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Spadaccia Gianfranco - 30 agosto 1972
Un ondata di referendum per battere un parlamento clerico-fascista
Se ci sarà il Partito Radicale

a cura di Gianfranco Spadaccia

SOMMARIO: Se al Congresso di novembre il PR avrà raggiunto mille militanti iscritti sarà possibile un referendum abrogativo del concordato fra Stato e chiesa, delle norme fasciste e autoritarie del codice penale, delle leggi che assicurano finanziamenti statali a scuola e assistenza clericali. Un »pool delle firme per la promozione del referendum. Gli strumenti organizzativi

(LA PROVA RADICALE - BENIAMINO CARUCCI EDITORE - N. 4 - ESTATE 1972)

Se il Partito Radicale, al prossimo congresso di novembre, avrà raggiunto l'obiettivo dei mille militanti iscritti o avrà registrato confluenze organizzate paragonabili, in termini militanti e di volontà politica comune, a questa cifra, si potrà concretamente impostare ed attuare un piano per sottoporre al paese, entro il 1974, alcuni referendum democratici abrogativi delle norme di attuazione del concordato fascista fra stato e chiesa, delle norme fasciste del Codice Rocco, delle leggi che in contrasto con la Costituzione stabiliscono finanziamenti pubblici alle scuole e alla assistenza clericali. Ugualmente, se il Partito Radicale si sarà rafforzato, sarà possibile progettare e realizzare in accordo con altre forze politiche una organizzazione permanente - una sorta di "pool" per la raccolta delle cinquecentomila firme necessarie - per la utilizzazione democratica dello strumento costituzionale del referendum abrogativo.

PERCHE' I REFERENDUM

Il Congresso di Roma del Partito Radicale dello scorso anno ha dovuto prendere atto che un capitolo dell'esperienza di lotta del Partito, quello che era stato contraddistinto dalla vittoriosa lotta del divorzio, era concluso. E lo era non perché il problema del divorzio non fosse ancora di attualità (al contrario, ancora oggi, pendono su di esso le minacce di una pronuncia della Corte Costituzionale e del referendum abrogativo promosso dai clericali), ma perché era radicalmente mutato nei confronti delle lotte per i diritti civili l'atteggiamento dei partiti parlamentari. Se sul problema del divorzio, e più in generale sui problemi dei diritti civili, questi partiti avevano dimostrato di poter essere influenzati anche se con difficoltà da iniziative politiche autonome, non condizionate dai problemi di schieramento e di equilibrio politico, dopo l'approvazione della legge Fortuna gli stessi partiti hanno scelto una politica di chiusura nei confronti di ogni iniziativa nuova che potesse mettere in pericolo, ne

l governo e nel Parlamento, i rapporti con la DC o che si dimostrasse suscettibile di determinare rotture o forti attriti con la Chiesa. Non è necessario ricordare qui le scelte neoconcordatarie dei partiti laici, tradottesi nella mozione Andreotti-Jotti sul concordato e nella presentazione della legge Carrettoni-Bozzi per l'abrogazione-revisione della legge Fortuna, gli ostacoli frapposti dai partiti di sinistra e dai sindacati alla raccolta delle firme per il referendum abrogativo delle norme fasciste del codice penale promosso da Magistratura Democratica, le conseguenze generali di queste scelte che hanno portato prima alla elezione di Leone alla Presidenza della Repubblica e poi alle elezioni anticipate. Sono argomenti sufficientemente trattati nei primi tre numeri della rivista. Il risultato di tutto questo, per quanto ci riguarda, è stato l'isolamento del Partito Radicale nei rapporti con i partiti parlamentari; per questi partiti il punto di arrivo della loro fallimentare politica del 1970-'71 è stata

invece l'attuale legislatura nella quale il Parlamento ha una maggioranza clericale e fascista.

Questi fatti confermano però la validità degli interrogativi e delle scelte che hanno caratterizzato lo scorso anno il congresso radicale. In questa situazione di totale chiusura a sinistra, nei confronti di una serie di obiettivi politici radicali, era possibile ad una forza di netta minoranza quale è il PR far fronte alle difficoltà e all'isolamento senza ridursi ad una azione di mera testimonianza o peggio senza rinchiudersi nel settarismo? Interrogativi legittimi e tuttora validi. In un punto che riteniamo essenziale il Partito radicale si è infatti differenziato dalle altre forze extraparlamentari: il rifiuto di essere una forza soltanto critica dei grandi partiti della sinistra tradizionale; la mancanza di interesse a svolgere una azione di disturbo tallonatrice della politica di questi partiti capace soltanto di erodere alcuni margini di scontento o di dissenso; l'ambizione, per contro, di imporre con la propria iniziativa politica obiettivi radicalmente alternativi e trovare per essi sbocchi politici

unitari suscettibili di coinvolgere l'intera sinistra.

L'isolamento in cui il Partito Radicale è venuto a trovarsi ha accresciuto le nostre difficoltà, ma non poteva modificare questa caratteristica fondamentale della politica radicale che si può riassumere nella volontà e nell'ambizione di contribuire a modificare anche radicalmente l'attuale equilibrio politico italiano. Era chiaro che il prezzo da pagare sarebbe stato enormemente più duro che nel passato (alcuni compagni radicali e non, e il partito nel suo complesso, lo hanno pagato: basti pensare alle diecine di obiettori di coscienza che affrontano ripetutamente il carcere militare o al numero di processi politici contro Marco Pannella per iniziative di lotta radicali, in primo luogo quella per l'affermazione del diritto di libertà di stampa delle minoranze), ma era anche chiaro che sarebbe stato necessario, per far fronte ai nuovi compiti e alle enormemente accresciute difficoltà e responsabilità, un rafforzamento del Partito e un aumento proporzionale dei suoi militanti. Di qui la soglia dei mille iscrit

ti che il Partito si è posto quest'anno come obiettivo da raggiungere entro il congresso del prossimo novembre.

Ma se anche questo obiettivo sarà raggiunto, come può e deve essere utilizzata questa forza che non potrebbe comunque essere considerata un punto di arrivo ma, al più, un punto di partenza per la costruzione di un consistente movimento politico? Di quali strumenti gli ancora ipotetici mille radicali del 1973 disporranno per influire in maniera sostanziale sulla situazione politica italiana?

Il problema riguarda i radicali, ma riguarda anche e in eguale misura altre forze politiche sia extraparlamentari, sia operanti all'interno dei partiti tradizionali. Per noi radicali è chiaro, ad esempio, che il crescente impegno antimilitarista e gli stessi processi politici, che pure comportano rischi molto gravi per molti compagni, rimarranno fatti settoriali se il Partito non ha a disposizione una iniziativa generale, suscettibile di influire sugli schieramenti politici e di interessare la grande opinione pubblica, che sia paragonabile a quella che è stata negli anni passati la lotta per il divorzio. E' necessaria cioè una iniziativa che sia capace di mettere in crisi gli equilibri attuali o quanto meno di inserire in questi equilibri, malgrado e contro la volontà degli apparati, fatti politici nuovi e nuovi elementi di scelta. Il segretario nazionale e i compagni che hanno curato le pubblicazioni periodiche di "Notizie Radicali" hanno dimostrato di comprenderlo portando in primo piano, nella iniziativa

pubblicistica del Partito, i temi della lotta politica generale contro il regime e contro gli equilibri che si sono determinati con le elezioni del 7 maggio.

Per i motivi già esposti un'esperienza come quella del divorzio, nata dall'iniziativa di un solo parlamentare e da un movimento »anomalo come la LID non sembra ripetibile perché non sono ripetibili né le condizioni sociali (la base dei separati interessati all'introduzione della legge) né le condizioni politiche che l'avevano resa possibile. Ed anche se si verificassero le prime, non si verificherebbero le seconde perché i partiti parlamentari non si lascerebbero una seconda volta prendere di sorpresa facendosi imporre un tema di lotta politica che non rientra nei loro obiettivi strategici e nei loro immediati interessi di potere. D'altra parte il 7 maggio ha dimostrato come sia illusoria l'avventura elettorale per forze minoritarie (Manifesto e MPL) che siano escluse a priori dall'utilizzazione, in condizioni di parità, dei grandi mezzi di comunicazione di massa e che si ostinano a seguire una logica purista e settoriale senza cercare più ampie concentrazioni. Ma anche se, nonostante questo "handicap", il

Manifesto avesse superato il "quorum" dei trecentomila voti e ottenuto il quoziente in almeno una circoscrizione, la partecipazione alle elezioni sarebbe soltanto stata un utile ulteriore strumento di lotta politica e la ridotta rappresentanza che se ne sarebbe ottenuta un'utile presenza all'interno della istituzione parlamentare. Nulla di più. Non è per questa strada che si può influire e incidere in maniera significativa sull'equilibrio politico.

Il ricorso allo strumento dei referendum può consentire invece un'iniziativa politica di questa ampiezza e di questa efficacia:

1) esso consente di ricercare il consenso, nella fase di raccolta delle cinquecentomila firme, sui contenuti di una specifica iniziativa politica piuttosto che sulla rottura con il partito di tradizionale appartenenza. Appare di conseguenza come uno strumento potenzialmente unitario;

2) esso consente di inserire, attraverso un'azione extraparlamentare, nella lotta politica temi di scelta che le forze tradizionali della sinistra intendono lasciar fuori dai rapporti e dagli equilibri parlamentari;

3) riuscire ad imporre un referendum significa, per le forze che lo hanno promosso, assicurarsi per forza di legge l'accesso ai mezzi di comunicazione di massa per propagandarlo prima del voto;

4) esso offre l'occasione di sottrarsi alla alternativa fra un'azione extraparlamentare priva di sbocchi politici istituzionali e legislativi e la pura e semplice accettazione dell'illusione parlamentare;

5) nell'attuale situazione e di fronte alla maggioranza clerico-fascista di questo parlamento, esso può divenire lo strumento per mettere in crisi l'attuale legislatura.

QUALI REFERENDUM

"Notizie Radicali", in luglio, ha proposto tre iniziative di referendum: una per "l'abrogazione delle norme di attuazione del Concordato"; una per "l'abrogazione delle norme fasciste del codice penale"; altri referendum "per l'abrogazione delle leggi che assicurano finanziamenti all'assistenza e alla scuola clericali". La raccolta delle firma dovrebbe essere contemporanea secondo tempi e modalità che esamineremo più avanti. Qualche parola invece per spiegare il motivo delle scelte della proposta radicale.

Sulla scelta concordataria, compiuta nel '47 da Palmiro Togliatti con l'inserimento dei Patti lateranensi nell'art. 7 della Costituzione, si regge l'intero equilibrio politico italiano. Da essa deriva direttamente quella politica di collaborazione con la DC che caratterizza tutti i partiti laici e di sinistra, anche quelli all'opposizione, impedendo anche in prospettiva la possibilità di reali alternative di governo alla DC. Chiedere una scelta popolare sul concordato significa quindi, oltre che battersi per eliminare le ipoteche clericali che gravano sullo stato e sulla chiesa, rimettere in discussione un nodo della situazione politica italiana che tiene legate tutte le forze politiche senza eccezione alcuna.

Il referendum per l'abrogazione delle norme fasciste del codice Rocco fu tentato nel 1971 da »Magistratura Democratica . Esso incontrò l'ostilità degli apparati politici e sindacali della sinistra che, impegnati a far recedere la Chiesa e le forze clericali dal referendum anti-divorzio, non volevano introdurre quello che ritenevano un ulteriore elemento di turbamento nella situazione politica. Promisero in cambio, di accentuare i loro sforzi per arrivare attraverso l'iniziativa parlamentare agli stessi risultati. Inutile dire che non si è fatto alcun progresso, sul piano parlamentare, verso la riforma dei codici e l'abrogazione delle leggi fasciste. I progetti governativi che sono stati presentati, sullo scorcio dell'ultima legislatura, in periodo di centrosinistra, sono da questo punto di vista non solo insoddisfacenti ma vergognosi. Alla ostilità degli apparati si aggiunse la scarsa organizzazione e la cattiva scelta dei tempi di »Magistratura Democratica (la raccolta delle firme fu fatta in un periodo ch

e coincideva praticamente con quello delle ferie). Il tentativo si concluse quindi con un insuccesso. Sappiamo tutti quale uso viene fatto di queste norme che contrastano con i principi di uno stato di diritto e che continuano a sopravvivere nel nostro ordinamento per volontà della classe politica nonostante la parziale ripulitura che negli ultimi anni ne ha fatto la Corte Costituzionale. Inutile parlare di lotta contro la repressione, denunciarla ripetutamente quando si verifica, se poi non si fa nulla per eliminare gli strumenti di cui si servono polizia e procure della repubblica.

Quanto alla terza indicazione, si tratta di due campi - assistenza e scuola - in cui il monopolio clericale va di pari passo con la rinuncia dello stato ad assicurare ai cittadini essenziali servizi sociali. Un campo che è al limite fra la scuola e l'assistenza è quello degli asili-nido: i finanziamenti dello stato devono andare in pari misura alle scuole materne statali e a quelle clericali (un compromesso escogitato dal centro-sinistra): risultato, netta prevalenza delle scuole materne clericali e numero assolutamente insufficiente di scuole materne sia statali che clericali.

Sulla formulazione delle richieste di referendum, non esistono problemi per il referendum abrogativo delle norme fasciste del codice Rocco, per il quale può essere riproposto il testo di »Magistratura Democratica con eventuali correzioni ed integrazioni, né per la richiesta di abrogazione della legge sulla scuola materna. Problemi di carattere costituzionale si pongono invece per la richiesta di referendum sul concordato e problemi di carattere tecnico-giuridico per i finanziamenti statali alla assistenza clericale.

Per il Concordato il problema nasce dai limiti posti dalla Costituzione, la quale stabilisce che non possono essere sottoposti a referendum abrogativi i trattati internazionali. Non esiste qui la possibilità di approfondire la questione, che va evidentemente esaminata con qualificati giuristi. E' certo che il Concordato non è un trattato internazionale e che solo una interpretazione molto estensiva potrebbe riconoscere al concordato questa caratteristica. Gioverà ricordare che non si intendono sottoporre a referendum i Patti lateranensi nel loro complesso e il Trattato del Laterano, ma solo il Concordato che è un atto normativo destinato a dispiegare i suoi effetti sul piano interno e non sul piano internazionale. Non intendiamo nascondere tuttavia l'esistenza del problema e la difficoltà della sua soluzione positiva. Si potrebbe sostenere che il semplice fatto di raccogliere le cinquecentomila firme per la richiesta di abrogazione del Concordato e giungere a una pronuncia della Corte Costituzionale su quest

o problema costituirebbe un grande successo politico che non potrebbe di per sé non avere ripercussioni sui rapporti fra Stato e Chiesa e sull'atteggiamento dei partiti laici nei loro disegni di revisione. Se questo è vero, è tuttavia evidente che lo sforzo che deve essere realizzato per raccogliere le cinquecentomila firme, esige che si parta con una formulazione giuridica della richiesta che abbia il massimo delle probabilità di essere accolta dalla Corte Costituzionale.

In fase di formulazione della richiesta, si dovranno esaminare le seguenti alternative:

1) richiesta di referendum abrogativo del concordato;

2) richieste di referendum abrogativo delle singole leggi emanate in attuazione del concordato (sulla natura di leggi interne non dovrebbe sussistere dubbio);

3) pluralità di richieste di referendum riguardanti sia l'abrogazione del Concordato sia le leggi di attuazione.

Per quanto riguarda i finanziamenti pubblici all'assistenza clericale la difficoltà consisterà nell'isolare e scegliere alcune leggi significative nella farragine legislativa che caratterizza questo settore e contribuisce a mascherare almeno in parte la gravità del fenomeno.

TEMPI E MODALITA' UN »POOL DEMOCRATICO PER LA RACCOLTA DELLE FIRME

La presentazione delle richieste di referendum è in sé semplice e non presenta alcuna difficoltà: sono sufficienti dieci persone per la presentazione che automaticamente comporta la pubblicazione delle richieste sulla Gazzetta Ufficiale. Le difficoltà sono determinate dal fatto che la legge prevede dei periodi determinati per le operazioni di raccolta delle firme (i presentatori di una richiesta di referendum hanno a disposizione tre mesi da scegliere nel periodo che va da gennaio a settembre) e per l'indizione di referendum da parte del Presidente della Repubblica (primavera dell'anno successivo a quello della raccolta delle firme, salvo che non intervenga, come è accaduto per la richiesta di referendum abrogativo del divorzio, una interruzione determinata da elezioni politiche). Ne consegue che per far effettuare i referendum progettati nella primavera del 1974, è necessario raccogliere le cinquecentomila firme necessarie entro il 1973. E poiché non si deve ripetere l'errore di far coincidere le operazioni

di raccolta con il periodo delle ferie, il tempo massimo utile è quello che va da aprile a giugno dell'anno prossimo.

Sono sufficienti questi dati per rendersi conto di quanto sia ridotto il tempo a disposizione per mettere a punto un'organizzazione così complessa come quella che è necessaria per consentire la raccolta di oltre mezzo milione di firme da autenticare davanti al notaio, al cancelliere giudiziario o all'ufficiale di stato civile: non più di quattro mesi da dicembre a marzo.

Per colmare il grave ritardo si deve ritenere che la cifra di mille militanti radicali iscritti al congresso di novembre (o un numero analogo di persone iscritte a movimenti federati al Partito, disposti ad impegnarsi in questa direzione) sia il minimo indispensabile per tentare con successo l'iniziativa. In caso di mancato raggiungimento di questo obiettivo di conseguenza, anche se il Congresso dovesse rifiutare lo scioglimento del Partito, dovrebbe comunque rassegnarsi ad iniziative politiche meno ambiziose e scegliere diversi obiettivi politici. Questo non perché mille persone siano sufficienti per assicurare la raccolta di oltre mezzo milione di firme. E' evidente infatti che in ogni caso il Partito con le sue forze non potrebbe realizzare questo compito (il rapporto, altissimo, sarebbe infatti di un iscritto ogni cinquecentocinquanta firme). Tuttavia allo stato attuale anche dando per scontato un sufficiente sostegno esterno, il Partito Radicale è oggi l'unico possibile centro di iniziativa capace di un

ificare »riformisti e »rivoluzionari per l'organizzazione di referendum democratici e la cifra di mille iscritti gli consente di raggiungere un livello di presenza sufficientemente diffuso nelle aree urbane e nelle regioni nelle quali si concentrerà prevalentemente la raccolta delle firme. Al di sotto di questa quota si dovrebbe delegare completamente ad altre organizzazioni questo compito di iniziativa, ma lo scarso grado di omogeneità e il diverso grado di impegno delle altre organizzazioni condannerebbe sicuramente l'iniziativa all'insuccesso.

Diamo però per scontato che la problematica quota mille sia raggiunta a novembre. Il Partito, in questo caso dovrebbe immediatamente impegnarsi in tre direzioni:

- approfondimento dei problemi giuridici relativi alla formulazione delle richieste di referendum;

- analisi degli strumenti già disponibili e predisposizione di altri strumenti necessari per le operazioni di raccolta delle firme;

- iniziative nei confronti delle altre forze politiche per raggiungere un'intesa la più larga possibile nella fase di promozione e di organizzazione dei referendum.

Non si potrà attendere, dati i ristretti margini di tempo, il normale passaggio di consegne fra il segretario e il tesoriere uscenti e gli altri eletti dal Congresso, che avviene a fine dicembre. Per quella data almeno il primo dei tre punti elencati dovrà essere risolto e il secondo avviato a soluzione. Ugualmente la prima riunione della nuova direzione, per l'esame delle iniziative politiche necessarie e per la determinazione del programma di attività dovrà essere anticipata a fine novembre/inizio dicembre (negli anni precedenti si è sempre riunita all'inizio dell'anno contemporaneamente all'entrata in funzione del nuovo segretario e del nuovo tesoriere).

Il problema di gran lunga più difficile da risolvere sarà quello di stabilire intese e iniziative comuni con altre forze politiche per la realizzazione di una specie di "pool" delle firme, un accordo in base al quale diverse organizzazioni e movimenti, interessati alla promozione di uno o più referendum, mettono a disposizione degli altri - a condizioni di reciprocità - i propri strumenti organizzativi, i propri militanti, i propri indirizzari e i propri organi di stampa.

I RAPPORTI CON LE ALTRE FORZE POLITICHE

Le proposte radicali per la promozione di referendum abrogativi deve essere rivolta a tutte le forze politiche democratiche, parlamentari ed extraparlamentari, politiche e sindacali. Il pacchetto di richieste di referendum prospettato dal Partito Radicale non è preclusivo di altre proposte. Non è necessario che altre forze politiche interessate ad una singola richiesta di referendum condividano le altre richieste. Un esempio concreto: una organizzazione che intenda aderire ed impegnarsi soltanto sul referendum abrogativo delle norme fasciste del codice Rocco può esplicitamente avvertire che non è d'accordo con gli altri referendum ed invitare i propri militanti a firmare solo quella richiesta. Ciò che è importante è che sia d'accordo nel mettere in comune gli strumenti organizzativi e si impegni per una campagna di informazione che riguarda tutte le richieste di referendum.

Ci si può chiedere perché forze politiche che abbiano fra loro differenze anche notevoli dovrebbero prendere in considerazione l'opportunità di questa azione comune di carattere organizzativo, dal momento che il referendum è di per sé uno strumento e ciò che lo caratterizza è il suo contenuto. Il motivo è semplice. Sia la disposizione costituzionale che prevede il referendum, sia la legge di attuazione che lo disciplina hanno posto un minimo di firme talmente alto e creato difficoltà organizzative tali per la attivazione dell'istituto del referendum che l'utilizzazione di questo strumento rischia di essere possibile soltanto a quelle strutture politiche che per la loro diramazione capillare nel paese sono capaci di convogliare sulle firme centinaia di migliaia e milioni di persone. In Italia esistono solo due forze in grado oggi senza difficoltà di servirsi di questo istituto: i sindacati che hanno un'organizzazione presente in tutti i luoghi di lavoro e le parrocchie che hanno già fatto con successo un prim

o esperimento con la raccolta delle firme per il referendum anti-divorzio. Al di fuori di queste due forze che sicuramente hanno questa possibilità, forse soltanto il PCI con le sue sezioni e i suoi organi di stampa potrebbe aspirare a tanto (ma non con la stessa facilità e sicurezza). Tutte le altre forze politiche ne sarebbero automaticamente escluse. Questa situazione di fatto esclude o limita la possibilità di ricorso a questo istituto di democrazia diretta, che è stato inserito nella nostra costituzione come complementare del sistema di democrazia rappresentativa. Proprio un istituto concepito per inserire nella lotta politica temi e problemi estranei all'equilibrio politico-parlamentare finirebbe perciò per essere, per motivi organizzativi, controllato dalle forze egemoni di questo equilibrio, la Chiesa da una parte e il PCI dall'altra.

Il tema della bipolarizzazione della vita politica si ripropone quindi anche in questo campo, aggravato dalle tendenze che è venuto assumendo il processo di unità sindacale che, sia per le caratteristiche sempre più accentuate di unità di vertice e di unità degli apparati, sia per la concezione limitativa (rivendicativa e al limite corporativa) della autonomia sindacale, esclude impegni diretti da parte dei sindacati su problemi politici quali sono quelli che potrebbero essere sottoposti alla decisione popolare del referendum. Il pericolo non può non far riflettere tutte le altre forze politiche, dal PSI ai maggiori movimenti extraparlamentari, dai minori partiti laici ad alcune componenti del movimento sindacale, alle associazioni democratiche non direttamente impegnate nella lotta politica.

STRUMENTI ORGANIZZATIVI

Se è vero che solo con un Partito Radicale rafforzato è possibile pensare di affrontare la difficile prova della raccolta di firme per l'organizzazione di referendum democratici, è anche vero che, fra le forze minoritarie, il Partito Radicale è l'unico movimento politico che abbia, oltre alla volontà, le esperienze e alcuni strumenti di base per impostare concretamente un lavoro organizzativo in questo senso.

Questo patrimonio, in gran parte acquisito nella lotta per il divorzio, si può così riassumere: 1) capacità di organizzare in modo unitario masse anche larghe di cittadini che, pur non condividendo la politica generale del Partito, ne condividono alcuni obiettivi; 2) disponibilità di un indirizzario di oltre trecentomila indirizzi non generici, ma raccolti o da organizzazioni affini al Partito Radicale o nel corso di iniziative politiche radicali (divorzio, antimilitarismo, liberazione della donna, anti-concordato, ecc.); 3) capacità di richiamare l'interesse della grande opinione pubblica democratica, utilizzando i mezzi di comunicazione di massa che si rendono disponibili.

Per impostare un'organizzazione mettendola in grado di funzionare sono necessari:

1) la meccanizzazione dell'intero indirizzario. Procedere a questa meccanizzazione costa circa nove milioni di lire;

2) la stampa di almeno due numeri unici a duecentomila copie di tiratura. Spesa prevista di stampa, allestimento e spedizione, dai dieci ai dodici milioni di lire;

3) l'organizzazione di un ufficio centrale che lavori a tempo pieno da gennaio a giugno. Spesa prevedibile: circa tre milioni.

Queste cifre, che non comprendono le normali attività di spesa del Partito per le altre iniziative (che non potranno certamente essere lasciate cadere durante i sei mesi della campagna per i referendum) e le spese correnti (sede, telefono, altre spese di stampa, cancelleria) per le quali è logico prevedere nel periodo della campagna un forte aumento rispetto ai bilanci ordinari del Partito, danno un'idea della dimensione del costo finanziario che dovrà essere affrontato. Esse superano infatti da sole il bilancio che il Partito sarà riuscito a raggiungere alla fine del 1972.

L'iniziativa verso l'esterno per ricercare convergenze con altre forze politiche deve essere rivolta nei confronti di:

1) "tutti i partiti laici di sinistra" e le loro componenti sia politiche (correnti) sia organizzative (federazioni provinciali, sezioni, movimenti giovanili). L'iniziativa deve essere condotta senza diffidenze aprioristiche. Le classi dirigenti di questi partiti non possono ignorare che in questo Parlamento a maggioranza clerico-fascista non esistono rapporti di forza che possano giustificare l'avallo di eventuali trattative con il Vaticano per la revisione del concordato o l'illusione di riforme sostanziali dei codici da raggiungere senza iniziative popolari esterne al Parlamento. Non in tutti i partiti troveremo le stesse risposte, ma si può ragionevolmente prevedere che nel PSI e in qualche altro partito laico sarà possibile trovare consistenti appoggi sia a livello di base sia a livello di classe dirigente (il primo progetto radicale di referendum sul concordato trovò l'adesione di circa venti deputati socialisti fra cui Mancini, Zagari, Bertoldi e numerosi esponenti socialisti di primo piano; le cose d

a allora sono cambiate, soprattutto sullo scorcio dell'ultima legislatura, ma non si può escludere che le mutate condizioni politiche degli ultimi mesi possano ricreare in settori socialisti possibilità di confluenza);

2) "Sindacati". Sappiamo già che da parte dei vertici sindacali ci si obietterà che queste iniziative politiche, che possono compromettere i rapporti con i sindacalisti cattolici devono rimanere fuori della fabbrica e dell'impegno dei sindacati. Alle componenti sindacali di matrice laica e cattolica più avanzate noi dobbiamo tuttavia chiedere un impegno diretto in questo senso. Non è ammissibile che problemi di confronto civile e politico come quelli che si intendono sollevare rimangano fuori dai luoghi di lavoro. Per esperienza diretta sappiamo che ovunque la risposta degli operai alle nostre iniziative è sempre stata estremamente positiva;

3) "movimenti extraparlamentari". In dicembre l'autunno, che è mentre scriviamo l'unico motivo di occupazione di questi movimenti, sarà passato. Manifesto, Lotta Continua, gli altri gruppi extraparlamentari nazionali e locali dovranno porsi il problema di contribuire a segnare, non solo attraverso mobilitazioni di tipo agitatorio, la vita politica italiana. Noi confidiamo che il loro contributo di mobilitazione e di impegno non mancherà;

4) "comunità ecclesiali". Sempre più queste comunità hanno mostrato di comprendere che la lotta per il rinnovamento religioso è strettamente connessa ad un sempre più esplicito impegno civile. Sono note le loro posizioni sul concordato, non v'è motivo che esse non si traducano in un impegno diretto anche su questo piano;

5) "altre organizzazioni e movimenti". Dall'ALRI al Movimento di Liberazione della Donna, all'AIED, ai numerosi movimenti che in maniera settoriale si occupano di diritti e libertà civili, le campagne per i referendum possono essere un'occasione di confluenza e di crescita ed offrono l'occasione di contribuire non soltanto in termini organizzativi ma anche in termini di proposte all'iniziativa (pensiamo ad esempio, per quanto riguarda l'MLD, all'inserimento, nel progetto di abrogazione delle norme fasciste dei codici, della proposta di abolizione del reato di aborto).

OSSERVAZIONI FINALI

Questo articolo non vuole essere il progetto per l'organizzazione dei referendum. Il programma concreto dell'iniziativa può nascere soltanto da un dibattito e da un lavoro collettivo. Esso ha voluto soltanto mettere a punto le possibilità e i problemi, le opportunità di iniziative e le difficoltà che un progetto di referendum comporta. E' possibile che a novembre dovremo riscontrare che non esistono, innanzitutto all'interno del Partito Radicale, le forze sufficienti a far fronte a queste responsabilità di iniziativa democratica. Mancherà in quel caso il punto di partenza e il perno necessario di un'azione concreta in questa direzione.

 
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