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Calogero Guido - 20 luglio 1972
LA DOPPIA TESSERA
di Guido Calogero

SOMMARIO: Nell'estate del I972 si apriva una forte campagna di iscrizioni al partito radicale, che all'epoca contava poche decine, o forse centinaia, di iscritti. Venne anche annunciato che, se al congresso dell'autunno non fossero stati raggiunti almeno 1.000 "militanti", si sarebbe proceduto allo scioglimento e alla chiusura del partito. La deliberazione degli organi dirigenti radicali suscitò un minimo di interesse e un certo dibattito, nel quale va iscritto anche l'articolo di Guido Calogero apparso su "Panorama". Calogero spiega e difende la tesi della "doppia tessera" propria dei radicali: "Il diritto di associazione - scrive - non ha limiti numerici". I radicali hanno anche ragione, prosegue Calogero, nella difesa che essi fanno della "alternativa" come strumento di rigorosa attuazione della Costituzione e del conseguente bipartitismo, "uno Stato essendo moderno ...quando si rende conto del perché i suoi veri partiti sono sempre e soltanto due, la destra e la sinistra". Calogero auspica infine che i r

adicali possano raggiungere (magari trasformandosi in Movimento) i 1.OOO iscritti necessari ad evitare il loro scioglimento.

(PANORAMA, 20 luglio 1972)

Chiamare qualcuno »uomo dalla doppia tessera può provocare una querela per diffamazione, perché quel modo di denominarlo suona offensivo. Sembra da esso designata una posizione contraddittoria ed equivoca, come di chi pretendesse di credere insieme al dio della Bibbia e a quello del Corano, schierandosi poi coi seguaci dell'uno o dell'altro a seconda delle opportunità.

In realtà, i radicali (cioè quei superstiti fedeli del partito radicale i quali continuano a tener viva l'ispirazione antifascista, anticlericale e libertario-socialista che Ernesto Rossi ereditò da suo maestro Gaetano Salvemini) non solo non si offendono, ma anzi si compiacciono di tale designazione e la fanno propria. Così, l'editoriale del fascicolo dicembre 1971-gennaio-1972 della rivista "Socialismo '70", presentando una raccolta di articoli e di documenti sulla posizione politica dei radicali, non esita a chiamarli »questi difensori della doppia tessera, ce da anni si prestano come punto di appoggio per ogni voce che parli di vero laicismo e di diritti civili .

Dunque è possibile difendere il laicismo e i diritti dell'uomo cittadino, cioè le più profonde strutture costituzionali di ogni democrazia, ed essere, insieme, uomini di »doppia tessera ? E' possibile, se s'intende la cosa come l'intendono i radicali. Essi hanno infatti il merito di battere sul punto, che nella vita politica e giuridica ci sono adesioni le quali si escludono rigorosamente a vicenda, mentre ce ne sono molte altre che invece non presentano affatto tale reciproca incompatibilità, anzi possono risultar rafforzate dalla loro coesistenza e cooperazione. Non tutta la vita, infatti, è retta dalla logica del sì e del no.

DIRITTO DI ASSOCIAZIONE

Se vado a sposarmi, alla domanda se voglio prendere in moglie la tal ragazza debbo rispondere o sì o no. Non posso fare un diverso discorso, che sfugga all'alternativa. Ma quando, una ventina d'anni fa, certi dirigenti del Psi mi obiettarono che appartenendo a quel partito non potevo insieme militare nel Movimento federalista europeo di Altiero Spinelli, io risposi che, se così ragionavano, mi espellessero pure: il che non fecero. Perché oggi nessun socialista farebbe valere una simile incompatibilità? Non certo perché è cambiata la logica del sì e del no bensì perché è cambiata, in meglio, la prospettiva politica della maggioranza dei socialisti italiani, i quali, in questo almeno, hanno capito la lezione dei loro compagni tedeschi e francesi e inglesi.

Allo stesso modo, sul piano della politica interna, è ovvio che le ideologie e i programmi possono essere più di due, che il numero dei partiti e dei movimenti può essere teoricamente illimitato, cosicché nulla vieta, per esempio, che uno abbia in tasca la tessera del Psi, dell'Associazione per la libertà religiosa in Italia e di Italia Nostra.

Il diritto di associazione non ha limiti numerici. Ma sappiamo anche benissimo che se si tratta di dare o rifiutare la fiducia a un governo, o di approvare o respingere il testo finale di una legge, oltre la palla bianca e la palla nera non sono disponibili altre palle, e tutt'al più ci si può astenere non usando né l'una né l'altra, che poi è una maniera di non votare affatto.

In termini costituzionali, ciò equivale a dire che la ricchezza culturale e ideologica di una democrazia è proporzionale alla molteplicità e varietà delle voci che in essa si esprimono, perseguendo il loro scopo di acquistare proseliti e di valersi del loro continuo dibattito per organizzare associazioni e movimenti e influire così sulla pubblica opinione. Ma equivale altresì a dire che, quando tali iniziative propagandistiche mirano direttamente a influenzare la volontà legislativa ed esecutiva dello Stato, presentando candidati per le elezioni politiche, allora la situazione ideale non è quella che i partiti risultanti siano altrettanto numerosi, ma anzi che siano soltanto due, perché in qualsiasi democrazia meritevole del nome le forze politiche sostanziali sono la maggioranza e la minoranza, l'una sostenitrice del governo e l'altra esercitante la sua opposizione critica, nella legittima attesa di diventare maggioranza essa stessa.

Deboli sono le democrazie nella quali, come in Italia, chi vota non sa ancora quale governo contribuisce a insediare, sia che difenda quello in carica sia che ne voglia uno diverso. Né certo il rimedio democratico è quello di regimi presidenziali, in cui sia accresciuto esageratamente il potere esecutivo, producendo così una situazione che può essere trattenuta dal diventare totalitaria soltanto quando al di sopra di essa viga un ancor più forte potere costituzionale. Ma neppure si può ritenere normale una situazione in cui la maggioranza debba combattere contro due opposizioni e quindi costituisca governi di »centro , concetto valido in geometria e quando si fa il tiro a segno, ma insostenibile alla lunga in qualsiasi democrazia che si preoccupi di non soccombere alla frequenza delle sue crisi di governo.

ALTERNATIVA NECESSARIA

Ora, tra i giusti temi della propaganda radicale stanno in primo luogo quello della difesa costituzionale dei diritti (in cui rientrano naturalmente anche le battaglie per la laicità dello Stato, per la libertà religiosa insofferente di concordati, per una legislazione sessuale e matrimoniale e familiare scevra di tabù ecclesiastici, per il diritto di espressione parlata e scritta e stampata libero da ogni medievale censura e minaccia) e in secondo luogo quello della necessaria »alternativa nel senso costituzionale soprachiarito.

In tutto ciò i radicali si ricollegano, in parte, alla teoria del potere costituzionale come suprema forza di custodia dello stato, impostata più di trent'anni fa dal movimento liberal-socialista. E in parte anticipano il tema, essenziale per il futuro di ogni democrazia in cui il bipartitismo non sia già una consolidata acquisizione storica, della necessaria istituzionalizzazione di tale bipartitismo, uno Stato essendo moderno non solo quando è ricco di movimenti culturali e politici, ma anche quando si rende conto del perché i suoi veri partiti sono sempre e soltanto due, la destra e la sinistra, il partito della conservazione e il partito delle riforme.

Ma allora, siccome anche la chiarezza terminologica è un dovere civico, provvedano i radicali, nel loro prossimo congresso d'autunno, a chiamarsi non più partito radicale, ma movimento radicale. Essi hanno già dichiarato che prevedono di sciogliersi, se nel frattempo non avranno raggiunto la cifra di mille iscritti regolarmente paganti. Io auguro loro di raggiungere quel traguardo e che continuino a operare come viva forza di opinione, diventando, magari insieme con altri movimenti, i fabiani dell'ormai europeistico socialismo italiano.

 
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