Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
mer 21 feb. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Tapparone Vittorio - 1 ottobre 1973
Concordato (1): Gramsci, Donati, Salvemini
Introduzione di Vittorio Tapparone

SOMMARIO: Nel momento in cui il Partito comunista italiano crede di poter raccogliere, con il "compromesso storico", i frutti del voto con cui, nel 1947, sostenne il riconoscimento costituzionale del Concordato stipulato nel 1929 fra Chiesa Cattolica e Stato fascista (art. 7 della Costituzione italiana), il mensile radicale "La Prova radicale" ripropone tre testi di Gramsci, Donati e Salvemini sul concordato per dimostrare quanto miope fu quella decisione. Il Pci infatti, nonostante questi "compromessi", non riesce nel suo disegno di spostare sulle sue posizioni intellettuali e masse cattoliche. Il concordato diviene anzi lo strumento con la quale la Chiesa cattolica e la DC riesce a mantenere il controllo di larghe masse popolari.

(LA PROVA RADICALE, n.10-11-12 agosto-ottobre 1973)

Col Concordato "La Chiesa... si impegna verso una determinata forma di governo... di promuovere quel consenso di una parte dei governanti che lo Stato esplicitamente riconosce di non poter ottenere con mezzi propri: ecco in che consiste la capitolazione dello Stato... ". Così Gramsci. Alla parola "Stato" possiamo lecitamente sostituire quella di forze politiche, di partiti e quindi anche di partito comunista e valutare quanto gramsciana, e quanto apparentemente incomprensibile nell'ottica stessa del PCI, sia stata la decisione di votare l'articolo 7.

Nel 1947, Togliatti, conoscitore degli accordi di Yalta, aveva ormai accantonata (se mai l'aveva coltivata) qualsiasi ipotesi di presa rivoluzionaria del potere. Cristallizzare allora il Concordato alla Costituzione allontanandolo dal Parlamento significò, pur ammettendo congeniale la logica concordataria alla concezione togliattiana della politica, privarsi di una potente arma di contrattazione nei confronti del mondo clericale, significò accrescerne la potenza e la prepotenza, dar via libera alle scomuniche, facilitare la rottura del movimento operaio, l'isolamento del PCI, la funzione di cappellano dell'alleanza atlantica di PIO XII, la repressione di quel poco di rinnovamento che il cattolicesimo italiano riusciva a maturare. Togliatti fu assai mediocre marxista se ritenne con l'art. 7 di riuscire a spostare sul PCI intellettuali e masse cattoliche; il che si può dire col senno di poi, ma anche col senno di allora. Dalla creazione delle ACLI nel 1944 alla continua censura della Sinistra cristiana, t

anto per fare due esempi, molti erano i segni per ben capire che per la Chiesa e poi per la DC obbiettivo preminente, proprio di qualsiasi forza conservatrice che abbia ambizioni di egemonia sulla società, era quello di mantenere il controllo di larghe masse popolari e che su questa frontiera avrebbe esercitato il massimo di iniziativa, e utilizzando tutti gli strumenti possibili a incominciare da quelli più di altri efficaci offerti dal Concordato. L'art. 7, lungi dal dare quella "pace religiosa" atta a rendere più limpida la lotta di classe, ha fortemente contribuito a inquinarla e a indebolirla. Fu un grosso errore politico. Perché se errore non fu, non resta altra spiegazione, per quel voto, che la paura, paura di un mondo clericale che ci si affannava a riconoscere rigenerato dalla Resistenza ma che in realtà si temeva capace di vincenti rigurgiti reazionari. E comunque, dopo un quarto di secolo, questo appare l'atteggiamento del PCI dei nostri giorni: nel dossier sulla "questione democristiana" apparso

qualche mese fa su Rinascita è espressa, senza neppure troppe perifrasi la tesi che il rapporto di collaborazione con la DC va ricercato perché essa è anche partito di masse popolari desiderose di politiche avanzate e nel contempo perché essa nutre germi talmente pericolosi per l'ordine democratico e costituzionale che sarebbe follia uno scontro frontale, cioè di porre in minoranza e all'opposizione i Barzel e gli Strauss nostrani; è chiaro che è il secondo convincimento quello realmente condizionante la politica del PCI, ed è drammatica misura del fallimento della strategia di Togliatti. Rileggere Gramsci è più che mai necessario.

Donati, uno dei rari fuorusciti e antifascisti rigorosi di cui può fregiarsi il Movimento politico dei cattolici italiani, è non a caso una delle figure più sepolte nella memoria dei democristiani e non solo di essi. Riproponiamo alla lettura, a otto anni di distanza da "Questitalia", le sue considerazioni contro il Concordato, di comprensione dell'anticlericalismo come necessario atteggiamento per l'affermazione della religiosità: uno scritto importante per valutare la qualità del dibattito ideale e politico che, pur dopo il sillabo e l'azione nefasta di PIO X, maturava nel mondo dei credenti oltre quaranta anni fa. Si può cogliere per converso la profonda deformazione provocata nella coscienza del Concordato riandando al discorso tenuto alla Costituente nel 1947 dal cattolico Dossetti, il propugnatore, ovviamente sconfitto, di una DC marciante a sinistra: malgrado l'esperienza della resistenza, le ansie di rinnovamento, la sete di giustizia, nel suo mondo concettuale troviamo molto che lo avvicina a u

n padre Gemelli, nulla che ci ricordi Donati: tanto da giungere a difendere la legittimità dell'art. 5 del Concordato, quello che interdice dai pubblici uffici i preti apostati o irretiti da censura.

I pensieri di Donati ci sembrano di piena attualità anche in relazione a quella vasta parte del cattolicesimo del "dissenso" che, scegliendo la classe e il socialismo senza sciogliere nel contempo il nodo del rapporto tra istituzioni della religione e religiosità, restano oggettivamente in una dimensione racchiusa tra il polo dell'integralismo (la ricerca del "socialismo cristiano") e quello del clericalismo (la tutela e la rappresentanza, con gli aggiustamenti e le "dialettiche" che comporta una collocazione nello schieramento di classe, della Chiesa in quanto istituzione).

Le pagine di Salvemini, scritte prima della Costituente, semplici e non semplicistiche, comprensibili e non rigorose a un tempo, costituiscono oggi più di ieri un valido compendio delle cose da fare perché il nostro paese riacquisisca la fisionomia di un paese democratico rispetto al fenomeno religioso e non soltanto ad esso. Dopo venticinque anni di pratica concordataria e di potere democristiano, in una società industriale e non più rurale che bene o male è uscita da una condizione di isolamento e mortificazione culturale, è vitale per la democrazia riuscire a costringere tutte le forze politiche, DC in testa, a dichiararsi di nuovo sui rapporti con la Chiesa, che è anche un dichiararsi sulla società e lo Stato; e innanzitutto sul piano dei principi, e poi semmai su quello della opportunità. E' un preoccupante segno di regime l'odierno profondo silenzio della sinistra parlamentare sulle opzioni di fondo che dovrebbero guidare e nutrire la politica quotidiana. Rompere con la lotta politica questo silen

zio, questa omertà, è in effetti l'obbiettivo logicamente pregiudiziale delle forze impegnate nel rinnovamento democratico del nostro paese.

 
Argomenti correlati:
Gramsci Antonio
Salvemini Gaetano
laicismo
stampa questo documento invia questa pagina per mail