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Barone Mario - 1 ottobre 1973
Referendum contro il regime (3) Interventi e adesioni: Mario Barone, magistrato

SOMMARIO: Il Partito radicale ha deciso d'indire una serie di referendum popolari: per l'abrogazione del Concordato, delle norme fasciste del codice penale (compreso l'aborto), dei tribunali militari e sulla libertà di stampa e di diffusione radiofonica e televisiva. Rispondendo al questionario de "La prova radicale", Mario Barone afferma che l'iniziativa referendaria, oltre a recuperare una iniziativa che nel passato fu presa, senza successo, da "Magistratura democratica" (il referendum abrogativo delle norme più illiberali del codice penale) potrà servire a far esprimere, al di fuori dei tatticismi parlamentari, le forze democratiche del paese e costringerà la sinistra ad un impegno più coerente contro il regime.

(LA PROVA RADICALE, n.10-11-12 agosto-ottobre 1973)

Nel numero con il quale "Prova Radicale" iniziò le pubblicazioni comparve un articolo di Bandinelli ("Come si uccide un referendum democratico") sull'iniziativa che "Magistratura democratica" lanciò nel 1971, per realizzare, attraverso lo strumento di consultazione popolare, l'abrogazione delle norme più repressive ed anti libertarie del codice penale fascista.

Ecco. La linea politica del Partito Radicale "per una repubblica costituzionale, contro il regime" riscuote la mia adesione proprio sulla base di quella esperienza, personalmente vissuta due anni addietro, e che è stata positiva, nonostante l'insuccesso materiale che ne ha contraddistinto l'esito.

L'iniziativa del referendum costituì allora un grosso fatto politico, nonostante l'esiguità numerica delle forze che la promuovevano e la modestia delle strutture economico-organizzative sulle quali poteva fare assegnamento. Fu un grosso fatto politico perché individuò nel referendum un enorme veicolo di mobilitazione sui temi delle libertà e ne fomentò la partecipazione a tutti i livelli, coinvolgendole in un ampio ed articolato dibattito, che responsabilizzava la presenza di ognuno e contribuiva, in tal modo, ad un vistoso processo di acquisizione delle forze democratiche di base ad una linea di politica attiva. Fu un grosso fatto politico per la stessa natura degli ostacoli che l'iniziativa incontrò sul suo cammino e che ne pregiudicarono in maniera decisiva il successo, perché pose in evidenza, da un lato, come la politica delle libertà fosse subordinata dai partiti politici, in generale, e da quelli della sinistra, in particolare, a problemi di equilibri generali, che condizionavano il loro impegno

ad un'azione seria e concreta per abbattere le arcaiche strutture autoritarie dello stato, e, dall'altro, (ed é forse l'aspetto più grave di questo tipo di dissenso) rivelò una sostanziale avversione verso la utilizzazione dello strumento della consultazione popolare, considerato come pericoloso mezzo di turbamento dei rapporti di potere e di competenze fra base popolare e rappresentanza parlamentare.

Tutto ciò, lungi dallo screditare il significato politico della iniziativa, ne sottolineava il positivo valore e rendeva manifesta ad ognuno la validità di una linea che guadagnava al progresso civile del paese la emancipazione culturale e sociale delle classi subalterne, attraverso un'opera di politicizzazione del movimento di classe, in tutte le sue articolazioni ed in piena autonomia, cioè con la rivendicazione di ogni sua componente a contribuire in concreto -- senza settarismi, ma anche senza collateralismi -- alla effettiva organizzazione politica, economica e sociale del paese.

L'esperienza che nel 1971 fecero i magistrati democratici, promotori del referendum, si é congiunta, del resto, con quella che ha continuato a fare il paese, da allora ad oggi, sperimentando e soffrendo le conseguenze della fiacchezza con la quale la politica della libertà é stata condotta, a livelli di responsabilità nazionale, sì da consentire ai detentori del potere politico ed economico la forza di rintuzzare l'avanzata democratica della società attraverso governi sempre più orientati a destra. La proposta dell'istituzione del fermo di polizia non é la sola, a questo riguardo, ma é la più emblematica dimostrazione dal successo conseguito dal disegno reazionario di costringere le forze democratiche su mere posizioni difensive, cioè su posizioni di sostanziale arretramento della linea politica conquistata dalle lotte dei movimenti di base delle forze operaie e studentesche, dal 1968 in poi.

La mia adesione ha, dunque, una tale matrice e contrassegna la convinzione che é necessario collaborare ad iniziative che, come quella del 1971, siano contro gli autoritarismi di ogni dimensione e i paternalismi di ogni marca, gli uni e gli altri responsabili, anche se a diverso titolo, della condizione di spossessamento politico in cui é sempre più costretto il movimento di classe. Viviamo in un regime istituzionale di "corpi separati" che contraddice i valori espressi dal capoverso dell'art. 3 della costituzione repubblicana ed é solo utile a coonestare linee politiche di basso riformismo e il sostanziale disegno di svuotamento del modello teorico di organizzazione statuale previsto dalla carta costituzionale. Uno svuotamento della Costituzione attuato persino attraverso il richiamo, fittizio e mistificatorio, del suo dato normativo, come é accaduto nel presentare il progetto di legge anti sciopero (che si é detto essere voluto dall'art. 40 della costituzione) ovvero nel proporre il disegno di legge s

ul fermo di polizia (che si é detto perfettamente conforme al dettato dell'art. 13 della costituzione). Tutto ciò mentre incombe sempre più grave sul paese il pericolo di morse autoritarie, delle quali si tenta la giustificazione sulla scorta di fantomatiche esigenze di ordine pubblico, strumentalizzate al punto da consentire persino la previsione di formazioni militari speciali, come ha rivelato il carteggio Taviani-Henke, un carteggio sul quale la tragedia cilena lancia sinistri riflessi.

Quale é il ruolo che, in questo graduale riflusso della situazione politica generale, devono assegnarsi i movimenti democratici di base? La strategia del referendum non risponde in via esclusiva a questa domanda, ma soddisfa le implicazioni più gravi e scottanti che essa sottintende. Essa gratifica l'esigenza di autonomia del movimento, ne verifica il potenziale democratico, per portare avanti la politica delle libertà e del progresso civile, condanna i tatticismi parlamentari ed il costante sacrificio dell'interesse comune, che, in nome di malintese esigenze di equilibri generali, quei tatticismi realizzano e stimola i partiti della sinistra ad una lotta più aperta e coerente contro le strutture socio-economiche del potere borghese, in virtù del sostegno e delle indicazioni che le forze democratiche offrono con la loro partecipazione politica, diretta ed operante. Queste linee caratteristiche "positivizzano" la strategia del referendum e le iniziative corrispondenti, alle quali occorre dar fiducia e c

redito per se stesse, cioè al di là del risultato, che può solo scontare il successo, implicito ed immanente, di una forma democratica e popolare di gestione del potere, tanto più producente quanto più é resa praticabile.

E' una affermazione molto semplice e chiara, ma é anche una lezione di democrazia che ognuno di noi, se nella democrazia veramente crede come forma insostituibile di progresso civile, deve imparare e mandare a memoria.

 
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