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Pergameno Silvio - 30 agosto 1972
La »roba clericale (III)
Il potere temporale negli anni '70: l'assistenza (II parte)

di Silvio Pergameno

SOMMARIO: Dal centro sinistra in poi c'è stato il tentativo di modificare lo stato dell'assistenza sociale attraverso iniziative sia della DC che del PSI. Ma non sono stati intaccati gli interessi clericali. Con il trasferimento delle funzioni alle regioni ci sono stati i primi contrasti. Bisogna eliminare dalle riforme assistenziali le logiche clericali e di potere.

(LA PROVA RADICALE - BENIAMINO CARUCCI EDITORE - N. 4 - ESTATE 1972)

Nella prima parte di questa ricerca sulla situazione dell'assistenza pubblica in Italia abbiamo in prevalenza volto uno sguardo al passato e ai dati presenti; con questo secondo intervento vogliamo cercare invece di capire un po' cosa ci riserva l'avvenire, con quali direttive si muoveranno le pretese riformatrici o pseudo-riformatrici, contribuendo a cogliere anche, in generale, i motivi per i quali riforme che dovevano avere una vasta portata, come la riforma sanitaria - le cui vicende ovviamente ci interessano da vicino - e l'istituzione delle regioni, o sono state accantonate o si sono risolte in un nulla di fatto.

Prenderemo in esame: a) le prospettive di riforma emerse nel dibattito politico e nel corso stesso dell'esperienza del centro-sinistra vista come »incontro storico tra le componenti socialista e cattolica; b) alcuni dei disegni di legge e dei progetti operativi elaborati dalle forze politiche o da alcuni centri di potere, ad esempio il Ministero degli Interni nel corso della passata legislatura; c) il nuovo disegno clericale legato alla attuale fase di superamento e di ridimensionamento del centro-sinistra, di governo di destra.

L'avvento del centro sinistra e la strategia delle riforme, oltre un decennio fa, aprirono una fase nuova di dibattito politico, che parve prendere l'avvio con strepitose vittorie socialiste (programmazione economica, nazionalizzazione dell'industria elettrica, scuola dell'obbligo, riforma ospedaliera, regioni, diritto di famiglia...: un'epoca di grandi tentativi e, per moltissimi, di grandi speranze, come anche, per altri, di grandi timori. Le forze cattoliche non furono assenti, come non lo erano state in sede di costituente, e nel loro seno i settori più attenti vennero comprendendo che nel paese c'era ormai una »domanda complessiva e organizzata di servizi sociali di fronte alla quale assolutamente inadeguata diveniva la offerta di prestazioni che potevano dare sia le vecchie opere pie (1), per quanto sostenute dal massiccio intervento pubblico, sia anche lo stesso sistema previdenziale, così frazionato, rigido, antieconomico. Il monopolio della Pubblica Istruzione e degl'Interni, degli enti parastatali

, degli istituti mutualistici poteva ben presto rivelarsi insufficiente: di qui la necessità di razionalizzare, operando se necessario anche dei tagli, ma naturalmente con estrema prudenza, per evitare reali dislocazioni di potere. La tecnica, diciamolo subito, è stata quella di un conservatorismo affinato: accettare, anzi promuovere, la discussione di carattere generale, ma in concreto dividere i problemi, le soluzioni, gli interventi (sanità, assistenza, scuola, ecologia...) e contemporaneamente fare in modo di conservare i settori operativi, lasciando allo stato, alle istituende regioni, agli organismi pubblici in genere, compiti di coordinamento, di definizione di piani »quadro ; al limite, di controllo, pur se limitato, in particolare - in modo invalicabile, come vedremo - dal dettato concordatario e dei Patti Lateranensi (2). Tutto questo, mentre intorno, viceversa, la conoscenza e l'intelligenza dei problemi si veniva allargando ed ampliando, ed arricchendo il significato e la portata di un eventuale

disegno organico di riforma assistenziale che volesse essere moderna e davvero sociale. Si pensi alla crisi, finalmente individuata in un imponente dibattito, della tradizionale concezione »curativa della medicina, di cui si avvertiva la inadeguatezza crescente, con il suo concentrarsi sulla gestione della malattia in senso stretto, in un contesto avulso dai problemi connessi della riabilitazione e soprattutto della prevenzione. Si denunciava in modo sempre più rigoroso il fatto che le principali cause delle malattie sono oggi nella stessa organizzazione e tecnologia dell'attività produttiva e dell'azienda capitalista, nella città malsana ed inadeguata. Si avvertiva la necessità di superare il principio che l'emarginato, perché malato, ignorante, bambino, vecchio, è un elemento non produttivo e quindi marginale della società. Si tendeva infine a giudicare ormai superato il concetto di »assistenza istituzionalizzante , a capire che occorre evitare da una parte le spedalizzazioni indiscriminate che trasforman

o, anche con aumento altissimo dei costi di gestione, i nosocomi in convalescenziari (quando non in strumenti puri e semplici di lucro) o in gerontocomi, dall'altra a favorire il regime delle adozioni e dell'affidamento, come anche l'inserimento dell'handicappato e del ritardato nel quadro familiare, opportunamente assistito.

E' evidente che lo svilupparsi di questo dibattito, la crescita di queste consapevolezze, l'avviarsi di un qualche discorso critico e riformatore anche in sede legislativa, avrebbero portato prima o poi a rendere di dominio pubblico le verità più profonde e vere, più sostanziali sul piano strutturale e di potere, quelle che cerchiamo di fare qui: la realtà del monopolio clericale dell'assistenza. Proseguire il discorso, avviare sul serio una riforma nella direzione di un efficace servizio sociale avrebbe determinato in definitiva una crisi mortale per le istituzioni assistenziali e »benefiche . In breve tempo, queste si sarebbero viste sottrarre la... materia prima, ed in modo irreparabile. Ma, come vedremo, saranno in primo luogo le forze riformiste, la sinistra, ad accantonare questi problemi, ad ignorare queste realtà e verità. La mancata - e voluta - individuazione delle forze contro le quali si sarebbe dovuto combattere è così alla origine della confusione delle scelte politico-parlamentari, della preca

rietà delle soluzioni di volta in volta escogitate, della loro inadeguatezza rispetto anche al dibattito così generoso, come si è accennato, non diciamo alle aspettative dei milioni di cittadini coinvolti. Oggi possiamo meglio capire quanto sia costato, in termini di prospettiva, al partito socialista (ed anche all'opposizione) l'essersi ostinati a ritenere, con profonda ignoranza dei dati storici e culturali innanzitutto, che da parte cattolica, nella sua globalità e nella sua realtà istituzionale - italiana innanzitutto - certe pregiudiziali, certe tendenze, certi disegni - così ad essa storicamente essenziali - fossero caduti, per dare luogo ad un processo di »democratizzazione , innanzitutto interna.

Prendiamo, ad esempio, dai quaderni di "Argomenti socialisti" una relazione ufficiale, curata da Claudio Signorile, alla Consulta nazionale del PSI per la riforma sanitaria (una riforma che non è che un aspetto di quella dell'assistenza). La relazione, che risale al periodo più fervido delle illusioni riformatrici del centro sinistra, è incentrata sulla proposta di istituzione di un servizio sanitario nazionale; l'autore quasi non crede ai propri occhi: sono tutti favorevoli, egli dice, »anche organizzazioni, uomini, persone che noi ci aspettavamo essere da tutt'altra parte , tanto che »nasce il sospetto che effettivamente ci sia una posizione gattopardesca [...] che si inserisce in una situazione che si considera ormai perduta per guadagnare quel tanto [...] che ad essa può essere dato dal fatto di essere comunque presente in uno schieramento . Tra le forze favorevoli è annoverata la DC, almeno nelle formulazioni politiche e nelle premesse ufficiali. E contro? »Contro non abbiamo apertamente quasi nessuno [

...]. Anche gli enti mutualistici fanno oggi discorsi molto articolati e comunque estremamente pieni di senso tattico, pieni di lungimiranza. Contro non abbiamo quindi nessuno, e allora dobbiamo cominciare a pensarci su, perché evidentemente i gruppi di interessi privati, burocrazia, ordini [l'autore intende quelli professionali, non quelli religiosi! n.d.r.] non possono non esserci contro. Gli ordini dei medici, più rozzamente; [...] ci sono gli interessi economici, gli interessi farmaceutici in primo luogo, ma non solo essi; ci sono gli interessi confessionali, ci sono gli interessi di gruppi privati [...] tutti presenti nelle strutture, annidati nelle forze politiche, sindacali, nelle organizzazioni di categoria che apertamente si dichiarano a favore di un progetto di riforma generale, di costruzione di un servizio sanitario nazionale ed attendono il momento per svuotarlo e renderlo innocuo .

Nessun ordine di priorità, però, veniva individuato tra tanti elementi disparati e non omogenei, nessuna distinzione era fatta tra i diversi ordini di difficoltà, soprattutto tra i diversi avversari con i quali confrontarsi: prima quelli veri e di fondo, poi quelli secondari, le piccole o grandi corporazioni ovviamente ristrette sulla difensiva ed arroccate attorno ai grandi centri di resistenza, a livello politico. Neppure un accenno, ad esempio, alla necessità di proporsi una analisi preliminare, statistica, ragionata, del genere di quella effettuata negli anni 1880/90, tradotta in termini attuali.

Se, al livello di polemica e di dibattito, era importante, giusto porre l'accento su problemi generali, imporre all'opinione pubblica la cognizione di una assistenza nuova, imperniata sul rifiuto di ogni »segregazione e sull'eccezionalità del ricovero in istituti, diveniva una banalità invece, in sede politica, operativa, limitarsi a proporre - così, semplicemente - che al finanziamento del servizio sanitario nazionale si dovesse e potesse provvedere sopprimendo le attuali spese per beneficenza ed assistenza degli enti locali e degli enti pubblici; o magari suggerire la soppressione degli enti pubblici nazionali che svolgano, a qualsivoglia titolo, attività assistenziali: ONMI, ENAOLI, ONOG, ONAOGAP, ONAIRC, Commissariato GIL, enti per ciechi e sordomuti, ENAL, AAI, ecc. Si tratta ovviamente di »suggerimenti giusti, ma ad essi si giungeva senza il minimo dubbio su cosa la loro realizzazione potesse significare in termini di scontro con la DC, e quindi in una prospettiva irrealizzabile, perché nella sostanz

a, astratta: soprattutto quando, dall'altra parte, si manteneva salda l'unica pregiudiziale caratterizzante le grandi scelte politiche della sinistra italiana: quella del rifiuto dell'anticlericalismo, vecchio espediente borghese per dividere le forze lavoratrici, cattoliche e non.

Un noto studio di ispirazione socialista, la »Strategia delle riforme di Francesco Forte, dedicava un intero capitolo alle assicurazioni sociali, alla sicurezza sociale e alla riforma sanitaria, muovendo da considerazioni critiche circa l'elevata dinamica delle spese e l'efficienza delle gestioni, soffermandosi sulle difficoltà del passaggio dal sistema attuale delle assicurazioni a un sistema di sicurezza, finanziato attraverso entrate tributarie, e sul peso costituito dagli apparati burocratici; e ancora esaminando vari aspetti delle funzioni degli enti locali, problemi della riforma ospedaliera, ecc. Anche qui, però, non una sola parola sulla fondamentale problematica sulla quale già ci siamo soffermati sul n. 2 di questa Rivista; e si spiega benissimo allora come, con tali premesse, l'incontro con la DC avviene, ma diviene parimenti evidente che la riforma assistenziale e sanitaria non la si fa: si potrà apparentemente cambiare tutto ma solo per lasciare, in realtà, tutto come prima

Esaminiamo ora un compiuto intervento sulla materia di tutt'altra provenienza, riprendendo dal numero del giugno 1970 di "Vie assistenziali" (3), il mensile diretto da Ludovico Montini, un articolo di Ugo Mazzoncini. Rilevato, come d'uso, che in quei paesi in cui per posizione geografica, ricchezza di materie prime, esiguità di popolazione [tradizioni e istituzioni politiche non c'entrano, per carità; n.d.r.] si è riusciti a risolvere alcuni più gravi problemi economici, il panorama appare tuttavia (ahimé) turbato da uno stato di malessere psicologico e da un senso di vuoto spirituale, l'autore nota che viceversa in Italia lo Stato non ha la possibilità per ora di assicurare nemmeno la garanzia dell'eguaglianza dei cittadini ai punti di partenza; non hanno pertanto senso le recriminazioni sul numero eccessivo degli enti assistenziali (è accettata la cifra di 40.000); il problema è di qualità. Sono, si badi bene, le lacune dell'intervento dello stato a provocare distorsioni nell'azione degli istituti assisten

ziali [l'autore si guarda bene dal chiedersi se, al contrario, la causa delle prime non stia proprio nell'esistenza dei secondi - n.d.r.], già oppressi dalla legge del 1890, oberati di difficoltà di ogni genere, tenuti costantemente in stato di sospetto e di accusa. Essi finiscono oggi col perdere pure quei contributi volontaristici che sinora li avevano sostenuti; per ogni ente occorre quindi valutare le potenzialità di funzionamento e di utilità, in un quadro di attività debitamente inserite in una prospettiva generale e riferite all'intero paese. L'articolista prosegue poi, testualmente:

»La graduale estensione del sistema previdenziale dovrebbe favorire quest'opera di verifica e di selezione, permettendo sia la collocazione nel loro giusto alveo - quello dell'intervento statale - della maggior parte degli aiuti economici di base, sia il riconoscimento all'assistenza - in particolar modo a quella privata - della possibilità di svolgere funzioni di sussidiarità e complementarità, nonché funzioni per loro natura inadatte all'apparato burocratico dello stato e degli enti parastatali . Il lavoro di restauro, comunque, non dovrà avere carattere punitivo e non dovrà provocare soluzioni di continuità nell'opera assistenziale (4). E più avanti, citando monsignor Freschi, presidente della POA (fonte quant'altra mai importante, in questo quadro): »Il ruolo della Chiesa non si esaurisce promuovendo direttamente quei servizi che per natura e tradizione le sono più congeniali [..] valori etici e religiosi di essenziale portata sono impliciti nel settore assistenziale e perciò lo spirito [...] della chies

a dovrebbe incidere profondamente anche nel carattere dei servizi promossi dallo Stato, che deve provvedere alla sicurezza sociale di base e agevolare e integrare l'assistenza sociale specifica svolta da private associazioni, libere istituzioni, corpi intermedi, rispettandone e tutelandone la libertà, consentendo agli assistiti effettiva libera scelta quanto all'ente cui ricorrere [lo stesso discorso che si fa per la scuola - n.d.r.]; lo stato deve dare il massimo impulso all'iniziativa di enti di libera assistenza sociale che meglio salvaguardano l'eticità e la personalità nel rapporto assistenziale [...] il riconoscimento dell'assistenza svolta dai privati è funzione di interesse pubblico [...] la programmazione dell'assistenza sociale non può tradursi in leggi coercitive e soffocatrici della libera iniziativa [...] compete allo stato la vigilanza sotto l'aspetto tecnico e sanitario [...] parità di trattamento fra enti pubblici e privati in fatto di esenzioni fiscali e di capacità ereditaria [...] abrogazi

one e sostituzione della legge del 1890 .

Il Mazzoncini riferisce quindi il punto di vista della Presidente della FIRAS (Federazione Italiana Religiose addette all'Assistenza Sociale). »[...] preoccupazione che a una giustamente lamentata carenza di intervento [statale] si sostituisca ora un non meno lamentabile eccesso di perfezionismo e razionalismo che disattenda o neghi le motivazioni umane e sovrannaturali che rendono indispensabile e insostituibile la nostra opera di carità e di apostolato [...]; d'accordo che le funzioni di stimolo, di coordinamento, di vigilanza dello stato debbano essere regolamentate in modo diverso e più adeguato ai tempi e che quindi nuove norme siano emanate al posto della vecchia e superatissima legge del 1890 e anche d'accordo sull'esigenza di procedere senza indugi ad un'attenta verifica delle nostre istituzioni ai fini di qualificarle e responsabilizzarle negli scopi, nelle strutture e nelle fasi operative [... ] .

Cioè, commenta concludendo il Mazzoncini, occorre »adeguare strutture e metodologie dell'intervento assistenziale , per toglierle da quella che egli chiama »condizione di empirismo ; ma in ogni caso »la assistenza sociale si sostanzia di attenzioni e di aiuti che, richiedendo un vincolo di solidarietà umana e personale tra le parti che si incontrano, non possono che essere affidati all'iniziativa privata [...]; lo stato deve intervenire per stimolare, coordinare e facilitare [.. ]; svolgere compiti di ricerca scientifica e programmazione, da mettere a disposizione degli operatori assistenziali privati [...] . Crediamo inutile ogni parola di commento, tanto il linguaggio è chiaro: un gattopardo in agguato c'è, senza ombra di dubbio.

Mancherebbe tuttavia di completezza e di rigore una analisi che si arrestasse a questo punto; un'analisi cioè che non si chiedesse a quale logica, oltreché ai più evidenti ed immediati interessi di potere, corrisponda un fenomeno profondo ed irreversibile della società e delle istituzioni italiane, quello cioè della proliferazione degli enti pubblici. E' stato da più parti denunciato come questa proliferazione che esalta e protegge interessi settoriali ed ovviamente corporativi non solo e non tanto delle rispettive burocrazie quanto delle categorie di assistiti, di protetti, per la cui tutela essi sono istituzionalmente sorti, abbia finito col parcellizzare (diremmo con un termine oggi in uso, nella polemica sulla RaiTV) e lottizzare con categorie chiuse le strutture della società, creando conflitti di interessi insanabili. E comune è ormai l'osservazione che il fenomeno ha proporzioni enormi, dato che più della metà della gestione del denaro pubblico non passa più attraverso il bilancio dello Stato, sotto c

ontrollo pubblico cioè, diretto o indiretto, del parlamento, attraverso le gestioni di tali enti, al di là delle garanzie pur solennemente sancite dalla suprema carta costituzionale. Questi enti sono marchingegni perfettamente adeguati per sfuggire a tutte le pastoie: regolati da leggi istitutive estremamente generiche nello stabilirne le finalità e prodighe invece nel conceder loro poteri dai confini molto labili, la loro attività è l'espressione delle loro classi dirigenti. Queste sono a loro volta mandatarie del regime, ed il regime a loro volta rafforzano. Le opposizioni parlamentari, ammesso che ne avessero voglia, mancherebbero fin degli strumenti per ficcare il naso negli affari di tali gigantesche baronie; ma, quando un incidente poi si verifica vi è, pronta, la »fiducia della maggioranza.

Anche in questo settore, la politica delle opposizioni è stata di illudersi di poter esercitare, dall'interno, efficaci »condizionamenti . Al di là delle buone intenzioni professate nei documenti ufficiali, come appunto quello socialista che abbiamo poc'anzi esaminato, ciò per cui ci si è realmente battuti è stato l'inserimento dei consigli di amministrazione di qualche burocrate di provenienza sindacale. L'inserimento non ha portato a nessun effettivo miglioramento nella gestione; molto più spesso ha rafforzato la spinta corporativa del settore. Il caso dell'INPS è il più clamoroso, ma non il solo. Ed hanno ben voglia le confederazioni sindacali ad avanzare discorsi più organici, di autentica riforma, quando poi le federazioni di categoria esaltano e portano avanti interessi e linee politiche esattamente opposte. E questo spiega, poi, l'astuzia di un Donat Cattin, il quale sostiene le mutue, propone l'INAM per le gestioni ospedaliere, ventila addirittura la creazione di Enti regionali (INAM in miniatura) pe

r la sanità scavalcando le regioni e le loro amministrazioni democratiche e pubbliche, difende l'ENPI, l'Ente Nazionale per la Prevenzione Infortuni, e la sua politica di salvaguardia degli interessi padronali in fabbrica, in barba ad una qualsiasi prospettiva generale di »medicina preventiva controllata ed efficiente.

Ma questa realtà è il risultato di un indirizzo politico che ha una storia assai lunga: non è altro che il sistema corporativo voluto e creato dal fascismo, con il suo corollario di teorici dello Stato assistenziale ed antiliberale, che è esattamente l'opposto del sistema di sicurezza sociale che anche l'opposizione dice di voler promuovere. Ed è il sistema ma che tuttora sopravvive, qui come in altri importanti settori, permeando di sé scelte di valore nazionale e trovando appoggio in particolare in quella sinistra cattolica che sarebbe, secondo democratici »laici , componente storica della sinistra democratica italiana. Nessuna meraviglia che in cinque legislature repubblicane (sei con l'attuale) il paese sia stato sommerso da una marea di leggine, votate, quasi sempre, da »maggioranza ed »opposizione insieme.

E' alla luce di queste analisi che vanno esaminate anche le proposte di legge sulla riforma dell'assistenza presentate nel corso della quinta legislatura da parte cattolica. Ne esamineremo, globalmente, due, quella della senatrice Falcucci e quella dell'aclista on. Franco Foschi. Il progetto di quest'ultimo raccolse, guarda caso, la firma di ben 118 deputati d.c., (tra cui Darida, Greggi, Evangelisti, Ruffini...). Si tratta di compiuti tentativi di razionalizzare l'attuale caotico, logoro, dispendioso sistema ed in tale quadro di individuare gli strumenti neotemporalistici più adatti alla conservazione delle situazioni di potere. Si è cioè avvertita la necessità di andare al di là delle mere leggine, delle proposte limitate e settoriali che avevano caratterizzato la produzione e l'iniziativa legislativa precedente. Si prevedono interventi organici a largo raggio in favore di tutti i minorati psichici, fisici e sensoriali, ispirati a criteri »moderni , con preferenze per l'assistenza familiare e gli affidamen

ti adottivi od educativi; si predispongono strutture statali, regionali, provinciali, comunali, nonché l'organizzazione di corsi scolastici e provvidenze di natura economica.

Nel passato gli interventi erano invece totalmente ignari della prospettiva dell'assistenza in famiglia, spesso limitati al solo aspetto sanitario, rigidamente legati al limite di età di ventun'anni, centrati sulla ideologia degli istituti specializzati per handicappati e disadattati, assenti e francamente reazionari sul problema dell'inserimento nelle attività lavorative normali (laboratori »protetti ecc.); una risposta diversa cioè anche da quella, trogloditica, del Ministero della Pubblica Istruzione, con la sua proposta di istituzione di 30.000 classi differenziali per i 70.000 »sottosviluppati che, secondo le previsioni, ogni anno la scuola »normale non sarebbe in grado di digerire (5) e da quelle contenute nei primi progetti di riforma dell'assistenza elaborati dal Ministero dell'Interno, nel quadro delle sue tipiche funzioni di polizia (6).

Non sono comunque minimamente intaccati, restano anzi favoriti, i fondamentali interessi clericali nel settore, proprio perché essi vengono inseriti in una prospettiva più moderna e attuale. Vediamo come. I ddl di cui sopra sono decaduti per la fine della legislatura, ma è comunque interessante esaminarne le direttive.

Lo stato (Ministero della Sanità) dovrebbe programmare, promuovere ricerche, definire i livelli di efficienza dei comuni, consorzi, istituti; organizzare i servizi per gli emigrati all'estero; emettere i provvedimenti di riconoscimento delle istituzioni; vigilare sugli enti gestori dei servizi. Le regioni a loro volta dovrebbero fornire al Ministero i dati di competenza e svolgere le attività loro richieste; amministrare i fondi assegnati dallo stato e curarne l'assegnazione agli enti gestori; emanare norme legislative nell'ambito della legge-quadro; definire la programmazione regionale; coordinare le attività assistenziali regionali; eseguire ricerche; definire i livelli di efficienza più favorevoli; controllare gli enti gestori; organizzare corsi di aggiornamento. E' peraltro espresso il divieto alle regioni di emanare disposizioni in materia di beneficienza, istituire e far funzionare enti di qualsiasi natura, erogare prestazioni in denaro e in natura direttamente ai cittadini.

Alle province spetterebbe invece il compito dell'assistenza tecnica agli enti gestori, con espresso divieto, comunque, di esplicare funzioni operative e istituire enti assistenziali. I comuni e i loro consorzi dovrebbero provvedere, tramite le unità socio-assistenziali, alle prestazioni economiche temporanee e alla istituzione e gestione dei servizi assistenziali, potendo avvalersi di quelle istituzioni di utilità sociale che rispondono ai livelli di efficenza stabiliti dal Ministero e dalle regioni. E, riprendendo una norma varata in sede di riforma ospedaliera (v. art. 1 della legge 132 del 1968), è anche previsto che »salva la vigilanza spettante al Ministero, nulla è innovato in quanto concerne il regime giuridico-amministrativo degli istituti ed enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, purché essi soddisfino i livelli di efficienza stabiliti dal Ministero e dalle regioni , un discorso che si riallaccia direttamente agli artt. 29 lett. b) e 31 del Concordato, nonché agli artt. 4 e 5 della legge 848 de

l 1929 (legge sugli enti ecclesiastici).

Unità assistenziali di base dovrebbero infine individuare i bisogni, fornire diagnosi e specifiche indicazioni di trattamento, assicurando le condizioni pregiudiziali di un'organica politica assistenziale. Da evitare però ogni negativa soluzione »monopolistica . Infatti i servizi operativi necessari potrebbero essere forniti - in coerenza col principio del »pluralismo cattolico e con la giustificazione di utilizzare tutte le esperienze e le risorse - anche da enti e istituzioni private, sempreché assicurino i prescritti livelli di efficienza e si inseriscano negli obiettivi programmati dall'ente locale (che potrà fornire in ogni caso interventi integrativi). Al riguardo si è anche pensato alla creazione di un albo nazionale delle »Istituzioni di utilità sociale , nel quale iscrivere gli istituti che rispondano ai requisiti prescritti. Ed è abbastanza facile prevedere che tutti gli Istituti religiosi vi troverebbero immediato accesso e potrebbero conseguentemente fruire delle immancabili »provvidenze ricoll

egabili alla iscrizione.

Gli enti assistenziali, un tempo unici gestori e responsabili della beneficienza, poi veicoli di finanziamenti statali e parastatali, dovrebbero così divenire parte integrante del nuovo sistema assistenziale, veri organi dell'assistenza pubblica. Viceversa le »istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (salvo gli ospedali) dovrebbero essere devolute ai comuni in cui hanno sede operativa; esse dovrebbero essere soppresse solo se svolgano attività e interventi di assistenza sociale (in parole povere se siano operativi); tali attività sarebbero comunque in ogni caso loro sottratte, anche se essi dovessero resta e in vita in quanto investiti di altre funzioni.

Altro punto centrale di questa »riforma cattolica dell'assistenza dovrebbe essere la recezione del sistema delle convenzioni: in genere se ne parla un po' di traverso, come di uno strumento meramente sussidiario, addirittura transitorio; ma è cosa nota che, al di là delle formulazioni di principio (con le quali si cerca di dare soddisfazione ai rompiscatole della sinistra) sono proprio tali norme le sole destinate ad avere effettiva applicazione

Infine, il quadro si completa con l'inserimento nelle commissioni previste ai vari livelli, di rappresentanti delle strutture assistenziali pubbliche, accanto a quelli delle »istituzioni di utilità sociale (cioè di tutti gli enti, anche privati, che ottenessero l'iscrizione al famoso albo), delle associazioni professionali, degli operatori sociali e infine degli utenti stessi dei servizi assistenziali (la misura della »partecipazione di questi ultimi non è indicata, ma è fin troppo facile prevedere la funzione di copertura che le sarebbe assegnata). Non vogliamo da ultimo dimenticare una caratterizzazione che si presta a ulteriori e diverse considerazioni: ogni cittadino sarebbe tenuto a segnalare all'unità di servizio sociale di base i casi e le situazioni per le quali si ritenga necessario l'intervento di organi assistenziali. E' questo un elemento di estrema pericolosità: un sistema di delatori dovrebbe in sostanza supplire l'attività degli assistenti sociali; e val la pena di ricordare che una norma an

aloga la troviamo nella legge 431 del 5-6-1967, la legge all'adozione speciale. Si vede che la trovata ha avuto fortuna, a differenza dell'adozione speciale stessa, che di fortuna in verità non ne ha avuta troppa e non è certo riuscita a scalfire »la presa degli istituti religiosi sull'infanzia abbandonata (7).

Il tipo di normativa che abbiamo esaminato, del resto, è stato già sperimentato in sede di riforma sanitaria e ospedaliera; il parallelismo è veramente impressionante (8).

Fondamentale sarà comunque la diluizione nel tempo, il massimo ritardo possibile nell'emanazione di qualsiasi norma: ci sarà così la possibilità di perfezionare la propria organizzazione, predisporre nuove strutture, acquisire personale specializzato, stancare le volontà di riforma, spegnere gli entusiasmi. Ecco perché poi in concreto la spicciola realtà quotidiana si articola nella pura e semplice difesa dello status quo (anche se in sede di discussione teorica si avanzano proposte ispirate a concezioni tecnicamente moderne e ad esigenze di razionalizzazione: la forza di resistenza degli interessi costituiti, i canali di cui essi dispongono per influire direttamente sul maggior partito italiano finiscono col prevalere.

Vediamo cosa è accaduto per il trasferimento alle regioni in materia di assistenza e beneficenza (9). Con i due DPR del 14 e 15 gennaio 1972, nn. 4 e 9 sono state trasferite alle regioni limitate funzioni in materia di beneficenza pubblica e di assistenza sanitaria e ospedaliera; si è cioè accuratamente evitato di fare della regione l'organo della politica dei servizi sociali sul territorio; si è sostanzialmente vincolata la futura legislazione regionale in materia alla vecchia legge del 1890, in assenza di una moderna legge quadro; non si è affrontato il grosso problema degli infiniti conflitti che potranno sorgere con i prefetti, dei cui poteri sul terreno assistenziale forniamo un quadro a parte, né con i numerosissimi enti pubblici che operano nel settore; le funzioni e il personale trasferito riguardano solo lo stato, con il solito articolo 1), che apparentemente sembra cedere tutto, ma in realtà non è che una dichiarazione di principio, il cui contenuto è poi fortemente limitato dalle norme successive:

tenere ferme le mansioni del Ministero dell'Interno nei riguardi delle associazioni »private di beneficenza e assistenza; ridurre il meno possibile gli stanziamenti del bilancio statale; quello del Ministero del Tesoro è stato ridotto di meno di un miliardo e quello del Ministero dell'Interno di circa un terzo delle voci che interessano: concentrare le funzioni di controllo regionali nella Commissione della legge Scelba del 1952, - che non è un organo politico regionale - con la conseguenza che si continuerà a mantenere il carattere repressivo all'assistenza, con finalità di ordine pubblico e a mantenere - fino a quando non sarà intervenuta una legge statale di riordinamento (figurarsi) - le funzioni degli enti locali (province e comuni) e degli enti nazionali e comunque pluriregionali.

Il centro di resistenza contro il trasferimento è stato il Ministero dell'Interno, che per questa sua politica si è visto attaccato anche da settori del mondo cattolico. Ma occorre qui ponderare bene le valutazioni e certamente nessuno si sogna di negare l'esistenza di interessi burocratici alla conservazione degli ampi poteri in materia di assistenza di cui quell'amministrazione fruisce e di una impostazione ideologica dell'assistenza intesa come funzione di polizia.

Pur tuttavia l'idea di una DC succube degli interessi dei burocrati del Viminale non ci persuade, anche perché i ministeri sono strutture rigidamente verticali, strettamente dirette e controllate dal Ministero. E del resto abbiamo già visto in quale amplissima misura il bilancio dell'Interno sia strumentalizzato dall'apparato assistenziale clericale. Ma proprio un documento diffuso da quel Ministero all'epoca della presentazione del progetto Foschi, cioè nel luglio 1960, ci chiarisce le idee al riguardo. Un documento che, accanto alle accorate doglianze della Amministrazione che si sentiva ingiustamente colpita nel suo prestigio, punita, umiliata, rivendicava una sua funzione di paladino di quelle istituzioni di assistenza e beneficenza divenute ormai le beniamine del Ministro di polizia, testualmente lamentando che si dimenticassero »le scaturigini storiche e giuridiche [delle istituzioni assistenziali - n.d.r.], cioè che esse sono fiorite dalla munificenza e dallo spirito filantropico dei privati e che rap

presentano, quindi, un glorioso patrimonio di civiltà e un'insostituibile espressione di libertà . Altro che legge del 1890, altro che esplicazione di funzioni di vigilanza, fusione, trasformazione, soppressione, o di poteri prefettizi e polizieschi, tanto denunciati da parte cattolica!

Ecco perché, ad avviso di noi radicali, fino a quando si continuerà a pensare che per realizzare certe riforme occorre debellare il potere ministeriale o quello dei baroni o quello dei potentati economici e non si fa un discorso più profondo sul potere clericale e anzi ci si compiace della circostanza che proprio da parte cattolica sembri provenire un'istanza riformatrice, ebbene quelle riforme non si faranno mai e il trasformismo continuerà a dominare la nostra vita pubblica. Occorre prima comprendere (si badi, non è un divertimento intellettuale) che non c'è nulla di comune tra l'antistatalismo »socialista e libertario , l'aspirazione cioè a dimensioni comunitarie direttamente autogestite, e quello »clericale , volto a difendere le proprie feudalità, oggi proprio attraverso l'asservimento delle strutture dell'apparato burocratico, statale e parastatale, oltre che degli stessi strumenti della democrazia parlamentare (costituzione, legislazione, bilancio).

A nostro avviso il problema di fondo viene prima e politicamente muove dall'esame, dalla piena e precisa conoscenza della situazione degli istituti che operano nel settore dell'assistenza e della beneficenza e della sanità, che hanno concretamente il potere nelle loro mani e perciò possono non solo condizionare la produzione legislativa (v. la legge ospedaliera del 1968) ma insieme vanificare anche le poche norme fastidiose contenute in leggi già approvate (v. quanto è successo con l'adozione speciale) mortificando ogni pretesa di pubblico indirizzo, di rispetto delle disposizioni, di programmazione, di esecuzione delle direttive, di pubblico controllo. Dieci anni di logoranti dibattiti possono in tali condizioni portare all'approvazione di una e più leggi del tutto inutili, di provvedimenti parziali e stentati, nei quali le poche disposizioni a fatica ottenute dalla sinistra sarebbero fatalmente destinate a restare mere dichiarazioni di principio. Occorre viceversa una precisa e decisa volontà politica di a

ffrontare il problema a livello delle strutture operative, muovendo da una penetrante inchiesta che investa radicalmente tutto il settore.

E anche qui - fatalmente - troviamo che l'infaticabile on.le Foschi aveva già messo le mani avanti, nella passata legislatura, proponendo alla Commissione interni della Camera uno »Schema di indagine conoscitiva sull'assistenza pubblica . Una proposta che poteva sembrare allettante; ma che a ben vedere non affrontava i temi essenziali. L'indagine infatti doveva vertere sui seguenti punti:

- ordinamento del settore, normativa vigente, strutture e funzioni degli enti operanti in esso;

- tipi di assistenza erogati, destinatari, modalità di erogazione, censimento dei bisogni e loro dinamica;

- spesa per l'erogazione, costi di gestione, fonti di finanziamento dell'assistenza svolta dagli organi governativi e dagli enti nazionali e locali per evidenziare (a scanso di equivoci) il volume globale della spesa istituzionale e di gestione, distinta per settori.

Un'iniziativa mistificante, che non prevedeva alcuna indagine proprio sul settore »privato dell'assistenza e della beneficenza, sui suoi legami con gli organismi pubblici, sulle fonti di finanziamento, la destinazione dei fondi erogati, le gestioni, l'applicazione delle leggi e dei regolamenti... ecc. ecc. La cronaca giudiziaria di questi anni, le denunce radicali del 1965 e del 1971, le faticose analisi che su questa rivista abbiamo incominciato a svolgere, possono ben fornire i criteri di una esauriente inchiesta su tutto il settore, che si proponga in primo luogo di mettere in luce quanto delle strutture »private della assistenza è stato edificato a carico della collettività, ed alla collettività va quindi restituito.

Vediamo ora come stanno andando le cose in questi ultimi mesi, dopo le elezioni di maggio. In campo socialista - come ha rivelato l'"Avanti!" nello scorso giugno - esiste una tensione tra Mariotti e la burocrazia centrale del P.S.I. Il primo ha ripresentato con la sua sola firma la sua proposta di legge per la riforma sanitaria (10), ma la seconda ha reagito facendo pubblicamente conoscere che il partito deve regolarsi al riguardo secondo le decisioni dei suoi organi centrali.

La Corte costituzionale con cinque sentenze, tutte emesse il 6-7-1972 (11), ha respinto tutte le questioni di legittimità sollevate (in via principale) da varie regioni in merito ai vari decreti di trasferimento delle funzioni; in particolare, per quanto qui interessa, quelle concernenti gli artt. 1, 3, 4, 8, 9, 13 e 14 del DPR n. 9 del 15-1-1972, relativi alla »beneficenza ; si tratta delle varie norme attraverso le quali è stata ridicolizzata la presenza delle regioni in materia assistenziale.

Se a questo aggiungiamo il successo elettorale della DC, ottenuto in un momento nel quale soltanto un miracolo sembrava poter salvare quel partito - per il vicolo cieco in cui si era cacciato - da una sicura sconfitta, ebbene allora non meraviglierà che questo »dopo centro-sinistra sia caratterizzato da una revanche clericale oltranzista. Il 16 luglio 1972 presso la libreria »Ancora in Roma ha avuto luogo una conferenza stampa di mons. Pangrazio, segretario generale della CEI, con la partecipazione di mons. Gobbi, amministratore apostolico di Imola, di mons. Puccinelli, vicepresidente della UNEBA (Unione nazionale enti di beneficenza e di assistenza - forte di oltre 12.000 istituti aderenti) e di altri prelati. Questa iniziativa, aggiornata anche nei metodi e nelle forme (ci sembra sia la prima volta che la CEI si serve di tale strumento), segna, a nostro avviso, l'inizio di una offensiva (12) destinata a non fermarsi tanto presto. Una offensiva che - confidando nella durata del governo Andreotti e visti i

successi ottenuti anche all'epoca del centro-sinistra - ben può mirare a ottenere, oggi, una legge-quadro per l'assistenza a proprio esclusivo uso e consumo.

Le dichiarazioni degli alti prelati hanno sostanzialmente confermato le cifre che abbiamo dato circa l'ammontare degli enti religiosi e degli istituti confessionali che si occupano di beneficenza ed hanno fornito anche nuovi dati. I religiosi impegnati nell'opera di assistenza in Italia già nel 1967 sono 43.714, pari al 47% del totale del personale; ma aggiungendo gli istituti di recezione diurna si arriva a oltre 100.000, che salgono a 170-180 mila se si considerano anche le scuole materne. Confermate sono anche le direttive di fondo della Chiesa nella materia: le opere, le iniziative, le forze, le possibilità, le istituzioni assistenziali esistenti nella comunità nazionale non vanno mortificate, quasi che attentassero alle funzioni dello stato, con le quali piuttosto debbono essere coordinate.

Evidenti, gli indirizzi fondamentali. Il primo è la rivendicazione piena del diritto della Chiesa a gestire le opere assistenziali e della validità del proprio operato e delle proprie strutture (il personale ecclesiastico non ha soltanto buon cuore e volontà, carità, pietà delle disgrazie umane; ha anche una specifica preparazione che viene curata in Italia dalla FIRAS - la Federazione Italiana delle religiose addette alla assistenza sociale, che già conosciamo -, una presenza che, ha detto mons. Puccinelli, si auspica che venga meglio considerata in sede di programmazione). Il secondo indirizzo è quello da cui emerge l'ideologia ecclesiale dell'assistenza (e in cui a mio avviso sta la scaturigine profonda dell'assistenza emarginante): la Chiesa si prende cura, come ha detto mons. Gobbi, »dei bambini, dei vecchi, degli handicappati, dei sordomuti, dei ciechi, dei paralizzati, di tutti coloro che si trovano in condizioni di instabilità e difficoltà . Non quindi l'idea di un'organizzazione sociale e produttiva

diversa da quella attuale, che ci rende tutti (chi più, chi meno, è solo questione di misura) malati, matti, delinquenti, minorati; non l'idea di predisporre dei servizi a disposizione di chi ne chieda l'uso e di far vivere e lavorare il »meno produttivo cogli altri, ma la direttiva di appropriarsi del sofferente; e, ancor più, il parallelismo tra sofferente e peccatore.

Conseguentemente anche i metodi debbono restare repressivi, anche se prospettati in termini bonari; come ha detto sempre mons. Gobbi per giustificare quella suora a cui scappi di dare uno schiaffo a un bambino: »Le bistecche diventano più buone, battendole un poco .

Questi più recenti sviluppi non fanno che confermarci nelle nostre valutazioni sul clericalismo dei beni e su quello dei poteri: una accurata inchiesta sul settore »privato dell'assistenza resta la premessa indispensabile di ogni politica di riforme nel settore. Altrimenti sarà fatale continuare a registrare indefinitivamente quanto il citato »Documento programmatico del Ministero del bilancio osserva (p. 66) per il periodo 1966-70: »Nel settore dell'assistenza sanitaria si è particolarmente avvertita nello scorso quinquennio la mancanza di interventi di riforme, che pure erano stati accolti nel 1· programma economico nazionale e l'insufficienza di alcune misure adottate .

"Luglio 1972"

Note

(1) Queste, d'altra parte, venivano investite, proprio in questi anni, da una ondata di scandali clamorosi; anche se, all'origine dell'attenzione rivolta finalmente dalla stampa alle situazioni più scandalose e arretrate non vi era l'iniziativa politica delle forze democristiane (salvo, evidentemente, il »caso Petrucci, una battaglia radicale), ma denunce di privati o l'intervento della magistratura. A partire dall'inefficienza dell'ONMI e dalle sue caratteristiche di autentico "racket", per finire alla vicenda grossolana della Pagliuca, il mondo cattolico trovava uno stimolo, ovviamente necessitato e non spontaneo, per rassegnarsi, accettare, un qualche disegno riformatore. Perfino al proprio interno, nel chiuso delle proprie strutture ed organizzazioni; si veda il fascicoletto »L'esercizio della carità nella diocesi di Roma , a cura di quel Vicariato (Ufficio Pastorale), senza data, ma recentissimo: dove si cerca di dare una qualche unità di direttive e un qualche indirizzo non solo pastorale ma »sociale

alla molteplicità degli interventi, non sempre propensi a seguire disciplinatamente le disposizioni curiali e del Vicariato - per gelosie ed esclusivismi comprensibili - non diciamo qualche dettame di pedagogia o di psicologia in qualche misura scientificamente valida e moderna.

(2) Si vedano, per i diversi argomenti, gli articoli di Angiolo Bandinelli su "L'Astrolabio" (in particolare i nn. del 26-10-1969; 15-3-1970; 26-4-1970; 3-5-1970; 24-5-1970; 28-6-1970; 13-10-1970; 20-10-1970, relativi a episodi significativi di cronaca politica.

(3) "Vie assistenziali" è organo di studio, documentazione e informazione della più volte ricordata Amministrazione per le Attività Assistenziali italiane e internazionali, cioè di una pubblica amministrazione (v. documento Senato della Repubblica n. 1343/7, annesso 1 - al bilancio del Ministero dell'Interno - Esercizio 1964, pag. 4).

(4) Quanto questa pertinace difesa della visione clericale dell'assistenza abbia permeato di sé le strutture stesse dello stato lo dimostra, tra l'altro, la sentenza che ha praticamente liberato suor Diletta Pagliuca, la tenutaria del "lager" »assistenziale di Grottaferrata, dai gravissimi addebiti penali mossile dalle pur caute indagini di polizia. Afferma infatti la sentenza del magistrato, riferendosi alla assistenza privata: »Questo sistema di assistenza, che non può certamente essere sostituito, data la natura della assistenza stessa, con un altro affidato ad una gestione burocratica o, almeno per ora, non può essere perfezionato con obiettivi controlli da parte di probi cittadini estranei all'ambiente e non vincolati da interessi di parte, ha dato e continuerà a dare un contributo rilevante, forse il solo, anche se non sempre soddisfacente, alla soluzione dei gravi problemi del recupero e ancor più del ricovero dei subnormali.. Vedremo più in là come il Ministero degli Interni riecheggi motivazioni a

naloghe, evidentemente suggerite da vere e proprie »veline di indubbia provenienza...

(5) Sul n. 15 del 10-4-1970 di "Rinascita", Marisa Pittaluga (»Disadattati, ma a che cosa? ) ribadisce, a proposito della scuola differenziale, la tesi di una struttura voluta per la produzione di mano d'opera dequalificata, che potrà essere sfruttata a basso prezzo dai padroni.

(6) Lo schema di legge-quadro per l'Assistenza predisposto da tale Ministero nel giugno 1971 denota invece la volontà di recepire qualcosa delle nuove prospettive tecnico-assistenziali e si avvicina a quelli che stiamo esaminando.

(7) La norma per la quale gli istituti debbono segnalare i bambini che rientrano nelle condizioni per poter essere adottati, è stata infatti ampiamente elusa, secondo informazioni fornite dall'»Associazione nazionale delle famiglie adottive . Questa Associazione ha inviato nel 1970 a 88 istituti richieste di adozione a nome di genitori, ricevendo moltissime risposte negative che ignoravano del tutto le disposizioni della legge 431, si appellavano alle regole interne e in un caso assicuravano persino »che le bambine non si sarebbero mosse, nonostante che le assistenti sociali si fossero messe in testa di toglierle dagli istituti (dopo un intervento di »Sua eccellenza , peraltro, »non si erano più viste ).

(8) In sede di discussione della riforma sanitaria (v. "La riforma sanitaria - programma DC/2-edizioni 5 lune-Roma, 1971), la direzione della DC conclamò in primo luogo solennemente che il servizio sanitario doveva essere configurato come organizzazione pubblica, con basi regionali e articolazioni locali, con amministrazioni autonome e democratiche (Morlino e Foschi); i vari momenti dell'attività sanitaria non dovevano però costituire articolazioni burocratiche della sola regione; il momento dell'erogazione dei servizi doveva essere costituito con autonomia patrimoniale, sia pure coordinato a livello regionale (Morlino); occorreva salvaguardare la libertà di scelta degli assistiti e prevedere l'inserimento delle case di cura private (Donat-Cattin); configurare l'USL come struttura che assicura tutte le prestazioni sanitarie, erogate in proprio oppure tramite accordi con ospedali, farmacie, case di cura (Brusi, rivendicando alla DC il merito di avere attenuato il vizio centralizzatore della legge ospedaliera

voluta da Mariotti). E del resto gli accordi del 2-10-1970 tra il governo e i tre sindacati nazionali per il superamento delle mutue non si discostavano da tali principi. Abbiamo già ricordato la legge ospedaliera, che prevedendo I'inserimento delle case di cura private tra gli enti ospedalieri, salva le posizioni degli enti e istituti ecclesiastici riconosciuti (i cui ospedali possono essere recepiti come ospedali di zona, provinciali e regionali). Enti pubblici ed enti mutualistici ed assicurativi possono poi stipulare convenzioni con enti privati non riconosciuti come enti pubblici ospedalieri nonché con enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. Non si può infine sottacere una norma dello schema di legge di riforma sanitaria governativo (art. 45), che delega il governo a emanare decreti legislativi, tra I'altro per »disciplinare I'informazione scientifica in materia sanitaria: dizione ampia e generica dietro cui sarà facile, ad esempio, stabilire un blocco alla propaganda ai contraccettivi o al contro

llo delle nascite o per altre materie »tabù .

(9) Nel convegno che alla fine del 1970 si tenne in Torino sul tema »Dalla assistenza emarginante ai servizi sociali aperti a tutti , organizzato da CGIL, UIL, CISL, ACLI e dai comitati di quartiere della città, fu esattamente individuato quello che sarebbe poi divenuto il contenuto dei provvedimenti normativi sul trasferimento delle funzioni in materia di assistenza alle regioni.

(10) Tale proposta è fondata su criteri validi: difesa globale della salute (non limitata alla assicurazione contro il rischio di infortunio, malattia, invalidità statisticamente considerato inevitabile e non prevenibile); abolizione delle mutue; finanziamento tramite il FSM; creazione di un servizio sanitario nazionale; trasferimento di tutte le strutture alle regioni; superamento dello stato della beneficenza e della polizia sanitaria; salute come diritto - in senso proprio - del cittadino e come dovere per lo stato, come valore invalicabile per le esigenze della produttività, intangibile dalle pretese del profitto; superamento del corporativismo dell'assistenza sanitaria. La relazione illustrativa, che accompagna la proposta, continua però a ignorare completamente la realtà sulla quale ci siamo soffermati.

(11) Sentenze nn. 138, 139, 140, 141 e 142.

(12) "Paese-sera" del 17-7, un po' trionfalisticamente, inquadrava l'iniziativa in chiave difensiva: »Il previsto trasferimento delle attività assistenziali alla competenza delle regioni preoccupa vivamente la Chiesa... nella temuta prospettiva di vedersi estromettere gradualmente dal campo dell'assistenza sociale e dal relativo vortice di miliardi che l'alimenta... gli enti ecclesiastici tentano oggi di correre ai ripari e di difendere con ogni mezzo le posizioni di privilegio... in questo contesto polemico e insieme difensivo... ; così l'Unità (Adriana Lodi: »Un'assistenza ancora incatenata alla carità del 9-8-'72).

Schema A)

Alcuni dati sulla Diocesi di Roma (da: »La Diocesi di Roma - 1971-72 , a cura del Vicariato di Roma)

Case religiose maschili: "463 con 7135 religiosi (limitatamente a quelle che hanno riposto al questionario inviato dal Vicariato il 31.12.1970)"

Istituti religiosi femminili: "579 con 1061 case e 20.500 religiose"

Le case sono così ripartite per attività:

- Case per esercizi spirituali 7

- Case per la preparazione alla prima comunione 6

- Case per l'insegnamento scolastico inferiore e superiore 349

- Case per l'apostolato sociale 149

- Orfanotrofi 128

- Brefotrofi 2

- Educandati 65

- Istituti di rieducazione 8

- Assistenza domestica presso istituti maschili 178

- Ospizi per anziani 13

- Pensionati per anziani 53

- Pensionati per signore e signorine 73

- Case per religiose infermiere a domicilio 26

- Assistenza in colonie profilattiche permanenti 9

- Preventori t.b.c. 5

- Cliniche appartenenti a religiose 33

- Cliniche assistite da suore 52

- Comunità addette agli ospedali 21

- Prestano assistenza in istituti per cechi 4

- Prestano assistenza in istituti per sordomuti 7

- Prestano assistenza in ricoveri per anormali psichici 3

Scuole dirette da istituti religiosi maschili e femminili

- Scuole materne 333

- Scuole elementari 267

- Scuole medie 132

- Ginnasio e Liceo classico 37

- Liceo scientifico 14

- Liceo linguistico 2

- Istituto tecnico ragionieri 7

- Istituto tecnico geometri (privato) 1

- Istituto tecnico turismo 1

- Istituto magistrale 32

- Istituto magistrale di metodo 10

- Istituto tecnico industriale per chimici 1

- Istituto tecnico industriale per meccanici 4

- Istituto per periti aziendali 7

- Istituto professionale commerciale 6

"Le scuole sono nella stragrande maggioranza femminili; una sola è »privata (le altre sono cioè tutte riconosciute dallo Stato n.d.r.); gli alunni sono circa 97700, di cui 61500 frequentano le scuole materne ed elementari".

Schema B)

Principali competenze dei prefetti in materia di beneficenza pubblica (dal »Bollettino dell'Unione per la promozione dei diritti del minore dei 21.9.1971)

Legge 17.7.1890, n. 6972 e successive modificazioni:

"art. 2 - Il Prefetto può chiudere istituti pubblici e privati di assistenza e beneficenza

art. 25 - Può intervenire nei giudizi concernenti la beneficenza

art. 44 - Vigila sull'osservanza delle leggi concernenti assistenza e beneficenza

art. 50 - Può ordinare inchieste e sospendere le amministrazioni delle IPAB

art. 51 - Può promuovere di ufficio la erezione di nuove istituzioni

art. 52 bis - Coordina le forme di assistenza e beneficienza e l'erogazione locale

art. 52 ter - E' di competenza del prefetto la protezione dell'infanzia abbandonata

artt. 54 e segg. - Ha facoltà di provvedere alla concentrazione, trasformazione, raggruppamento, federazione, soppressione delle IPAB e alla nomina di commissari

artt. 82 e 83 - L'azione popolare va esercitata in contraddittorio con il prefetto"

R.D. 5.2.1891, n. 99:

"art. 3 - Il Prefetto istruisce le pratiche per il riconoscimento delle IPAB, e delle associazioni e fondazioni private

art. 82 e 83: v. art. 44 della legge 6972"

R.D. 18.6.1931, n. 733:

"art. 154 - Poteri per il ricovero coatto di minori degli anni 14 e adulti inabili"

Legge 21.6.1896, n. 218:

"artt. 1 e 2 - Autorizzazioni per gli acquisti delle IPAB (lasciti, donazioni, stabili)"

R.D. 4.2.1915, n. 148:

"art. 132 - Nomina i commissari per i casi di opposizioni di interessi fra comuni e parrocchiani"

Legge 1.12.1966, n. 1081:

"art. 1 - Un viceprefetto, nominato dai prefetto, fa parte del Comitato provinciale dell'ONMI"

R.D.L. 8.5.1927, n. 798:

"art. 8 - Potere di ricovero di minori illegittimi abbandonati in caso di urgenza

art. 17 - Nomina la commissione per la visita ai brefotrofi e istituti analoghi"

R.D.L. 2.3.1945, n. 172:

"art. 7 - Presiede ii Comitato provinciale di assistenza e beneficenza"

Legge 3.6.1937, n. 847:

"artt. 2 e 9 - Approva le nomine degli amministratori ECA e i programmi ECA"

Legge 30.3.1971, n. 118:

"art. 6 - Nomina le commissioni provinciali per l'accertamento delle invalidità

 
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