incentivo verso un ribaltamento del quadro istituzionale, avvio a soluzioni totalitarie, fasciste, di tipo greco. L'ombra dei »colonnelli si è così ancor più dilatata sul paese, sulla scia di ricordi che si accentrano ancora sugli interrogativi sollevati dall'estate del 1964, l'estate del »colpo di stato cui, si denunciò, tramavano i Segni e i De Lorenzo.

Non è possibile tracciare un panorama esatto delle candidature di militari nelle diverse liste. Daremo qui appresso alcuni elementi di informazione, incompleti ma sufficienti a comprendere l'ampiezza del fenomeno. Il MSI ha presentato - è stato questo l'episodio più clamoroso - l'ammiraglio di squadra Gino Birindelli, già comandante in capo della squadra navale e capo delle forze navali NATO nel Mediterraneo, nelle liste della camera a Roma, Napoli e Taranto, e per il senato a Pistoia; il generale Giovanni De Lorenzo, già comandante dell'arma dei carabinieri, indiscusso padrone del SIFAR e capo di SM dell'esercito, oltreché deputato monarchico nell'ultima legislatura, a Roma; a Firenze il generale Giovanni Parlato, vicecomandante della regione militare; a Torino il generale Giuseppe Barbara, già titolare di un alto comando di polizia nel Piemonte. A Taranto, sede della squadra navale, troviamo il capitano di fregata Mario Nistri. A questi grossi calibri fanno contorno nelle liste missine molti spezzoni: a Ro

ma il colonnello (in ausiliaria) Antonio Polimeni; in Toscana - abbiamo dati solo r questa regione - l'ammiraglio (in pensione) Paolo Comel di Socerban, il colonnello (in pensione) Luigi Giulianotti, l'ufficiale dei paracadutisti (in pensione) Sergio Minervini e, per il senato, il generale (sempre in pensione) Mario Giordano. Anche il PLI ha avuto, in questa incetta, qualche colpo felice. A Roma, le liste malagodiane si fregiano del generale Guido Vedovato, già capo di stato maggiore-difesa, del generale Aramis Ammannato e del generale, già capo di stato maggiore-aeronautica, Duilio Fanali; in Sicilia, del generale Celi, ex comandante dell'arma dei carabinieri. La DC ha presentato a Roma il generale di brigata aerea Giuseppe Bianchini. Solo per quanto riguarda la circoscrizione di Roma - ma, lo abbiamo controllato per la Toscana, il fenomeno è dilagato in tutte le circoscrizioni - militari sono presenti nelle liste del PSDI (2), del PLI (2), del MSI (6), e della DC (2).

Alcuni giorni prima che optasse per le liste del MSI, erano corse voci contrastanti sulle intenzioni elettorali del capo delle forze navali NATO. Si diceva che fosse incerto tra il Movimento Sociale, i liberali ed il PSDI. Per un certo momento sembrò che favorito di Birindelli fosse il PLI, »se non altro - commentava un quotidiano - per smentire Mintoff, che gli aveva dato del fascista per allontanarlo da Malta . Evidentemente Birindelli non aveva nulla da smentire (nonostante l'indignazione di molta stampa italiana, che in quella occasione polemizzò con Mintoff per le sue dichiarazioni, apparse almeno eccessive). Il capo del governo maltese (la cui iniziativa è stata raccolta nel parlamento olandese, investito di un giudizio sulla compatibilità tra le scelte e le vocazioni politiche dell'ammiraglio italiano e le sue responsabilità in seno alla NATO) mostrava in quell'occasione di conoscere a fondo il suo uomo: la scelta definitiva è caduta sul partito di Almirante. Questa provocava un notevole risentimento

all'interno del PSDI, a nome del quale sia Cariglia che Lupis (il primo facendosi portavoce dello stesso Giuseppe Saragat) attaccavano duramente l'ammiraglio. La protesta era fatta nel tono e con il carattere della tradizionale difesa della politica NATO che il partito socialdemocratico, fedele interprete delle esigenze atlantiche ed »americane , da tempo ha fatto propria; ma nessuna smentita veniva, da quella parte, alle dichiarazioni rese dal Birindelli nel corso di una intervista, secondo le quali fino all'ultimo momento l'on. Cariglia avrebbe tentato di persuaderlo per una presentazione, invece che con il MSI, nelle liste del sole nascente.

Il MSI ha cercato, con questo accaparramento massiccio, di dare prestigio e risonanza alla veste di »destra nazionale con la quale si è presentato all'elettorato. DC, PSDI, e PLI si sono sforzati di parare il colpo sul piano della pura e semplice concorrenza elettorale. Ma le preoccupazioni di questi partiti sono state anche diverse, e più complesse. Il presidente del consiglio, on. Giulio Andreotti, prendendo spunto da un convegno di medaglie d'oro e facendo implicitamente riferimento alla candidatura Birindelli, ha ammonito che »le forze armate devono essere al di fuori di ogni particolarismo, a cominciare dalle divisioni politiche . Successivamente, in una intervista, l'on. Mario Tanassi, che ha ricoperto la carica di ministro della difesa in concomitanza con la ascesa della carriera dell'ammiraglio, ha anche lui ribadito che l'esercito è, nel suo complesso, non intaccato dal pericoloso germe della politica. E' evidente, in queste prese di posizione, il tentativo di evitare si diffondesse l'impressione d

i una subitanea ed eccessiva politicizzazione delle forze armate, una impressione che si sapeva avrebbe provocato allarmi e preoccupazioni nell'opinione pubblica; ma anche lo sforzo di impedire che gli atteggiamenti di alcuni esponenti militari potessero incrinare e far vacillare il quadro di riferimenti (ed il controllo) che le forze tradizionali di governo sono sempre riuscite a mantenere saldo, rispetto alle spinte, alle tendenze, alle pressioni esercitate in questi anni dagli ambienti e dalla stessa »tecnostruttura militare. Questo è l'obiettivo di cui soprattutto si sono preoccupati sia l'esponente democristiano, sia Cariglia e Lupis, sia lo stesso Malagodi, il cui candidato militare più in vista, il generale Vedovato, vuole rappresentare evidentemente, rispetto all'opinione pubblica, una alternativa, in chiave nazional-moderata, alla indicazione di destra estrema offerta da Birindelli.

Anche i repubblicani, che pure non ci risulta (ma potremmo sbagliare) abbiano incluso alti ufficiali nelle loro liste, si sono affrettati a dare ampie assicurazioni sulla urgenza che i partiti »costituzionali rafforzino, una volta reintegrato dalle elezioni il quadro politico, l'istituzione militare. Lo ha detto esplicitamente, al Consiglio nazionale del suo partito, l'on. La Malfa, il quale ha chiesto, con toni e linguaggio di destra, che sia ristabilita l'autorità »di tutti gli organi di tutela e di difesa dello Stato, »dalla magistratura alle forze armate .

Il ragionamento che le forze »democratiche hanno fatto ed hanno cercato di imporre all'opinione pubblica è stato esposto chiaramente, in un editoriale apparso su "Il Mondo", da Arrigo Benedetti. Questi ha fatto le sue meraviglie non, ad esempio, per il fatto che un fascista come Birindelli abbia potuto fare una così brillante carriera mentre un Manes o un Gaspari pagavano duramente la loro fedeltà repubblicana e il loro rifiuto di seguire le trame del De Lorenzo, ma perché l'ammiraglio ha preferito la candidatura missina »a quella offertagli da alcuni partiti costituzionali . Benedetti ha trovato il fatto »assurdo ed »inquietante . Ritiene egli forse che la presentazione nelle liste liberali del generale Celi basti a riscattare quest'ultimo dalle gravi responsabilità avute nel complotto di De Lorenzo?

Come si vede, il ragionamento del direttore del "Mondo" è assurdo e sbagliato. E' lo stesso errore che ha caratterizzato le scelte di tutte le forze democratiche, ogni volta che si sono trovate di fronte al problema dell'esercito e del suo ruolo nella società e nello Stato. Da Saragat ai comunisti, tutti hanno ritenuto di poter esorcizzare spettri e pericoli della destra militarista semplicemente facendosi garanti e copertura essi stessi, in nome delle istituzioni repubblicane, delle spinte, delle manovre, delle esigenze e della politica provenienti da quella parte. Scettiche sulla possibilità che un esercito uscito da una disastrosa sconfitta potesse rappresentare un serio pericolo per la democrazia, piene di complessi di fronte alle ritornanti accuse di non essere sufficientemente »nazionali , in fondo anche cinicamente convinte della assoluta incapacità e del provato nullismo della classe militare, le forze democratiche hanno sempre mostrato disattenzione per questi temi, quando non addirittura avallato e

coperto quanto di più sporco e miserevole le forze armate sono venute esprimendo in venticinque anni. In sette anni di presidenza della Repubblica, Saragat non ha mai mancato di inviare ad ogni occasione messaggi ed elogi alle forze armate, esaltando i loro sentimenti di fedeltà alle istituzioni repubblicane e alla Resistenza, né di presenziare - invece di promuoverne l'abolizione - alle più diverse, a volte squallide a volte pericolose, manifestazioni, come la parata del 2 giugno; sempre accanto ai Birindelli, agli Aloja, ai De Lorenzo, e ad ogni altro generale il carrierismo sfrenato, le operazioni meno ortodosse, la quotidiana lotta al coltello, l'appartenenza a questo o quel clan abbiamo espresso; mai cogliendo neppure una modesta ispirazione dal comportamento del suo omologo, il presidente della repubblica federale tedesca, Heinemann, che a più riprese ha dichiarato la sua ferma avversione, di socialdemocratico conseguente, agli eserciti ed il suo distacco, in particolare, da quello tedesco.

Neppure le sinistre, l'opposizione, si sono mai distaccate da questo schema. Il PCI ha sollevato molto clamore per le scelte politiche di Birindelli, che avrebbe infranto il »giuramento di fedeltà repubblicana . Correttamente, ha indicato nella DC e nella sua politica nei confronti delle istituzioni e dei corpi dello Stato, ed in particolare dell'esercito, la vera responsabile del marasma e insieme della nuova pericolosità manifestato da singoli uomini e dall'intera struttura. Ma la risposta che questo partito dà ai suoi interrogativi, alle sue amare, e tardive, recriminazioni, è stata ed è ancora contraddittoria ed insufficiente. Contraddittoria perché esso si è venuto offrendo sempre più in quest'ultimo anno - ed in modo addirittura frenetico in questi giorni - come portatore e garante di istanze e valori nazionali in piena concorrenza (elettorale e non solo elettorale) con i partiti della destra e la stessa DC, sperando in tal modo di accattivarsi e di dirottare a proprio vantaggio (ma come sarebbe mai po

ssibile?) almeno parte della spinta e della pressione moderata; insufficiente perché, anche nel momento in cui denuncia le prevaricazioni e l'intera politica democristiana verso l'esercito, non è riuscito ad offrire alternative ideali, modelli o punti di riferimento che non fosse quello, stantio e davvero non più credibile (da nessuno, nemmeno a sinistra) di un vagheggiato esercito »democratico perché »nazional-popolare . E', questo, il modello giacobino e certamente autoritario che trova la sua realizzazione nell'esercito sovietico invasore della Cecoslovacchia, in quello cinese (che rappresenta sicuramente il condizionamento più massiccio sulla politica »rivoluzionaria di Mao tse-tung) o in quelli dei paesi di nuova indipendenza, ma alla Gheddafi o alla Bumedienne.

Nella relazione al XIII Congresso del PCI, Enrico Berlinguer ha ripetuto, affrontando il tema delle forze armate, queste scelte; egli ha fatto risalire la responsabilità di quanto sta accadendo a »gruppi ristretti di ufficiali , scontenti per la »incapacità del governo di affrontare positivamente i complessi problemi materiali e morali dei militari . A quali inesistenti fantasmi pensava di poter dare vita, con la sua artificiosa contrapposizione (in un'epoca di corpi speciali, di paracadutisti, di brigate corazzate di carabinieri e di poliziotti, in un'epoca soprattutto in cui ogni guerra è, innanzitutto, "guerra ideologica" ed ha come suo primo fronte - ce lo insegnano le riviste specializzate del nostro esercito, dalla "Rivista Militare" alla "Rivista Aeronautica" - quello "interno") tra la »cerchia ristretta degli alti gradi ed i »giovani di leva , questi ultimi incapaci di schierarsi »contro i lavoratori, contro gli ordinamenti democratici e costituzionali - citiamo ancora dalla relazione congressuale -

che il popolo italiano si è dato con il contributo di sangue di operai, di contadini, di soldati e di ufficiali ? I tempi della »Corazzata Potiemkin , il film nel quale queste immagini e metafore hanno preso corpo artisticamente valido e poetico, sono molto lontani dalla realtà di oggi, e soprattutto di questo paese.

Una sola voce si è levata - e ci auguriamo non si sia trattato di una parte precostituita, calcolata dal rituale - a fare rilievi precisi nel corso di questo congresso. E' stata la voce del partigiano on. Arrigo Boldrini, quando ha sollevato, giustamente, il problema di »indirizzi, di costume, di coscienza democratica che deve impegnare le forze di sinistra per rompere il sistema, la politica portata avanti dai governi »controllati dalla DC , ed ha avuto il coraggio di ricordare, in un congresso che teneva a marcare la propria distanza dagli ultrasinistri, le imponenti voci di protesta e di denuncia che si levano ormai dall'interno delle forze armate per chiedere »l'intervento delle forze politiche più avanzate , indicando anche il »movimento profondo per le riforme che comincia ad investire anche »le strutture militari in una »presa di coscienza nuova .

Anche Boldrini, però, mostra di non comprendere (o di non denunciare apertamente) quale debba essere - magari anche in questa fase elettorale - il ruolo della sinistra, dell'opposizione. Non si può lamentare »la carenza di ogni controllo parlamentare sull'attività e sul funzionamento delle forze armate, se non si ammette che l'opposizione ha fallito, in questi anni, ad un suo ruolo essenziale. E non basta, per dare respiro ad una nuova iniziativa della sinistra, denunciare l'emarginazione »nei confronti degli elementi più coerentemente democratici . Il problema è di capire quale sia oggi il ruolo oggettivo della tecnostruttura militare e la tendenza generale della società militare, non quello di inserire in questo o quel posto di responsabilità persone genericamente »più democratiche . Di fronte alla confusione di idee, all'isteria che sembra aver colto in questa circostanza le forze moderate e della sinistra, è bene mantenere i piedi sula terra e guardare freddamente alla sostanza dei fatti. La presentazio

ne di un Birindelli nelle liste missine non significa di per sé nulla di più di quanto non abbia rappresentato il fallimento politico di un De Lorenzo, un uomo probabilmente più scaltro e pericoloso del suo collega ammiraglio.

Ci si creda. Se noi siamo, come ci ha definiti De Lorenzo, i »quattro pidocchiosi straccioni che »impunemente organizzano le marcie antimilitariste ("Panorama", 30 marzo) di stracci ci intendiamo. Birindelli, Nistri e compagni sono nulla più di relitti del passato. Il vero pericolo è altrove. E' nella politica delle istituzioni condotta dalla DC, e neppure perché particolarmente corrotta e marcia, come mostra di pensare Boldrini, ma perché si tratta di una politica coerente con scelte di fondo autoritarie ed egemoniche che nessuna blandizie democraticistica, nessuna compartecipazione al potere può modificare o contenere. Ci creda anche Ruggero Orfei, il direttore del settimanale "Settegiorni", che condivide le ipotesi riformiste della sinistra e rimprovera antimilitaristi, obiettori politici, »proletari in divisa e militari che protestano, di lavorare inconsapevolmente per »il re di Prussia , quando risollevano le vecchie bandiere antimilitariste senza »inserirle in un definito quadro di riforme, di »tra

sformazione dell'intero ordine sociale , di rinnovamento, magari, della »cultura prevalente ("Settegiorni", 19 marzo). Quanto vi è oggi di positivo e di nuovo, nella lotta democratica contro le istituzioni militari è proprio quello che egli mostra di non capire, rifiutandosi adesso anche di pubblicare le lettere che gli giungono dalle caserme (e che hanno costituito per mesi, insieme alle lettere anticlericali, divorziste e anticoncordatarie, quasi l'unica cosa viva del suo giornale, almeno finché lo spazio a disposizione per questo "giornale nel giornale" non è stato drasticamente ridotto) con il pretesto che si tratta di lettere e documenti »anonimi , che corrono il rischio di incappare in reati di vilipendio!

Lo »sdegno democratico non deve, se non vuole essere risibile, appuntarsi oggi contro le proposte del candidato missino Nistri, intravedendo in esse il pericolo di un ritorno corporativistico che offrirebbe indebiti privilegi ai militari. Quando Nistri propone che i capi di stato maggiore siano nominati senatori a vita una volta collocati a riposo, e che i sottosegretari alla difesa siano militari, egli non fa altro che riprendere istituzioni e prassi usuali nella tradizione sabaudo-liberale. Ma la sinistra deve piuttosto chiedersi (o risponderci, quando glie lo chiediamo) se si stia rendendo conto che "la trasformazione dell'apparato militare in una struttura professionistica di specializzati è già in atto" e che è lo stato maggiore che sta già programmando per un futuro ormai prossimo, l'accantonamento dell'esercito di leva, a favore di una corporazione di »tecnici strettamente collegata con il complesso industriale ad alta qualificazione tecnologia. Anche in Italia, nel silenzio e sotto l'egida del part

ito di maggioranza relativa, l'unico che detenga effettivi collegamenti di potere nel settore. Le rivistine militari non discutono che di questa prospettiva e delle diverse scelte già in corso, così come il reclutamento dei giovani da avviare alla professione militare è già in atto, "in tutte le scuole", nelle quali le conferenze di alti ufficiali sono all'ordine del giorno.

Lo sa, questo, Boldrini? Se sì, perché non lo denuncia, invece di prendersela con Birindelli; perché - magari - non protesta perché il quotidiano filocomunista di Roma, il "Paese Sera", concede tre quarti di pagina alla pubblicità della presenza delle forze armate, con la loro raffinata tecnologia, alla Fiera della Tecnica che si è svolta di recente a Roma?; perché - più sostanzialmente - impone al suo partito che il parlamento discuta di questi problemi?; perché non ne informa l'opinione democratica? Se non lo sa, invece, è un altro segno del fatto che la sinistra non è neppure più capace di vedere le cose che accadono sotto i suoi occhi. Altro che le bolse speranze di Berlinguer per una trasformazione in senso »nazional-popolare del bel vecchio esercito di leva! E ci spiace che ancora una volta tocchi a noi, come già nel 1966 - quando gli autori del libretto "Mani rosse sull'esercito", ispirato alle posizioni del capo di stato maggiore generale Aloja, affermarono che le indicazioni e le analisi dei radica

li erano, già allora, le più esatte e pericolose per l'esercito - dire per primi queste cose.

Anche l'occasione elettorale, con il pur grave monito che viene dai fatti che abbiamo denunciato, non riesce, come si vede, a distoglierci dalle nostre analisi, dalle nostre indicazioni. Il problema reale è quello di fare crescere nella coscienza civile una ferma volontà di lotta antimilitarista, a partire da una corretta analisi del fenomeno militare nella sua complessità e nella sua reale portata, italiana ed internazionale. Per questo operiamo per rafforzare, rendere sempre più efficace l'internazionale antimilitarista, l'unica che a nostro avviso possa oggi meritare la qualifica di rivoluzionaria e libertaria. In molte occasioni abbiamo avuto modo di difendere la nostra scelta per l'obiezione di coscienza quale principale, non certo unico, metodo di lotta atto a promuovere i necessari, ampi consensi popolari; in questa sede, dobbiamo e possiamo ricordare solo una cosa, che molti dei compagni delle »nuove sinistre, oltreché il direttore di "Settegiorni", dimenticano o fingono di dimenticare, e cioè che è

falso affermare che il deperimento del consenso all'esercito rappresentato dall'obiezione di coscienza può divenire un sostegno obiettivo alle mire del »Re di Prussia , nel senso che l'espulsione dalla struttura militare dei dissenzienti, degli infidi, favorisce il disegno di chi vuole promuovere e potenziare l'ipotesi degli eserciti professionisti, selezionati e di carriera. L'indicazione radicale per l'obiezione di coscienza, o meglio per la libera scelta tra servizio militare e servizio civile alternativo, accompagnata, correttamente, dall'altra - parallela e inseparabile - della diminuzione del bilancio della Difesa delle quote di spesa equivalenti al costo del mantenimento e dell'addestramento di ciascun obiettore, prefigura o realizza una tendenza progressiva, sia pur graduale, verso il "deperimento" dell'istituzione militare.

Sono riflessioni che, ancora una volta, offriamo alla sinistra italiana. Comunque non siamo più ormai, soli in questa lotta. Il militarismo, quello vecchio e cialtrone del corporativismo di casta e quello nuovo e pericoloso che silenziosamente si appresta a realizzare i suoi obiettivi, si trovano a confrontarsi ormai con fatti nuovi, ed importanti. Se i partiti continuano nella loro politica suicida ed imbecille, la stampa stessa, in settori né marginali né »extraparlamentari , mostra attenzione al problema, con le sue inchieste, le sue analisi, una nuova curiosità - a partire da "ABC" fin da tempi non sospetti. E vi è poi il fenomeno della protesta militare consegnata, sovente anonima ma non per questo meno vera e drammatica, alle colonne di "Lotta continua" e di "Proletari in divisa", di "Umanità Nova" e della stampa radicale. Vi è una nuova cultura (Rochat, Bonanni), che analizza il fenomeno e il nuovo impegno dei cattolici del dissenso contro i cappellani militari, vi sono i gruppi di lavoro tra i »prole

tari in divisa , e la nuova polemica di vecchi antifascisti come Boldrini; vi è la crescita dell'obiezione di coscienza politica di massa di radicali, anarchici e semplici democratici e l'inserimento nelle liste elettorali, da parte de "Il Manifesto" (a Roma, a Bologna e altrove), di militari di leva che, non generali e non ammiragli, rivendicano così in concreto un loro preciso diritto civile. Vi è infine, perché no?, la riorganizzazione della tradizionale marcia antimilitarista radicale che, quest'anno giunta alla sesta edizione, si svolgerà (dal 26 luglio al 3 agosto) sul nuovo percorso Trieste-Aviano.

E' una crescita politica che interessa ormai decine di migliaia di militanti e di democratici e che, se non ha ancora raggiunto compiuta chiarezza ed unità di intenti e di obiettivi, ha avuto certo la forza di raccogliere questo tradizionale, creativo patrimonio della sinistra italiana; mentre quest'ultima - il dibattito elettorale lo dimostra - sta ancora levando i suoi lamenti perché un fascista si è dichiarato, vivaddio, un fascista.

 
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