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Rendi Giuliano - 15 aprile 1972
Il significato politico del divorzio in Italia
di Giuliano Rendi

SOMMARIO: L'elemento significativo messo in luce dall'introduzione del divorzio in Italia è senz'altro la dimostrazione del grado profondo di laicizzazione e secolarizzazione raggiunto dal Paese nel corso di cento anni. Il processo di laicizzazione venne avviato con la realizzazione dello Stato liberale ed è continuato fino ai giorni nostri (nonostante i Patti Lateranensi del 1929 e la conquista DC del potere nel 1946) con notevoli implicazioni sociali e politiche.

(LA PROVA RADICALE N.3, BENIAMINO CARUCCI EDITORE, Primavera 1972)

Il primo elemento politicamente significativo messo in luce dall'introduzione del divorzio in Italia è stato la dimostrazione del grado profondo di laicizzazione e secolarizzazione raggiunto dal paese nel corso di cento anni; mentre l'introduzione del matrimonio civile nel 1865, avvenne in contrasto con le usanze del paese, nel quale più del 95% dei battezzati maggiorenni frequentava regolarmente la messa domenicale e la chiesa non incontrava alcuna difficoltà nel reclutamento dei preti, oggi il divorzio è passato in un periodo di egemonia politica democristiana e filoclericale, sì, ma dinanzi ad una società più laica e libera dalla presa religiosa, non ha retto il confronto con le forze e le indicazioni divorziste. L'introduzione del divorzio ha anche significato un progresso nell'applicazione dei princìpi di libertà e di eguaglianza all'interno dell'istituto matrimoniale, contro l'autoritarismo patriarcale e cattolico preservato anche dai liberali durante il loro regime. E' il segno di una trasformazione s

ociale che è avvenuta lentamente, ma continuamente e in modo irreversibile.

I liberali poterono giungere al potere, alla conclusione del moto risorgimentale, perché il partito moderato ne accolse la guida, dopo il fallimento della esperienza neoguelfa, nel 1848. Di fronte al rifiuto della Chiesa di accettare l'unità del paese, la fine dello Stato Pontificio, Roma capitale d'Italia, e di fronte alla dimostrata impossibilità di risolvere i rapporti tra lo Stato della Chiesa e I'Italia attraverso i compromessi escogitati dal Gioberti, le classi dirigenti moderate accettarono anche il liberalismo, ma senza che esso avesse o riuscisse ad imporre una solida base sociale e culturale. Alla realtà italiana del tempo corrispondeva infatti molto più il neoguelfismo. Se i liberali poterono egemonizzare il paese, ciò fu dovuto alla incapacità della Chiesa e dei Borboni di contrapporre una qualsiasi linea alternativa valida.

L'egemonia liberale si basò in notevole misura anche sul fatto che il paese abituato a regimi autoritari, accettava in sostanza passivamente le decisioni del governo. Pur nella partecipazione attiva della borghesia e col consenso popolare nelle città, le leggi laiche dello stato liberale costituirono nel complesso una rivoluzione dall'alto.

La realizzazione dello stato liberale avviò il processo di laicizzazione. L'irreligiosità si diffuse, nello spirito generale del tempo, con un processo che continuò ininterrottamente fino ai nostri giorni, senza declino e senza ritorni, né in corrispondenza della firma dei trattati lateranensi del 1929, né della conquista del potere da parte della DC, nel 1946, e nonostante la chiesa abbia mantenuto o riconquistato, grazie a questi avvenimenti, molti centri di potere. Naturalmente questo processo si è sviluppato attraverso compromessi. Nel partito mode rato che realizzava il Risorgimento, il problema religioso era ancora di primaria importanza, fatta eccezione per Cavour, che era un indifferente. I liberali che approvarono le leggi Siccardi, deliberate dal governo senza consultare Roma erano, tranne appunto il Cavour, dei "buoni cattolici", per i quali il conseguente conflitto con la chiesa fu profondamente angoscioso, aspro ed amaro, anche per la sua novità. In seguito, si produsse anche una progressiva acc

ettazione dell'umanesimo moderno, e questo sia nell'area liberale che in quella socialista. Se il numero delle persone che rinunciavano alla tre cerimonie religiose fondamentali, battesimo, matrimonio e funerali in chiesa, aumentava di poco, la percentuale delle persone adulte che regolarmente non frequentavano la messa domenicale si è innalzata, fino a diventare larga maggioranza di questo dopoguerra. Secondo una indagine effettuata tra il 1952 e il 1966, solo il 32% dei battezzati secondo il rito cattolico, al di sopra di ventun anni frequentava la messa domenicale. L'autore dell'indagine, Silvano Burgalassi, un religioso e professore di sociologia religiosa, è relativamente ottimista nel giudicare - dal punto di vista di un credente - questa situazione. Egli ritiene che in questo periodo si sia giunti in Italia a una stabilizzazione della frequenza religiosa nelle città, di contro ad un progressivo abbandono nelle campagne, tanto da fare avvicinare questa media a quella cittadina.

Queste cifre corrispondono a quelle degli altri paesi cattolici europei, con delle variazioni: l'irreligiosità è maggiore in Francia, più o meno uguale in Germania e in Austria, minore nei paesi iberici, ed è molto più ampia nei paesi protestanti. Nei paesi cattolici, la laicizzazione è stata accelerata dalla opposizione della Chiesa a tutte le battaglie di libertà del mondo moderno, cominciando dalla sua lotta contro la libertà di religione e di coscienza, contro il principio della tolleranza, e non solo nel campo religioso, insieme alla sua collusione con regimi fascisti e totalitari.

Non che la Chiesa - ed in misura certo maggiore le forze politiche che ad essa si richiamano - non abbiano finito per accogliere il principio della libertà, gradualmente ed in diversa misura secondo i diversi paesi. La trasformazione è ancora in corso, completata solamente in quei paesi dove la democrazia si era realizzata del tutto per spinta e lotte autonome, come quelli anglosassoni, o in Francia. Nel complesso essa ha finito coll'accettare quanto realizzato da altri, e più parziale è stata la sua accettazione là dove la libertà viene ancora contestata. II principio della libertà, la Chiesa cattolica, buon'ultima tra le chiese dell'Europa occidentale, l'ha accolto nel Concilio Vaticano II. La guida della lotta per questo riconoscimento vi è stata assunta dalle chiese dell'Europa nordoccidentale, dove il liberalismo aveva operato in profondità e vi era stato un forte confronto col protestantesimo. Quando al contributo italiano, esso è consistito quasi esclusivamente nella straordinaria personalità di Giova

nni XXIII, e questi si era formato su esperienze di paesi stranieri, anche se, senza le sue eccezionali capacità di comprenderle e reagirvi, anche esse avrebbero significato ben poco. L'essere stato Nunzio in Bulgaria e in Turchia, due paesi dove i cattolici sono una infima minoranza, invisa ed odiata, gli aveva insegnato cosa voglia dire far parte di una minoranza in paesi profondamente intolleranti. L'esperienza come Nunzio in Francia, di questo dopoguerra, lo aveva posto a contatto con il cattolicesimo più vivo e moderno del mondo.

Dopo la sua morte, le tradizioni preconciliari e controriformista sono tornate a prevalere nella Chiesa italiana. Senza giungere a pensare che il mondo cattolico ufficiale desideri eliminare la democrazia politica esistente nel paese, è certo che esso applica i principi pur accettati con sostanziale grettezza, diffidenza ed intolleranza.

Il movimento operaio italiano ha dovuto combattere anche esso la sua battaglia di libertà contro la Chiesa; "anzi agli inizi, contro di essa più che contro i padroni". II senso dell'autorità tradizionale, e della gerarchia, così radicato al suo interno e nei suoi valori, portava il clero a credere anche nella necessaria stabilità dei rapporti sociali, predicando ai contadini »una morale di sommissione e di rassegnazione (secondo il discorso tenuto da Bissolati alla Camera il 18 febbraio 1908) (1). La Chiesa si era assunta da sempre il compito di tenere in ordine le masse, parlando loro di una giustizia ultraterrena, e si risentiva ora del fatto che queste si liberassero dalla sua tutela. Quando, nel 1891, Leone XIII riconobbe l'esistenza della questione operaia, egli voleva anche aggirare sulla sinistra la borghesia liberale: ma la Chiesa era così prigioniera della propria mentalità tradizionale, che fu solo dopo l'opera di liberazione sociale compiuta dai socialisti, che riuscì ad accogliere effettivamente

questo principio, diversi anni dopo I'enciclica. L'anticlericalismo socialista della fine del secolo e del principio del nuovo corrispondeva perciò ad una necessità di liberazione delle masse operaie da un'autorità tradizionale, riconosciuta sia come autorità religiosa sia come guida morale. La durezza e la violenza, la rozzezza e la volgarità che lo caratterizzarono corrispondevano alla novità drammatica della battaglia di liberazione, oltre che alla natura di un movimento di massa. L'anticlericalismo massonico rivestiva invece ormai un carattere abbastanza conservatore.

Fu allora che i cattolici presero ad organizzare leghe agrarie nelle campagne e sindacati operai nelle città: dato che la Chiesa era la sola tra le forze conservatrici a organizzare delle masse operaie e contadine, si pensò da un lato che essa fosse anche la sola a poterne disporre tra le Forze di destra, dall'altro che fosse I'azione della Chiesa a impedire che il proletariato agisse e votasse unitariamente in campo sindacale e politico.

Tutti due i giudizi erano erronei: da un lato anche le altre forze politiche di destra avevano una certa presenza politica tra operai e contadini; dall'altro, le indagini demoscopiche di questo dopoguerra hanno dimostrato quello che comunque si sapeva già in una certa misura, cioè, che se in tutte le classi e categorie sociali la maggioranza vota secondo interessi e considerazioni di classe, in tutte le classi e categorie sociali forti minoranze si muovono e operano in senso opposto, e che l'opera di isolamento compiuta dalla Chiesa cattolica non consegue risultati differenti da quelli degli altri paesi in cui sono presenti altre forze organizzate. Un po' dovunque, (grosso modo), un quarto delle classe medie e alte vota a sinistra e un po' dovunque, (sempre grosso modo), un terzo degli operai vota a destra, per l'ordine e I'autorità. Questa percentuale appunto è più o meno uguale nei paesi protestanti e cattolici, e la sola differenza rilevante appartiene ormai al passato. In Germania vi era una forte differ

enza nel voto per il partito socialista, a seconda se gli operai fossero protestanti o cattolici: tra i primi due terzi votavano per il partito operaio, corrispondendo alla norma europea, mentre tra i secondi votava socialista solo il 50%.

Si trattava del ricordo della persecuzione subita dalla Chiesa cattolica durante il Kulturkampf ad opera del nord protestante, e dell'identificazione del partito socialista con le regione, geografica, dalla quale esso si era mossa e organizzato. Una campagna di riavvicinamento alla Chiesa cattolica da parte socialista ha portato ormai gli operai cattolici a votare a sinistra nella stessa percentuale di quelli protestanti, ancor prima che i vescovi cattolici avessero abbandonato la loro indicazione elettorale a favore della unione democratico-cristiana. Un caso analogo, che meglio esemplifica la natura di questo fenomeno, è quello francese: dopo I'andata al potere di De Gaulle, quel terzo degli operai che votava per l'autorità è passato a votare per il movimento gollista (e il consenso si moltiplicava quando si trattava di votare per De Gaulle direttamente), mentre il sindacato di origine cattolica invitava a votare per il centro democratico e, alle ultime elezioni, in senso socialista.

La natura contraddittoria dei sindacati cattolici non significa che essi non abbiano ormai imparato da quelli socialisti a svolgere una battaglia di giustizia e di libertà, per cui è possibile una certa collaborazione con loro da parte dei sindacati di sinistra. Così come è stata possibile l'unificazione dei sindacati cattolici con quelli socialisti e comunisti in senso antifascista e antinazista, unità che in Germania è restata in atto, non colpita dalla guerra fredda, per l'assenza nel paese di forze sindacali comuniste di rilievo. E' da ricordare però che in genere, anche se non sempre, in queste collaborazioni i cattolici hanno svolto la parte dei moderati.

Nel momento in cui, in Italia, gli ambienti cattolici stavano evolvendo verso l'accettazione dell'unità e del sistema politico liberale pur mantenendo ancora aperta la questione di Roma capitale d'Italia, rendendosi conto di questo e facendo leva sul timore suscitato in loro dallo sciopero generale socialista. Giolitti ne ottenne il voto a sostegno delle forze liberali, abbandonando la politica di lotta alle organizzazioni religiose, e portando Zanardelli a sacrificare il divorzio che voleva introdurre durante il suo governo. Dato il carattere esitante di questi a Giolitti, per ottenerne la rinuncia al progetto, bastò di restare rigorosamente neutrale e non sostenerlo nella questione. La scossa della prima guerra mondiale portò poi a un rinnovamento della vita politica italiana, tra l'altro con la costituzione un partito politico cattolico dichiarato, facilitato da una maggiore disposizione all'autonomia verso i cattolici da parte di Benedetto XV.

Il nuovo partito mostrò subito i limiti che un partito confessionale ha nel mondo moderno. Una religione può essere presa come guida etico-politica, oggi, solo da chi cerca questa nel passato, nella tradizione storica. Certo è possibile che piccoli gruppi di persone molto sensibili possano spostarsi a sinistra, anche se conservatori e educati a guardare ad una tradizione particolarmente autoritaria come quella cattolica, ma si è sempre trattato di piccole minoranze. La larga maggioranza dei membri dei partiti di ispirazione religiosa ha voluto restare a destra e ancora di più l'ha voluto l'elettorato che hanno conquistato. In questo quadro va vista anche l'assenza di discussione da parte dei cattolici italiani, sull'iniziativa sturziana.

Nessuno manifestò l'esigenza che i cattolici dovessero poter aderire ai diversi partiti esistenti, secondo le loro diverse concezioni politiche. Il fatto è che le differenze che li dividevano erano, tranne rari casi, le differenze che esistono tra conservatori di destra e conservatori di sinistra, cioè quei conservatori che capiscono che bisogna riformare, per poter meglio conservare. E' chiaro che questi gruppi non hanno nessun interesse a dividersi, ed è indicativo di questa caratteristica fondamentale il fatto che De Gasperi, che ha inventato la formula del "partito di centro che guarda a sinistra", sia stato definito dal conservatore inglese Eden un "tory di sinistra"; o che i due maggiori leaders della democrazia cristiana post-degasperiana, Moro e Fanfani, tutti e due conservatori di sinistra, abbiano potuto scambiarsi più volte la direzione ora della destra ora della sinistra nel partito. Allo stesso modo, Donat Cattin ha scelto il suo posto di ala "sinistra" dello schieramento di destra, e gli si fa

torto a rimproverargli la permanenza in questo schieramento come dovuta solo al desiderio del potere. Come già rilevato per la Chiesa, il fatto che nel partito popolare vi fosse anche una certa presenza sindacale operaia non indica che fosse un partito di sinistra.

In quegli anni, il Partito Popolare era indubbiamente un partito abbastanza aperto socialmente, così come le ora anche il fascismo, e nessuno vorrà contestare il carattere di destra di quest'ultimo. Nell'uno e nell'altro caso si trattava di forze politiche di "nuova destra", particolarmente acrimoniose ed aspre contro la vecchia destra del paese, cioè i liberali. Questa caratteristica di nuova destra era dovuta alla sua opposizione alla storia recente d'Italia; non si manifestava nei casi in cui il partito cattolico aderiva completamente alla storia del paese, come nel Belgio. Ciò fece sì che i popolari apparissero più a sinistra di quanto fossero effettivamente, ma qualche volta anche che partecipassero a battaglie democratiche, come quando nel secondo dopoguerra la DC si pronunciò a larga maggioranza per la repubblica, a differenza della linea reazionaria seguita sullo stesso problema dal partito Cristiano Sociale Belga.

Le elezioni del primo dopoguerra hanno del resto mostrato anche i limiti della forza politica dei cattolici. Nella seconda elezione, essi arrivarono a conquistare solo il 21% dei voti. E' vero che le donne non avevano ancora diritti elettorali, e che il partito non era ancora penetrato nel Mezzogiorno, più chiuso alle novità. Ma il superamento di questi due problemi non ne avrebbe modificato in misura rilevante la forza elettorale (la maggiore disponibilità delle donne a votare per i partiti confessionali è, del resto, minore di quanto si creda comunemente). E ambedue i fattori potenzialmente favorevoli, I'introduzione del voto femminile e l'avanzata del Mezzogiorno, potevano essere compensati dal successivo sviluppo in senso industriale ed urbano di un paese, a quell'epoca, di modesto livello di sviluppo industriale. Se la Chiesa aveva accettato il sistema democratico nella speranza di conquistare lo stato liberale con le sue masse, il disegno era destinato, in larga misura, a fallire. Il Partito Popolare n

on aveva la forza di cambiare profondamente lo stato liberale, ma solo marginalmente, ed in dipendenza essenzialmente della buona posizione tattica che il partito aveva nel quadro politico, dato che appariva necessario ad ogni coalizione di governo. Al massimo, avrebbe potuto premere nella direzione nella quale, comunque, si muovevano - o alla quale si adattavano ormai - anche gli altri partiti, e cioè per ottenere miglioramenti nella posizione giuridica della Chiesa in corrispondenza della maggior disponibilità di quest'ultima a muoversi nell'interno del sistema liberale.

E' stata la crisi del liberalismo, che ha portato al fascismo e poi alla crisi dello stato nazionale italiano provocata dal fascismo, che ha permesso la grande vittoria politica dei cattolici in questo dopoguerra, e la loro egemonia. Nel sorgere del fascismo concorsero parecchi fattori; il più importante fu la diffusione negli ambienti liberali delle teoriche nazionaliste dello Stato forte e disciplinato, che sappia e voglia applicare la propria potenza verso l'esterno e mantenere in posizione subordinata le classi inferiori. Queste teorie vennero esaltate dalla vittoria della prima guerra mondiale e stimolate dai moti socialisti avvenuti subito dopo. I liberali erano inoltre esasperati dalla fine della loro egemonia politica, durata più di cinquanta anni. Comunque, una volta andato al potere Mussolini, nei quattro anni che intercorsero fino al pieno consolidamento del fascismo, il Vaticano optò decisamente per la collaborazione e il sostegno al suo governo, contro l'opposizione della maggior parte del parti

to popolare, orientata per un fermo antifascismo. Nella scelta entravano elementi residui di antiliberalismo, la paura dei "rossi", e l'intuizione della possibilità di ottenere molto di più dal fascismo che dallo stato liberale. Su questa linea, come osserva Scoppola, il Vaticano operò attivamente per indebolire il partito popolare, aumentandone la disgregazione politica e ordinando a Sturzo l'esilio dall'Italia. Al momento dei Trattati Lateranensi, la Chiesa ottenne un lauto compenso in termini di potere e di denaro. Lo Stato fu largamente confessionalizzato, ma neanche dal fascismo la Chiesa ottenne quello che alcuni cattolici avevano sperato, uno stato pienamente cattolico.

Una crisi seria nell'accordo tra Vaticano e Mussolini ci fu quando I'organo Vaticano cominciò a criticare la politica di aggressione della Germania nazista. Ma la politica del papa non era così univoca e lineare come poteva sembrare ai romani che vedevano l'"Osservatore Romano" sequestrato dalla polizia. Pio XII indubbiamente si guardò bene dal promuovere una crociata antibolscevica, ma continuò anche a ritenere probabile, fino alla battaglia di Stalingrado, la vittoria della Germania, e la previsione corrispondeva ad una simpatia. Dopo Stalingrado, si orientò decisamente a lasciar via libera all'antifascismo, quello che intanto avevano scelto i democristiani che stavano riorganizzando il partito.

La fine della guerra vide una grande avanzata elettorale dei partiti democristiani ai danni degli altri partiti di destra, in Italia, Germania e Francia: nei primi due paesi l'avanzata fu favorita dalla crisi del nazionalismo fascista e nazista, mentre nel terzo dall'esigenza di un nuova destra, che sostituisse la vecchia destra di Pétain screditata dalla collaborazione con i tedeschi occupanti. I francesi non si sentivano sconfitti, grazie alla vittoria politica e diplomatica ottenuta per loro da De Gaulle. Ma la ripresa delle forze clericali nel dopoguerra era fenomeno puramente politico, e se ha portato a una ripresa religiosa (transitoria) nella parte protestante della Germania, non ha inciso per niente sullo sviluppo di fondo della religiosità nei paesi cattolici. In Italia è stato anche sentito come il ritorno ad una tradizione del paese particolarmente antica e venerabile (così è stata sentita dal registra Rossellini, che precedentemente durante il conflitto, aveva composto un film di propaganda di gu

erra).

In fondo, la crescente indifferenza religiosa così diffusa nell'elettorato liberale che votava per i partiti democristiani non ostacolava questo voto, in quanto corrispondeva ad una crescente indifferenza anche in materia di anticlericalismo e dei rapporti tra Stato e Chiesa. L'indifferenza circa i rapporti con il clero permise una concentrazione di voti sul partito di destra che meglio si prestava a fronteggiare il pericolo considerato maggiore, quello delle sinistre. L'esperienza italiana, dove la sinistra era guidata dal partito comunista, ha portato a vedere in ciò un fenomeno di polarizzazione anti-comunista, ma lo stesso fenomeno è avvenuto in Germania, dove la sinistra era interamente socialdemocratica, e in Francia, dove comunisti e socialisti democratici si equivalevano numericamente.

De Gasperi capì molto bene le tendenze del momento, l'origine liberale di questo elettorato e i rischi che questa adesione comportava per la Democrazia Cristiana: "avremo a lungo bisogno dell'avallo liberale", disse una volta, e nel rapporto al congresso di Napoli del 1954 raccomandò: "dobbiamo fare di tutto perché non torni a levarsi in Italia lo storico steccato tra Guelfi e Ghibellini". Si rendeva conto di quali perdite elettorali avrebbe avuto il partito in quel caso. E' vero che in seguito, alle elezioni del 1958, la Democrazia Cristiana è riuscita a resistere all'offensiva liberale, e ad esserne solo limitatamente colpita in quelle del 1963 e successive: nel 1958 l'ha salvato l'andata al potere di De Gaulle in Francia, che paralizzò l'elettorato italiano, timoroso della novità, mentre nelle elezioni successive il trapasso fu contenuto in un milione, un milione e mezzo di voti (avrebbero potuto essere quattro), perché il partito liberale assunse un'immagine marcatamente imprenditoriale, che in Italia tr

ova un consenso diffuso solo a Milano e nella zona limitrofa.

La Democrazia Cristiana è uscita dalle elezioni del 1946 come il partito egemone del paese, non solo per l'alta percentuale di voti conquistati, quanto soprattutto per la divisione degli altri partiti e per la sua posizione relativamente intermedia tra estrema destra e sinistra. I voti della DC, sommati a tutti i partiti di destra, hanno sempre superato quelli ottenuti da tutti i partiti alla sua sinistra, anche se la differenza tra i due schieramenti è diminuita costantemente con il passare degli anni, dopo il 1948, per il continuo sviluppo urbano legato alla crescente industrializzazione. La sinistra però è stata divisa dalla guerra fredda, ed anche se questa divisione venisse meno del tutto è ripartita in molti partiti con tradizioni storiche particolari e forti rivalità reciproche. Così fin quando dura la prevalenza elettorale dello schieramento di destra, cioè fin quando tutte le possibilità di governo in Italia passano per la democrazia cristiana, essa può scegliere se appoggiarsi interamente a destra,

o se in parte a destra e in parte a sinistra, o se interamente a sinistra e quali partiti della sinistra far partecipare al governo. La DC ha sviluppato una maestria virtuosistica nel valorizzare la sua posizione e far giocare gli altri partiti l'uno contro l'altro, e la divisione in correnti cui è soggetta non l'ha affatto indebolita, anzi ha aggiunto ulteriori possibilità di manovra al partito nel suo insieme. Una delle ragioni per cui i democristiani insistono sul loro carattere di partito "aperto" a sinistra è che a questo modo aumentano di molto le loro possibilità di manovra. Le sinistre si sono prestate largamente a questo gioco.

L'egemonia democristiana ha significato un'enorme ripresa

del potere della Chiesa nel paese ed è stata fino al papato di Giovanni XXIII, un'applicazione rigida ed intollerante del concordato. Tutto ciò non ha impedito il progresso continuo e inarrestabile della laicizzazione e secolarizzazione del paese, anche se questo ha avuto bisogno del concilio per rendersi conto delle condizioni critiche della Chiesa: le vocazioni sacerdotali diminuiscono e sono ormai chiaramente insufficienti, gli effettivi dell'Azione Cattolica si sono dimezzati in vent'anni, il passo di natalità delle cattolicissime campagne venete è sceso allo stesso livello di quello dell'Emilia rossa. La liberalizzazione del costume sessuale ha progredito, senza trovare grossi ostacoli. Da ciò l'apprezzare l'amarezza della Chiesa per la introduzione del divorzio. Essa vi ha giustamente sentito un altro passo avanti sulla via di un sempre maggior isolamento nel paese e nel mondo moderno. Ha giocato anche indubbiamente il fatto che in questi venti anni il suo potere e i suoi interessi non erano mai stati

in precedenza così profondamente colpiti ed essa si era abituata a questa situazione; ma l'aggravarsi disperatamente alla costrizione esercitata dal potere - nonostante la sua evidente inutilità a reggere la propria autorità declinante - era dovuto anche a questa angoscia. L'atteggiamento della Chiesa verso il referendum abrogativo della legge per il divorzio è stato venato da forti dubbi, di carattere, tuttavia, esclusivamente tattico: se il paese avesse respinto il divorzio, sia pure con la maggioranza non amplissima che sembrava possibile subito dopo la approvazione della legge, sarebbe già stata una dimostrazione dei limiti della Chiesa in un paese teoricamente composto per il 97% di cattolici. Inoltre c'era in prospettiva il rischio (evidente già al momento dell'approvazione della legge, quando i sondaggi demoscopici davano una opposizione del 78%) che la maggioranza diminuisse, di molto, o venisse meno del tutto, ciò che è poi avvenuto nel giro di meno di due anni. Nello stesso tempo, una campagna cond

otta apertamente ed in prima persona dalla Chiesa rischia anche di risvegliare l'anticlericalismo dell'elettorato liberale che vota per la Democrazia Cristiana facendo perdere a quest'ultima la posizione egemonica nel paese cioè mettendo in crisi il solo baluardo valido rimasto al Vaticano, tanto, più necessario quanto più è grande la sua sostanziale debolezza attuale. Così si sono avuti alcuni vescovi, e una parte del clero, disposti a rassegnarsi alla introduzione del divorzio. La grande maggioranza del clero, che era pur desiderosa di impegnarsi apertamente, ha dovuto moderarsi ed adattarsi a far apparire la lotta condotta solo da laici di prestigio. In questa linea di comportamento rientra anche l'assenza di prese di posizione ufficiali della Curia e del Papa in materia di Referendum. Sono stati scelti dei laici per non offendere il principio liberale che il clero non deve fare politica, e sono stati esclusi i dirigenti importanti della Democrazia Cristiana perché questa si distinguesse nettamente dall'i

niziativa. Di fronte ad una condotta così oculata e rigida è difficile credere che si tratti di una manifestazione di maggiore autonomia dei laici della Chiesa dopo il Concilio, come afferma Spadolini sul "Mondo" del 17-1-72, facendo finta di credere alla sincerità della moderazione della Chiesa.

La raccolta delle firme si è infatti basata quasi esclusivamente sul clero e sui centri del potere clericale. Si può respingere ugualmente l'ipotesi, ogni tanto avanzata, che le situazioni siano dovute alla preoccupazione, della Chiesa e dei democristiani, di vedersi isolati a fianco dei soli missini. I rapporti con i neo fascisti, finché sono brevi, sono solo un imbarazzo momentaneo e facilmente sopportabile. La vera ragione e che Chiesa e democrazia cristiana cercano di far cadere il divorzio senza risvegliare l'anticlericalismo latente nel paese, e ciò mascherano con la espressione di voler "evitare una guerra religiosa nel paese".

E' ormai molto probabile invece che esse perdano sul divorzio e sul fronte elettorale, se i partiti laici non impediranno, con la loro cecità, il referendum. Da un lato oramai il paese si è reso conto di cosa significhi avere il divorzio, e ha superato le reazioni registrate dai sondaggi demoscopici iniziali, che rispecchiavano più che altro la paura dell'ignoto, dall'altro è evidente che nella tenace e dura campagna che vi sarà nel paese, l'elettorato laico della democrazia cristiana potrà toccare con mano il carattere clericale di questo partito. Fu del resto un deputato democristiano, l'on. Arnaud, responsabile della SPES, a dire a suo tempo che il partito avrebbe perso quattro milioni di voti sui dodici avuti alle elezioni precedenti, se si fosse arrivati al referendum.

Note

(1) Cit. in P. Scoppola, Chiesa e Stato nella storia d'Italia, pp. 367-8.

 
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