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Pannella Marco - 1 ottobre 1975
L'abdicazione della cultura laica
di Marco Pannella

SOMMARIO: Prendendo spunto da una articolo di Elena Croce pubblicato da "Prospettive settanta", Marco Pannella rivolge una dura requisitoria contro gli esponenti della cultura laica europea e italiana, gli "antifascisti" e "anticomunisti" che si sono mostrati sempre indifferenti alle violazioni dei diritti umani nel mondo, che non hanno mai raccolto la richiesta di solidarietà che veniva dai movimenti democratici di liberazione dell'America Latina, consentendo così al potere imperialista delle multinazionali d'imporre, "facendo scempio innanzitutto della stessa legalità statunitense", "la più feroce difesa del profitto selvaggio al Dipartimento di Stato e alla CIA". Dietro l'alibi dell'anticomunismo hanno coperto i peggiori crimini contro l'umanità, sempre al servizio del potere. Ma anche una dura critica contro quella sinistra incapace di mobilitarsi se la vittima non è spagnola, cilena o vietnamita. Occorre opporsi "contro il disinteresse (o l'interesse?) sempre maggiore dei gestori della cultura e del pot

ere italiani nei confronti delle libertà, della vita delle minoranze, degli esponenti delle maggioranze di classe e democratiche oppresse nei paesi stalinisti, di feroce capitalismo di stato, di collettivismo autoritario e antisocialista". Conclude sollecitando la mobilitazione per un caso esemplare, quello del matematico russo Ploutsh, condannato a sette anni per reati d'opinione e rinchiuso in un manicomio.

(PROSPETTIVE SETTANTA, Ottobre-Dicembre 1975)

Vi scrivo dopo aver letto l'editoriale »A proposito dell'unità della cultura europea apparso sull'ultimo numero della vostra rivista. Non credo di ingannarmi: quella pagina è di Elena Croce.

Quando giungevano a Roma, all'inizio degli anni sessanta, i monaci nonviolenti dell'opposizione nazionale e civile nel Vietnam del Sud, i buddisti il cui sacrificio e la cui lotta imposero più d'ogni altro, allora, l'attualità di quel conflitto alla coscienza internazionale, non trovarono nessuno ad ascoltarli.

Furono un po' usati dalla propaganda comunista, e totalmente soffocati e irrisi politicamente dalla nostra nobile cultura laica e repubblicana. Neppure se ne accorsero i nostri leaders storici, repubblicani, socialdemocratici, ecc. (laici, insomma), pontefici del partito-chiesa americano in Italia, correi di estrema destra quali sono stati anche rispetto alla realtà nazionale statunitense, elogiatori degli sbarchi a Suez e neutrali spettatori dei massacri e delle torture europee e francesi in Algeria, tetragoni alleati "atlantici" di turchi, greci e portoghesi.

Ricordo quei monaci, quei letterati, quegli studenti chiederci dove fosse mai l'Europa verso la quale erano accorsi fiduciosi, l'Europa cristiana, l'Europa della tolleranza; l'Europa di Voltaire, soggiungeva qualcuno... Molti di loro sono morti, o tacciono ormai per sempre; sono morti anche di quella loro illusione. La mancata solidarietà europea, il mancato ascolto europeo uccisero un'alternativa politica e storica di sicuro valore per l'Asia intera, per tutti noi.

Ma chi mai aveva per decenni raccolto l'appello dell'APRA e degli altri movimenti democratici di liberazione dell'America Latina, poi quello del presidente Bosch di San Domingo? E chi, finché fu in vita, fra i nostri predicatori di libertà e di giustizia, di intransigenza (allora) »anticomunista e »antifascista , udì l'ingenuo, drammatico, coraggioso, antico richiamo del patriota cileno, del borghese massone e socialista, del nonviolento Salvador Allende?

Dovunque il potere imperialista e capitalistico delle multinazionali, facendo scempio innanzitutto della stessa legalità statunitense, è andato in questi anni e decenni imponendo la più feroce difesa del profitto selvaggio al Dipartimento di Stato e alla CIA, innalzando la bandiera americana su macerie di civiltà e di umanità, i gestori politici della cultura laica europea, i suoi gestori d'Italia non hanno mai visto, mai udito, mai giudicato.

E' onesto e necessario assumersi la responsabilità di dar nome e nome a questi potenti. Sono quegli stessi che ormai sappiamo ugualmente insensibili e estranei a tutte le lotte per i diritti civili nel nostro paese, finché non sono vincenti. Gli stessi che in nome della civiltà atlantica e della cultura europea, di Guicciardini e di Machiavelli, della realpolitik, della ragion di Stato e della ragion di partito, trovavano normale e irrilevante accogliere a Roma Ciombé, fresco dell'assassino di Lumumba; e trovano tuttora normale udienze solenni in Quirinale, dalla Farnesina, dal Santo Padre, del grottesco macellaio Amin Dada, Presidente dell'Uganda, venuto nei giorni scorsi con un pacco di dollari a far acquisti di armi e di poliziotti in Italia.

Ma ha ragione Elena Croce, per costoro, per coloro che contano, per i suoi pretesi rappresentanti ufficiali e gestori accreditati, la cultura europea non esiste più, è una non-cultura. Questo servilismo verso l'estrema destra imperialista e capitalista internazionale non è nemmeno più una scelta politica, anche se infame, come può apparire. E' il vuoto, è il nulla. Che altri, purtroppo, riempono dei loro interessi.

La vecchia, fradicia cultura, coltivazione, del potere; l'adorazione del totem della violenza delle istituzioni come cammino obbligato del progresso e della civiltà è insomma la »cultura prevalente fra intellettuali borghesi o borghesizzati, fra la classe dirigente nostrana: la scarsa fortuna di Julien Benda per la sua profetica denuncia del tradimento dei chierici non è certo casuale né, credo, inerente al valore del suo messaggio.

Per un paio di decenni è stato loro possibile barare al gioco: l'anticomunismo - con le sue mille e mille quotidiane occasioni di giustificazione, di intervento, di scandalo consentiva e obbligava lor signori a gridare o ricompitare la parola »libertà (»della cultura s'affrettavano a volte a precisare), le dichiarazioni dei diritti dell'uomo, accattandole dalla pattumiera dei loro comportamenti. I suddetti pontefici laici in compagnia inevitabile con i cardinali Ottaviani, i Leo Longanesi, gli Almirante, ma con diversa, iniziale legittimità, sono insomma sopravvissuti a loro stessi grazie a Stalin ed allo stalinismo togliattiano, sfrenato e dogmatico, fedele e cinico. Tutti, in egual modo, bravi borghesi »europei , in realtà provinciali e subalterni coevi di Foster Dulles e di Vittorio Valletta. I loro clienti e i loro minori o restano attaccati a questi ruoli di ieri e s'arroccano nel fortilizio montanelliano come il Rosario Romeo del »si a Gabrio Lombardi e Amintore Fanfani, o cercano di trovarne d'equi

valenti e - ministri o sottosegretari della DC, editorialisti di Piero Ottone o di Arrigo Levi, si confermano antisocialisti e antiradicali, filoclericali e ora filocomunisti, a servizio di due padroni. Così, nemmeno più in Russia osano spingere il loro »amore per la libertà ...

Ho scritto: »di due padroni? No. Ha ancora ragione Elena Croce: di uno solo, del potere per il potere. Così, oggi, al posto dei monaci buddisti, dei liberali dei paesi del Magreb, dell'America Latina, dei socialisti libertari, liberali, laici, antiautoritari, antistalinisti, dei radicali italiani, degli obiettori di coscienza contro il monopolio di governo del partito americano e d'opposizione del partito sovietico, più d'ogni altro, più degli spagnoli, dei cileni, incontriamo e riconosciamo i letterati russi dell'esilio e del carcere, dell'opposizione interna degli scrittori e degli scienziati. Dietro i quali, solo orizzonte che riusciamo a scorgere, l'immensa, sconfinata, necessaria teoria di lavoratori e di persone che restano senza nome, cui dobbiamo dare pure un giorno un volto e, quanto meno, pietosa sepoltura. Noti solamente ai loro assassini.

Elena Croce, ripetiamolo, ha ragione, ha ragione nella sua solitudine e, forse anche per la sua solitudine, non voluta né scelta, ma con tanta umiltà e forza assunta e preferita alla promiscuità dell'industria "culturale" di regime gestita per conto dei Cefis, degli Agnelli, dei Fanfani, dei La Malfa, dei Berlinguer, dagli Ottone e dai Levi e Casalegno, dai Rizzoli o dai Fratelli Fabbri.

I Sinjaski e i Solgenitsin non trovano ad applaudirli che i »fascisti e i montanelliani, cioè nulla, perché non c'è altro che questo nulla nel potere »democratico dell'Europa ufficiale, di Roma in primo luogo. Men che mai, ora, trovano quegli »anticomunisti atlantici e europeisti, liquidatori dell'Europa politica, parassiti di un'Europa culturale dalla quale non hanno tratto e appreso che i vizi, i provincialismi, le servitù e i tradimenti.

Ora lo vediamo: chi ha vissuto prono alla ragion di Stato e di partito e solo per questo ha manifestato qualche volta e solamente "anticomunismo" ora non può che tacere. Dopo i contratti e i commerci del capitalismo di Stato e privato italiano con l'est europeo, dopo Helsinky e i suoi accordi, utili quanto biechi, dopo il 15 giugno e i governi regionali di centro-sinistra-aperto potrà tutt'al più guardarli come possibile merce di scambio, come armi di ricatto nei nuovi giochi di potere fra nuovi complici.

E per questo che non sono certo ancora di poter condividere a fondo la pur rigorosa e convincente critica contro i letterati russi che viene qui fatta. Forse, davvero, il loro non è che orgoglio: ma se invece è giusta fierezza? Forse sono davvero anch'essi resi ciechi: ma perché non aspettare, per esserne certi, che abbiano qualcosa da vedere? Vi sono anche, e numerosi, gli scienziati razionalisti e marxiani, altre forze del dissenso nazionale e del dissenso militante. No. Dobbiamo opporci contro il disinteresse (o l'interesse?) sempre maggiore dei gestori della cultura e del potere italiani nei confronti delle libertà, della vita delle minoranze, degli esponenti delle maggioranze di classe e democratiche oppresse nei paesi stalinisti, di feroce capitalismo di stato, di collettivismo autoritario e antisocialista.

Con le armi del suo mestiere, Elena Croce ci consegna due paginette quasi scontate, ripetitive, dimesse: per quanto mi riguarda non conosco invece denuncia più convincente, densa e conclusiva d'una realtà intollerabile, né spiegazione più profonda.

Centinaia di milioni di persone, in tutto il mondo, centinaia di migliaia nelle sole strade di Roma sono scese in lotta, a loro modo, in questi giorni, contro un vecchio generale imbalsamato al potere, regalandogli perfino la prospettiva di morte che doveva pregare il suo signore di dargli: gli sono bastati cinque nuovi assassinii per rendergli la tragica celebrità che pagò un tempo con lo sterminio di centinaia di migliaia di oppositori. Se la violenza non fosse sempre necessariamente anche stupida gli sarebbe bastato qualche giorno ancora di pazienza, un paio di processi del tipo di quelli che in Italia la Corte di Cassazione e i Tribunali militari celebrano ogni giorno, per poter sostenere la patente iniquità delle critiche che lo colpiscono. Per tanti sarebbe anche un martire e un esempio di giustizia: contro trentacinque militari giustiziati dalle opposizioni in un solo anno, contro il primato d'un Presidente del Consiglio mandato in cielo con un attentato senza un solo morto dall'altra parte, quale bil

ancio di equità e di moderazione Franco poteva rivendicare! Se la pena di morte è ammessa, infatti, se la pena di tortura è ovunque altrove data senza proteste e senza lotte che le si oppongono, quale ingiustizia contro questo vecchio, "onesto" generale cattolico e nazionalista.

Ma di lui, tutti si occupano. Era l'ora, in verità. I suoi nemici vengono difesi in quanto tali: non importa molto quel che fanno, hanno fatto, la legalità, la giustizia dei mezzi che usano contro questo sterminatore di spagnoli. Franco, insomma, è finito.

E L'URSS? Sinjaski e Solgenitsin sono difesi, compresi, aiutati? No. Sono ormai tra noi, con quelli di noi che trovano. E con chi altri, se no? Sakarov? Sua moglie è perfino riuscita a farsi curare da medici italiani. E parla tanto...

E il matematico Ploutsh? Condannato a sette anni per reati di opinione, da più di tre lo stanno annichilendo, giorno dopo giorno, in manicomio specializzato a curare le deviazioni politiche.

Da più di un anno duemila matematici di tutto il mondo con ogni mezzo, suppliche, lettere, tentativi rispettosi di richiesta di grazia, qualche campagna di stampa, cercano di ottenerne la vita, di strapparne la grazia, e il diritto all'esilio per lui e la sua famiglia. E' un caso, un esempio: ma è anche una persona, come ciascuno dei fucilati di Madrid.

Consentire che l'intervento di Elena Croce resti senza moralità politica e collettiva, senza ilo seguito che l'intelligenza esige se ha rispetto per se stessa, sarebbe nel nostro costume, in quello della nostra "cultura", di quella fattuale anche se non di quella proclamata e abusata come alibi da nostri più cari amici. Propongo invece che si dibatta questo tema obbligante con una prassi diversa e più severa. Salviamo Ploustch, intanto. Operiamo ogni giorno, con pubbliche iniziative e dichiarazioni, perché una campagna adeguata, umile ma fiduciosa, strappi al potere anche questa vittima, anche se non è spagnola, cilena o vietnamita. Ma russa, sovietica, europea, insomma.

La violazione dei diritti dell'uomo proclamati a San Francisco è patente. Le violazioni allo stesso trattato di Helsinki, anche; come pure alla convenzione europea.

Il nostro governo deve intervenire, in qualche modo; ma concretamente e subito. Agnelli e Cefis, Berlinguer e Vecchietti, anche. Gli Ottone e i Levi, e, più che ogni altro, e adeguatamente, con dibattiti di alto ascolto e visione, la RAI-TV di stato. O, di fronte alla storia, sarà difficile sostenere anche lo sguardo tragico ed omicida dei Franco e dei Pinochet, oltre che quello spento dei ministri anticomunisti-criptocomunisti, anticlericali-criptoclericali, antifascisti-criptofascisti che ci governano.

Roma, ottobre 1975

 
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