Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
lun 27 mag. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Pannella Marco - 14 maggio 1976
Dove stanno la violenza e il ricatto
Intervista a Marco Pannella

SOMMARIO: Una approfondita riflessione sulla nonviolenza, l'arma del digiuno, le prime elezioni a cui parteciperà il Partito radicale, la sinistra. Diversamente da quanto è accaduto negli altri paesi europei, la sinistra italiana - sostiene Marco Pannella - ha, da decenni, sempre perso. E' ora di rilanciare un programma capace di candidare al potere una sinistra rinnovata e unita.

(Intervista a "La Prova Radicale" Maggio 1976 da " Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980", editrice Gammalibri, gennaio 1982)

Prova Radicale - I tuoi ultimi digiuni si sono segnalati non solo per la loro estrema gravità ti sei spinto fino allo sciopero della sete, rischiando la pelle ma anche perché stavolta, mentre lottavi con i tuoi compagni radicali per il diritto d'informazione, pochi hanno ripreso le vecchie accuse di esibizionismo, folklore e così via. A qualcuno, tuttavia, è sembrato che il rischio fosse sproporzionato agli obiettivi.

Pannella - Se si pensa che è ragionevole subire la violenza del regime e lasciarsi sopprimere come individui politici, allora siamo stati realmente eccessivi. Molti però hanno capito istintivamente che era essenziale rompere una illegalità che dura da decenni, aprire a tutti il monopolio dell'informazione. Si tratta di obiettivi essenziali e "doverosi" per dei libertari quali siamo; e la gente l'ha capito bene, soprattutto man mano che si accorgeva delle complicità dei partiti di sinistra, e soprattutto del PCI con la DC. Ha capito che in queste situazioni non c'è scelta: o si lotta, anche fino alle ultime conseguenze, o ci si rende complici del regime. Ma c'era un altro obiettivo "doveroso" per i radicali: spezzare una volta per sempre la censura pratica contro le loro lotte e la loro stessa esistenza politica. Non è un'auto-suggestione vittimistica, al contrario è il rifiuto di quella sorta di complicità che stesso lega i perseguitati ai persecutori. Devono censurarci, perché se no dovrebbero parlare di n

oi troppe volte: per l'aborto, per la droga, l'omosessualità e la sessualità, l'antimilitarismo e così via; non c'è momento vitale in cui non siamo presenti. Ci censurano perché rappresentiamo la forza alternativa al regime; per questo, quando hanno dovuto ammetterci alla televisione abbiamo "bucato", come dice Eco, lo schermo.

In quale situazione ci siamo trovati, invece? Che mentre eravamo esclusi e censurati da più di un anno il PDUP era ammesso, al pari dei partiti di regime, a Tribuna elettorale e politica. Come mai questo regalo a un partito che non si è mai battuto per "aprire" la Rai-Tv? Semplice: il PDUP è arrivato alla Rai-Tv quando, proprio in seguito alle nostre battaglie, è diventato insostenibile ammettere solo i partiti ufficiali di regime. E dal momento che bisognava aprire il monopolio, si è scelto il male minore, l'ex PSIUP, appunto. Una vecchia conoscenza, questo PDUP-PSIUP-PCIUP: c'era stata tanta paura quando era nato, poi si è capito che non era il caso. Così lo hanno ammesso. E il PDUP si è comportato da PSIUP: ritrovandosi questo regalo su un piatto d'argento, non si è sognato neanche di guadagnarsi una facile popolarità dichiarando di rifiutare il privilegio corporativo che isolava ancora di più le forze non di regime. Ha ingoiato regalo e piatto, invece, senza batter ciglio, e ha fatto anche lo scherzetto

ad Avanguardia Operaia escludendola l'anno scorso dalla campagna elettorale. Non è un caso se le apparizioni in TV del PDUP non hanno mai prodotto traumi per nessuno.

Esagero? Vediamo: la sua cooptazione nel racket di regime è stata motivata con il fatto che l'anno scorso ha presentato liste in due terzi dei collegi elettorali: una motivazione chiaramente speciosa, anche perché data a posteriori. Se no, se questo era un modo per entrare, ci saremmo stati noi e altri a presentare liste in due terzi dei collegi, fregandocene della campagna elettorale. La verità è che il PDUP serve a far da alibi ai partiti di regime. La TV infatti non è l'unico regalo: c'è anche l'esenzione dall'obbligo di raccogliere le firme per la presentazione delle liste elettorali, finora riservata ai soli partiti rappresentati in Parlamento. Anche questa motivazione è falsa: il PDUP avrebbe già un rappresentante in Parlamento, e non conta che sia stato eletto nelle liste del PCI: oggi ha la tessera del PDUP! Insomma, è come se un deputato fascista o democristiano si fosse iscritto al PDUP, o a Lotta Continua, o al Partito radicale.

Prova Radicale - Parli del PDUP come uno dei vertici burocratici della sinistra.

Pannella - Burocratico o no, come ha amministrato il consenso che ha riscosso all'inizio? Quali battaglie ha fatto? I Magri, le Castellina gestiscono un'organizzazione che non è più omogenea neanche alla sua base, come vive, come lotta; e non a caso vengono considerati dal PCI ideologi responsabili, seri...

Prova Radicale - Che cosa pensi del cartello elettorale dei gruppi extra-parlamentari e dei partner che il PDUP s'è trovato, qualcuno molto a malincuore?

Pannella - Sarebbe stato folle e settario moltiplicare all'infinito gli atti scismatici e causare quella perdita secca di un milione di voti che si è già avuta nel '72. Credo perciò che sia stata una scelta positiva; oltre tutto questi gruppi hanno matrici ideologiche comuni, appartengono al dopo '68, hanno strategie rispetto alle istituzioni... è bene che si presentino insieme e acquistino un minimo di rappresentanza, e quindi di controllo popolare. Tra i partner ho l'impressione che il PDUP abbia più possibilità di esprimere all'esterno un dato politico generale, ma rispetto al PCI mi sembra più scismatico che eretico. Avanguardia Operaia invece pare limitarsi a una presenza interna a determinati fatti sociali, senza che per il momento dimostri un'autentica originalità politica. Un discorso diverso andrebbe fatto per Lotta Continua, che ha caratteristiche più miste, con qualche dose di eresia; ma anche la sua capacità di scontro politico è molto debole. Oltre tutto, se è riuscita a imporre al PDUP il carte

llo elettorale, ha fatto tali concessioni come se avesse proprio paura di contarsi.

Prova Radicale - Torniamo ai tuoi digiuni: secondo alcuni si tratta di atti masochisti che mal si conciliano con le tue dichiarazioni di amore della vita e in genere di lotta "felice" per il socialismo.

Pannella - Ho una risposta che dò da tempo, come puoi immaginare, ma che vado elaborando sempre di più: la differenza tra il rischiare di vivere e il rischiare di morire. Sono convinto che la gente muore perché ha perduto l'interesse alla vita. Chi invece si rifiuta di vedere amputata la vita, proprio perché non vi ritrova né rassegnazione né castrazione, ma al contrario speranza, può anche rischiare di perderla: succede. Ma se vince, vive veramente meglio e più degli altri. Aggiungo che rischiare la vita senza rischiare quella degli altri è un altro salto qualitativo (anche il suicida sa spesso oscuramente che mette in pericolo gli altri). Facciamo ora un esempio, un altro salto ancora, perché in queste cose si va per approssimazioni successive. Chi rischiava davvero la vita nell'Italia del '37 o del '38? Quello che intuendo la logica della dittatura e sapendo perciò che "la guerra è vicina" s'impegnava in una lotta certo pericolosa per cercare di evitare milioni di morti; oppure chi, per timore di un risch

io immediato, finiva per farsi distruggere dopo, insieme a milioni di altri?

Masochismo? Ma il dato masochismo può esserci quando c'è sofferenza, sentirsi male più che star bene, cioè la consapevolezza del dolore. Invece la mia esperienza è quella di tutti i compagni, è che il digiuno non dà sofferenza, al più fastidi. C'è però qualcuno che, scartando il dato masochistico, parla di una tendenza autodistruttiva. Beh, tutto può essere, anche morire di gioia: ma so bene che anche essendo diverso non potrei star meglio di oggi, e sarebbe invece facile che stessi anche fisicamente peggio, come la maggior parte della gente che paga la rinuncia forzata agli elementi di interesse nella vita. Non dimentichiamo poi che i nostri digiuni sono sempre fatti collettivi, esperienza di crescita politica .

C'è un altro dato infine che non è per niente secondario: questo metodo è vincente, funziona: ed è omogeneo al nostro discorso politico libertario e nonviolento. Noi diciamo infatti che se la lotta per il socialismo è violenta, prefigura un movimento e quindi una società organizzata in maniera violenta, autoritaria.

Prova Radicale - Eppure ti hanno accusato di esercitare con i digiuni un ricatto, di fare cioè, anche tu, violenza agli altri.

Pannella - Noi non digiuniamo per protestare o per soffrire, ma per raggiungere un obiettivo. In genere l'obiettivo è inerente alla moralità altrui, non alla nostra; non chiediamo cioè attraverso il digiuno di privilegiare una proposta di legge, ma che vengano attuate le leggi che altri hanno imposto o proposto. Mi spiego meglio: non cerchiamo di far accettare i nostri principi e le nostre impostazioni, esigiamo il minimo, esigiamo cioè dal governo della città il rispetto della sua legalità, la reintegrazione delle regole della democrazia violate. In realtà è l'unica risposta che possiamo dare, al di là della distruzione, a una città che tradisce le proprie leggi. Dove sta allora la violenza, dove sta il ricatto?

Prova Radicale - Come spieghi che questi metodi non hanno una pratica di massa?

Pannella - Perché siamo un dato non conformistico, assolutamente minoritario, rispetto ai valori prevalenti oggi. Ma non è vero che in linea di principio non siano metodi di massa; dipende dalla maturazione di certi processi. Lo sciopero operaio, voglio dire, può essere considerato la prima, grande manifestazione nonviolenta di massa, perché avviene nel momento in cui gli operai scoprono che è più produttivo incrociare le braccia piuttosto che rompere i macchinari o ammazzare il padrone.

Prova Radicale - Partendo dunque dai digiuni, siamo arrivati alla nonviolenza in generale: un'altra delle scelte che vengono contestate ai radicali.

Pannella - Ora molto meno che in passato, come è rientrata un'altra accusa ridicola, che si tratti cioè di metodi "poco virili"... Ma parliamoci chiaro: questi nostri critici chiamiamoli violenti perché perdono sempre? Che fine hanno fatto le occupazioni di case, che fine fanno i "mercatini rossi"? Perdono perché sono tattiche opportunistiche, attivistiche; perché rappresentano il dato della sommossa pura e semplice, il dato plebeo, non ancora proletario, se è vero che il proletariato è la plebe nonviolenta.

Che cosa c'è dietro questa differenza di metodi tra noi e le altre forze della sinistra? Loro credono nel potere; noi puntiamo invece sul deperimento del potere, cioè del quoziente di violenza delle istituzioni. Un processo che può compiersi solo storicamente, non con la distruzione violenta del potere, come pensano gli anarchici. C'è dunque, da parte nostra, una posizione anticentralizzatrice, antigiacobina, antiscorciatoie, con tutti i possibili rischi, certo, di utilizzazione giacobina. E' questo che intendiamo per libertario, il deperimento del potere come effetto della crescita della classe e del socialismo, non il rinvio al momento successivo alla presa del potere.

Il nostro dunque è un modo diverso di far politica, di vivere, di lottare.

Prova Radicale - Rivendichi insomma ai metodi nonviolenti una valenza di prassi socialista, e di prassi vincente, che non riconosci ai metodi tradizionali della sinistra.

Pannella - Che cosa comunicano all'esterno le forme di lotta che chiamiamo tradizionali? Le molotov comunicano l'attacco, la violenza, e anche se noi sappiamo che non fanno male, possono giustificare agli occhi della gente che la polizia risponda sparando. I cortei che bloccano le strade non infastidiscono Agnelli, ma il lavoratore, l'operaio; e perché questi dovrebbero avere un riflesso positivo? Mancano di coscienza di classe allora? Penso invece che hanno coscienza dei loro diritti, e se dicono vaffanculo, è un riflesso giusto.

Andare incolonnati per strada, è l'occupazione della città, la parata militare, il possesso. Si è in tanti, c'è l'esaltazione della folla, dell'aggressione, il potere che si afferma sugli altri, perché è forte e violento. E quindi chi li vede passare cosa sente? Il brivido delle bandiere rosse, certo, ma è identico a quello che si prova alle parate militari. Oltre a ciò non vedo altro nell'economia del corteo. Andare invece in fila indiana sui marciapiedi, sul ciglio della strada, con un cartello a testa (è già un dato che ti gestisci personalmente mentre nei cortei neanche comunichi con gli altri compagni), significa scrivere un romanzo lungo e leggibile. Alle marce antimilitariste la polizia ci raccomandava di stare in fila indiana davanti a Redipuglia; e noi eravamo d'accordo; una sfilata di trecento cartelli, la gente passava e leggeva. Chi digiuna comunica: »Mi state sfottendo, sono disarmato e non posso fare altro che evidenziarlo, denunciarlo

Prova Radicale - Torniamo alle elezioni; la sinistra è rappresentata al completo; PSI, PCI, cartello cosiddetto rivoluzionario, radicali. Perché avete deciso di presentarvi, e in quale collocazione vi ponete?

Pannella - E perché non l'abbiamo fatto prima? E' questa la domanda giusta: da anni siamo un dato politico e storico qualificante, rappresentiamo l'unica corrente alternativa al compromesso corporativo su cui regge il regime. Storicamente, abbiamo avuto in Italia la corrente di regime, quella democristiana, con le sue correnti esterne: PRI, PSDI, PLI; la corrente comunista, dalla linea Togliatti al "compromesso storico"; e poi il vuoto, grazie alla posizione subalterna dei socialisti sia negli anni del centrismo che nel periodo del "centrosinistra". In realtà, però, c'è stata un'altra corrente, che si è manifestata ufficialmente negli anni '60, ma era già viva negli anni '50: ed è quella radicale. Quella che si è presentata come l'eresia comunista, dopo il '68, è una corrente avvertita soprattutto a livello di stampa e anche all'interno della struttura produttiva, limitatamente all'ambiente operaio in senso classico.

Se badiamo alla realtà politica di questi trent'anni agli equilibri di regime e alla spartizione di potere tra DC e PCI a una il monopolio del governo, all'altro il monopolio dell'opposizione che costituisce la base, si deve riconoscere che la corrente radicale, al di là dei connotati soggettivi di tipo borghese, ha rappresentato l'unico dato di crisi e di alternativa. Nella misura almeno in cui ha contestato la linea di tutti i partiti cercando di far esplodere i punti di contraddizione del regime. Non a caso tutta la classe politica si è coalizzata istintivamente, più che per calcolo, contro l'intrusione di questo elemento di crisi dell'equilibrio storico. Per arrivare ai nostri anni, è indubbio che la rappresentazione di questo sistema perfetto, che è la caratteristica del regime, è stata spezzata proprio dalle battaglie per i diritti civili. Con il divorzio e il referendum sono mutati gli schieramenti e gli stessi rapporti tra i vertici dei partiti e le loro basi. Di qui la necessità d'impedire ai ra

dicali di sviluppare la loro lotta dentro le istituzioni. Di qui la chiusura, la censura, il confino politico.

Bisogna allora chiedersi perché questa corrente storica, che è riuscita a manifestarsi negli anni con grande virulenza politica, tanto da marcare il linguaggio e lo scontro politico generale, non si è ancora presentata al confronto elettorale. Lo tentiamo adesso, da libertari, che credono nel deperimento del potere e quindi nella riduzione della delega politica. Non potevamo continuare ad accettare, sia pure lagnandoci, per altri cinque anni, l'isolamento in cui si è tentato di rinchiuderci: non potevamo arrenderci. A questo punto il dato radicale deve riuscire a essere presente in tutti i luoghi di scontro reale, quindi anche dentro le istituzioni. Tanto più che se le altre forze della sinistra, le altre sinistre, sono presenti bene o male nello scontro "di struttura", è invece urgente e necessario aprire a livello collettivo il nostro fronte. PDUP, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, hanno dimostrato di essere incapaci di fare una lotta di sfondamento sul fronte delle istituzioni.

Prova Radicale - Si obietta che il posto dei radicali è fuori delle istituzioni, in quanto sarebbe un movimento più che un partito.

Pannella - Che significa? A parte che abbiamo sempre rivendicato il nostro essere "parte politica", e quindi "partito" non altro è significato originario del termine come si fa a dire che siamo un movimento di opinione? Il nostro è un movimento di militanti, abbiamo sempre lavorato a livello di decine, centinaia di militanti, siamo più leninisti degli altri. Scherzo, perché l'organizzazione nel linguaggio corrente è sempre leninista.

Prova Radicale - Dove pensi che il Partito radicale possa trovare consensi?

Pannella - Ma dappertutto. La caratteristica di una forza di classe è di riuscire a ogni suo passo a far esplodere contraddizioni di classe. Il nostro problema è sempre quello di sollecitare, diciamo, la maturazione di un sottoproletariato in proletariato, di aggregare sotto l'egemonia socialista i valori autenticamente liberali, di democrazia. Attraverso le nostre lotte, la donna e l'uomo tanto per individuare due condizioni il credente, il fascista, l'uomo d'ordine, il rivoluzionario violento, sono loro che crescono nella loro specificità, al di là delle sovrastrutture politiche o elettorali del momento: appunto perché ne fai esplodere le contraddizioni strutturali. Per cui vanno a finire nel PCI, nel PSI, da noi, nei gruppi, non si sa, non importa; ma passano da quest'altra parte.

Per questo PSI e PCI reagiscono escludendoci: basta considerare le vicende del diritto d'accesso alla Rai-Tv. Perché quanto più riusciamo a informare, a farci conoscere e giudicare, tanto più c'è in loro un riflesso di rifiuto, di paura. I radicali rappresentano infatti potenzialmente una posizione maggioritaria, e non un dato minoritario, della sinistra; com'è stato per il divorzio, per l'aborto. La nostra influenza politica è innegabile: con le nostre lotte e con un solo deputato, Loris Fortuna, abbiamo influenzato un Parlamento, sul divorzio, abbiamo tirato il PCI sulle nostre posizioni; e sull'aborto abbiamo trascinato tutti. Credo che il PR, con una campagna elettorale non limitata e con un uso normale della Rai-Tv, sarebbe sicuramente la quarta forza elettorale. Lo siamo già, e gli altri partiti lo sanno.

Come sanno che basterebbero dieci deputati radicali per cambiare il Parlamento. Prendi l'aborto: con un successo radicale alle elezioni, è chiaro che non si va in vacanza finché non si è posto fine all'aborto clandestino di massa, facendo approvare al Parlamento la migliore delle leggi realisticamente possibile.

Prova Radicale - Ma passato l'aborto è una domanda corrente quali altre battaglie di massa potrebbero condurre i radicali?

Pannella - Guardiamo gli anni passati e dove sembra che la sola lotta in piedi sia l'aborto, troviamo anche la droga, la Rai-Tv, la televisione via cavo, la censura, gli otto referendum. Qual è il problema che arriva prima all'esplosione? E' stato l'aborto negli ultimi anni: ma poteva essere, ad esempio, il Concordato. E accidenti, per il Concordato passano le novità grossissime, ci passa tutta la scuola materna, ci passa l'ammazzamento definitivo del "compromesso storico", già mezzo morto per conto suo. Voglio dire che quando si ha una serie di progetti come questo, che poi si concentra di volta in volta su un progetto solo, hai una capacità di pressione talmente ampia rispetto alle istituzioni, che non c'è momento qualificante nel quale tu sia assente.

Prova Radicale - Anche nell'economia?

Pannella - Sì, anche nell'economia. Bisogna smetterla con questi miti: la sinistra tradizionale o cosiddetta rivoluzionaria, che sarebbe piena zeppa di progetti economici, e i radicali che vagano invece con la testa fra le nuvole, sovrastrutturali. Ma qual è, ad esempio, la linea economica del PCI? Non esiste. E non contano nulla neanche le altre posizioni. Noi invece affermiamo una cosa banale: che cioè se non si hanno le forze omogenee a un diverso disegno di gestione economica, non si avrà mai la riforma fiscale, e nessun'altra riforma economica. E se poi non vai al governo, a questo punto non regge una sola delle proposte economiche della sinistra, a cominciare da quella comunista. Da decenni, non da anni, le rivendicazioni della sinistra sul piano economico sono uguali. E a che cosa sono servite? La verità è che noi, e tutta la sinistra, abbiamo una scienza economica inutilizzata: perché non siamo al potere.

Anche l'economia rientra dunque nella capacità generale di azione politica. Per i radicali si tratta oggi di potenziare le loro forze per rilanciare un programma d'azione valido per il prossimo decennio. Non so se ci riusciremo, ma almeno abbiamo già dimostrato di essere gli unici, a sinistra, in grado di costruire e attuare un simile programma. In fondo questa sinistra italiana, da decenni, ha perduto sempre: ha perso contro i liberali giolittiani e salandriani, ha perso contro i fascisti, contro la DC, e sta perdendo ancora oggi. E' un primato in Europa, perché almeno in altri Paesi europei, la sinistra ha sprecato le sue vittorie. Non è ora di cambiare abitudini?

 
Argomenti correlati:
La Prova Radicale
sciopero della sete
informazione
rai
elezioni
stampa questo documento invia questa pagina per mail