Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
mar 27 feb. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Pannella Marco - 1 gennaio 1975
Un monumento al "Ragazzo Ignoto"
Marco Pannella

SOMMARIO: Nella prefazione al libro "Un ragazzo all'inferno" di Mario Appignani, Marco Pannella la denuncia delle diverse forme di violenze praticate nelle istituzioni pubbliche e clericali di assistenza, negli istituti correzionali e nelle carceri: lo sfruttamento dell'infanzia abbandonata, il racket dell'assistenza, i lagher degli istituti per minori. Dal libro di Appignani un affresco di una Roma clericale e corrotta e la descrizione del circolo vizioso che spinge i giovani del sottoproletariato urbano all'emarginazione, alla violenza e al crimine.

(Prefazione a "Un ragazzo all'inferno" di Mario Appignani, Napoleone - Gennaio 1975 da " Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980", editrice Gammalibri, gennaio 1982)

Mi torna in mente il "caso Braibanti"...

Cinque anni or sono, la I Corte d'Assise di Roma, presieduta dal giudice Orlando Falco, su richiesta del Pubblico Ministero Antonio Lojacono (non voglio dimenticare né questa vicenda, né questi nomi), comminò più di dieci anni di galera al "filosofo di Fiorenzuola", Aldo Braibanti, per aver egli "plagiato" un giovane, Giovanni Sanfratello. Prove del plagio furono le idee libertarie e atee professate dal Sanfratello, la sua scelta di pittura e della vita in comune con Braibanti, povero e libero: il giovane aveva ventitré anni, era legalmente residente a Roma, e indipendente. Poiché non era disposto affatto a riconoscere che idee e comportamenti fossero frutto non della sua libera scelta, ma di una sua riduzione in "schiavitù" da parte del suo amico, Sanfrantello fu rapito con la violenza, con la violenza internato, con la violenza sottoposto a trattamenti annichilenti, con la violenza massacrato moralmente e fisicamente: gli si chiedeva, in buona sostanza, di tornare ad amare i suoi genitori, di tornare a cr

edere nella religione e in Dio, di accusare Braibanti, di addebitare al plagio alcuni rapporti omosessuali probabilmente intercorsi fra di loro. Quando, dopo la condanna di Braibanti, fu lasciato in "libertà condizionata" dal prof. Trabucchi, del manicomio di Verona, gli si vietò di leggere libri che non fossero almeno precedenti al 1870, forse in omaggio all'anno della proclamazione del dogma dell'infallibilità pontificia.

Nel corso del processo accaddero fatti obbrobriosi. Il magistrato Antonio Lojacono, agendo esplicitamente contro la legge in nome di una prassi poi naturalmente condannata da una sentenza della Corte Costituzionale, evitò con cura che si tenesse una istruttoria formale sulla vicenda, che avrebbe comportato la presenza e il sindacato di una altro magistrato, tenne per due anni di galera preventiva il Braibanti, lasciò che impunemente tutta la stampa bempensante lo linciasse e insozzasse in violazione del segreto istruttorio, e, nel processo dove naturalmente fu Pubblico Ministero, pronunciò una requisitoria d'una violenza allucinante e terroristica. Ricordo che continuamente egli faceva riferimento agli "squallidi giacigli", alle "pratiche contro natura", alla difesa dell'innocenza e dei diritti del giovane, dell'adolescente, alla "riduzione a cosa", al "plagio" di una persona - il Sanfratello - che aveva ai suoi occhi l'inimmaginabile torto di aver rifiutato, ventenne, di vivere nella sua famiglia clericale

e autoritaria, e di condividere valori e comportamenti. Inimmaginabile: solo il "diavolo comunista" Braibanti poteva essere responsabile di tanto... Uno dei periti ufficiali, da allora rivelatosi anche ufficialmente un fascista, dichiarava a destra e a manca che s'erano così saldati i conti con la pretesa cultura antifascista (Braibanti era stato un eroico resistente, torturato dai nazisti); il giudice Falco, che s'erano così fatti i conti con la pretesa cultura psicanalitica...

Un'ondata di follia mutò in violenza la giustizia, il linciaggio ebbe corso. Dovemmo lottare con tutte le nostre forze per denunciarlo, e ottenere poi un giudizio d'appello che quanto meno rendesse immediatamente a Aldo Braibanti la sua libertà, e rendesse soprattutto indirettamente giustizia a quel che restava di Giovanni Sanfratello, dopo il suo "salvataggio" da parte dell'Italia "cattolica", "pura", "maestra del giure", "virile", "ordinata", insomma democristiana e fascista.

Conobbi qualche anno dopo questo "salvato": ormai ridotto quasi a cosa, drogato non più solo dalle droghe manicomiali, annichilenti, somministrategli dalla medicina, dalla famiglia, dalla giustizia di classe e clericale. La sua avventura m'appare sempre più esemplare, assiomatica: la società, accorsa in difesa della famiglia e dell'ordine, lo aveva "assistito". Questa "assistenza" ne aveva fatto un rottame, forse una "cosa", quanto meno un "violento contro se stesso", il minimo che alla scuola d'obbligo della violenza costituita possa accadere. Giovanni Sanfratello aveva in pochi mesi vissuto intensamente la trafila di centinaia di migliaia di giovani presi a carico, per volontà della Repubblica e grazia di Dio, dalle istituzioni che predicano "amore", "dedizione", "sacrificio", "povertà", rispetto della vita.

Penso alle cronache nere e giudiziarie, ora non a caso coincidenti con quelle politiche e ogni altra, alla valanga di scippi, ai pestaggi, ai ragazzi assassini, a quelli di borgata che sono diventati la manovalanza delle nere stragi di Stato, sui treni, nelle piazze, nelle banche, ai ragazzi delle palestre romane del karatè, che affollano le sale parrocchiali e i cinemetti di periferia per guardare i film "casti", "virili" e violenti, quando penso alle riaffioranti campagne per la pena di morte, per l'ergastolo, dei giornali d'ordine, quelli davvero "benpensanti", "cattolici ma davvero", che predicano una educazione e una legge austere e forti, il carabiniere che tutela il matrimonio, la vita del feto, la moralità del figlio, la figura della madre e la dignità della patria e delle forze armate...

Quando penso a tutto questo trovo risposta in questo racconto "Un ragazzo all'inferno" di Mario Appignani. E la risposta è che l'inferno e il diavolo davvero esistono, sono di questa terra, ha ragione il Papa. Gli riconosco, ora, maggiore autorità che a chicchessia d'altro, in questo campo. Sbaglia solamente, padre Paolo, quando pensa che questo diavolo e questo inferno siano eterni.

Un giorno qualcuno scese dalla croce alla quale l'avevano inchiodato i sacerdoti e i potenti di allora e li sconfisse, per esempio. Non fu che un inizio, continuiamo la lotta. Il 12 e 13 maggio 1974 un popolo di credenti in altro che nell'oro, nella violenza e nel potere, di credenti nella giustizia e nella libertà, ha dimostrato di ricordarsene.

Ora si tratta di individuare bene, di incalzare i mercati del tempio e le bastiglie dove i poveri sono incatenati. E' urgente tornare a liberarsi o il caos immondo della violenza tornerà a trionfare per altre generazioni, dilagherà di nuovo dalla capitale corrotta alla nazione infetta.

Mi diranno, al solito, che eccedo? Si legga questo libro e si ricordi che è il racconto di decine di migliaia di ragazzi, di donne e di uomini.

Dove sono gli uomini di voce dura che giudicarono Aldo Braibanti?

Dove sono, dinnanzi a questo quotidiano e secolare massacro, fatto in nome della legge, della Chiesa e della Repubblica, i cattolici e i giudici dal senso dello Stato e della giustizia, i giornali che inneggiarono alla sentenza di Orlando Falco, i pedagoghi, i teologi tutori dello sperma in nome del diritto alla vita, di questa Chiesa in nome della religione, di questo Stato in nome della giustizia e dell'ordine?

Dove sono le leggi, con i loro sacerdoti, i loro magistrati, i loro scienziati, i loro uomini?

Accanto alla Pagliuca, come il Ministro De Mita? Che non sapeva quel che si faceva, come i carabinieri, il vescovo, come i medici, come il pretore, come il sindaco, come il parroco, come l'opera nazionale e comunale della maternità e dell'infanzia, come la prefettura, come gli "assistenti" sociali, religiosi, morali e civili?

Ma rischio dimenticanze in questa sorta d'appello che vado facendo. Qui, in questo libro, c'è anche il principe, o il marchese: a un tiro di schioppo dall'"Opera cardinale Tisserant" da dove fugge, impazzito di gelosia e di dolore, un ragazzo quattordicenne che si sente "tradito" perché il "padre", il sacerdote, l'amico, il fratello, l'amante che ha trovato, lo è di troppi, di tutti. E l'aristocratico l'accoglie evangelicamente al suo tavolo, un fratino lungo molti metri, d'epoca, ne fa il suo commensale, fra camerieri in livrea e candelabri, lo rifocilla, lo ascolta, gli dà diecimila lire, lo riconsegna pilatescamente con autista in "mercedes", fatta la sua "opera buona", al suo destino di vittima della violenza, al ruolo sociale di perenne inurbato.

Non è gran che, insomma. Ma siamo certi che se forse comparso dinnanzi alle sontuose dimore ideologiche degli ardenti e puri nostri movimenti rivoluzionari, questo giovane sottoproletario avrebbe avuto un tempo e una qualità diversi di ascolto? Diciamolo (e non solo perché noi radicali dinanzi al massacro che si chiama "assistenza all'infanzia romana" siamo ancora una volta i soli a poter avere un po' di buona coscienza non a buon mercato); in vent'anni la sinistra romana, con tutta la forza, in omaggio ai "dialoghi" e alle stanze dei bottoni" nazionali e capitolini, non s'è comportata troppo diversamente da quell'aristocratico.

Qui, sempre in questo libro, altri ospitano i nostri ragazzi in fuga: e abitano in attici sontuosi, hanno posizioni di responsabilità, sono in alto nella piramide sociale, amano indossare indumenti intimi femminili, e pagano per ottenere sul piano mercenario e capitalistico quello che gli "assistenti", gli "insegnanti", i "direttori", le autorità insomma, sono soliti ottenere con la violenza più diretta e sistematica degli "enti di beneficenza", degli "istituti di assistenza", "dell'educazione" beninteso morale, religiosa, patriottica e laboriosa fornita a spese dello Stato e dei cittadini.

Esagero? Ancora? Lo scriverà certo, alla prima occasione, gente come quel Carlo Casalegno, vicedirettore e mentore della Stampa, che ci accusa di viscerale anticlericalismo, di irresponsabilità politica, di funesta e pericolosa propaganda d'odio.

Quest'uomo ha anche, ogni tanto, altri nemici che i radicali. Prima di calunniarci e di tentare la delazione di noi, come ha fatto nei giorni scorsi, già si mobilitò infatti contro altri. Credo fosse nel 1969. Era accaduto uno dei fatti più civili, umani, democratici che la cronaca italiana mi sembra ci abbia offerto in questi anni. Riuniti a congresso, i direttori delle carceri italiane avevano deciso di ottenere dal governo l'assicurazione che la riforma carceraria promessa da vent'anni divenisse al più presto operante realtà. Il loro ragionamento era lineare. Tutti, ormai, a parole, in Parlamento, sulla stampa, nei partiti, riconoscevano nelle prigioni italiane un universo di violenza e un fattore di criminalità. In queste condizioni, essi erano sempre più costretti a rappresentare e tutelare non il diritto, la giustizia, la legge, la "redenzione" del carcerato, ma esattamente il loro contrario. Denunciavano, quindi, questi direttori, il rischio di un'esplosione di rivolta, che in effetti s'è poi abbondan

temente e tragicamente manifestata. Si recarono quindi nell'anticamera del ministero della Giustizia dichiarando che non si sarebbero mossi finché il ministro non avesse loro fornito le assicurazioni richieste, di "occupare" in tal modo il gabinetto di Sua Eccellenza Reale o Gonella (non ricordo, ma fa lo stesso). A questo punto, il Casalegno intervenne con il suo tono di moralista ufficiale di Corte, o di mezzo-pontefice in calzetta e basco da notte del laicismo e della democrazia ufficiali d'Italia. Li denunciò come criminali: quale esempio di disciplina davano mai al paese? E il senso dello Stato?

Stiamo ancora attendendo, con i direttori delle carceri sempre più paralizzati, rappresentanti e tutori d'una violenza immonda che anche dal racconto di Mario Appignani viene confermata, la "riforma"...

Il dovere di disubbidire quando l'ubbidienza comporta il tradimento delle leggi fondamentali e dei diritti della persona è follia, non è politica, per quest'altro grande della stampa laica, democratica e antifascista d'Italia, gran raccoglitore, con il suo giornale, di firme e petizioni contro le puttane, i travestiti, i pederasti, i ragazzi di vita e gli schiamazzatori notturni. Ma gran tutore (ecco la giustizia di questa apparente digressione) delle istituzioni che producono, in serie industriale, a centinaia di migliaia, "puttane" non di lusso, "omosessuali" non presidenti del Consiglio, non direttori o educatori di istituti, non "artisti" fini, colti e distinti come lui, non violenti come i corruttori di classe ma costretti a subire la violenza della prostituzione contro se stessi, "travestiti" che non possono offrirsi il lusso di acquistare un po' di ragazzi fuggiti per una notte dal carcere o dall'istituto "religioso" o "laico" di assistenza come "pubblico" per le loro altrimenti innocenti manie o desi

deri.

Ma gran politico perché da vent'anni condanna ogni richiesta di attuazione rapida della Costituzione che non sia declamatoria o di pura, rabbiosa e comoda protesta: perché da vent'anni difende l'"ordine costituito", cioè il caos di cui siamo ora tutti spettatori, e che era prefigurato per chi volesse comprendere e prevenirlo nell'"ordine" infernale dove la "società" (cioè queste leggi e questi legislatori, questi governi e questi partiti, questo regime e questi clienti di regime) tiene a fabbrica, a migliaia ogni anno, i figli del popolo.

Infine, compare anche l'industriale. E' il "padre", o il padrigno, di tutta questa storia. Frequentatore di bordelli, acquista da una madre tenutaria la "virtù" della figlia. Così comincia la storia di Mario Appignani, perché il signore non usava evidentemente i volgari antifecondativi dell'epoca, e perché Mario aveva "diritto" imprescrittibile, evidentemente, a questa sua vita. Poi l'industriale s'è occupato di profitto, e la Repubblica di suo figlio.

Poiché abbiamo parlato di "padre", parliamo anche di mamma, che questa società onora e protegge, come si sa, e gli dedica un giorno di maggio. Mario Appignani ne apprende l'esistenza, il nome, l'indirizzo, a 18 anni. Corre a conoscerla, abbracciarla. Non la trova: è in un ospedale, dove Mario è già passato, quando ha tentato di suicidarsi, a 12 anni. La raggiunge. E' una donna consunta, massacrata anche lei dall'esistenza, ma non lì per curarsi. E' al capezzale d'una ragazza di 14 anni, la sorella di cui Mario ignora l'esistenza. L'hanno ricoverata lì perché ha tentato il suicidio.

Mario, perché sei venuto al Partito radicale e su da me a chiedermi questa prefazione? Maledizione, l'hai visto: da dieci giorni sono incapace di scriverla, ritardo l'uscita del libro, sono ridotto a tentare di buttar giù qualche pagine in poche ore, di notte, sperando d'arrivare in tempo e di servire a qualcosa, a qualcuno. Ho così vissuto i peggiori giorni di quest'anno, pur già tanto difficile e drammatico. Ho rimandato ogni altro impegno, tralasciato ogni altro dovere. Perché, mi chiedo, questo blocco, questa incapacità, questa sofferenza?

Avevo letto la tua storia nelle poche, scarne e terribili pagine nell'intervista a Panorama. Doveva essere, mi sembra, l'ultima settimana della lunga lotta, del digiuno di questa estate, mentre incalzavo manifestazioni, incontri, dibattiti, occupazioni, ed eravamo tutti allo stremo delle nostre forze. Ma ero certo anch'io che qualcosa sarebbe subito accaduto, senza bisogno del nostro intervento: che i seicentomila lettori insorgessero scandalizzati, increduli, offesi, impauriti, furenti; che gli accusati si difendessero, attaccandoti, querelando Lamberto Sechi, te e Dragosei; che i consiglieri comunali, provinciali, regionali di Roma e del Lazio, "cristiani" e "socialisti", "liberali" e "repubblicani", esigessero commissioni d'inchiesta, presentassero interpellanze, corressero a ispezionare questi loro "enti di assistenza" e ricercassero, con le responsabilità politiche e penali, i rimedi contro questa allucinante, tremenda realtà, se fosse risultata vera; che la Procura della Repubblica, e i "magistrati", a

prissero inchieste, compissero almeno "atti preliminari" per accertare anch'essi "la verità"; che qualche "cristiano per il socialismo", o magari il Vicario del Vicario di Cristo, cardinale Poletti, fra un tormento di fede e una lotta "rivoluzionaria", avessero trovato un po' di tempo per occuparsene.

Invece, hai ragione, non un cane che si sia mosso. Tu insisti. Proverò a latrare perché ti si ascolti.

Tu scrivi che la Roma di Paolo VI e di Giovanni Leone, cònsoli, è Sodoma, Gomorra e Babilonia; sveli che oggi a Roma è Erode a chiedere: "Sinite pargulos venire ad me", e la bestemmia non è nostra, è nelle cose. La strage degli innocenti non è d'altra parte solo quella che descrivi, quella che hai vissuto e vivi. Dannati di questa terra, di questo inferno, sono anche i demoni che tu denunci giustamente come aguzzini, vittime necessarie anch'esse, vittime d'un sistema e d'un regime che hanno nomi più moderni e mondani.

Qui infatti Santo Spirito è il nome di una banca. Santa Maria della Pietà, San Giovanni Battista e mezzo calendario di santi sono i nomi di luoghi di sfruttamento, di violenza, di perversione; e repubblica, giustizia, umanità, amore, educazione, purezza, preghiera, assistenza, carità, leggi, democrazia vivono come tu e tu solo, oggi, ci racconti turpemente. Per anni, nel Partito radicale dove hai raggiunto in queste settimane altri compagni come te destinati invece al macello della rabbia e della rivolta, fummo soli anche noi nella campagna contro l'ONMI e il sacco clericale degli istituti di "educazione" e di "rieducazione", che pur si tradusse nell'arresto del sindaco di Roma Amerigo Petrucci e in una ventata di verità. Contro i potenti e i "politici", scegliemmo allora d'essere i vostri compagni, di voi decine di migliaia di ragazzi che non conoscevamo e che non ci conoscevano. Per questo mi sembra giusto, ora, continuare a camminare, più consapevoli, insieme.

Maurizio, il ragazzo che muore a pagina 196 di questo libro, confida qualche giorno prima al suo amico: "Mi sono accorto di non essere stato in tutta la mia esistenza che un misero spermatozoo immerso nella merda". Mario Appignani aggiunge: "Mi sembra che queste parole si attaglino anche per me". Qualcuno noterà che qui s'attenta spesso alla sintassi. Preferisco occuparmi d'altro: affermare, ad esempio, che Maurizio è stato assassinato. Contro Mario s'è tentato lo stesso assassinio, la flagranza del reato non è ancora interrotta.

Cosa attendi, mio autorevole Procuratore della Repubblica di Roma, ex amico e compagno d'università, Nicola Amato, per procedere? Hai pur trovato il tempo, nei giorni scorsi, di chiedere 44 mandati di cattura contro 44 ragazzi, dei quali 42 minorenni a tutti gli effetti, colpevoli d'essersi rivoltati contro i dèmoni del loro inferno, per trasferirli così dove la violenza - morale, culturale, fisica, carnale - sarà più scientifica; dove i corsi della delinquenza saranno accelerati e obbligatori.

Una notte d'inverno di dieci anni fa, ad Acuto, provincia di Frosinone, su un terrazzino dell'Istituto delle Suore di San Giovanni Battista, un bambino di otto anni in canottiera e mutandine rabbrividisce e cerca di non morire dal freddo. Si chiama Francesco. S'accorge che è arrivato anche Mario. Si stringono, s'abbracciano; ma il calore dell'amicizia non lo protegge che per un'ora. Suor Filomena richiama ben presto Mario: la sua punizione è meno lunga. Il giorno dopo "tutti" cercano Francesco. Non è nel suo letto. I suoi pantaloncini, la sua camicia, le sue scarpe sono lì, ma Francesco è scomparso. Nessuno sa dove sia; più nessuno lo cerca. Un anno dopo il vecchio giardiniere scopre sotto qualche zolla di terra, avvolto in un lenzuolo, il cadavere d'un bambino sconosciuto. Arrivano magistrati e polizia. Ma nessuno sa nulla, nessuno sembra ricordare Francesco. Chi lo ricorda ha paura e tace.

Nicola Amato, amico mio, fra una requisitoria e l'altra, usami una cortesia: trova un po' di tempo e cerca il cognome di quel Francesco, che nessuno ricorda. In qualche registro dovrà pur dormire. Disseppelliscilo. A te lo diranno. Allora voglio farmi eleggere per un solo giorno consigliere comunale, a Roma, se è necessario; perché voglio che almeno il nome di una piazza, a Roma, gli sia dedicata. il più vicino a San Pietro.

Maurizio, Francesco, Mario... Quanti sono? Non basterebbero tutte le piazze d'Italia a ricordarli. E proporrò un monumento al "Ragazzo Ignoto". Tanto il milite del 1914 ha ormai smesso di morire con le stellette e non l'assassinano più sul Carso, ma qui fra noi, a Roma. La Patria la serve qui, sul posto; e il "servizio" comincia sin dalla nascita e dura fino alla morte precoce. Anche questo monumento lo voglio vicino al Campidoglio, al Comune, al Vicariato, all'ONMI, alla DC.

C'era un ragazzo di dodici anni, in un altro Istituto di "assistenza". Compagni più anziani lo violentarono. Poi, con tutti gli altri, picchiarono la piccola "spia" che, inutilmente, ha cercato protezione e consiglio dal "direttore". Il ragazzo è terrorizzato: non può più restare lì. Non c'è che da tagliarsi le vene, per andare all'ospedale. Lì lo spediscono alla "neuro": docce fredde, letto di contenzione, psicofarmaci, droghe di Stato e di classe per mantenere questo "ordine". Quand'è "guarito", la libertà si chiama Suor Diletta Pagliuca. Mario Appignani non ha perso la memoria. Dell'Istituto, della neuro ricorda bene nomi e indirizzi. Li scrive. Gli elettroshock di Santa Maria della Pietà non sono dunque serviti, né l'insulina e le altre droghe di Stato.

Ascolta, Nicola Amato; o piuttosto leggi. Ascolta e legga, signor Procuratore capo della Repubblica di Roma, dottor Siotto. E non leggete solamente le pagine in cui si racconta di una rivolta, come quella dei 44 già arrestati l'altro giorno. Anzi, se possibile, saltatele. Sarò altrimenti magari responsabile di 44 nuovi mandati di cattura: non c'è prescrizione, ancora, e almeno uno di quei ragazzi rivoltosi è per ora in vita e in libertà - quanto provvisorie nei fatti voi lo sapete.

Occupatevi, semmai, di quel che Appignani racconta dal carcere minorile di Rebibbia, delle omissioni di atti d'ufficio del suo direttore. Occupatevi, di nuovo, del prof. Della Rovere, "medico" a Regina Coeli, dove trasferisce per vendette le violenze scientifiche e immonde di Santa Maria della Pietà. Volete prove? Cercatevele. E' vostro compito di magistrati, se credete nella legge e nella vostra funzione anche a sostegno di coloro che sono deboli e inermi, e non solo dell'"ordine" e dei suoi legali tenutari. Leggete queste pagine: non sono un indizio, quanto meno? Ho scambiato con Appignani non più di poche frasi. Ma sappiamo, voi e io, che questo suo libro ha il suono della verità. Può accadere, accade che egli si lasci andare a regolare qualche conto. Qualcuna delle sue accuse, in queste pagine, forse non era necessaria; o altre, per sue ragioni, lo sentiamo, le omette e tace. Ma sappiamo, voi e noi, che Appignani non è un mitomane, e che qui non mente.

D'altra parte , conoscete noi radicali. Da questa storia non demorderemo. Siamo consapevoli che, questa volta, molti accusati non potranno tacere; dovranno reagire giudiziariamente e che la nostra posizione sarà difficile. Potrà accadere, e come!, che voi chiediate allora, puntualmente, la nostra - e non la loro - condanna. Ma ben vengano, se necessari, questi processi. Inchioderemo al banco della responsabilità l'istituzione maledetta, clericale, classista, criminogena, assassina che il regime nutre e impone come luogo di salvezza, educazione, carità e assistenza.

Sarà il processo all'inferno. Uno dei suoi momenti, non il più importante: perché nulla potrà portarlo a compimento che non sia l'assalto finale, decisivo, senza rumore, politico, delle masse democratiche e delle sue organizzazioni.

Il sistema è perfetto, dalla culla alla bara. La sua logica politica è senza contraddizioni; ormai chiara e spesso nota. Il bambino nasce da madre e famiglia povera. La miseria è cattiva consigliera, se non consigliata e sorvegliata. Non conosco le cifre di oggi: nel 1963 lo Stato assegnava all'incirca trecento lire al giorno alla madre bisognosa per allevare il figlio, e una media di tremila lire al giorno agli istituti clericali alle stesso scopo. Sotto il regime DC migliaia di miliardi sono andati a "ordine religiosi", "istituti educativi" o assistenziali, a cinquantamila "enti", promuovendo l'obbligata espulsione dalle loro famiglie di centinaia di migliaia di bambini e ragazzi e il loro "ricovero" in ambienti inidonei, di vera e propria pena. Un gigantesco e immondo sottogoverno ha garantito al regime, in questo campo, una posizione di forza di enorme rilievo.

Emanando dallo Stato, degli Enti locali, dall'ONMI, gli Istituti previdenziali e mutualistici, l'appalto del bambino povero, espulso dal suo ambiente naturale, ben presto e spesso malato psichicamente o fisicamente, si traduce in un enorme racket clericale e democristiano.

La caccia alle "convenzione", alle assegnazioni, ai "ricoveri", diventa attività frenetica, ben presto essenziale e irrinunciabile per grandi, medi, e piccoli "imprenditori" del settore. I "bambini" diventano d'oro, per chi li "cura", a condizione che non sia la madre. Invece di creare strutture pubbliche adeguate e razionali, di formare personale specializzato, lo Stato finanzia questa ignobile speculazione. Investendo con questi criteri diventa inevitabile omettere ogni controllo, impedire ogni riforma. Centinaia di migliaia di persone vivono ormai di questa attività.

Centinaia di migliaia di elettori e di elettrici, decine di migliaia di "centri" di potere, di condizionamento, di clientelismo, di corruzione, esigono e ottengono, ormai, i loro "ragazzi". Ogni volta che si tenta una riforma, la Chiesa s'erge, se è necessario, a difesa della situazione esistente, affermando solennemente il suo primato, i suoi diritti-doveri in temi di educazione e di assistenza dell'infanzia. Quando la magistratura romana è investita dalle denunce giudiziarie e l'opinione pubblica dalle campagne politiche del Partito radicale, Paolo VI si reca in Campidoglio e rivolgendosi con particolare e solenne benevolenza al Sindaco Petrucci rivendica con energia il dovere dello Stato di non sostituirsi in questa "missione" e in questo servizio sociale all'organizzazione ecclesiastica e clericale.

La sinistra, in questo campo, sembra a lungo totalmente paralizzata e complice. Le "denunce" giornalistiche, scientifiche, umanitarie che dal suo interno non cessano di proporsi, non trovano alcuno sbocco politico adeguato. I radicali sono accusati di vieto anticlericalismo e di velleitarismo, isolati e censurati. La piaga sociale s'estende, s'aggrava; diviene un flagello. A Roma anche i gruppi extraparlamentari hanno a lungo mostrato di ignorarlo del tutto. Eppure dalle borgate sempre più estese e misere e sovrappopolate, dalle bidonville e da ogni altro quartiere della ormai sterminata periferia, a migliaia, ogni anno, i Mario Appignani vanno all'inferno.

E, con i Mario Appignani, ogni altro "bambino" necessario al regime, al sistema: per i "vecchi", gli "handicappati", "malati" e "pazzi", infatti, la destinazione e l'uso sono gli stessi.

Queste cose, dunque, le sapevamo; contro di esse abbiamo lottato, ci siamo impegnati duramente, abbiamo accettato isolamento e attacchi da ogni parte. Eppure, l'ho già scritto, questo libro mi ha disperato, mi dispera, per quello che non abbiamo saputo impedire, per quanto non abbiamo saputo conquistare e creare, di adeguato e a tempo.

Non ricordo che questo mi fosse mai accaduto; per quasi dieci giorni, dopo averlo letto, ho come gettato le armi. Non ho voluto amici né compagni, attorno. Vi sono momenti in cui l'intelligenza è dolore, aver ragione una desolazione. Scorrendo e poi rileggendo il libro di Appignani, un folla di invettive, di osservazioni, di progetti, di polemiche e di conferme, urgevano; ero all'inizio certo e felice di poterlo aiutare con una buona, ampia, ordinata e serrata prefazione. Per una volta un buon testo politico, insomma. E' andata invece così.

Ma qualcosa mi resta, che voglio dire. Questo libro deve essere letto; dobbiamo diffonderlo. E' un compito militante ma è anche un dovere verso la gente che siamo, nella quale viviamo, che lotta per tempi più umani. E', ne sono certo, una valida, preziosa arma di classe. E' un'appendice alla Storia di Elsa Morante, scritta da uno dei suoi personaggi proletari, che non è scrittore, che non vuole più morire e veder morire attorno a sé le persone che ama, che non è forse già più solo perché ha saputo raccontare un'inferno ch'era più facile inventare e immaginare.

Il racconto di Mario è per me di una tremenda verità, ha momenti di agghiacciante bellezza; è un affresco finalmente romano di Roma cattolica, capitalista, e repubblicana.

La voce di un "assistito" dal cielo e dai suoi rappresentanti in terra, dallo Stato e dai suoi gestori "democratici". L'hanno preso a cinque anni per impartirgli una sola, rigorosa lezione: violenza, violenza e poi violenza ancora. Suore e preti, "educatori" e "professori", "forze dell'ordine" e giudici, medici e direttori, uniti, coerenti, efficaci. Dai sassi sotto le gambe inginocchiate, alle sodomizzazioni violente, dalle percosse selvagge e collettive, ai letti di contenzione, dalla fame al gelo, dalle "carezze" nelle pantere della polizia agli elettroshock come lezione contro la simulazione di malesseri, dalle settimane di isolamento in carcere all'essere ridotti a cosa, a oggetto sessuale (ancora!) dei detenuti cui si affida l'"ordine" perché più violenti, perché assassini, contro la massa dei ladruncoli e degli innocenti; non vi sono che eccezioni per confermare la regola.

Migliaia di ragazzi, in questo momento, vivono questa "esperienza", ricevono questa "formazione", colpevoli di essere nati in ossequio alla Humanae Vitae, colpevoli di non aver raggiunto nella pattumiera i feti dei loro mancati fratelli e sorelle dell'aborto clandestino di massa e di classe; colpevoli d'essere proletari e non borghesi. C'è qualcosa che sfugge, probabilmente, a Mario e ai suoi fratelli. Ed è che il mondo da loro odiato delle Pagliuche e dei Celestini , delle suor Filomena, è anch'esso un mondo di vittime.

Penso in particolare alle suore. Venute via ragazze, anch'esse, da casa, in genere contadine o montanare, con i loro slanci mistici e il loro sogno di conventi di preghiera e d'amore, diventando sempre più la bassa manovalanza dell'industria del profitto sull'assistenza all'infanzia, ai malati d'ogni tipo, ai vecchi. Senza preparazione, senza cultura adeguata, vengono sbattute nei manicomi e negli altri lager. Di fronte a questi "indemoniati" che richiederebbero piuttosto l'esorcista, di fronte alle sofferenze e alle esigenze delle malattie, la loro esistenza deve pur essa apparire tremenda. Devono, infatti, ormai, reclutarle nei vari Kerala della terra: l'Abruzzo, la Sicilia o il Veneto, non bastano più. Ma, per tutti, come tenere l'ordine in poche persone dinanzi a centinaia di bambini e di vecchi: come far fronte agli appalti incessanti dei malati?

Come in quest'universo unisessuale, immaginare altro, dai direttori ai "diretti", che la continua aggressione sessuale, e altra sessualità di quella omosessuale? Torturatori-torturati costituiscono il volto difficile da leggere di questo universo carcerario, come d'ogni altro.

Solamente una razionale politica di creazione di strutture politiche, di comunità e istituzioni aperte, di uso democratico, laico, pubblico del denaro dello Stato, può rappresentare una plausibile, probabile alternativa. Cioè solo la lotta politica, sociale, lo scontro di classe.

E' opera urgente, pressante da compiere, contro la mistificazione capitalistico-clericale e la suicida disattenzione e dimissione della "sinistra" e dei laici: opera che comporta livelli diversi di scontro, dalle iniziative referendarie quali quelle per l'abrogazione del Concordato, fino alle quotidiane azioni dimostrative d'intervento diretto a reintegrare la legalità dov'è violata: mi si consenta di invitare i lettori del libro di Appignani a stabilire diretti contatti, a questi fini, con il Partito radicale, le varie leghe per i diritti civili.

Ora attenderemo che gli Antonino Lojacono, i crociati della famiglia, dell'infanzia, del dovere della procreazione a ogni costo, della missione di civiltà di Roma e della Chiesa, s'occupino dei loro dèmoni, del loro inferno, piuttosto che scorgerlo morbosamente in tutto quel che da loro è diverso.

Attendiamo che la "giustizia "si muova. Sarà bene avvisare sin d'ora che non consigliamo a nessuno di tentare di fare di Mario Appignani un nuovo Giovanni Sanfratello. La soluzione non è questa per la sola ragione che non lo permetteremo. Ci occuperemo, anzi, dei 44 ragazzi contro i quali è stato spiccato nei giorni scorsi mandato di cattura su richiesta del giudice Amato. Il loro processo dovrà costituire un momento di verità e di lotta, di moralità e di liberazione sociale e politica. Gli avvocati radicali offriranno la loro assistenza legale gratuitamente. Cureremo in particolare che la onestà dell'informazione sia assicurata. Imporremo la verità perché, quale essa sia, di verità c'è oggi, come sempre, estrema urgenza e necessità.

Ma non saremmo altro che degli inutili e velleitari protestatari e piagnoni se non traessimo da questo libro una concreta indicazione di azione, una forma adeguata di impegno, un obiettivo preciso, possibile e obbligante.

La lotta per abolire i lager dell'assistenza all'infanzia deve ormai essere scatenata. Il giudizio sulle forze politiche e le organizzazioni sociali romane deve immediatamente fondarsi sulle posizioni che prenderanno a questo proposito. Vi sono all'orizzonte elezioni amministrative. A nessuno deve essere permesso di presentarsi impunemente come democratico e men che meno come "socialista" se non si impegnerà inequivocabilmente per togliere alla piovra clericale del regime la possibilità di continuare in questo massacro di umanità e di civiltà.

Mi auguro che i compagni romani del Partito radicale e delle leghe e movimenti federati e dei diritti civili diano ormai la precedenza assoluta a questa battaglia. I cartelli, le azioni dirette nonviolente, le manifestazioni, l'organizzazione di nuovi gruppi d'intervento e di lotta, non possono non spostarsi subito anche verso questo obiettivo.

Ma è un affare di tutti, di tutta la città, di tutti i movimenti e le forze popolari, laiche, democratiche. Speriamo che i radicali non restino soli.

 
Argomenti correlati:
prefazione
Braibanti Aldo
assistenza
carcere minorile
Onmi
stampa questo documento invia questa pagina per mail