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Cofrancesco Dino - 30 ottobre 1974
La libertà radicale (1) Attivismo, partecipazionismo, moralismo
di Dino Cofrancesco

SOMMARIO: Si tratta del primo di tre lunghi saggi dedicati all'analisi del "fenomeno" radicale, apparsi nei numeri di ottobre, novembre e dicembre 1974 di "Critica Sociale" (testi n. 3790, 3791, 3792) . Siamo a pochi mesi dal referendum sul divorzio, e nell'opinione pubblica c'è maggiore interesse per il partito che ha patrocinato il confronto su questo tema, schivato invece dagli altri partiti. Cofrancesco inizia con un rapido excursus sui significati assunti dal termine "radicale" a partire dalla definizione del Tommaseo, da Tocqueville e Cavour, ecc. La definizione ebbe, per lo più, una accezione negativa, ed anche oggi, in generale, il radicalismo viene visto, nelle condizioni della società di massa, come "un frutto fuori stagione", elitario, avulso dai reali problemi dell'oggi. Per Cofrancesco, però, questi giudizi sono eccessivi, e già l'opera dei radicali de "il Mondo" va rivalutata. Il radicalismo pannelliano, comunque, si distingue per alcune caratteristiche - l'attivismo, il partecipazionismo, il m

oralismo, l'illuminismo politico e sociologico - di cui (con particolare attenzione per ciò che concerne la tematica illuminista) Cofrancesco compie una attenta analisi. Va sottolineato che i tre saggi rappresentano, a parte il volume di A.Galante Garrone ("I radicali in Italia", Garzanti 1973) che però è' un saggio storico, il primo serio studio sul partito radicale moderno.

(CRITICA SOCIALE N. 10, ottobre 1974)

Nel "Dizionario della lingua italiana", il Tommaseo definiva "radicale" `quel partito estremo che vuol rifare lo Stato alla radice'. Tommaseo non era il solo, tra gli intellettuali e i politici moderati dell'Ottocento, a identificare nel radicalismo una forza contestatrice dell'ordine costituito. Anche »per uomini come Tocqueville e Cavour, verso la metà degli anni '30 - nota Galante Garrone - radicale è sinonimo di violento eversore degli ordinamenti politici e sociali; e ogni arrendevolezza nei loro confronti diventa complicità (1).

Queste apprensioni oggi fanno sorridere: molta acqua è passata sotto i ponti della storia e in tema di voler rifare lo stato alla radice, abbiamo avuto altre lezioni, ben più audaci. Dai campi di sterminio di Hitler alle deportazioni in Siberia di Stalin, stanno dinanzi a tutti le immagini del terrore e della morte di cui furono artefici gruppi politici e classi dirigenti capaci di andare fino in fondo in fatto di sovversione. Al confronto i radicali ci appaiono come gli oppositori costituzionali del liberalismo parlamentare ottocentesco: i fratelli separati che, lungi dal minacciare il `sistema', finiscono per irrobustirlo, allargando progressivamente il numero di coloro che sono disposti a battersi non per la politica di determinati governi, ma per gli ideali di libertà civile e politica proclamati dalla carte costituzionali. Giustamente il Galante Garrone definisce radicali coloro che »si battono (...) da posizioni più o meno avanzate, per una progressiva trasformazione in senso democratico del regime esi

stente (...) e per un programma di riforma: soprattutto in campo elettorale, parlamentare, fiscale, scolastico e dei rapporti con la Chiesa (2); e ben individua, nell'estrema varietà dei loro atteggiamenti, due costanti che caratterizzano un po' tutto il radicalismo europeo continentale. »In primo luogo, si tratta di un movimento che, per quanto composito, ha una base essenzialmente borghese, di piccola e media borghesia. Esso si fa, con più o meno intensità polemica, patrocinatore degli interessi popolari, e non è insensibile a quella che già comincia a dirsi la `questione sociale'; ma non rinnega la propria fisionomia e i propri interessi di classe borghese, sia pure avanzata in senso liberale e democratico. In secondo luogo, e in logica connessione con quanto ora si è detto, esso (...) accenna a prendere posizione non solo contro i liberali moderati (...), ma anche contro l'estremismo socialista che minaccia l'abolizione della proprietà privata (3).

Lo studioso torinese ci dà del movimento politico in esame una definizione - storica e sociologica - precisa e documentata, oltre la quale, però, sta il complesso ambito di significati che il termine »radicale è venuto via via assumendo nei vari impieghi che ne sono stati fatti ai livelli più diversi, dal politico di professione all'uomo della strada.

Per molti, i radicali dell'Ottocento evocano fantasmi, sia pure rumorosi, di una "belle époque" politica in cui l'insulto ad un partito poteva finire in un duello, perché irridere a un ideale significava ferire nel suo onore la persona che se ne faceva seguace; mentre i radicali dei nostri tempi ricordano minoranze sparute e velleitarie, troppo aristocratiche per abbracciare fino i fondo la causa del proletariato, troppo »civili per schierarsi a destra. Per altri »radicale è, al di là di ogni geografia politica e parlamentare, chi rifiuta sistematicamente ogni compromesso sui principi, chi, imboccata una via, si rifiuta di addivenire, dinanzi ad ostacoli imprevisti, a più miti consigli, chi, in ogni circostanza insomma, si assume la parte del »guastafeste . In tal senso, »radicali sono anche i seguaci irriducibili di Mazzini, ai quali non a caso una credenza popolare, forse di origine clericale, attribuisce capacità iettatorie. Per altri ancora, radicalismo è sinonimo di individualismo: è radicale chi si

rifiuta di ispirare la propria azione a programmi politici sicuri, fondati su organiche e coerenti concezioni del mondo e del processo storico; il radicale, in questa accezione, è un tipo imprevedibile: oggi più realista del re, domani più rivoluzionario di un blanquista o di un leninista, egli fa parte di quella categoria di uomini che non danno alcun affidamento politico e che pertanto vanno tenuti lontani dalle competizioni per il potere, in cui possono solo portare confusione e scompiglio.

Queste ed altre valutazioni cui faremo riferimento nel corso del lavoro, non esauriscono certo l'ambito di significati assunti dal termine radicale. D'altronde, non tutti sono ugualmente rilevanti per l'analisi politica; né tutti contengono giudizi di valore sostanzialmente negativi. In questa sede, tra le varie accuse mosse ai radicali, prenderemo in considerazione quella che ci sembra, fra tutte, la più decisiva: il radicalismo rappresenta un frutto fuori stagione, apparentemente ad una fase della lotta politica da tempo superata. Con l'avvento della società di massa, si dice, con la costituzione di vasti agglomerati urbani caratterizzati dalla progressiva vanificazione delle solidarietà professionali o di ceto, col sorgere dei grandi partiti strutturati come imprese elettorali il cui profitto si misura in percentuali di voto, il radicale, nella misura in cui si rifiuta di adeguare la sua strategia politica ai bisogni e talora ai pregiudizi delle masse, si confina da solo in una sorta di ghetto culturale,

che mal riesce a celare l'insofferenza aristocratica per »la legge del numero . Non si nega al radicale il coraggio di battersi per rispettabili idealità di convivenza civile, ma si tende a riguardare la sua libertà con la libertà hegeliana dell'"anima bella", anacronisticamente volta alla formazione di raffinate individualità, in un periodo in cui occorre, più che mai, calarsi nel fango di Romolo perché non diventi monopolio dell'avversario. Vale la pena di riportare per intero un brano significativo di Leo Strauss, tratto dal volume "Liberalismo antico e moderno", giacché il quadro ideale dell'educazione liberale che vi si delinea corrisponde ampiamente - rovesciando tuttavia i segni di valore - all'immagine che l'uomo della strada degli anni '40 - il seguace dei vari Giannini irridenti ai vari `cacamandrei' - si faceva dei radicali italiani dell'immediato dopoguerra. L'educazione liberale »richiede la rottura completa con il chiasso, la fretta, la spensieratezza, la meschinità della Fiera delle Vanità deg

li intellettuali come pure dei loro nemici. Richiede la sicurezza di sé, necessaria per considerare come semplici opinioni i punti di vista più accettati, o per considerare le opinioni medie come opinioni estremistiche che hanno almeno la stessa probabilità di essere errate delle opinioni più stravaganti o triviali. L'educazione liberale è liberazione dalla volgarità. I greci avevano una bellissima parola per indicare la volgarità; la chiamavano "apeirokalia", mancanza di esperienza di cose belle. L'educazione liberale ci fornisce l'esperienza di cose belle (4).

Se questa immagine corrisponde alla verità, si spiega perché tanti lettori del "Mondo", drammaticamente consapevoli che l'"esperienza di cose belle" era divenuta impossibile negli anni prosaici della guerra fredda, abbandonavano il raffinatissimo salotto di Pannunzio per una ben più »radicale scelta di campo, quella che li portava sulle barricate e a sostituire Cattaneo con Marx.

Senonché, a guardare le cose più a fondo, ci si accorge che questo isolamento aristocratico non corrisponde del tutto alla realtà storica. L'isolamento, certo, sia pure parziale ci fu, ma fu davvero »aristocratico ? L'uso di questo aggettivo, in politica, può essere oltremodo insidioso se, ancora una decina di anni fa, un celebre cattedratico romano, rimasto sentimentalmente legato al ventennio fascista, accomunava Petronio Arbitro e Giacomo Matteotti nella categoria degli oppositori snobistici di regime. Categoria contro cui polemizza pure lo spregiudicato editore della cultura razionale che, con inequivocabili intenti pedagogici, pubblica di recente in italiano le divagazioni sullo "chic radicale" di un dimenticato poligrafo inglese.

A questi luoghi comuni sui radicali - luoghi comuni che sovente hanno trovato tanta condiscendenza in ambienti di destra e di sinistra - bisogna reagire con decisione, se davvero si vuole sgomberare il terreno dagli equivoci interessati e dalle polemiche contingenti. Occorre chiarire, innanzitutto, che se il termine »aristocratico in politica designa, in genere, l'atteggiamento di chi combatte contro i mulini a vento (o perché vuole rimuovere nei rapporti di potere solo quanto vi si contiene di volgare e di antiestetico o perché scambia qualche scaramuccia giuridica per una grande battaglia politica) e tende ad usare, nelle relazioni con gli altri, un linguaggio di casta e quindi discriminante - nessuno lo merita meno del radicale italiano. Forse, nell'Inghilterra della seconda metà dell'Ottocento, lo "chic" radicale, nella prima metà del secolo identificato col bilioso filogiacobino (altro che "chic!"), sarà stato spinto all'azione anche dalla tenace volontà di scandalizzare la perbenista borghesia vittori

ana, certo è che in Italia la battaglia radicale, nei difficili anni '50, fu tutt'altro che pura e semplice liberazione dalla volgarità. Gli attacchi di Salvemini, di Rossi, di Calamandrei contro le baronie agrarie, clericali, universitarie, elettriche etc. non erano intesi né a »rifare lo stato alle radicai né a fronteggiare la »ribellione delle masse , bensì a mettere a nudo piaghe vergognose del sistema politico, istituti fascisti duri a morire, provvedimenti liberticidi. Lungi da ricercare l'isolamento, i radicali italiani del dopoguerra - tra le cui fila confluirono i radicali storico, i liberali di sinistra, vecchi compagni di Gobetti e di Rosselli, ex-azionisti - teorizzarono, negli scritti di Guido Calogero, il "dialogo aperto e Costruttivo tra tutte le forze politiche e culturali di quello che ai nostri giorni si sarebbe chiamato l'arco costituzionale; lungi dal teorizzare una scienza esoterica e un linguaggio politico accessibile a soli addetti ai lavori, non cessarono mai - con Bobbio, con Salvem

ini, con Calamandrei, con tanti altri - di dar prova di quella esemplare chiarezza analitica di cui "Politica e cultura" è solo un esempio, sia pure il più significativo.

Al contrario, furono gli intellettuali dei grandi partiti di massa a mostrare, paradossalmente, una persistente incapacità di comunicazione, che si traduceva spesso in un linguaggio ermetico - il loro, sì, accessibile a non più di venticinque lettori. Salvemini scriveva i suoi articoli in modo tale da farsi comprendere anche dal suo portiere, i vari Della Volpe e i vecchi gentiliani convertiti alla spiritualismo cattolico e divenuti i mentori della repubblica clericale, difficilmente potevano essere capiti da chi non avesse un grado di istruzione superiore. Non sono - è vero - i discorsi sulla gestione del potere consegnati ai libri e alle riviste specializzate che smuovono le masse, bensì le formule semplicistiche della mobilitazione, gli »slogans politici che trattano i programmi dei partiti come prodotti commerciali che promettono felicità e benessere a chi li acquista - e i radicali, su questo terreno, erano, per lo meno scoperti. Va considerato, tuttavia, che il ricorso alle »formule politiche presupp

one già il controllo che, a sua volta, dipende dal potere politico di cui si è in possesso. Non è la formula politica che crea il potere, ma il potere che crea la formula politica per conservare e rafforzare la propria legittimità. Ciò significa che i radicali non coniarono slogans politici efficaci e popolari, né si assicurarono l'accesso ai mass-media perché non avevano potere; non ha alcun senso, invece dire che non riuscirono a conquistarsi uno spazio politico autonomo per mancanza di... agenti pubblicitari.

E tuttavia resta pur sempre la sensazione che il »radicale sia qualcosa di "diverso" rispetto a "tutti" gli altri militanti politici - un essere anomalo, quindi, difficilmente inquadrabile in una delle tante categorie ideologiche, di derivazione ottocentesca, alle quali ancora oggi si richiamano i programmi delle varie formazioni politiche. Il radicale può essere "concreto" - nel senso che individua e combatte disfunzioni reali, e non immaginarie, del sistema - può usare un linguaggio chiaro - nel senso che, per comprenderlo, non occorre la mediazione di un lungo tirocinio con i concetti astratti della scienza e della filosofia politica - ma nondimeno difficilmente riesce a incidere sulla realtà - prova ne sia il fallimento sistematico di tutti i tentativi di costituire un partito politico.

Al di là delle diverse analisi storiche del fenomeno radicale, gli intellettuali più seri della sinistra erano concordi, almeno fino a qualche anno fa, nell'attribuire l'"inefficacia" del radicalismo a cause strutturali iscritte nella natura stessa del sistema politico italiano e nel rapporto particolare che esso impone alla classe politica, da un lato, e ai contestatori "dall'interno", dall'altro. A questa convinzione teorica faceva riscontro sul piano pratico un atteggiamento ambiguo, tra il diffidente e il benevolo, proprio di chi rimane in attesa che l'interlocutore `maturi' ed assuma, nei confronti della lotta per il potere, un contegno misurato e prudente ed una maggiore disponibilità a lasciarsi guidare da solide teorie dell'agire politico. La diffidenza, in vero, non era del tutto ingiustificata ma solo nella misura in cui riguardava non tanto una dottrina politica radicale - che, in realtà, non esiste, almeno allo stesso modo in cui esiste una dottrina comunista, una dottrina democristiana, una dott

rina anarchica etc. - quanto un "atteggiamento", uno stato d'animo radicale, fatto di convinzioni tenaci e razionalmente orientato in base a certi valori. Ebbene se si vuole dar conto dei limiti, ma anche dei punti di forza, di coloro che se ne fanno critici implacabili, occorre individuare, con la maggior precisione possibile, le componenti fondamentali dell'impegno politico radicale, la sua risposta "intenzionalità", avvalendosi di un modello idealtipico che, giusta l'insegnamento weberiano, non rappresenti una media statistica dei tratti comuni a tutti i radicali, dalla rivoluzione francese ad oggi, sibbene l'isolamento di certe caratteristiche ritenute decisive per la comprensione del fenomeno o descritte, per comodità di analisi, nelle loro forme estreme. Queste caratteristiche sono approssimativamente: l'attivismo, il partecipazionismo, il moralismo, l'illuminismo politico e sociologico.

1. - Per quanto riguarda il primo attributo, l'"attivismo", intendiamo riferirci, con esso, al preconcetto - particolarmente caro ai libertari - in base al quale »l'odine è sempre conservatore, mentre il movimento è sempre garante del progresso , onde il progresso politico viene riguardato come una pentola d'acqua da tenere sempre in ebollizione. Sembra che per il radicale - erede in questo del democratico russoviano acutamente descritto da Bobbio in "Politica e cultura" - la settimana politica non debba mai aver domeniche: bisogna stare tutti - e sempre - all'erta, a vigilare contro improvvisi ritorni di autoritarismo. I rapporti di potere debbono costituire una perenne contrattazione collettiva, in cui ogni criterio di dare e di avere valga solo momentaneamente - una sorta di »rivoluzione culturale occidentale, insomma, perennemente tesa alla denuncia e alla rimozione di nuove, eventuali, incrostazioni di potere. Alla luce di ciò che Croce, nella "Storia d'Europa" e nella "Storia d'Italia", ha scritto sul

l'attivismo, e tenendo presenti le equazioni - talora troppo facili - della scuola storica neo-idealistica (»irrazionalismo-attivismo-fascismo ), questo attributo dell'idealtipo radicale, almeno sulle prime, non è fatto per ispirare fiducia. E tuttavia chi non abbia deciso di ispirare tutte le sue azioni al poco aureo precetto del "quieta non movere", dovrà pure distinguere tra varie forme di attivismo e, in primo luogo, tra un attivismo reazionario, inteso a mobilitare le energie dei ceti declassati per restaurare forme di vita e rapporti di potere che i tempi hanno travolto e un attivismo progressista volto ad accelerare la dinamica sociale per ridurre in più breve lasso di tempo i sacrifici richiesti dalla conquista di più civili livelli di convivenza. Senza dubbio, quello radicale - almeno soggettivamente - è un attivismo del secondo tipo. Esso guarda al futuro e non al passato, vuole rinnovare, non restaurare; e tuttavia al passato rimane in certo modo legato, nella misura in cui si avverte in esso la s

opravvivenza di un ideale di vita comunitario, che intende la partecipazione alla lotta politica non solo come difesa di interessi determinati di gruppo e di classe (che è un po' il succo delle moderne teorie poliarchiche e pluralistiche), ma soprattutto come uno »scendere in piazza , per discutere con altri, con l'uomo del bar non meno che col politico di professione, di decisioni che, riguardando tutti allo stesso modo, debbono coinvolgere ed impegnare tutti.

2. - Questa seconda caratteristica, da noi definita "partecipazionismo", spiega le simpatie di molti radicali contemporanei per il movimento studentesco, in cui si ravvisa un autentico esperimento di democrazia diretta. E' un punto, questo, su cui vale la pena di soffermarsi - al di là di ogni polemica contingente - in quanto consente, come pochi altri, di evidenziare certi elementi di ambiguità insiti nell'approccio radicale alla politica. Il problema è complesso in quanto è assai difficile sottrarsi alla tentazione di formulare giudizi di valore sul movimento studentesco e sulle potenzialità creative del tipo di democrazia diretta da esso riaffermata. Ci sembra comunque di poter affermare che se il regime assembleare nelle nostre università ha costituito un passo avanti rispetto ai parlamentini universitari di un tempo, se ha rappresentanti la fine di una certa rappresentanza ormai vuota e scaduta a campo di allenamento per futuri burocrati di partito, non si è poi tradotto in veicolo di partecipazione all

a politica universitaria. Per la democrazia, come insegnarono i suoi più convinti teorici, sa Stuart Mill e Lincoln, le forme sono, se non proprio tutto, per lo meno una condizione necessaria; ora è innegabile che il regime assembleare non ha saputo (finora) garantire la permissività e la tolleranza, anzi s'è reso sempre più simile ad una setta dissidente in cui ogni discussione è sempre discussione "all'interno" di una particolare rivelazione; in tal modo il richiamo alla democrazia diretta ha perso ogni credibilità: di fatto, nelle assemblee, anche se non vi sono gerarchie riconosciute, chi detiene il potere - sia pure momentaneo - è sempre quel piccolo gruppo che controlla il linguaggio e i simboli e che esercita violenza già col costringere chi si presenta alla tribuna all'adozione di uno strumento linguistico che solo pochi riescono a maneggiare abilmente.

Lo stesso discorso vale per la democrazia consiliare che pure, già dal tempo di Gobetti, ha incontrato le simpatie e l'interesse dei radicali. Anche qui si tratta di simpatie acritiche, non mediate da un reale approfondimento del problema, quindi in gran parte istintive e talora gratuite. E' illuminante quanto scrive Bobbio circa le difficoltà che la democrazia consiliare è destinata a incontrare sul suo cammino - anche perché si tratta dell'unico, serio, tentativo di sottoporre a pacata disamina uno strumento di attivazione dell'impegno politico su cui il conformismo di sinistra ha imposto una sorta di tabù.

Se la partecipazione, il controllo e la libertà del dissenso, scrive Bobbio senza mezzi termini, sono i requisiti fondamentali di ogni governo democratico »resta completamente aperto anche nella democrazia consiliare il problema della genuinità della partecipazione che dipende in larghissima misura dalla procedure che vengono adottate per permetterne (o falsarne) l'espressione. Il problema della partecipazione è in altre parole: non già quanta e quale partecipazione ma in quali forme (la carenza di studi o di osservazioni su questo punto è impressionante se non fosse in gran parte intenzionale) ; inoltre, non basta il controllo dei centri di potere politico e amministrativo, perché vi sia autentica democrazia: v'è un terzo potere, infatti, quello ideologico, la cui monopolizzazione da parte di un ristretto gruppo può risultare esiziale alla libertà, indipendentemente dalla giustizia delle idee tirate in ballo. Ed infine, conclude Bobbio, »sul problema della liceità e della istituzionalizzazione del dissenso,

non sono venute sinora proposte così chiare e precise che valga la pena di occuparsene (...) Eppure la libertà del dissenso, se pur entro certi limiti che nessun regime può superare, è l'"hic Rhodus, hic salta" della democrazia... (5).

Certo i radicali non si identificano né col movimento studentesco, né con la democrazia consiliare - ed anche all'interno di questi fenomeni spontaneisti, d'altronde, vanno distinti gruppi e tendenze, e tuttavia il loro appello alla partecipazione, non mediato dalla coscienza critica delle sue difficoltà e dei suoi limiti operativi, rischia di tradursi in apologia di ogni pretesa di eliminare la rappresentanza formale in nome di una democrazia sostanziale. Col risultato di dover annoverare Lenin tra i seguaci di Jefferson. Su questo piano, in realtà, occorre essere oltremodo espliciti. Certo, si può anche non condividere (ma chi scrive lo condivide) il giudizio severo che Saltini dà dell'operato di Lenin allorché afferma che la legalità socialista cui si richiamava il rivoluzionario bolscevico era la legalità di chi poteva »ammazzare, torturare, deportare non solo avversari di classe ma centinaia di migliaia di socialisti, rivoluzionari, socialisti popolari, menscevichi, anarchici, sindacalisti (6); si può

anche invocare, a giustificazione di quelle stragi, superiori interessi della classe o del paese, ma non si ha nessun diritto - specie per chi pretenda di testimoniare la verità - di trasformare una triste necessità (posto che di effettiva necessità si sia trattato) in espressione di una democrazia effettiva, e non formale. In tal modo, infatti, ci si ritrova a fianco dei conservatori i quali vedevano nei manganelli delle squadre mussoliniane una libertà »più vera ... almeno fino al momento in cui ne provarono gli effetti, poco inebrianti, sulla propria pelle.

I radicali, è vero, a differenza della sinistra extraparlamentare sono sostanzialmente »pluralisti , anzi sono, in un certo senso, gli estremisti del pluralismo: il loro ideale è una società complessa e articolata, rispettosa dei diritti di ogni individuo come di ogni gruppo, perché in grado di arricchirsi dell'apporto di tutti. Senonché esistono davvero scelte politiche che non impongano il sacrificio - provvisorio nel migliore dei casi - di determinati interessi e valori sociali? Tocqueville, che in fatto di libertà se ne intendeva, scrive, in una pagina poco citata della "Democrazia in America", »non credo che un paese sia sempre padrone di lasciare ai cittadini il diritto assoluto di associarsi in campo politico, e dubito anzi che vi sia un paese o epoca, in cui non sia saggio porre limiti alla libertà di associazione. Un popolo non potrebbe mantenere la pace al suo interno, ispirare il rispetto delle leggi, né fondare un governo stabile, se non costringe il diritto di associazione entro certi limiti . E

' vero che il pensatore francese, a differenza di tanti liberali neo-idealisti del nostro tempo, non era disposto a riguardare i grossi disagi richiesti dalla salvaguardia della pace sociale come momenti superiori della libertà - contrapposti a quelli inferiori costituiti dalle »garanzie meccaniche e artificiali (»Che per salvare la vita di un uomo, egli scrive, gli si tagli un braccio lo capisco; non voglio però che mi si venga a dire che egli si mostrerà altrettanto destro come se non fosse monco (7)); ma è pur vero che la presenza, nel nostro tempo, di formazioni politiche totalitarie conferisce al problema sollevato una drammatica attualità.

3. - E qui veniamo alla caratteristica più peculiare del radicalismo al "moralismo" inteso, in tale contesto, come assoluto rifiuto di ogni forma di potere e della logica che, a questo inerisce. E' una posizione, questa, irreale quanto altre mai nella misura in cui misconosce, sia pure consapevolmente, la lezione più amara della scienza politica (da Machiavelli a Weber) per cui sono, in definitiva, le virtù della volpe e del leone quelle che garantiscono un pacifico e progressivo assetto politico. La politica, come insegnavano gli antichi, è l'arte del compromesso - inteso come il venire a patti col Maligno - e le sue dure leggi s'impongono non solo a chi vuole acquisire nuovo potere ma anche a chi si propone unicamente di conservare elementari diritti di libertà.

Come scrive De Jouvenel, »i problemi politici sono suscettibili di regolamenti, non di soluzioni (...) Una soluzione non suscita alcun nemico e non abbisogna di difensori: diverso è il caso del regolamento. Nessuno può garantire la durata: le sue possibilità di sopravvivenza dipendono dal gioco delle forze che contribuiscono a sostenerlo (8).

Il rifiuto di fare i conti con quello che Ritter chiama »il volto demoniaco del potere può servire a tenersi lontani dai sentieri in cui la foresta è più folta, ma preclude anche i vantaggi che vi si possono scoprire. Se nella lotta per il potere non ci fossero margini ampi di ambiguità, se non fosse possibile alle forze del progresso coinvolgere, con l'inganno, le forze della conservazione nel proprio gioco, e se a queste non riuscisse mai di raggirar quelle, ogni scontro sarebbe frontale e definitivo, ogni duello all'ultimo sangue. In realtà, se è vero che la via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni, è anche vero - ed è l'insegnamento più profondo della filosofia politica classica, dal rinascimento ad oggi - che la via del paradiso è costellata di cattive azioni. Se Hamilton non avesse aggregato in un coerente programmi politico federalista i ceti e le professioni meno democratiche dell'East Niver - quelle legate al commercio e alla manifattura - se fossero prevalsi, all'atto della ratifica della

nuova costituzione, i seguaci di Jefferson, decisi ad annacquare il vino federale e legati ad un ideale di libertà individualistico e romantico avremmo avuto (ma c'è da dubitarne) un Vietnam di meno in Asia, ma senz'altro avremo cinquanta Vietnam di più in America (9).

4. - In realtà, nel moralismo radicale opera lo spirito più profondo dell'illuminismo sia politico che sociologico. Per "illuminismo politico" s'intende l'attitudine, tipicamente radicale, a riguardare la società civile sempre come potenzialmente buona e quella politica sempre come tendenzialmente oppressiva e malvagia. Anche per i radicali, come per Lord Acton, il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente. In piena coerenza con questo atteggiamento, essi hanno esasperato la contrapposizione tra società intesa come la fonte del consenso e società politica riguardata con diffidenza solo come detentrice della forza coattiva. E' dai radicali, più che da ogni altro gruppo politico, che, per usare le parole di Bobbio, »la dicotomia di società civile e società politica viene usata per lo più allo scopo di mostrare il distacco, come si diceva un tempo, tra paese legale e paese reale, per mettere in evidenza i termini in cui si rivela una crisi di legittimazione, e il modo o i modi in cui la crisi

può essere risolta, consistenti appunto in una riscoperta o rivalutazione o liberazione della società civile nella quale risiedono (e qui fa capolino la valutazione positiva) le forze vive, spontanee, sane, non ancora corrotte della società (10).

Tutto ciò porta i radicali contemporanei a misconoscere due fenomeni politici decisivi dell'Italia del dopoguerra: in primo luogo la funzione stabilizzatrice svolta dalla DC; in secondo luogo la disgregazione del sistema politico come conseguenza della crisi definitiva degli stati nazionali. Abbiamo scelto questi due esempi, tra altri possibili, giacché essi si prestano meglio a mostrare i limiti dell'approccio moralistico e illuministico alla realtà politica. Per quanto riguarda la DC, sembra sfuggire del tutto ai radicali che negli anni più duri della guerra fredda, il partito cattolico ha rappresentato, sì, una diga politica, ma soprattutto nei confronti del qualunquismo e della destra (che dal quel momento non si sono più ripresi); peraltro, la ricostruzione dell'apparato industriale, la salvaguardia del quadro costituzionale - sia pure a prezzo dei più vergognosi compromessi con i metodi e gli uomini del defunto regime - l'entrata dell'Italia nella comunità europea, hanno acquisito ai dirigenti democris

tiani di allora un merito storico oggettivo, certamente ben più superiore a quello dei tanti intellettuali organici che, in quegli stessi decenni, sfidavano governo e polizia per manifestare contro l'imperialismo americano. Non a torio, pertanto, Giorgio Galli, definisce quello in esame »un periodo di impegno e di lavoro che rimane tra i più positivi della nostra storia non solo recente (11). Certo oggi la DC attraversa una crisi profonda, come gli altri partiti del resto, ma bisogna chiedersi se, a parte gli errori di valutazione e di comportamento che può aver commesso il partito di maggioranza, non vi siano altre ragioni strutturali atte a spiegare in maniera ben più convincente l'ascesa di ieri e il declino di oggi. E' la DC, insomma, ad aver rovinato l'Italia (ieri i radicali imputavano la stessa colpa a Giolitti) o è il quadro nazionale, divenuto troppo angusto, ad aver falsato la lotta politica dentro e fuori i partiti?

In realtà, e vaniamo alla seconda incomprensione, i radicali non hanno mai approfondito realmente il problema dello Stato come apparato di potenza volto al mantenimento della pace all'interno e alla salvaguardia del proprio spazio vitale ("Lebensraum") all'esterno. Né hanno riflettuto abbastanza sul fatto che, in questa fase della storia del mondo, è sul piano internazionale che si creano gli squilibri e le lacerazioni determinanti per la struttura stessa dei rapporti di potere nazionali. Se uno Stato non è più in grado di provvedere alla propria difesa militare e se non riesce più a controllare le forze economiche da cui dipende la vita dei suoi cittadini - perché la difesa richiede un dispiegamento di forze quale soltanto gli stati continentali sono in grado di realizzare, mentre il controllo del processo produttivo e distributivo della ricchezza è divenuto impossibile dal momento in cui l'agire economico è sempre più condizionato dal quadro sovranazionale - allora deve rassegnarsi al progressivo deteriora

mento delle relazioni interne tra le classi e i partiti. Per i radicali, invece, la politica interna è una "variabile indipendente" rispetto alla politica estera (primato della politica interna sulla politica estera); essi non negano le pesanti interferenze che una grande potenza può esercitare sulla politica interna degli Stati che fanno parte della sua area egemonica, ma tendono a far dipendere tali comportamenti dal grado di sensibilità democratica dei governanti degli Stati più forti. Governi sostenuti dal consenso dei popoli bastano ad assicurare si ala pace internazionale che l'ordine democratico tra le nazioni. Si tratta dell'antica illusione radicale che già Hamilton, nel VI saggio del "Federalist", aveva messo e nudo con implacabile ironia: »E' mai, in pratica, avvenuto che le repubbliche si siano dimostrate meno proclivi alla guerra delle monarchie? Non è forse vero che le nazioni sono influenzate dalle medesime avversioni, predilezioni e rivalità che agiscono sui re? Non avviene forse che le assem

blee popolari siano spesso soggette agli impulsi di rabbia, risentimento, gelosia, avidità e ad altre passioni irregolari e violente (...) La brama di ricchezze non rappresenta, forse, una passione altrettanto tiranna e prepotente del desiderio di potenza o di gloria? Non forse vero, dacché il commercio è divenuto il fulcro delle nazioni che le ragioni commerciali hanno dato l'esca ad un numero di conflitti armati, pari a quello fornito dalla cupidigia di terre e di dominio? E lo spirito commerciale non ha forse, in molti casi, fornito nuovi incentivi all'uno e all'altro appetito? (12).

Promuovere sempre più fitte relazioni commerciali e culturali tra i popoli, quindi, non serve a scongiurare la guerra, se prima non si risolve il problema dell'ordine internazionale e dell'organo cui sarà riconosciuto il monopolio della violenza legittima. Illudersi, invece, che il problema prioritario sia quello di rendere più efficienti - e più democratici - gli attuali stati nazionali vale quanto ritenere che, mettendo a nuovo i singoli appartamenti, si possa scongiurare il crollo di un antico edificio in rovina. In realtà pur essendo da sempre europeisti convinti, i radicali difficilmente possono comprendere le ragioni strutturali per le quali l'unità politica dell'Europa rappresenta, al momento l'unica possibilità riformatrice - in quanto solo a livello continentale è possibile coagulare interessi economici e politici tanto forti da essere in grado di innovare realmente sulle deboli compagini nazionali. Essi sembrano ignorare che, in politica come negli altri campi, deve esserci sempre proporzione tra m

ezzi e fini, tra l'obiettivo che si vuole raggiungere e le forze mobilitate. Non si può conquistare la Terra Santa con la crociata degli innocenti, ma solo coalizzando le forze dei reami più potenti; così non si può costruire una più giusta comunità dei popoli affidandosi alle buone intenzioni, ma solo togliendo agli stati il possesso della spada e della bilancia per affidarle ad un potere sovrano superiore, la cui presa sia talmente vasta quanto vasti e ramificati siano i rapporti culturali ed economici tra le comunità che esso è chiamato a governare.

Senonché, ad una attenta lettura della saggistica radicale - di ieri e di oggi - si comprende come, su questo piano, il dialogo non sia affatto facile, nonostante la teorizzata disponibilità. Non è in gioco la buona volontà, ma un abito mentale che porta i radicali a diffidare di ogni tentativo di proiettare i rapporti di potere su un orizzonte più vasto di quello percepibile ad occhio nudo. Tutto ciò che sfugge al controllo dell'"hic et nunc" suona falso e ideologicamente viziato: vi si sospetta il tentativo del potere di conservare i suoi privilegi rifugiandosi dietro leggi storiche e categorie sociologiche astratte. E' ciò che si è chiamato "illuminismo sociologico", inteso come la tendenza a riguardare le leggi sotto cui gli uomini vivono come il risultato delle loro azioni. E profondamente vero, a questo proposito, quanto scrive Jonas sui rapporti tra illuminismo e sociologia: »Avendo Stato e religione perso influenza, si riconosce che gli uomini devono trovarsi insieme e insieme agire indipendentemente

dalla politica e dalla religione, per venire a capo della propria vita. Questo `venire a capo della propria vita' esprime un nesso oggettivo che di contro alla storia, alla politica e alla religione ha un significato indipendente. L'uomo che ha liberato la propria identità, che concepisce se stesso come individualità e soggetto delle proprie azioni, si emancipa per un nuovo ordine e nuove leggi che ricollega ai suoi interessi e bisogni. L'autonomia della società è tale proprio perché non è decretata da un soggetto al di fuori della società, da un dio o da un sovrano. E appunto per questo è anche razionalmente evidente. Essa si riallaccia ai bisogni e agli interessi degli uomini, dati nell'esperienza (13).

Per queste ragioni, agli occhi del radicale, non esistono ingiustizie sociali le cui cause non siano immediatamente individuabili e i cui autori non si possono identificare e smascherare. E' indubbio che se questo convincimento non avesse alcun fondamento reale, verrebbero meno le giustificazioni di ogni battaglia politica; ma non è meno vero che il legame tra causa ed effetto non è sempre trasparente e che è inutile sperare che i »responsabili delle ingiustizie vengano identificati nel corso dello stesso dell'azione volta a denunciarne le malefatte. Ne sanno qualcosa i reali detentori del potere - le »chiese cattolica e comunista - e lo sanno non in quanto chiese, ma in quanto centrali di potere; il quale non sempre corrompe; spesso responsabilizza e dà un'immagine non distorta della realtà. Che Tizio opprima Caio, "purtroppo", non sempre è colpa di Tizio, ma del rapporto oggetti in cui sono coinvolti e l'uno e l'altro. In questo caso, se non si modifica il rapporto e ci si limita a combatterne gli effett

i, si ottiene unicamente la sostituzione di Tizio con Sempronio nel ruolo - immutato - del tiranno. E' la verità profonda dello storicismo liberal-conservatore - quella verità che il marxismo ha fatto propria allorché ha inteso le strutture come il risultato "inintenzionale" del processo consapevole con cui gli uomini trasformano la natura, dando origine a rapporti di produzione e di scambio che, nel loro aspetto naturalistico, vincolano ciascuno ad un ruolo predeterminato.

Ed invece, nella misura in cui si responsabilizzano individui determinati ci si allontana dalla sfera »politica per entrare in quella »morale dove la lotta - il paradosso è solo apparente - si fa più violenta e l'intolleranza più esclusiva. Si abbandona la sfera politica perché l'obiettivo politico - un progetto conservatore o progressista - ma un imbroglio, una truffa di cui i detentori del potere si sarebbero resi colpevoli: è la virtù, non la transazione, all'ordine del giorno; si diventa intolleranti, perché al truffatore non è neppur riservato l'onore delle armi come al nemico (non un solo girondino salì sulla ghigliottina senza essere accusato delle più nefande bassezze dai montagnardi). Ciò premesso, non si vuole certo sostituire alla "Weltanschauung" radicale-illuministica quella tradizionalista (e reazionaria) in base alla quale gli uomini, lungi dall'essere i protagonisti, sono »vissuti dalla storia, onde è la società che fa la morale e non la morale che fa la società - e noi siamo sempre il pro

dotto degli eventi, del caso, del processo metapersonale in cui ci troviamo immersi, di mille impercettibili fattori contro cui è vano ribellarsi, perché iscritti nel libro inaccessibile della Provvidenza. A questa »sociologia teocratica a ragione si ribella il nuovo storicismo, inteso da Tessitore come »determinazione dell'essenziale ed esistenziale storicità dell'individuo non singolarmente definito, non monadisticamente concepito, ma colto nella misura intersoggettiva che ne garantisce la specificità attraverso il limite che è costituito dal suo "esprimersi" di fronte all'altro uomo, da lui limitato e a sua volta limitante (e cioè definito dall'altro e definente l'altro) (14); e a ragione si ribella lo spirito radicale poco propenso a riconoscere padroni in cielo come in terra. Senonché la ribellione, andando oltre il segno, può rendere ciechi dinanzi al fatto che se è possibile condizionare gli eventi è impossibile non lasciarsene del tutto condizionare. I rapporti sociali, una volta costituitisi, si c

ontrappongono all'uomo come una realtà parzialmente autonoma, soggetta a leggi specifiche il cui effetto può essere neutralizzato e vanificato solo da chi ne abbia colto il principio in una "visione d'insieme". I rapporti sociali non sono né il risultato di incauti apprendisti stregoni che non riescono più a controllare la loro opera, né castelli di carta che crollano al minimo soffio di vento: essi somigliano semmai al robot di tanti romanzi fantascientifici, che, divenuto, pericoloso, viene neutralizzato non dai calci e dai pugni del suo ideatore, ma da un semplice pulsante collegato al cervello elettronico. Si tratta solo di sapere qual è il pulsante giusto e ciò è possibile unicamente a chi abbia compreso il funzionamento del tutto. Certo, in politica le cose non sono così facili, un quanto la variabile uomo è troppo »indipendente e imprevedibile perché su di essa si possa costituire una scienza, sia pure approssimativa, esatta. E tuttavia, nella misura in cui anche l'agire umano può essere riferito a l

eggi e a costanti determinate, si può affermare che in politica doma la »natura solo chi riesce ad adeguarsele e le battaglie si vincono non rimuovendo gli "effetti", ma individuando ed eliminando le "cause".

Note

(1) A. Galante Garrone: "I Radicali in Italia. 1849-1925", Garzanti, Milano 1973, pag. 9.

(2) ibid., pag. 9-10

(3) ibid., pag 10. Il Galante Garrone si riferisce ai radicali francesi, ma, come avverte egli stesso, la sua definizione può considerarsi valida per tutti i radicali europei.

(4) L. Strauss: "Liberalismo antico e moderno", Giuffrè, Milano, 1973, pag. 14.

(5) N. Bobbio: "Democrazia socialista?" in AA.VV., "Omaggio a Nenni", Quaderni di Mondo Operaio, Roma 1973, pagg. 445-6.

(6) V. Saltini: "I comunisti contro Solgenitsin" nell'"Espresso" del 24 febbraio 1974.

(7) A. De Tocqueville: "La Democrazia in America", a cura di N. Matteucci, UTET, Torino, 1968, pagg. 610-11.

(8) B. De Jouvenel: "De la politique pure", Calmann-Lévy, Pais, 1963, pag. 294.

(9) Questi rilievi critici giustificano talune perplessità avanzate nei riguardi dell'atteggiamento ostinatamente antimilitarista dei radicali. D'accordo con l'abrogazione dei codici militari fascisti, d'accordo col riconoscimento dell'obiezione di coscienza, ma tutto ciò non sfiora neppure un problema assai più complesso: quello dell'utilità degli eserciti, che è poi il problema stesso della funzione degli odierni stati nazionali.

(10) N. Bobbio: "Sulla nozione di `società civile'", in »De Homine , n. 24-25, p. 31.

(11) Galli-Nannei: "La base sociale dell'economia bloccata", in »Tempi moderni , gennaio-marzo 1974, pag. 16.

(12) Hamilton-Jay-Madison: "Il Federalista", a cura di G. Ambrosini, G. Negri e M. D'Addio, Nistri-Lischi, Pisa 1955, pag. 31-2.

(13) F. Jonas: "Storia della sociologia", Laterza, Bari, 1970, pagg. 305-6.

(14) F. Tessitore: "Lo storicismo", in "Storia delle idee politiche economiche sociali" diretta da L. Firpo, vol. V, "L'età della rivoluzione industriale", pag 28, UTET, Torino, 1973.

 
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