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Salvemini Gaetano - 1 ottobre 1973
Concordato (4): Gramsci, Donati, Salvemini

GAETANO SALVEMINI

SOMMARIO: Nel momento in cui il Partito comunista italiano crede di poter raccogliere, con il "compromesso storico", i frutti del voto con cui, nel 1947, sostenne il riconoscimento costituzionale del Concordato stipulato nel 1929 fra Chiesa Cattolica e Stato fascista (art.7 della Costituzione italiana), il mensile radicale "La Prova radicale" ripropone tre testi di Gramsci, Donati e Salvemini sul concordato per dimostrare quanto miope fu quella decisione.

Gaetano Salvemini, scrivendo prima che la Costituente inserisse nella Costituzione italiana il pieno riconoscimento dei Patti Lateranensi del 1929, analizza le conseguenze dell'eventuale annullamento del concordato su una serie di importanti questioni: la separazione fra Stato e Chiesa, le proprietà ecclesiastiche, il matrimonio, l'insegnamento religioso.

(LA PROVA RADICALE, n.10-11-12 agosto-ottobre 1973)

Mentre sulla questione dei rapporti fra il Vaticano e l'Italia, l'Assemblea costituente della repubblica dovrebbe dichiararsi pronta a negoziare un trattato bilaterale di buon vicinato fra la Città Vaticana e l'Italia, sul problema delle relazioni fra Stato e Chiesa, L'Assemblea costituente, se la maggioranza di essa appartiene ai gruppi democratici, non avrebbe da dire che una sola parola: "separazione". In conseguenza, il concordato del 1929 sarebbe annullato dalla prima all'ultima parola, senza negoziati di nessun genere.

Un concordato fra il Vaticano e un governo secolare quale che ne sia il contenuto, implica sempre nel papa il diritto riconosciutogli per trattato bilaterale, di intervenire nei rapporti fra il governo concordatario e i suoi cittadini di fede cattolica. Questi acquistano il privilegio legale di essere rappresentati e protetti dal papa nei loro rapporti con altri cittadini, e sono assoggettati legalmente al dovere di obbedire non solo al governo secolare del loro paese ma anche al papa. Gli altri cittadini sono esclusi da quel privilegio e da quel dovere.

Una democrazia che abolisce l'uguaglianza di diritti e di doveri fra i cittadini e riconosce giuridicamente ad una parte di essi il dovere di obbedire a una autorità estranea e il privilegio di essere rappresentati e protetti da una autorità estranea, non è più democrazia.

I cattolici italiani obbediscano, se vogliono, alla volontà del papa, così come i soci della Terza Internazionale eseguiscono puntualmente gli ordini del Comintern. Questo è affare loro. Ma i comunisti non possono pretendere di essere legalmente rappresentati e protetti in Italia da Stalin in forza di un concordato col governo italiano. Neanche i cattolici italiani hanno il diritto di domandare che le relazioni fra Stato e Chiesa siano regolate da un concordato. I cattolici italiani facciano valere le loro ragioni in regime di libera concorrenza, attraverso quei diritti di libertà che il regime democratico garantirà ad essi come a tutti i cittadini. Ma non pretendano di inserire, fra se stessi e il resto della cittadinanza italiana, il papa.

Non c'è stato mai concordato in Belgio, anche quando i cattolici erano al potere. Non c'è concordato in Inghilterra. Non c'è concordato negli Stati Uniti. Non c'è concordato in Francia. I candidati cattolici italiani, partecipando alle elezioni nel 1904, 1909, 1913, non domandarono mai che le relazioni fra Stato e Chiesa fossero regolate da un concordato. Il partito popolare Italiano, né nelle elezioni del 1919, né in quelle del 1921, né nella Camera italiana dal 1919 al 1922, mise mai avanti l'idea di un concordato. Don Sturzo non fu mai concordatario. I democratici italiani saranno in buona compagnia quando invocheranno l'esempio di don Sturzo e del partito popolare, oltre che quello del Belgio, della Francia e degli Stati Uniti.

Se i cattolici conquistassero la maggioranza nella Costituente, essi farebbero certamente un nuovo concordato, aggiungendo altre concessioni a quelle del 1929. Ma i gruppi democratici non potrebbero abbandonare mai il principio della separazione. Niente concordati, niente modus vivendi col Vaticano. Transazioni amichevoli coi loro concittadini cattolici nell'interesse della patria comune, sì, quando i cattolici abbiano accettato il principio della separazione. Ma niente accordi giuridici bilaterali col Vaticano nelle materie delle relazioni fra Stato e Chiesa in Italia. Su questo punto nessun compromesso è possibile fra democratici anticoncordatari e cattolici concordatari. O di qua o di là.

SEPARAZIONE

Caduto il concordato, non cadrebbero senz'altro tutte le istituzioni che sorsero in Italia per effetto del concordato. Quelle istituzioni furono create da leggi del governo secolare e appartengono al diritto interno Italiano. Il concordato cadrebbe nel nulla, ma ciascuna di quelle leggi statutarie rimarrebbe in vigore finché non fosse esplicitamente abolita o riformata.

Il governo della repubblica non dovrebbe fare sempre il contrario di quel che era stato statuito nel concordato del 1929, semplicemente per fare dispetto ai preti --secondo il metodo anticlericale podrecchiano. Per esempio, nella dannata ipotesi che scoppiasse un'altra guerra, il governo dovrebbe provvedere all'assistenza religiosa per i soldati che la desiderassero. Questo domanderebbero i cittadini cattolici e questo il governo concederebbe. Così fece nella guerra del 1915-1918. Così dovrebbe fare sempre. Ma questo non sarebbe un obbligo assunto dal governo per effetto di un concordato col papa. Sarebbe un obbligo implicito nella nozione di libertà.

D'altra parte questa nozione di libertà e la separazione dello Stato dalla Chiesa creano la necessità di parecchie riforme nella legislazione ecclesiastica. Sotto un regime di separazione il diritto di organizzazione e di propaganda religiosa è riconosciuto a tutte le confessioni religiose senza privilegio per nessuna. Il governo tratta le associazioni religiose come tutte le altre, commerciali, industriali, bancarie, operaie, sportive educative cooperative, ecc. Le associazioni religiose vivano come meglio sanno e possono in un regime di libera concorrenza. Nessuna lotta religiosa. Nessuna persecuzione. Nessun atto di violenza materiale o anche morale. Ma nessun privilegio per nessuno. Ognuno se ne va al paradiso o all'inferno per la strada che più gli conviene. Chi ha miglior filo tesse miglior tela. Quindi nessuna ingerenza negli affari della Chiesa. Niente giuramenti di fedeltà imposti ai vescovi. Niente intese preliminari nelle nomine dei vescovi e dei parroci.

PROPRIETA' ECCLESIASTICA

Naturalmente nel passare dal presente regime concordatario a quello di separazione, sarà necessario risolvere il problema della proprietà ecclesiastica. Questo problema passò dagli antichi regimi preunitari al regime libero dell'Italia politicamente unita, e dal regime libero al regime fascista. Bisognerà liquidare una buona volta questa annosa eredità.

Il clero in Italia ha tre sorgenti di reddito, oltre le offerte libere dei fedeli: 1) sussidi governativi; 2) interessi del debito pubblico intestati ai vescovi e ai capitoli; 3) beni patrimoniali.

I sussidi governativi dovrebbero essere aboliti senz'altro. Chi sente il bisogno del culto se lo paghi da sé.

Le proprietà vescovili, capitolari e parrocchiali dovrebbero essere lasciate ai loro utenti, salvo il loro dovere di pagare le tasse come tutte le altre associazioni private, e salvo i provvedimenti legislativi che in regime democratico possono mettere limiti agli abusi della proprietà privata o magari abolirla del tutto in regime socialista.

Oltre al clero secolare, cioè a vescovi e al clero da essi dipendente, vi è il clero regolare, cioè quello organizzato nelle congregazioni religiose. Queste hanno ottenuto dal governo fascista molti favori che debbono essere senz'altro revocati. Esse dovrebbero essere soggette alle stesse leggi di ogni altra associazione privata. A somiglianza delle altre associazioni private, potrebbero domandare o non domandare il riconoscimento giuridico col conseguente diritto di possedere. A somiglianza delle altre associazioni private, sarebbero soggetti alle leggi con cui una democrazia non può non limitare quegli eccessi di ricchezza individuale o corporativa, che possono rappresentare una minaccia per il resto della comunità.

MATRIMONIO

Uno dei problemi più acuti che sorgerà sulle rovine del concordato, sarà quello del regime giuridico matrimoniale. La Chiesa cattolica considera il matrimonio come un sacramento che ha effetti civili. E' nel suo diritto; e il cattolico che considera il matrimonio come immorale se non è celebrato in chiesa, è nel suo diritto. Ma né la Chiesa né i cattolici italiani hanno il diritto di imporre il loro modo di vedere a chi, non essendo stato battezzato nella Chiesa cattolica, intende considerare il matrimonio come un semplice contratto civile e non come un sacramento.

La legge italiana del 1865 stabiliva che chi volesse dare al proprio matrimonio validità legale, doveva celebrarlo al municipio per mezzo dell'ufficiale dello stato civile. A nessuno era vietato di celebrare anche il matrimonio religioso. Il cattolico andava a celebrarlo nella propria parrocchia, l'ebreo alla sinagoga, il protestante nel suo tempio, e chi non aveva religione andava solamente al municipio. Il clero cattolico si sollevò con furore contro questo sistema, discreditando il matrimonio civile come concubinato e consigliando i fedeli ad astenersene, limitandosi alla cerimonia religiosa. Le conseguenze di questa lotta non erano brillanti. Più d'uno sposò innanzi al parroco, e quando si stancò della moglie la piantò e andò a sposarne un'altra innanzi al sindaco, e questo matrimonio civile era il solo che fosse giuridicamente valido. Alla fine il Vaticano si rese conto che non era il caso di insistere in una resistenza disperata. Al tempo di Pio X, i parroci ebbero istruzioni di non compiere il ri

to religioso se non avessero avuto la certezza che non sarebbe mancato il matrimonio civile. La consuetudine era di sposarsi al municipio e poi alla Chiesa. Nessuno si occupava più in Italia di questo problema, quando inaspettatamente il concordato del 1929 lo rimise in vita, esso riconobbe che il matrimonio fra i cattolici è un sacramento oltre che un contratto civile; in conseguenza fu introdotto in Italia un regime su per giù analogo a quello che è in vigore nei diversi stati dell'Unione nordamericana. La legge fascista dà al cittadino il diritto di sposarsi o non sposarsi in chiesa. Se uno vuole sposarsi in chiesa, il parroco, nella duplice funzione di sacerdote e di ufficiale dello stato civile, celebra la cerimonia e ne comunica la notizia al municipio. Quando il matrimonio è stato registrato al municipio, solamente allora assume validità civile. Chi non vuole sposarsi in chiesa, celebra il solo contratto civile al municipio.

Questo sembra uno di quei casi, in cui non varrebbe la pena di far i puntigli e buttare per aria la nuova legge solamente per fare dispetto ai preti. Non c'è nessun bisogno di andare a cercare anche questo sasso per poter prenderlo a calci. Bisogna però tener presente che, nella pratica giornaliera fascista, le cose non procedono secondo la legge scritta. Nella pratica giornaliera fascista, chi va a dichiarare al municipio che intende sposarsi al municipio e non in chiesa, è ricevuto come il cane in chiesa. "Come, lei non si sposa in chiesa? Non sa lei che la religione cattolica è la religione dello stato? Non sa lei che rifiutando di sposarsi in chiesa dimostra di non essere fedele alla religione dello stato, e quindi allo stato e quindi al Duce? Ci pensi su. Ritorni domani". La persona che si mette così in ballo, quando torna a casa trova due militi che gli ripetono il discorso che ha sentito al municipio. Non gli resta che andare a sposare in chiesa. Questo è dovuto ad accordi non ufficiali tra il Va

ticano e il governo. Questa prepotenza illegale e immorale deve cessare immediatamente. I funzionari che si rendano colpevoli di quelle pressioni, debbono essere processati e condannati per abuso di potere e destituiti. Pochi esempi basteranno. Bisogna che il clero cattolico si contenti su questo terreno di quanto la legge fascista gli ha concesso e non cerchi per vie traverse di ottenere di più. E sarà bene che i governanti della repubblica italiana siano assolutamente incrollabili su questo punto, pur eseguendo la legge quale è oggi. Pochi esempi basteranno a mettere fine anche alle minacce, a cui sono esposti coloro che vanno a denunciare i neonati allo stato civile senza averli fatti prima battezzare.

Un punto in cui la legge attuale deve essere abolita senz'altro, è quello che ha trasferito dall'autorità giudiziaria alle autorità ecclesiastiche la giurisdizione per gli annullamenti di matrimonio. Il cattolico che vuol far annullare il suo sacramento dalla autorità religiosa, è nel suo diritto. Ma il matrimonio, in quanto contratto civile, è sotto la giurisdizione della magistratura civile e non può essere annullato che da questa. Ognuno per la sua strada.

Un altro problema che certamente sorgerà e provocherà contrasti vivaci, sarà quello del divorzio. Anche in questo campo i cattolici debbono rinunciare a imporre la loro volontà ai non cattolici e a coloro che si sono divisi o intendano dividersi dalla Chiesa cattolica. Una legge che introducesse il divorzio anche in Italia, non obbligherebbe nessun cattolico convinto a divorziare, ma darebbe la facoltà ai non cattolici indifferenti di divorziare.

Il problema non è però né vitale, né urgente. Le donne nell'italia meridionale sono quasi tutte ostili al divorzio. Sfidarle su questo terreno è rendersele nemiche. Dato lo stato di civiltà delle popolazioni italiane rurali, che formano la metà della popolazione, il divorzio dovrebbe essere introdotto con grandi cautele. Né sarebbe opportuno sollevare il problema immediatamente, a furia di decreti dittatoriali nel periodo del governo provvisorio. Questo avrà ben altre gatte da pelare di urgenza.

INSEGNAMENTO RELIGIOSO

Un problema che non potrà non essere affrontato è quello dell'insegnamento religioso nelle scuole.

Noi italiani sappiamo in quale stato di miseria intellettuale era l'Italia nella prima metà del secolo XIX, quando il clero cattolico controllava le scuole italiane; quanti sforzi furono necessari per liquidare quel passato miserevole; e come una gran parte di quegli sforzi sono andati dissipati sotto il regime fascista.

In questo campo la repubblica non avrà da inventare niente di nuovo. Il regime prefascista era soddisfacente e non si deve fare altro che ristabilirlo.

Nel regime prefascista l'insegnamento era libero. Ma solamente le scuole pubbliche avevano la facoltà di rilasciare certificati di studi aventi valore legale. Nell'Italia di domani le scuole private religiose, cominciando dalla università del Sacro Cuore di Milano, dovranno perdere tutti i privilegi che le hanno parificate alle scuole pubbliche nel regime degli esami e dei certificati di studio.

Bisogna abolire l'insegnamento religioso come materia obbligatoria nelle scuole secondarie, e ristabilire per l'insegnamento religioso nelle scuole elementari il regime prefascista, che riconosceva ai genitori il diritto di ottenere l'uso delle aule scolastiche fuori dalle ore di scuola, perché vi fosse impartito ai loro figli a loro spese l'insegnamento religioso. Il regime introdotto dal regime fascista in conseguenza del concordato, è un regime di privilegio per la Chiesa cattolica e deve essere abolito.

Ma anche questo problema non è tale che dalla sua immediata soluzione dipenda la vita o la morte della neonata repubblica italiana. Anche questa gatta può aspettare il suo turno per essere pelata. Bisogna disfarsi dal fanatismo frettoloso, che non vuol lasciare nulla da fare all'indomani. Bisogna saper classificare i problemi, mettendo, come si dice in America, The first thing first.

Io ho tracciato solo le linee essenziali di quello che dovrebbe essere il nuovo regime italiano sul terreno delle relazioni fra Stato e Chiesa. Parecchi altri problemi minori, alcuni assai intricati, meriterebbero di essere esaminati. Ma anche per questi si può ripetere che Roma non fu fatta in un giorno. Quel che importa è definire i principi essenziali di una politica democratica e tenerli presenti caso per caso.

 
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