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Teodori Massimo - 10 gennaio 1973
A proposito del Vietnam
L'era della normalizzazione

di Massimo Teodori

SOMMARIO: Teodori asserisce che il 1972 è stato l'anno delle "normalizzazioni". Quella degli Stati Uniti con la Cina, lo stringersi delle relazioni di Nixon con l'Unione Sovietica, la firma della "legge fondamentale" tra Bonn e Pankow, l'avvicinarsi delle due Coree. In questo periodo, vittima ulteriore della normalizzazione è stato il Vietnam.

(NOTIZIE RADICALI N. 139, 10 gennaio 1973)

"E' stato questo 1972 - l'hanno detto in molti - l'anno delle "normalizzazioni". Quella degli Stati Uniti con la Cina, lo stringersi delle relazioni dello stesso Nixon con l'Unione Sovietica, la firma della "legge fondamentale" tra Bonn e Pankow, l'avvicinarsi delle due Coree; si potrebbe continuare sullo scacchiere mondiale. "Normalizzazione" è una parola che non ci piace: evoca la Cecoslovacchia normalizzata dai carri armati, le intese dei vertici, non importa se a livello internazionale o interno, sulla testa dei protagonisti, spesso con conseguenze tutt'altro che marginali. Vediamo il caso di chi per esempio, in quest'ultimo periodo è stato ulteriore vittima della "normalizzazione": il Vietnam. Se le potenze comuniste, l'Unione Sovietica ed anche la Cina, non avessero permesso lo scatenarsi del genocidio nixoniano, andando al di là delle pure azioni di protesta necessarie alla facciata di qualsiasi gioco delle parti, certamente esso non si sarebbe potuto verificare nel modo in cui si è verificato. Ma il

nodo del problema viene prima, nella mallevadoria appunto che Breznev e Mao hanno offerto alla rielezione di Nixon per un'America "normalizzata" di fronte all'imprevisto ed imprevedibile pacifista McGovern. Non ci stupisce tutto ciò: fa parte ormai di quella logica delle potenze - cioè di potere a livello degli Stati - che non conosce confini ideologici. Dove invece siamo stati indotti a pensare ed a ripensare quanto frusti siano gli schemi che sogliono esserci presentati, in cui appaiono "riformisti" e "rivoluzionari", socialdemocratici servi del capitale e sostenitori della logica "rivoluzionaria" comunista, è stato il momento ed il luogo della protesta e dell'azione concreta in favore del Vietnam.

Abbiamo sentito che il premier svedese, Olof Palme, ha indetto una petizione popolare per porre termine ai bombardamenti, ha paragonato l'azione di Nixon in Vietnam a Guernica ed a Treblinka, è sceso egli stesso in strada a raccogliere le firme, non si è curato di interrompere, per ora temporaneamente, le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, ha osato sfidare con il suo piccolo paese la grande potenza occidentale. E, con lui, abbiamo letto del presidente danese e del ministro degli esteri norvegese che hanno compiuto azioni simili, sia pure senza la decisione e la forza di Palme. Vorremmo che i nostri compagni rivoluzionari, meditassero su queste vicende, vorremmo comprendere se la "ragion di Stato" che ha portato Breznev a sostenere Nixon e Mao ad accettare anche con questi costi la "normalizzazione" non avrebbe dovuto riguardare tanto più un paese come la Svezia che per tradizione storica e per cosiddetto "legame di civiltà" è vicina agli Stati Uniti. O se, in questo caso, la coscienza civile del pae

se e della sua classe dirigente "socialdemocratica" non sono state, esse, più importanti di qualsiasi calcolo normalizzante.

Gli stessi interrogativi vorremmo rivolgere a noi stessi sul significato dell'aggettivazione politica, che cosa significa oggi essere "socialista" a partire dai comportamenti concreti a livello di partiti o di Stati: li vorremmo soprattutto rivolgere, per competenza, al "socialdemocratico" Tanassi che dalla poltrona della Difesa è coinvolto direttamente nelle vicende dell'alleato americano ed al "socialista" De Martino che non abbiamo incontrato in strada a marciare alla testa dei cortei popolari, anche se non ha (ancora) le stesse gravose responsabilità governative del suo collega Palme. Oppure, al liberale Gerolimetto che dalle colonne del" Corriere "tenta quasi di rifarsi una verginità liberale asserendo con indubbio candore e con pretese argomentazioni di carattere europeo che si è al "superamento della "guerra di religione" tra il liberalismo e socialismo" chiamando in causa Brandt e Scheel: quel Girolimetto che non abbiamo ascoltato alla Rai-Tv protestare vigorosamente contro il silenzio di Andreotti c

ome ha fatto il suo collega britannico Thorpe alla BBC nei confronti di Heath, e che di certo non ha scritto una lettera a Nixon ricordando i principi di morale internazionale enunziati a Norimberga, come ha fatto Karl-Hermann Flach, segretario generale del partito liberale tedesco; ma solo votare insieme a democristiani e socialdemocratici la più liberale e repressiva legge sull'obiezione di coscienza, che tutto l'occidente conosca".

 
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