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Cofrancesco Dino - 30 dicembre 1974
La libertà radicale (3) Radicalismo, qualunquismo, gauchismo
di Dino Cofrancesco

SOMMARIO: Terzo e conclusivo saggio di Dino Cofrancesco sul partito radicale rilanciato da Pannella (testi n. 3790, 3791, 3792). Gli altri due precedenti erano apparsi a ottobre e novembre, sempre su "Critica Sociale". Cofrancesco riprende il discorso sul partito radicale proprio a partire dalla "digressione" sul concetto di libertà condotta nel saggio precedente (testo n.3791). Il movimento di Pannella, secondo l'autore, rivendica "un diverso rapporto tra classe politica dirigente e classe diretta." In questo, i radicali rappresentano un fatto "nuovo e inconsueto" nel panorama politico italiano, in quanto essi puntano sulla promozione dei cosidetti "poteri minimi politicamente rilevanti", attraverso i quali le classi dirette riescono in qualche misura a controllare e dirigere le classi politiche. La "disobbedienza civile" è il mezzo con cui si esercita questo rapporto. Cofrancesco dà, della nonviolenza, una interpretazione moralistica ("autoespiazione") e tuttavia egli giunge a conclusioni positive: in un

momento di "crisi profonda" delle istituzioni, Pannella promuove interessi essenziali dei governati, con una "violenza" di atteggiamenti forse necessaria a determinare uno "scossone" salutare. La "contestazione dell'autoritarismo rappresenta un valore indiscusso di libertà". E' pur vero però che il nuovo radicalismo sembra avere affinità, o almeno somiglianze, con il qualunquismo di Guglielmo Giannini. Ambedue i movimenti si manifestano quando più intollerabile si fa l'incapacità della classe politica. E tuttavia le differenze restano profonde: il qualunquismo è un movimento negativo, il radicalismo pannelliano è positivo anche nei momenti più conflittuali. "La provocazione radicale quindi è diversa e più sottile della provocazione dei gruppuscoli extraparlamentari di sinistra". "Moralismo machiavellico", dunque? La definizione coglie certamente l'aspetto dell'ispirazione "mistico-religiosa" denunciato da Spadolini. Ma forse l'aspetto più pregnante dei nuovi radicali è il loro essere vicini ai libertari, sen

za condividerne la condanna assoluta del potere.

Fenomeno comunque nuovo ed interessante anche in termini di scienza politica, il movimento radicale non appare tuttavia "determinante" nel cambiare i rapporti del potere. Né v'è da pensare che i radicali possano inserirsi nel sistema di potere: qui i giochi sono da tempo fatti e non c'è spazio per nuovi pretendenti. A loro merito va l'aver introdotto, accanto alla "libertà liberale" e alla "libertà democratica", anche la

"libertà radicale" tra le forme della politica moderna.

(CRITICA SOCIALE N. 12, dicembre 1974)

La digressione sulla libertà, sui tre momenti del rapporto politico e sui criteri di valutazione da impiegarsi nell'esame della pericolosità dei gruppi e dei partiti che non riconoscono i valori del sistema, lungi dall'averci condotto fuori tema, ci consente un discorso più sereno e realistico dell'azione dei radicali.

In primo luogo, ci è possibile individuare, con maggiore precisione, il piano in cui si colloca, consapevolmente, il movimento di Pannella. Il quale, a ben riflettere, non rivendica un posto al sole tra le forze politiche che guidano il paese, bensì un diverso rapporto tra classe politica dirigente e classe diretta. Pannella, in ultima analisi, è un estremista della "libertà del piano politico inferiore": se non si comprende questo, ogni discorso sul caso in esame finisce per risolversi in una commedia degli equivoci, in cui si corre costantemente il rischio di applicare ad un piano una logica che, invece, appartiene ad un altro.

La nostra tesi non ha alcun senso per chi, avendo sempre sotto gli occhi unicamente quella dimensione del rapporto politico che si riferisce alla lotta per il controllo dello Stato e del governo ritiene oziosa ogni discussione sulla democrazia che non risolva preliminarmente il problema: »Perché Caio no e Tizio sì? . Costui, infatti, tende a riguardare la dichiarazione dei radicali di non voler fare la concorrenza ai partiti del piano politico superiore come dettata dall'ipocrisia e dalla realistica constatazione che faceva dire alla volpe di Fedro »nondum matura est . Egli non riesce a concepire lo »scendere in piazza non finalizzato ad un obiettivo di natura strettamente politica. In tal modo, però, non giunge a comprendere il carattere "spontaneo" del fenomeno in discussione e ricercando a tutti i costi »chi muove i fili non si accorge di ripetere l'errore di quei conservatori che, nel 1789, e negli anni successivi, a tutti attribuivano la responsabilità della Grande Rivoluzione - a Filippo d'Orléans, a

i massoni, la partito »philosophe etc. - tranne che alle trasformazioni strutturali - culturali ed economiche in senso lato - intervenute nella società francese.

Certo i radicali non sono un movimento rivoluzionario, ma indubbiamente rappresentano un fatto nuovo e inconsueto, non foss'altro che per i modi e i metodi con cui perseguono l'obiettivo di organizzare politicamente quelli che Mario Stoppino, nel volume "Potere politico e Stato", chiama "i poteri minimi politicamente rilevanti". E' un concetto, questo, su cui merita soffermarsi in quanto esso ci dà la misura esatta dei limiti e della validità della battaglia radicale. Vediamo dunque di che si tratta.

Per Stoppino ogni potere politico si fonda, attraverso il regime, sul sostegno e sull'appoggio dei "poteri politicamente influenti". »In quanto il regime politico riflette, grosso modo, gli interessi permanenti e comuni dei gruppi dirigenti, in rapporto ad una loro determinata configurazione, la costellazione dei poteri politicamente influenti rappresenta il sostegno fondamentale del regime, e perciò anche dei governanti nei limiti in cui operano nell'ambito del regime stesso (1).

La novità di questa analisi sta nell'aver sottolineato il fatto che il condizionamento decisivo esercitato dai gruppi dirigenti sul potere politico avviene sul piano della struttura, mentre in genere si tende a tenerne conto solo in sede di esame del processo politico. Occorre essere consapevoli, invece, che »le differenze nella costellazione stabile dei poteri politicamente influenti comportano notevoli differenze di regime .

Traducendo tale discorso nel nostro schema si dirà che la struttura del piano politico inferiore determina le forme e gli obiettivi perseguiti dal piano politico superiore.

E' ovvio, però, che non tutti i cittadini possono sottrarsi alla presa di potere politico, né tutti sono in grado di condizionarlo allo stesso modo. Determinante è, a tal proposito, il controllo delle "risorse" - che non sono soltanto quelle economiche, legate alle varie forme della produzione materiale, ma anche le risorse organizzative, il potere di manipolazione delle opinioni e delle credenze, l'accesso ai vertici »dei grandi apparati burocratici moderni, o di quelli delle organizzazioni specialmente per l'impiego della forza (e specialmente dell'esercito) .

Ora, per quanto riguarda il piano politico inferiore, la classe politica è soprattutto interessata al rapporto che riesce a stabilire coi poteri politicamente influenti: un rapporto non tormentato significa, in genere, che esiste consenso reale attorno alle opzioni fondamentali della comunità: i valori o principi politici dominanti del regime assegnano all'azione di governo un ambito la cui ampiezza risulta soddisfacente per tutti, anche per chi non sia d'accordo con un particolare programma di governo.

E tuttavia, avverte Stoppino, »anche i membri della classe diretta hanno dei poteri che limitano in modo tendenzialmente stabile - in una situazione data - la libertà d'azione dei governanti . Si tratta, per l'appunto, dei poteri minimi politicamente rilevanti, i quali hanno per oggetto »anzitutto il rispetto, da parte dei detentori del potere politico, di una certa sfera di interessi - materiali e ideali - considerati fondamentali e indispensabili dai membri della classe diretta .

Tali poteri sono minimi in quanto la sfera di interessi in gioco è irrilevante rispetto a quella la cui promozione e tutela costituisce l'obiettivo dei poteri politicamente influenti. Epperò, se il sostegno dei gruppi dirigenti è determinante per il potere politico, è anche vero che ad esso è pure necessaria l'obbedienza dei membri della classe diretta - obbedienza che, per quanto riguarda l'azione di governo, è condizionata sia a un ``non fare'' - "neminem ledere": non violare il ristretto spazio vitale riconosciuto agli strati inferiori della piramide sociale - sia a un ``fare attivo'' - "suum cuique tribuere": attuare misure destinate a garantire la sopravvivenza di quello spazio.

La disobbedienza civile, la protesta, la rivolta dei governanti, intervengono nei periodi di crisi allorché sembra che la classe politica metta costantemente in pericolo gli interessi dello strato subalterno del piano politico inferiore (la classe diretta non-dirigente). Anzi, per riprendere la terminologia di Stoppino, si può dire che mentre la rivoluzione riguarda il mutamento profondo che interviene nella costellazione dei poteri politicamente influenti, la rivolta rappresenta la protesta dei disperati, che temono di perdere anche quel minimo di benessere morale e materiale che hanno faticosamente raggiunto. Il rivoluzionario dice al potere ufficiale: »togliti di mezzo, fammi posto ; il ribelle gli grida »basta, non ne posso più! . Il rivoluzionario ha bisogno di un forte senso politico, in quanto della fortezza nemica deve conoscere forma e struttura - sia per espugnarla, col minor numero possibile di perdite, sia per rimetterla in funzione, ad espugnazione avvenuta; il ribelle, invece, non dovendo conse

rvare niente, ma solo attirare l'attenzione dei potenti sui propri guai, ha bisogno di gridare quanto più forte possibile giungendo, all'occorrenza, a gesti clamorosi che restino indelebili nella memoria - violenza proiettata all'esterno: incendi, devastazioni, attentati; violenza esercitata su se stessi: digiuno, marce estenuanti etc. (Questo secondo tipo di violenza è segno di un superiore livello di civiltà - non solo per la considerazione, in fondo banale, che non fa vittime innocenti, ma soprattutto perché rappresenta, talora, una sorta di espiazione per l'ingiustizia diffusa nella società, un castigo che comincia a scontare proprio chi denuncia il delitto all'opinione pubblica. Quando un paese si rende colpevole di gravissime offese alla dignità umana, si sottintende, tutti i suoi abitanti sono coinvolti nella condanna dei numi tutelari degli ``agrafoi nomoi''. La protesta di chi fa violenza a se stesso potrebbe essere una inconsapevole assunzione della colpa collettiva e l'autoespiazione potrebbe cost

ituire il mezzo con cui ci si purifica e si riacquista il diritto di elevarsi a censori dell'autorità ingiusta).

Ciò si traduce, in primo luogo, in un diverso linguaggio politico. Il rivoluzionario tende a giustificare la propria aspirazione al potere facendo ricorso al disegno oggettivo degli eventi, alle leggi inflessibili della dinamica storica, alla missione universale della classe che egli rappresenta - v. Condorcet e Kant per la rivoluzione borghese, Lenin e Mao per quella proletaria; il ribelle, invece, per lo più invoca a sostegno della sue richieste considerazioni moralistiche e umanitarie, diritti elementari e primordiali che nessun potere ha il diritto di calpestare.

Se la nostra interpretazione è esatta, il senso profondo dell'azione di Pannella va ricercato nel progetto di far pesare sul piatto della bilancia politica gli interessi dei governanti, in un momento di crisi profonda delle istituzioni, allorché lo sconforto e il pessimismo possono divenire esiziali alla libertà.

Esaminando le cose da questa angolatura, le riserve avanzate, in un precedente articolo, nei confronti dei radicali si rivelano in buona parte inconsistenti. E si rivelano tali le stesse accuse rivolte da una certa sinistra perbenista al leader radicale, la cui strategia, stando a Spadolini, rappresenterebbe »la rivolta alla storia e allo storicismo (2).

Per il radicale, si diceva, »l'ordine è sempre conservatore, mentre il movimento è sempre progressista - e a questo principio, in sostanza, si contrapponeva il rilievo, tratto dal buon senso, per cui una società può morire sia di infarto, che di collasso, sia per troppa quiete che per troppo movimento. Senonché il problema attuale è un altro: ci troviamo in un periodo di partecipazione, febbrile e travolgente, alle scelte politiche, o in un momento di stasi: il paese ha bisogno di tonici o di calmanti?

Forse la violenza di Pannella altro non è che lo scossone con cui si vuol ridestare qualcuno che rischia di non essere più in grado di ascoltare le richieste, più che legittime, che gli vengono presentate dai suoi subordinati.

Analogamente le stesse simpatie verso il movimento studentesco e la democrazia consiliare si possono spiegare col fatto che, al di là della ideologie restaurate in un secondo tempo, la lotta degli universitari e degli operai extraparlamentari ha rappresentato l'unica tempesta nelle acque morte del sistema.

Dinanzi a questi dati, ogni problema relativo alle modalità e alle garanzie della partecipazione diviene secondario, se non irrilevante: la contestazione dell'autoritarismo rappresenta un valore indiscusso di libertà, a prescindere dalle nuove forme di autoritarismo dal basso che, inavvertitamente, possono aver sostituito le vecchie forme di autoritarismo dall'alto. »Finché non c'è autorità, c'è speranza - e non è illusorio, per i radicali, ritenere che, in un contesto politico e civile più progressivo, la democrazia studentesca e operaia sia in grado di orientarsi in base a più autentiche idealità di civile convivenza.

La deliberata mobilitazione dei poteri minimi politicamente rilevanti spiega altre due caratteristiche dell'atteggiamento radicale, e cioè la diffidenza inestinguibile nei confronti del potere di governo e il tenace moralismo.

Indipendentemente dalla sue origini culturali e dai suoi risultati politici, la diffidenza nei confronti del potere è tipica di chi ne abbia conosciuto solo il volto spietato: alla base c'è la solidarietà senza riserva con la gente comune destinata ad essere sempre e solo oggetto, e mai anche soggetto, dell'azione politica.

In questo senso, come s'è scritto in questa sede (3), il radicalismo è il fratello aristocratico del qualunquismo di Giannini: in entrambi i casi, vengono prese le difese dell'uomo della strada, a cui non si promette - come al proletariato - il potere, ma solo il diritto di essere ascoltato dal governo, di presentargli le proprie rimostranze.

Sia il "risentimento" qualunquista che quello radicale si manifestano nei periodi in cui più evidente e intollerabile si fa - per ragioni strutturali che non è nostro compito indagare - l'incapacità della classe politica di incanalare le aspirazioni e i bisogni delle masse nell'alveo costituzionale.

Certo, tra il movimento di Giannini e quello di Pannella vi sono differenze notevoli: nel qualunquismo i poteri minimi politicamente rilevanti reagiscono in termini negativi all'appello continuo che un potere politico di recente costituzione rivolge al popolo, per darsi, attraverso la costante partecipazione e manifestazione di consenso dal basso, una "legittimità" democratica. Questa reazione può essere strumentalizzata - e lo è stata di fatto - dal fascismo, ma non è ancora fascismo. »La propaganda impietosa, martellante, l'uso strumentale degli slogans, la guerra ideologica senza quartiere, il linguaggio da iniziati e per nulla comunicativo, hanno determinato (...) in certi periodi cruciali, una sorta di serrata delle coscienze, una reazione rabbiosa all'essere di continuo posti sotto accusa, che hanno avvantaggiato il fascismo e la reazione solo nella misura in cui l'uno e l'altra, messi definitivamente fuori gioco, sono parsi il rifugio naturale per tutti coloro che desideravano sottrarsi alle alternati

ve loro poste dalla classe dirigente - di governo e di opposizione (4).

Legato sostanzialmente al rifiuto qualunquistico della partecipazione è la fiducia ingenua nel ragioniere onesto in grado di risolvere i problemi della politica e dell'amministrazione assai meglio di tanti capipopolo intriganti. »Il ragioniere in cima alla piramide statale significa solo che la realtà sociale ed economica non è poi di così difficile comprensione e che basta una discreta preparazione tecnica per poterne azionare il meccanismo (...). Anche sotto questo aspetto, in sostanza, il qualunquismo si riconferma come l'ideologia di ceti marginali vittime di persistenti illusioni storiche piuttosto che come l'erede della "Weltanschauung" fascista (4).

Se il qualunquismo, pertanto, chiede che la politica, intesa come momento conflittuale della partecipazione al controllo o al condizionamento delle scelte di governo, sia sostituita dall'amministrazione, il radicalismo vuole che l'amministrazione - come gestione degli affari pubblici da parte di uno strato di burocrati responsabili solo dinanzi ai propri superiori e indifferenti ai bisogni degli amministrati - sia sostituita dalla politica.

Accanto a queste differenze di ideali, inoltre, vi è una differenza »sociologica ben più rilevante. La base elettorale del qualunquismo, infatti, è da ricercarsi prevalentemente in ceti non legati ad un ruolo ben definito nel processo produttivo - trattandosi di ``precari'', la cui sopravvivenza dipende dalla generosità di coloro che dispongono di risorse economiche, politiche, religiose (»festa, farina e forca ); la base di simpatizzanti del radicalismo, al contrario, è costituita, in genere, da cittadini che, avendo un'occupazione o un ruolo stabile, hanno pure una maggiore coscienza dei loro diritti e dell'arma elettorale a loro disposizione. Ne risulta che i qualunquisti vogliono »limitare l'azione di governo, sentendosi oscuramente minacciati dall'attivismo dei fautori di più avanzate politiche sociali - le quali, se creano nuove opportunità di impiego e di integrazione a strati crescenti di popolazione, ne riservano poi i benefici a chi ha già una qualifica professionale o è stabilmente inquadrato in

certe formazioni politiche e sindacali; i radicali invece chiedono al governo la difesa attiva e l'allargamento della sfera delle libertà civili, vedendo in una più dinamica politica riformatrice l'unica possibilità di sopravvivere per i diversi e per gli emarginati. Non meraviglia, pertanto, che il qualunquismo sia fenomeno soprattutto meridionale, mentre il radicalismo sia maggiormente diffuso nel settentrione. L'uno, infatti, è una dimostrazione della maturità politica del paese, l'altro è una tipica espressione dell'arretratezza culturale ed economica delle regioni del sud; l'uno è indiscutibilmente progressivo, l'altro tendenzialmente reazionario.

E nondimeno, dietro pur così fondamentali differenze, resta l'aspetto comune: la rivolta dei poteri minimi politicamente rilevanti contro una classe politica che sembra vivere alla giornata, preoccupata solo di mantenersi a galla fra tante tempeste politiche e sindacali e inutilmente consapevole del baratro che le sta dinanzi.

Questa rivolta, anche nel caso dei radicali, pare destinata a tradursi in una organizzazione, più o meno stabile, la cui consistenza sarà direttamente proporzionale alla crescente frattura tra paese legale e paese reale. Si tratterà, per il sistema, di una ferita non facilmente rimarginabile, e per la classe politica di un problema nuovo e imprevisto, la cui soluzione si presenta, sin d'ora, assai ardua e complessa.

In tal senso già la formula della »lotta contro il regime appare rivelatrice. Il regime, infatti, e nell'accezione qualunquistica e in quella radicale, sta a indicare il risultato tacito che le forze organizzate del piano politico superiore hanno stipulato tra loro per mettersi al riparo da ogni pressione "esterna". Il patto di regime ha sostanzialmente imposto alla contesa per il potere di governo un limite preciso, quello cioè oltre il quale i partiti e i gruppi protagonisti della lotta potrebbero vedere irreparabilmente pregiudicati i loro interessi e i loro valori. Nella logica del regime, quindi, rientra la difesa oltranzista dello "statu quo", intesa quasi a precostituire una sorta di assicurazione contro gli infortuni elettorali in base al meccanismo delle compensazioni assicurate (ai predetti).

Certo, anche qui non bisogna confondere i diversi obiettivi polemici che stanno dietro una comune formula di combattimento. Il qualunquista, invero, contrappone ai valori e agli interessi del regime valori e interessi le cui radici non affondano in nessuna filosofia politica, in nessuna tradizione culturale, in nessuna storia di battaglie civili: egli sa solo che da quattromila anni i »furbi non fanno che rompere le scatole ai »fessi e che è venuta l'ora di finirla. La categoria di persone di cui egli prende le difese è reale e irreale ad un tempo, è un concetto-limite che viene elevato a sostanza, o, se si vuole, una linea divisoria tra due terreni che viene considerata essa stessa un terreno. E in effetti, l'uomo qualunque, l'uomo della strada, come meglio può definirsi se non, negativamente, come uno che "non" ha una serie di risorse - tra cui, fondamentali, vengono considerate quelle politiche?

Il radicale, al contrario, s'identifica senza riserve con i valori etico-politici cui si richiama il regime ed anzi la sua accusa a quest'ultimo è tanto più violenta quanto più è "interna ad esso". Le idealità contenute nella Costituzione repubblicana antifascista non debbono ridursi a formule rituali invocate per dare una parvenza di legittimità ad ogni equivoco accordo di regime, ma riacquistare tutta la carica dirompente e riformatrice che avevano all'indomani della Liberazione.

La provocazione radicale quindi è diversa e più sottile della provocazione dei gruppuscoli extraparlamentari di sinistra: il radicale vuole costringere coloro che si richiamano a certi valori alla più assoluta coerenza; il "gauchiste" vuole distruggere quei valori in nome di altri meno formali e più aderenti ai bisogni reali del popolo.

Il principio fatto valere dal radicale è che non ci si può impunemente richiamare alla democrazia senza essere democratici fino in fondo: la sua violenza sta tutta nella pretesa di costringere il predicatore a razzolare bene. Chi non ama la libertà non se ne faccia scudo; a chi non crede nei valori della Costituzione antifascista e tuttavia si richiama ad essi sia riservato il trattamento che merita il nemico scoperto nel campo avversario con la divisa dell'esercito che combatte.

Pertanto, arrestare Pannella non è tanto facile quanto arrestare un qualunque contestatore marx-leninista. Un conto è liquidare un nemico intransigente, un conto è disfarsi di un amante troppo esigente.

La strategia di Pannella, quindi, potrebbe definirsi un »moralismo machiavellico : il regime deve o trasformarsi radicalmente o arrestare colui che, più di ogni altro, ne ha preso sul serio i valori, e più tenacemente ne ha assunto le difese. Pannella non vuole essere il martire di una religione non riconosciuta ufficialmente, ma, al contrario, vuole sacrificarsi per un culto a cui tutti rendono omaggio con le »preghiere , ma pochi con le opere; non vuole introdurre »nuovi dei , ma solo ridare ai vecchi l'ascendente perduto. In questo senso è un »francescano della democrazia e a ragione Spadolini, nell'articolo ricordato, ravvisa nel radicalismo dei nostri giorni un'ispirazione mistico-religiosa (5).

Ma proprio per quanto siamo venuti dicendo, diventa illegittimo il raffronto spadoliniano tra i radicali di Pannunzio e quelli di Pannella - raffronto che, manco a dirlo, è a tutto vantaggio dei primi.

In realtà, Salvemini, Pannunzio, Ernesto Rossi, da una parte e Pannella dall'altra appartengono, sì ad una stessa tradizione culturale, e sul piano degli ideali e degli atteggiamenti ad uno stesso archetipo, e tuttavia le battaglie politiche degli uni e dell'altro sono profondamente diverse, e per metodi e per obiettivi.

I radicali del "Mondo" vollero essere prevalentemente la coscienza critica del piano politico superiore: essi appartengono alla sezione cultura della classe dirigente non-politica e, da buoni intellettuali crociani, non pretendevano di costituire un »partito , ma di essere il »grillo parlante di tutti i partiti laico-democratici. Se Croce fosse stato un po' meno conservatore e avesse avuto una maggiore fiducia nell'iniziativa individuale e nella buona volontà degli uomini, invece di essere "quel pessimista disincantato", ben degno contemporaneo di Mosca e di Pareto, quale egli fu sempre, con ogni probabilità avrebbe benedetto i Convegni degli Amici del Mondo. Essi costituivano, infatti, il momento autenticamente »liberale della lotta politica, una sorta di concilio laico, in cui intellettuali di prim'ordine davano ai politici saggi e disinteressati sul buongoverno.

Pannella indubbiamente non nutre ambizioni così aristocratiche. Egli rappresenta lo strato subalterno del piano politico inferiore: non pretende illuminare i governanti sul bene comune - pronto a tornarsene a casa, in sdegnoso isolamento, se gli interlocutori fanno orecchie da mercante - ma informarli sul malessere degli inermi e degli indifesi, che sono poi la maggioranza. Rispetto a Pannunzio, Pannella è un »qualunquista , nella misura in cui vuole aprire le porte del teatro politico (non del proscenio) agli esclusi; ma rispetto a Giannini è un pannunziano in quanto vuol far emergere da quella plebe un popolo consapevole dei suoi diritti, elevare l'uomo della strada - definito solo negativamente come »uomo qualunque - ad essere cosciente che pretende una definizione positiva, in termini di controllo di reali risorse di potere, del suo ruolo.

Contrapporre, invece, come fa Spadolini, all'anglomane e raffinato Pannunzio, l'incomposto libertario Pannella, vale quanto meravigliarsi se un Mazeppa, rivolgendosi ai suoi cosacchi per incitarli alla ribellione, non cita né la "Repubblica" di Platone né lo "Spirito delle leggi" di Montesquieu. Sono gli equivoci riservati a chi si rifiuta di distinguere tra piani diversi e tra logiche diverse ad essi corrispondenti.

Per valutare adeguatamente i radicali, ancora una volta, occorre distinguere il piano politico superiore dal piano politico inferiore e, all'interno di quest'ultimo, i poteri politicamente influenti (la classe dirigente) e i poteri minimi politicamente rilevanti (la classe subalterna del piano politico inferiore).

I radicali, come i qualunquisti e i liberali, vanno "correlati" al piano politico inferiore all'interno del quale, però, occorre procedere a una distinzione, degli atteggiamenti e delle intenzionalità.

Ai liberali, per riassumere, interessa prevalentemente salvaguardare la libertà negativa nei rapporti tra classe politica e classe dirigente; certo, ad essi sta anche a cuore la libertà positiva (»il diritto di esercitare la propria influenza sull'amministrazione ) e tuttavia, sostanzialmente illuministi e fiduciosi nelle capacità di mercato, ritengono che la garanzia più importante di progresso civile consiste in un sfera abbastanza ampia all'interno della quale industriali, professionisti, ceti mercantili, "élites" culturali e religiose, possano orientare autonomamente il loro agire.

Ai qualunquisti, invece, interessa sì, la libertà negativa, ma la loro attenzione è rivolta soprattutto ai rapporti tra classe politica e classe diretta. In questo senso, il qualunquismo si presenta come una specie di »liberalismo plebeo . L'importante è che il governo non "tartassi" il piccolo borghese; che poi si mostri autoritario e poliziesco con le forze che fanno parte del piano politico superiore, non solo interessa poco al qualunquismo, ma gli fa persino piacere (6).

Anche ai radicali, infine, interessa la libertà come valore assoluto da rivendicare nei rapporti tra classe diretta e classe politica; ma, come s'è spiegato in precedenza, essi intendono promuovere "e" la libertà negativa "e" la libertà positiva. Vogliono che il governo lasci in pace la gente, ma non sono disposti ad accordare il contrario; anzi, vogliono far pesare il bisogno relativo che la classe politica ha della loro obbedienza e del loro sostengo.

I radicali, pertanto, si differenziano anche dai democratici moderni, nella misura in cui a questi ultimi interessa, sì, la libertà positiva e negativa nei rapporti tra classe politica e classe diretta, ma interessa pure - e soprattutto - la libertà positiva e negativa nei rapporti tra classe politica e classe dirigente. (I democratici, tuttavia, non si collocano, in genere e tendenzialmente, sul solo piano politico inferiore: essi intendono promuovere la libertà, nel suo duplice aspetto, anche sul piano politico superiore: per loro è importante, sì, sapere, da una parte, chi condiziona il governo nelle sue scelte e, dall'altra, chi deve sottoporgli le proprie richieste, ma forse più importante è stabilire chi deve assumere le redini dello Stato ed operare, direttamente e sotto la propria responsabilità, le scelte decisive per la comunità).

Prendendo le difese dello strato subalterno del piano politico inferiore, il radicale è vicino al libertario. Ma mentre in questi le diffidenza estrema per il potere politico giunge, coerentemente alla negazione della sua necessità e della sua funzione, nel radicale, la scelta consapevole del piano "b") non significa il rifiuto del riconoscimento di legittimità del potere politico. La stessa difesa appassionata dei valori di libertà sanciti dalla Costituzione repubblicana ne è una riprova. Ed inoltre il libertario - come il socialista - è interessato soprattutto al piano della società civile: la vera libertà, per lui, è la libertà della classe diretta "dalla" classe dirigente - politica e non (né poliziotti, né padroni) - ed è la libertà "di associarsi", in piena autonomia, per costituire, assieme ai propri simili, un domani migliore. Il radicale, invece, pur non ignorando la violenza che caratterizza, per le diverse risorse a disposizione dei combattenti, la lotta per la sopravvivenza sul piano della societ

à civile, ritiene, illuministicamente, che la rivitalizzazione democratica del piano politico inferiore determini effetti positivi di amplissima portata non solo sul primo, ma anche sul terzo piano.

In queto senso, ha ragione Bobbio quando, nell'Introduzione agli "Scritti" di Leone Ginzburg, parla dell'attitudine radicale a far prevalere il politico sull'economico. E tuttavia se per »politica s'intende - v. Meinecke, Vossler, Ritter etc. - il riconoscimento degli interessi superiori dello Stato, il quale - come potenza ordinata al mantenimento della pace interna e alla sicurezza diplomatica e militare all'esterno - non può spingersi oltre un certo segno lungo la via delle riforme (non può, ad esempio al principio della pubblicità degli atti, far conoscere i piani militari), il primato del politico sull'economico, anche per i radicali, diviene discutibile. In realtà, Bobbio si riferisce alla »politica come supporto di potere che interessa classe politica, classe dirigente e classe diretta (piano "b"), mentre i teorici tedeschi dello Stato hanno presente quella dimensione autonoma della vita comunitaria che impone le sue dure leggi alle forze politiche organizzate del piano politico superiore, indipende

ntemente dai loro diversi programmi di governo.

L'analisi della libertà radicale, a questo punto, potrebbe dirsi conclusa. Non c'è bisogno, forse, di spendere altre parole per sottolineare la novità costituita dal fenomeno radicale ai nostri giorni. Si tratta, invero, di una »rivolta di tipo diverso , nella misura in cui avviene non in nome di valori »marginali , per così dire, al sistema, ma in nome di idealità elevate da esso agli onori del culto. La rivolta radicale non è, come si è detto, un fenomeno rivoluzionario, ma non è neppure una forma di ribellione di tipo classico.

Non è rivoluzionaria in quanto non ha per obiettivo un rimaneggiamento "ab imis" dell'assetto stabile dei poteri politicamente influenti, ma non può essere identificata neppure, in quanto fenomeno sostanzialmente urbano, con quello che Hobsbawm chiama il "mob cittadino", ovvero con l'organizzazione temporanea delle classi povere, e non solo della feccia, delle grandi città preindustriali europee - organizzazione che assai spesso si avvaleva dell'appoggio delle corporazioni artigianali. Il mob cittadino, infatti, ha un'ideologia tendenzialmente tradizionalista e conservatrice. Come scrive lo storico inglese: »In città il popolino viveva con i suoi governanti in uno strano rapporto, in cui confluivano in parti uguali elementi di parassitismo e di ribellione. Il loro modo i pensare, se tale è la definizione esatta, può essere enunciato con chiarezza nel modo seguente. E' compito del sovrano e della sua aristocrazia provvedere al sostentamento del popolo, sia col fornirgli lavoro, ad esempio proteggendo gli arti

giani locali, spendendo generosamente e facendo elargizioni come si conviene a un principe o a un gentiluomo, sia attirando nuove fonti di lavoro e di lucro, come ad esempio, il movimento dei turisti e dei pellegrini (7).

Il radicalismo è, o potrebbe diventare, la responsabilizzazione democratica dei poteri minimamente influenti, e corrispondere quindi, non solo ad un momento critico della storia del potere italiano, ma anche ad un'età di profondo rinnovamento dei nostri costumi nel senso di una più elevata eticità. Già la condanna della violenza fisica (8) - coesistente tuttavia con pronunciate simpatie verso movimenti spontanei che non ne sono del tutto immuni - può essere indicativa a questo proposito.

Si comprende, quindi, come Massimo Teodori possa vedere nel partito radicale l'espressione della volontà e della capacità di »promuovere movimenti di opinione organizzati, in grado di calarsi con efficacia nelle lotte del momento (basteranno alcuni esempi: la campagna per il disarmo nucleare in Inghilterra alla fine degli anni '50; i club repubblicani nella opposizione extraparlamentare in Germania particolarmente attivi nella campagna contro le leggi di emergenza; il ruolo antigollista e contro la guerra d'Algeria dei ``comitati'' in Francia; il movimento anti-Nixon in seguito al Watergate capeggiato dalla grande stampa...) (9).

E però, se far politica significa proporsi di conservare o di mutare un regime politico, e quindi intervenire nella costellazione dei poteri politicamente influenti che lo sostengono, non ci sembra, ad essere sinceri, che il fenomeno radicale possa rivelarsi in tal senso risolutivo e determinante. Un mutamento effettivo del quadro politico, nella situazione attuale, è impensabile, dopo quanto si è detto, al di fuori del contesto internazionale e non saranno certo i digiuni di Pannella che potranno operare il miracolo. Non pare neppure realistico supporre che i radicali possano influenzare in maniera determinante i rapporti di potere instauratisi tra i partiti del piano politico superiore. Ogni cambiamento di rotta, sul piano "a"), può essere deciso solo dai suoi protagonisti che, in ogni caso, saranno i beneficiari o le vittime delle loro scelte.

E tuttavia i radicali, proprio per le caratteristiche dianzi ricordate, possono agire di sprone nei confronti della classe politica: essi non hanno la forza sufficiente per rimuovere o per far esplodere le contraddizioni del sistema, ma possono rappresentare la »poca scintilla atta a renderle più acute e insopportabili.

Ha pienamente ragione, perciò, Giovanni Russo quando scrive a proposito dei referendum radicali: »E' un errore presentarli come uno strumento recuperato da ``sinistra'' dato che questo termine si presta oggi in Italia a molti equivoci. L'unico modo di difendere il referendum e contro i tentativi di eliminarlo e di renderlo inagibile politicamente è di presentarlo come il solo canale offerto alle minoranze non ``aggregate'' al sistema partitico per far valere istanze sociali civili e politiche che altrimenti il ``sistema'' di cui fa parte anche la sinistra, espellerebbe e ignorerebbe (10). Non si poteva dir meglio.

Se la nostra analisi è attendibile, la possibilità di successo della provocazione radicale dipende interamente dalla capacità di conservare al movimento il carattere dell'organizzazione politica - sia pure temporanea - dei cittadini indifesi dello strato politico inferiore, senza disdegnare la più ampia collaborazione dei credenti nelle più diverse fedi politiche. Nella misura in cui l'uomo della strada ricollegherà anche i radicali alla geografia politica tradizionale, nella misura in cui non li considererà più »diversi dagli altri , per il movimento sarà la fine. Soprattutto perché sarà diverso il rapporto col potere politico istituzionale, il quale, se teme chi potenzialmente rappresenta una massa di cittadini che vanno dal liberale al militante di "Avanguardia operaia" - passando per le comunità religiose ``disobbedienti'' - non ha alcuna soggezione di una forza politica ben definita, le cui possibilità di espansione dipendono, in misura abbastanza esatta, dalla sua collocazione geografica.

A livello di piano politico superiore, "les jeux sont faits": non v'è spazio per nuovi pretendenti al potere e quelle poche opportunità che i partiti politici tradizionali sono disposti a concedere ai »miti nati al di fuori della lotta per il potere sono troppo scarse per essere prese in considerazione. (Quanti intellettuali militanti, forniti di prestigio e di un certo seguito, dopo la prima legislatura che li ha visti eletti alla Camera o al Senato, hanno perduto ascendente e popolarità per essere stati quasi del tutto fagocitati dagli apparati di partito! Gli esempi, invero, si sprecano). Probabilmente questa »chiusura dipende da un particolare momento storico, destinato col tempo ad essere superato. In ogni caso, la pressione "esterna" (moralistica già per il fatto di essere tale), ci sembra attualmente molto più efficace dell'impegno diretto, "all'interno" di un determinato partito - almeno per chi si ponga al servizio dei poteri minimi politicamente rilevanti. Se poi l'obiettivo, invece, dovesse esse

re una strategia politica sui tempi lunghi, atta a modificare radicalmente il sistema, facendo leva su un punto (o su una riforma "di struttura") determinato, la battaglia radicale sarebbe certo donchisciottesca e volta al fallimento.

In questo scritto, non ci siamo posti alcuni problemi che, in altra sede, avremmo dovuto considerare fondamentali. Innanzitutto, su che cosa si fonda la sensazione dei governanti che la classe politica stia attentando ai suoi interessi fondamentali e vitali, mettendo perciò in pericolo la sopravvivenza degli strati esclusi da ogni comunicazione col potere? La disgregazione del sistema politico, in altre parole, fino a qual punto è profonda e irreversibile? E quali sono le possibili strategie che potrebbero consentire alle forze progressive di rimettere in moto il sistema, di renderlo più permeabile alle istanze provenienti dalle classi dirigenti e dalla classe diretta?

Si tratta, in realtà, di individuare i contrasti reali che rendono così frammentario il sistema, a tutti i livelli, impedendo alle forze interessate al rinnovamento di integrarsi e di organizzarsi per un effettivo condizionamento del potere. Tutto ciò richiederebbe una analisi politica, economica e sociale che non ci si è neppure proposti di affrontare in questo saggio. E' degno di interesse, tuttavia, il numero sempre più alto di saggi, inchieste, indagini settoriali che cercano di far luce sul complesso quadro politico italiano. Se non altro, esso è la testimonianza della sfiducia sempre più pronunciata nelle spiegazioni della crisi politica e morale che stiamo attraversando in termini ideologici e della diffidenza, sempre minore, nei riguardi del politologo che, almeno a livello metodologico, cerca di liberarsi dai condizionamenti etico-valutativi.

Neppure abbiamo affrontato il tema dei referendum radicali, della loro opportunità politica, dei pericoli che essi potrebbero contenere (11).

Invero, non ci eravamo proposti né di dar consigli, né di far previsioni. La realtà politica attuale è più che mai fluida e non è affatto escluso che gravissimi errori di valutazione possano, di qui a poco, mettere LID e radicali completamente fuori gioco.

Resta tuttavia, fra tanti gesti clamorosi, fra tante utopie, fra tante battaglie generose, un fatto nuovo e progressivo su cui si è impegnati tutti a meditare: è possibile alla classe diretta organizzarsi politicamente al di fuori dei partiti ufficiali, è possibile costringere questi ultimi a impegnarsi in battaglie di cui avrebbero fatto volentieri a meno (12); è possibile, infine, mettere in difficoltà il ``regime'' richiamandosi a valori che quest'ultimo, per un minimo di coerenza, è costretto a rispettare.

Come la libertà liberale, come la libertà democratica, come la libertà socialista, anche la "libertà radicale" può rivendicare con successo un suo spazio autonomo nella sfera dei rapporti politici. Sfera che è "politeista" per definizione.

Note

(1) M. Stoppino, "Potere politico e Stato", Giuffrè, Milano; pagg. 222-24.

(2) G. Spadolini, "La battaglia dei radicali", su "Corriere della Sera", 25 luglio 1974.

(3) "A proposito dell'Uomo Qualunque" su "Critica Sociale", 5-20 gennaio 1973.

(4) "ibid.", pag 35.

(5) Anche Leonardo Sciascia scrive di Pannella; »lo vedo aduggiato da ombre di misticismo che ho in sospetto (v. il breve, discutibile, intervento "Pro e contro" ne "L'Espresso" del 28 luglio 1974).

(6) In questo senso, il successo di cassetta dei films di Totò negli anni cinquanta, può spiegarsi, oltre che con la straordinaria bravura del comico napoletano, con la circostanza che, in quei films, o per lo meno nella maggior parte di essi, si esprimeva un'ideologia fondamentale qualunquistica, che ben si confaceva ad un periodo storico caratterizzato dal tentativo del potere di disattivazione dell'interesse politico e di concentrazione di tutte le energie nazionali nell'opera di ricostruzione industriale.

(7) E. J. Hobsbawm, "I ribelli", Einaudi, Torino, 1966; pag. 155.

(8) »Se la lotta rivoluzionaria - scrive lo stesso Pannella - presuppone necessariamente la violenza, la morte dei compagni, la presa del potere e poi a potere preso, o nelle more della conquista, il ripetere contro i nemici i gesti per i quali io sono il loro nemico, gesti di violenza, di tortura, di discriminazione e di disprezzo, consideratemi pure un controrivoluzionario e un piccolo borghese da buttare via alla prima occasione... (v. Giovanni Catalano, "Il profeta disarmato", ne "L'Espresso" del 28 luglio 1974).

(9) M. Teodori, "Perché i referendum", in "Otto referendum contro il regime", Editori Savelli, Roma 1974.

(10) G. Russo in "Otto referendum" cit., pag. 78.

(11) E' abbastanza ovvio che, in un periodo di crisi, non v'è paragone tra i vantaggi che le forze reazionarie potrebbero ricavare dalla vittoria un referendum, e quelli che potrebbe ricavarne lo schieramento progressista qualora risultasse vincitore nella competizione elettorale. Inizialmente, si dovrebbe evitare lo scontro su questioni poco sentite dall'opinione pubblica o tali da creare fratture suscettibili di dividere lo stesso fronte progressista. A questo proposito, per fare un esempio, la proposta di abolizione della legge sul finanziamento di partiti mi sembra più incisiva di una eventuale proposta di abolire il servizio militare obbligatorio.

La prima, infatti, potrebbe costituire un utile monito ai partiti di governo che - indipendentemente dalla ragioni storiche e strutturali del fenomeno - hanno dato prova di cattiva amministrazione e, in molti casi, di vero e proprio spreco del denaro pubblico. Inoltre essa potrebbe ricordare ai politici di professione che l'autofinanziamento deve costituire, anche in una società complessa e articolata come la nostra - e quindi bisognosa di apparati organizzativi non artigianali - l'obiettivo di ogni formazione politica autenticamente democratica (Soltanto coloro che finanziano un partito e fanno sacrifici per assicurarne la presenza, non solo elettorale, sono realmente interessati a che essi non diventino il docile strumento di oligarchie miopi e ignoranti). La proposta di abolire il servizio militare obbligatorio, invece, potrebbe essere bocciata anche grazie ai voti e ad argomentazioni rispettabili (»l'esercito di popolo di Machiavelli e di Cattaneo!), facendo apparire, tuttavia, la sconfitta dei radicali

come sconfitta di tutto l'arco progressista.

Insomma, dimostrandosi capaci, almeno in parte, di attivare la partecipazione della classe diretta al controllo e all'orientamento delle scelte di potere, i radicali hanno solo mostrato le risorse potenziali a disposizione di un movimento che si proponga di fa pesare sul piatto della bilancia politica forze non controllabili del tutto dalla classe dirigente-politica e non. Il referendum sul divorzio rappresenta sotto questo aspetto una loro indiscutibile vittoria: esso, infatti, è stato vinto, sì, dai grandi partiti della sinistra con l'aiuto dei partiti laici minori e dei cattolici dissidenti, ma sono stati i radicali che hanno costretto queste forze ad essere »se stesse e ad approvare, inizialmente, una legge che, per le sue conseguenze politiche di reazione, impensieriva lo stesso Nenni.

Ma i seguaci di Pannella sapranno gestire saggiamente questo potenziale di influenza che si sono conquistati? Il problema è quello di non tirar troppo la corda fino al punto di spezzarla - anche se è giustificata l'esigenza di non lasciarla inutilizzata nella mani dei partiti politici del »sistema .

(12) »Ma che la vittoria, nel referendum - scrive Moravia - sia andata a qualche cosa che non è veramente politico lo dimostra, se non altro, il fatto che i partiti, dopo il referendum, hanno dovuto aggiustare la loro linea secondo questo qualche cosa (v. "Pro e contro", ne "L'Espresso" del 28 luglio 1974).

 
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