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Rodota' Stefano - 16 maggio 1974
Repubblica vaticana
di Stefano Rodotà

SOMMARIO: Nella pagina che "IL MONDO" offre settimanalmente alla Lega Italiana per l'Istituzione del Divorzio (LID), Stefano Rodotà denuncia il silenzio della magistratura nei confronti della violazione da parte di migliaia di ministri di culto delle norme della legge penale e del Concordato.

(IL MONDO, 16 maggio 1974)

("Il mondo apre una pagina, durante tutta la campagna del referendum, alla Lega Italiana per il Divorzio, intendendo così evitare per quanto possibile che si impedisca alla LID di continuare la sua battaglia. Siamo lieti di farlo, anche se le opinioni e i giudizi della LID non sempre coincidono con quelli del "Il Mondo".)

Il referendum è riuscito a far venire a galla molte cose, prevedibili alcune, ma tutte significative: i limiti d'azione della sinistra "rispettosa", le cui reticenze e cautele non varranno certo come benemerenze nelle future trattative con la DC e rischiano oggi di pregiudicare gravemente la difesa del divorzio; la nuova politica democristiana dei ceti medi, non più sollecitati con miraggi clientelari e corporativi, ma brutalizzati con appelli terroristici da 18 aprile e con la falsa "scientificità" delle mezze calzette; l'uso ipocrita della legalità, per restringere a pochi interlocutori patentati il posto di proscenio nel dibattito sul referendum.

L'appello alla legalità di ammanta sempre di oggettività e di irresistibilità: si fa così perché la legge lo vuole, non perché qualcuno ha scelto che così via. Bene. Guardiamo allora in faccia i legalisti e mettiamoli alla prova, chiediamo loro di rispettare fino in fondo le regole del gioco e le norme di legge ai quali essi stessi si son voluti appellare.

Pesante ingerenza

Testi alla mano, si è voluto restringere ad alcuni soggetti soltanto il diritto a partecipare a pieno titolo alla campagna per il referendum. Ma, poiché ci sono molte più cose in un ordinamento giuridico di quanto i legalisti stessi riescano a pensare, ecco che lo strumento formale si rivolta contro di loro e impone di escludere dalla discussione elettorale alcuni dei suoi più aggressivi e protervi protagonisti. La denuncia dei radicali ha messo sotto gli occhi di tutti il fatto che la pesante ingerenza dei "ministri del culto" cattolico costituisce un vero e proprio reato: l'art. 98 del testo unico delle leggi per l'elezione della Camera dei Deputati punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni quei "ministri" che cerchino di "vincolare" il suffragio degli elettori a favore di una certa parte.

Questa norma è certamente applicabile in questa campagna elettorale, poiché gli articoli 50 e 51 della legge sul referendum richiamano esplicitamente le disposizioni del testo unico. Né si può sostenere che l'art. 98 pone un'odiosa discriminazione a carico dei religiosi: il divieto di interventi pesanti nella campagna elettorale è da quell'articolo esteso a tutti i pubblici ufficiali. E i "ministri del culto" non possono, da una parte, chiedere privilegi allo Stato e, dall'altra, rifiutare gli obblighi imposti come logica contropartita di quei privilegi.

Se le cose in questo paese andassero in maniera diversa, ci si dovrebbe meravigliare, anzi, che la denuncia sia stata fatta da una associazione di privati cittadini, qual è il partito radicale. Lo sforzo dei vescovi di vincolare al "sì" il voto dei cattolici è documentato giorno per giorno da tutta la stampa: come mai hanno taciuto finora gli uffici dei pubblici ministeri, che dovrebbero esercitare d'ufficio l'azione penale in presenza di ogni notizia di reato? Dove sono mai i rigidi tutori della legge che sequestrano film, incriminano le donne che hanno abortito, denunciano i giornalisti per vilipendio, perseguitano gli edicolanti e gli strumenti che sostengono tesi sulle condizioni dei carcerati?

Privilegio medievale

Di fronte a questa situazione di inerzia della magistratura, che rasenta l'omissione di atti d'ufficio, i radicali faranno bene a moltiplicare le loro denunce. Ci saranno infiniti giudici pronti ad archiviarle, a tirare per le lunghe istruttorie, ad insabbiare tutto, forse ad incriminare per vilipendio gli stessi denuncianti: ma l'esperienza, ormai, ci dice che viene sempre il momento in cui compare un magistrato che spezza le congiure del silenzio e le reti di complicità.

Si avrebbe così ancora una prova della necessità di mantenere la magistratura come potere di controllo diffuso nella collettività, che è uno dei pochi modi di salvaguardare i non molti spazi di libertà di cui oggi disponiamo. Non a caso si sta cercando, proprio in questi giorni, di ricondurre alle regole di regime tutti i giudici, sottraendo l'azione penale ai pretori ed accentrandola nelle mani di pochi procuratori, docilmente ricondotti sotto il controllo della classe di governo.

Prima o poi, comunque, i giudici dovranno dirci se la legge vale soltanto per negare i tabelloni ai radicali o se, tra gli altri privilegi vescovili, esiste anche quello medievale di essere "legibus soluti".

 
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