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Liberazione - 16 ottobre 1973
I PRIMI TIMIDI NO A BERLINGUER
Sempre più chiaramente la demarcazione all'interno del PSI è fra coloro che accettano una posizione subalterna del Partito socialista nell'ambito del "compromesso storico" perseguito da Berlinguer e coloro che rivendicano una autonomia politica di alternativa. Per ora, a parte la presa di posizione di un socialdemocratico, solo la corrente di Mancini ha preso le distanze dall'articolo del leader comunista.

SOMMARIO: Segnala la sortita del socialdemocratico Averardi, che cerca di contrapporre la prospettiva di un "51%" collocato alla sinistra della DC alla tesi berlingueriana dell'"incontro unanimistico" fra "masse comuniste, socialistre e cattoliche". E' poco, per dare adito a speranze, ma tuttavia occorre farne conto. Anche Mancini, nel deplorare le posizioni di Berlinguer come "minimaliste e disfattiste", chiede che nel PSI si discuta sulla linea politica del partito. L'enuclearsi delle posizioni manciniane va seguito con attenzione, anche se è insufficiente che si deplori Berlinguer senza "precisare subito" su quali "progetti" potrà nascere una "alternativa di sinistra". E queste considerazioni di fondo valgono non solo per i manciniani: dovrebbero valere anche per la "sinistra socialista". Infine, Loris Fortuna ha promesso che al prossimo comitato centrale "ingaggerà battaglia". E' una occasione interessante.

(LIBERAZIONE, 16 ottobre 1973)

Che sia proprio e solo una socialdemocratico, l'on. Averardi, a rispondere agli articoli di Berlinguer su "Rinascita" contrapponendo alla prospettiva "storica" dell'incontro unanimistico fra masse comuniste, socialiste e cattoliche e altri gruppi democratici, la prospettiva (sia pure "alla lunga") di una maggioranza di governo del 51 per cento alla sinistra della DC, non autorizza certo a prestare a questa posizione forza concreta, rigore e attualità. Ma vale la pena di registrare comunque questa voce e porla in relazione con l'interrogativo da noi avanzato sulla possibilità che in Italia, come in Francia Guy Mollet e gran parte della vecchia SFIO anticomunista, atlantica e terzaforzista, sia Giuseppe Saragat a farla propria e ad affidare a questa eventuale clamorosa svolta la prospettiva di un tramonto rosso e socialista alla sua lunga esistenza politica marcata dal distacco dalle masse, dalle loro lotte, dai loro ideali. Confessavamo, nei giorni scorsi, il nostro reciso scetticismo in merito a questa possi

bilità. Non sarà la sortita di Averardi ad attenuarlo. Ma in una situazione di regime ormai così chiusa, così priva di agganci e di contraddizioni serie a livello istituzionale della lotta politica, ogni elemento nuovo, per tenue che sia, va registrato e comunicato.

Un giorno dopo il nostro servizio sul dibattito in direzione del PCI e sul significato degli articoli di Berlinguer anche in rapporto alle diverse strategie comuniste oggi evocabili come interessanti per il dibattito e la ricerca in corso in Italia, una nota dell'agenzia di stampa manciniana polemizza anch'essa contro il minimalismo ed il disfattismo propri della posizione del segretario nazionale del PCI. Dopo avere, come abbiamo fatto anche noi, rilevato il carattere violentemente polemico contro l'esperienza di Unità Popolare in Cile e averlo riprovato, la nota prosegue: »se la sinistra italiana nega a sé stessa il diritto e la possibilità di governo con il 51 per cento, la forza degli altri componenti del "compromesso storico" sarà esaltata e accresciuta... . La corrente dell'on. Mancini sottolinea la assurdità di "disconoscere alla sinistra" come fa Berlinguer, "quello che la Democrazia Cristiana riconosce a sé stessa, da sola, o con l'ausilio, com'è accaduto nell'epoca centrista e dopo il 7 maggio, di

alleati condiscendenti".

»L'area delle forze del "compromesso storico" - prosegue la nota - si dilata a dismisura e nasce il problema di quale forza non solo numerica ma politica la sinistra riuscirebbe a conservare nell'ambito di una alleanza che esclude soltanto la destra che si confessa tale, e a confessarsi tale in Italia è soltanto la destra fascista .

Su questo, sulla strategia di cui testimonia, i manciniani affermano si debba ormai, nel PSI, discutere e ripensare una politica nuova.

Venendo dopo l'intervento di Antonio Landolfi a favore del referendum sul divorzio e che non scartava affatto l'ipotesi della agibilità, a determinate condizioni, della raffica dei referendum antiregime, dopo quello di Camillo Benevento, segretario nazionale della UIL, manciniano, su "Liberazione", dopo alcuni interventi di Balsamo, prudenti di per sé anche troppo, ma già inediti per il PSI, c'è da seguire con attenzione, e non passivamente, l'enuclearsi della linea manciniana. Dove però la riflessione non può attendere è sui contenuti, sugli ideali, sugli obiettivi di una qualsiasi politica di schieramento. Rispondere a Berlinguer contestandogli solo l'eccesso di sfiducia di fronte ad una vittoria parlamentare della sinistra non basta. Si tratta invece di precisare subito su quali progetti e proposte un'alternativa di sinistra, dall'opposizione verso il governo, possa seriamente essere avanzata. Se il 21 novembre, per assenza di adeguata campagna di pressione e di controllo, oltre che di informazione, si la

scerà libera la corte costituzionale di fare il golpe della proclamazione della incostituzionalità della legge Fortuna; se si lasciasse cadere la carta integralmente democratica e costituzionale della mobilitazione popolare attraverso i referendum per una correzione delle più mostruose e gravi degenerazioni di regime e per un rilancio, quindi, della forza del momento parlamentare; se si continuasse ad ignorare, preventiva a qualsiasi valutazione tattica e di mera opportunità, l'urgenza dello scontro per correggere l'infamia dell'aborto clandestino di massa e di quello di classe, il rinnovamento del PSI, un suo modo nuovo di porsi rispetto alla tradizionale posizione subalterna che gli è stata assegnata in questi venti anni, sarebbero circoscritti al campo delle velleità e delle inutili proclamazioni.

Sono considerazioni che non valgono solo per i manciniani. Dovrebbero valere per la sinistra socialista (non fu questa corrente l'unica, con il discorso di Lombardi al congresso di Genova, a parlare di "alternativa alla DC"?), anche se al suo interno sembrano prevalere le preoccupazioni tattiche rispetto a quelle strategiche. E valgono certamente, e a maggior ragione, per quei settori (Mariotti, presidente dei deputati socialisti e Mosca vicesegretario del partito) demartiniani che appaiono tutt'altro che rassegnati all'inerzia e alla devitalizzazione del Partito sull'altare del centro-sinistra. Mariotti ha detto che la mancanza "almeno oggi di alternative al centro-sinistra, che non siano le elezioni anticipate, non deve autorizzare nessuno a sperare che questi motivi possano ridurre al silenzio i socialisti o ridurli a semplice copertura di interessi moderati". Ci sembra che proprio su questi problemi ci sia bisogno di uscire, e presto, dal silenzio e di parlare.

Loris Fortuna ha annunciato che al prossimo comitato centrale, con altri suoi compagni del raggruppamento laico e libertario, ingaggerà battaglia proprio su questi punti.

Senza troppe illusioni, ma confortati dai sintomi nuovi che andiamo registrando, aspetteremo con interesse questa occasione.

 
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