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Dorigo Wladimiro - 10 agosto 1974
Non-violenza e crisi politica
di Wladimiro Dorigo

SOMMARIO: Intervenendo sul dibattito aperto a proposito del digiuno intrapreso da Marco Pannella (diritto d'accesso alla televisione della Lid e del Pr, fissazione dell'inizio della discussione alla canmera sull'aborto, tutela della linea laica de Il Messaggero, superamento del rifiuto del Presidente Leone di ricevere una delegazione della Lid e del Pr), Wladimiro Dorigo rileva che la geografia politica nazionale identifica attualmente tre aree di filosofia della crisi e del suo possibile superamento. La prima riguarda la congiuntura economica e le misure assunte dalla grandi tecnologie industriali per combatterla; la seconda si identifica con le esigenze della sinistra storica di vincere lo sciopero della rendita e di convincere a nuovo orientamento il profitto. Vi è poi quell'arco di questioni che attengono all'informazione, alla partecipazione politica, ai diritti di libertà individuale, alla famiglia, alla laicità dello Stato. Se la somma di queste ultime questioni non fa una "filosofia della crisi" o de

l suo superamento, tuttavia essa è elemento necessario di tale filosofia. La terza area di approccio si nutre di questo patrimonio ideale ed è qui la radice della presunzione di Marco Pannella e dei compagni libertari. Chiedendo a Pannella di non sacrificare la vita a causa dell'esito parziale degli obiettivi del suo digiuno, Dorigo invita gli uomini della sinistra e i democratici ad assumere il senso, le ragioni e gli obiettivi dell'iniziativa radicale.

(CORRIERE DELLA SERA, 10 agosto 1974)

A molti osservatori dell'"estabilshment" sembra decisamente strano, contraddittorio e stravagante che, mentre la società nazionale è attraversata da brividi e sussulti sempre più frequenti e drammatici, e lo Stato manifesta, con la crisi d'inefficienza delle istituzioni e l'ignavia della classe politica, la sua completa impotenza, qualche gruppo di esaltati giacobini, con tecniche più o meno "goliardiche" e comunque "non serie", si permette da mesi di turbare la gravità dell'ora, di proporre problemi difficili "terroristici", "astratti" all'opinione pubblica, e di cercare a ogni costo un dialogo con il potere, riuscendo perfino in qualche caso a imporlo, grazie alla malleveria e all'ascolto di qualche settore della stampa e delle forze politiche.

Non è da oggi che do ai radicali e alle leghe per i diritti civili il mio consenso, anche se esso non significa che io ritenga che le lotte di questi anni siano sufficienti a guarire il paese del suo male oscuro. Per questo, esprimere ancora una volta a Pannella e a chi è impegnato con lui, nel momento più duro di questa prova-limite pressoché insostenibile - e non solo per motivi di resistenza biologica -, una parola che non significa nulla se non implica, come ho sempre voluto, almeno compromissione pubblica nel costo morale della lotta, implica un "quid novi" abbastanza modesto. Ma non è questo un buon motivo per tacerla.

Di più, quel che mi sembra opportuno in questo momento - i giornali di questi giorni dedicano pagine e pagine all'ennesima strage fascista, quella del treno Roma-Monaco - è il cercare ancora una volta (non è la prima volta, non sarà l'ultima) una riflessione fredda e cosciente sull'apparente paradosso ci ho dedicato le prime righe. La geografia politica nazionale, all'interno del cosiddetto "arco costituzionale", identifica attualmente tre aree di filosofia della crisi e del suo possibile superamento. La prima, quella di grandezze numeriche d prima mano (Banca d'Italia), ance se spesso troppo generali e talvolta insignificanti per genericità, incapaci come sono di esprimere a livello di analisi lo scollamento o la sovrapposizione dei ritmi temporali della congiuntura e delle misure assunte per combatterla (che in questi giorni lasciano il posto a contromisure prima ancora di essere sanzionate dal Parlamento, grazie al novero delle grandi tecnologie finanziarie dei paesi industriali. Con questa filosofica, e

con la sua tastiera tecnica di comando, siamo a livello di strumentazioni teoriche e operative sofisticate, che il basso livello della cultura politico-economica nazionale ben raramente permette di discutere a livello di pertinenza e competenza, ma siamo anche in un ambito puramente tecnicistico (ovviamente greve di ben precise implicanze e conseguenze politiche e sociali), il quale, non mediato - per assoluta assenza di interlocutori-gestori validi - dalla scelta di governo, resta costituito come unico modo operativo nel contesto di una crisi nella quale, anche se mancassero le stragi nere, apparirebbero del tutto allarmanti le conseguenze politiche generali della congiuntura economica.

La seconda area di filosofia della crisi si identifica con le esigenze politiche sostenute dalla zona socialista di maggioranza e di opposizione - PSI, PCI e sindacati -, ed in essa la considerazione puramente strumentale delle tecniche congiunturali si inquadra, ricevendone diversa organizzazione, e diverso significato.

In quest'area di filosofia politica, profondamente animata dalla coscienza popolare, si esprimono insieme valori imprescindibili e condizioni insuperabili per la salvezza della comunità nazionale, seppure le divisioni storiche della sinistra italiana, a livello sociale, sindacale, politico, ne spezzino in modo decisivo la capacità operativa, e ne impediscano tuttora la totale credibilità rispetto al quadro istituzionale consacrato nel 1947; in essa d'altra parte si esprimono, per le stesse cause storiche, carenze oggettive - anche al solo livello di prefigurazione di una società salvata perché riformata nel rispetto della Costituzione del 1947 - di proposta e di strumentazione economica e politica capaci a un tempo di vincere lo sciopero della rendita e di convincere a nuovo orientamento il profitto; e inoltre si evidenziano, nella stretta crescente della crisi di questi mesi, le debolezze profonde e crescenti del rapporto propriamente politico che, fatta eccezione per la protesta antifascista, ripropone quo

tidianamente casi, vicende e temi di lotta e di contraddizione nuova, sollevati, sostenuti, proposti in ambiti diversi dal basso, sui quali la gestione della sinistra ufficiale si rivela troppo spesso reticente.

Alludo, è chiaro, a quell'ampio, crescente arco di questioni, di vicende, di lotte nuove che implica i problemi dell'informazione (dalla radiotelevisione esclusiva, censurante e manipolata alla guerra di conquista dei grandi quotidiani), quelli della partecipazione politica (dalla discriminazione delle formazioni non parlamentari al funzionamento pubblico dei partiti), quelli dei diritti di libertà individuale (dal voto ai diciottenni al servizio civile per i non-violenti e gli obiettori di coscienza, dalla questione dell'aborto alla riforma del codice penale), quelli relativi alla famiglia (nuova legge sul diritto di famiglia, matrimonio concordatario, propaganda anticoncezionale), quelli relativi alla laicità dello Stato (abrogazione del Concordato, dei tribunali militari, dell'esclusivismo anti-liberale della professione giornalistica), etc. Giacobinismo? Messianismo libertario? Utopismo astratto?

Sono pronto a riconoscere che questa somma non fa una "filosofia della crisi" o del suo superamento. Alcuni anni or sono lo scrissi in una relazione richiestami dai radicali per il loro congresso. Tuttavia, se essa non costituisce materia sufficiente, è nondimeno, inconfutabilmente, elemento "necessario" di una filosofia della crisi. La terza area di approccio si nutre di questo patrimonio ideale e, se non ostassero valide ragioni storiche, potrebbe tentare, umilmente, lentamente, una sua marcia coscienziale e scientifica alla globalità. Nella situazione data, che partecipa comunque di questa dimensione squisitamente politica della vita, nel senso più originario che si possa immaginare, non può presumere un'egemonia, ma non può non sentirsi portatore e sollecitatore di valori, autentici, elementari, insurrogabili non solo come valori, ma come strumenti di libertà. E' qui la radice della presunzione di Marco Pannella e dei compagni libertari.

La sinistra, le masse popolari, il movimento operaio possono e debbono acquisire in questa dimensione non rivendicazioni individualistiche dell'89 giustamente obliterate dal 1917 e dalle sue istituzioni, ma la radice, la giustificazione storica e strutturale del 1917 riletto alla luce dell'esperienza quasi sessantennale che ne è seguita. Ma al di là dell'interpretazione o della significazione storica, è la durezza della situazione presente che esige gesti di coraggio e salti di qualità. L'antifascismo - rileggo Pannella ai fini del mio discorso - non ha senso, soprattutto non ha respiro e speranza se è solo lotta contro Almirante e protesta contro le bombe. In una società che sempre più si chiude, perfino nelle misure economiche architettate dall'alto per la sua "salvezza", perfino nel riconoscimento finanziato dall'alto della "partecipazione" politica, aprire instancabilmente ai cittadini il riconoscimento effettivo di "nuovi" diritti di libertà costituisce la garanzia più ampia, la capitalizzazione più sic

ura per la sua salvezza democratica. Quando, poi, questi diritti di libertà (valori, dicevo) sono strumenti insostituibili di libertà (radio, TV, giornali, partecipazione, voto ai giovani, emancipazione della donna, etc.), è cecità negare che le lotte per essi debbano essere assolutamente prioritarie, sia perché esse possono conseguire consensi plebiscitari (dopo il 59,25% del 13 maggio, sono di ieri i risultati del sondaggio Demoskopea sull'aborto), sia, soprattutto, perché con esse si possono acquisire nuovi strumenti di lotta e nuove forze di sostegno per la democrazia italiana.

Nel dramma presente dell'Italia, l'unica rivoluzione possibile mi sembra quella di rendere irreversibile il cammino percorso, di precostituire nuovi strumenti e nuovi motivi per difendere la libertà, per farla avanzare, per consentire a tutti, in condizioni nuove (nelle quali diventino impossibili le bombe, ma diventino anche impensabili le violazioni dei diritti di libertà contro le quali si alza la testimonianza di Marco Pannella e delle povere organizzazioni radicali), liberazioni ulteriori.

E' assai improbabile che in poche settimane, dopo i 100.000 di cui ci è stata data notizia, altri 400.000 italiani sottoscrivano in modo valido, alla presenza di un magistrato o di un notaio, nel loro comune di residenza, alle otto richieste di referendum popolare abrogativo proposte dal Partito Radicale (ma non è più necessaria, quella contro il monopolio statale sulla TV via cavo, perché ci hanno pensato - insospettati giacobini - i giudici costituzionali: e il regime fa finta di niente; un'altra è nuova, contro il finanziamento pubblico ai partiti, che, a maggioranza, continuano ad avocare alla cassaforte del Parlamento gli atti della magistratura sui fondi neri, siano essi dei petrolieri, della Montedison, degli zuccherieri, etc.). Sarà, se non ci pensano le organizzazioni della sinistra politica e sindacale, un'occasione storica perduta, almeno per qualche anno, e una grave responsabilità. E non è molto probabile che, in queste ferie agostane sorde persino alle stragi, siano raggiunti gli obiettivi del

nuovo disperato digiuno di Pannella e dei suoi amici. Chiedendo loro di non sacrificare la loro vita - sacra come tutte, preziosa più di altre - a causa dell'esito parziale o insufficiente di una battaglia che ha comunque lasciato un segno profondo e ammonitore, ritengo di dover invitare gli uomini della sinistra, i democratici ad assumersene il senso, le ragioni, gli obiettivi, almeno quelli compatibili con la loro azione, dovunque siano e dovunque combattano. E' tempo, per tutti noi, di unificare le ragioni e gli obiettivi dell'impegno e delle lotte di ciascuno. Ogni residua polemica nella sinistra è cieca. "Salus rei publicae..."

 
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