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Pannella Marco - 30 giugno 1976
Verità necessarie
Pannella Marco

SOMMARIO: All'indomani dell'elezione, per la prima volta, di quattro radicali alla Camera dei deputati, Marco Pannella sviluppa in questo articolo tutti gli elementi di contrasto con il Pci, in particolare sull'obiettivo del governo di "unità nazionale" perseguito dal segretario comunista Enrico Berlinguer.

(Tempo Giugno 1976 da " Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980", editrice Gammalibri, gennaio 1982)

Col suo linguaggio suadente e affascinante, Enrico Berlinguer ha rievocato, poche sere fa alla televisione, gli episodi accaduti tra noi e i comunisti per la presentazione delle liste, o l'accoglienza che a me stesso è stata riservata sotto la direzione del Partito comunista, in via delle Botteghe Oscure. »Ho fatto fare degli accertamenti ha detto Berlinguer, »e non mi risulta affatto che ci siano stati episodi di violenza. C'è stata piuttosto una tendenza di alcuni dirigenti radicali a farsi un po' di pubblicità a spese del Partito comunista. Diciamo un certo esibizionismo .

E' una versione dei fatti da ministro degli Interni democristiano. Perché è falsa, menzognera. E quando il capo di un grande partito, in una trasmissione ufficiale, dinanzi a 15 milioni di ascoltatori, mente così spudoratamente, riprende a suo modo gli stessi atteggiamenti, gli stessi metodi, gli stessi "omissis" che hanno caratterizzato la direzione del governo italiano e la Democrazia cristiana in tutti questi anni. Bisogna ricordare a Berlinguer che la verità, anche le piccole verità, sono necessarie.

Ma come, compagni comunisti? Siete così tolleranti rispetto ai nemici di classe, così tolleranti rispetto alla DC, da cent'anni, contro la mancata attuazione della Costituzione, così tolleranti con leggi come quella "Reale" che ancora ieri e l'altro ieri hanno ammazzato altra gente, e anche altri poliziotti; così tolleranti sulle prevaricazioni clericali, sull'organizzazione delle Pagliuche e dei Petrucci, con il racket clericale del territorio... e poi così intolleranti, fino alla menzogna, rispetto al dissenso della sinistra?

Noi, al contrario di molti altri gruppi parlamentari, non siamo di coloro che credono vi siano dei tradimenti nella sinistra. Magari. Il traditore ha in genere cattiva coscienza, è debole, lo si riesce forse a portare sulla giusta strada. Ma quando si ha a che fare con chi è nell'errore, e lo è in buona fede, il pericolo in prospettiva è addirittura maggiore.

Bene. L'altra sera Enrico Berlinguer ci ha detto che per anni, uno o due o tre, non ricordo bene, la strategia del Partito comunista non è più nemmeno quella del governo di emergenza. E ha tenuto a differenziare la sua tesi da quella di Pietro Nenni. Nello scorso gennaio, infatti, Nenni dice : sciogliamo il Parlamento, non lasciamo il governo Moro-La Malfa e la DC da soli a organizzare da soli le elezioni. Facciamo un governo di emergenza di due o tre mesi che garantisca la imparzialità delle elezioni. Ora, è chiaro che parlare di governo di emergenza per due o tre mesi come fa Nenni significa puntare all'alternativa socialista. Proporlo per anni, come fa Berlinguer, è il "compromesso storico". E infatti Berlinguer dice: la formula del governo di emergenza non è mia, non è nostra, noi parliamo di governo di unità democratica e di solidarietà nazionale. Finalmente ci siamo. I compagni più anziani dicono che le formule di governi di unità nazionale e di fronte nazionale, anche a livello di linguaggio, hanno or

igini pericolose. Strano. Sempre si opponeva, nella storia, l'unità nazionale all'unità popolare. L'unità nazionale era quella della gente che amava la "nazione", e l'unità popolare era quella della "cattiva" gente di sinistra che voleva l'unità del popolo contro la "nazione".

Noi sosteniamo che c'è un unico modo di essere solidali con la democrazia, ed è quello di ammettere la solidarietà con due funzioni fisiologiche: quella dell'opposizione e quella del governo. Berlinguer le riconosce, ma poi, senza spiegarci come, arriva a dire che c'è nel Paese una situazione talmente grave che non possiamo più andare all'opposizione. Dobbiamo stare tutti al governo. E' la sua tesi, e ogni tanto quasi ci convince. Perché quando ci dice: »Questo Paese è in sfascio, sta andando in vacca da tutte le parti , noi siamo costretti ad ammettere: accidenti, quanto è consapevole questo grande capo! E quando Berlinguer aggiunge: »Di conseguenza rimbocchiamoci le maniche, uniamoci tutti quanti per salvare il Paese", noi diciamo: ma che bravo, ma come è moderato! E invece è proprio qui la irresponsabilità dei compagni comunisti. Riccardo Lombardi ha già espresso le sue idee in proposito. Ha detto che le soluzioni proposte da Berlinguer sono solo un'ammucchiata inverosimile, una imbecillità. E Riccardo Lo

mbardi è meno sospetto di me di essere un "intemperante".

Le considerazioni che io faccio sono altre. Unità nazionale? Solidarietà democratica? Facciano quello che vogliono, a me sta bene. Se lui ce la fa, si associ pure con tutti. E' lui il grande capo del partito vincente. Quello che mi interessa è perché si associa, che cosa ci promette. E qui le cose si complicano. Vengono fuori i problemi di libertà. Vengono fuori i problemi economici. E allora cominciamo col dire che se il Partito comunista oggi è grosso, e sempre più grosso diventa, è perché in economia ha avuto una posizione irresponsabile e demagogica. Ha sposato tutte le cause. Ha detto in tutti questi anni: hanno ragione i disoccupati, hanno ragione gli operai, hanno ragione i bottegai, hanno ragione i contadini, hanno ragione i supermercati, gli impiegati, gli industriali che difendono la loro piccola rendita, gli industriali come Agnelli che si pongono il problema del profitto e non della rendita. Questo partito, in certi momenti, è stato persino accanto agli alti dirigenti statali nelle loro rivendica

zioni. Cioè ha sostenuto, fino a un anno fa, tutte le politiche corporative, E così si è ingrossato anche di industriali e industrialotti.

Sono anni che io continuo a ripetere che noi radicali viviamo da comunisti e da socialisti. E che non esiste una differenza sostanziale di valori tra compagni comunisti, radicali e socialisti. Eppure da sedici anni i compagni comunisti si ostinano a coprirci di insulti duri, pesanti. Qual è la spiegazione? La verità è che la "leadership" del PCI è cosciente che noi radicali riusciamo a esprimere delle posizioni su cui la base del loro partito è pronta a convergere in modo unitario, ma che i vertici del partito non condividono, ritenendole imprudenti. Prendiamo come esempio la battaglia per il divorzio. Fin dal primo giorno dissi: al 90 per cento i compagni base del PCI sono per la "Legge Fortuna". E in effetti era così. Ma il PCI mandò Nilde Jotti al ridotto dell'Eliseo a spiegarci che il Paese era immaturo, e che noi eravamo degli stronzi ad avviare battaglie del genere. Dei piccolo-borghesi estremisti.

Lo stesso è accaduto per l'aborto. Per due anni, disperatamente, con durezza, il PCI non ha voluto nemmeno che si cominciasse a discutere il "progetto Fortuna". Dicevano che ritardava il "colloquio" con i cattolici. Ecco perché diciamo che il PCI, in realtà, non ha paura dei radicali, ma della propria base. Perché Berlinguer in buona fede è convinto che i contadini comunisti, le donne comuniste, i vecchi comunisti, non erano abbastanza maturi per capire il divorzio e non lo sono oggi per accettare l'aborto. E forse in buona fede, Maurizio Ferrara, ai tempi della battaglia per il divorzio, disse sul Mondo che aveva paura della nostra irresponsabilità, che bisognava toglierci il diritto di parlare perché con qualche colpo di testa potevamo far perdere la battaglia del referendum.

Possibile che dopo tutte le battaglie vincenti e vinte che noi abbiamo combattuto, non si capisca che la "imprudenza" del Partito radicale è una forza, una ricchezza, che se arriva in Parlamento arricchisce lo stesso Partito comunista? Cosa farebbero venti deputati comunisti in più in Parlamento? Non cambierebbero niente, non renderebbero più libero il dibattito. Si sa bene che Berlinguer e De Martino vogliono fare il governo con la DC; che differenza fa se riescono a conquistare il 51 per cento invece del 49? Proviamo invece a pensare a dieci radicali in Parlamento. Non si sentirebbero più liberi gli stessi compagni del PCI? Il dibattito interno al partito non sarebbe forse più libero? Non sarebbero garantite maggiori occasioni di lotte unitarie per tutta la sinistra? Solo noi, che non facciamo problemi di governo, potremmo dare un apporto sul piano dei contenuti veramente nuovo, e rivoluzionario. Per difendere la loro posizione, i comunisti si arrampicano oggi sugli specchi. Quando li accusiamo di non fars

i portatori delle grandi battaglie per i diritti civili, dicono: »Siamo un grande partito, rappresentiamo undici, dodici milioni di persone, non possiamo essere angeli puri come voi che ne rappresentate solo qualche centinaio . E invece è vero proprio il contrario: quanto più si hanno agganci tra le masse, tanto più si deve essere capaci e forti per fare le lotte di liberazione. Quando li accusiamo di voler salvare il Paese dalla bancarotta in connubio con gli stessi bancarottieri, tirano fuori la balla della costruzione di una società pluralista, e accusano noi radicali di non volerla. La verità è che noi e i compagni del PCI abbiamo due idee differenti sul significato di società pluralista. Facciamo un esempio. Noi vogliamo abolire le norme del "Codice Rocco". Cosa fa invece il PCI se va al governo? Sarà costretto a usare le norme del "Codice Rocco", dal momento che non ha voluto abrogarle. E magari le userà proprio contro la Democrazia cristiana, sua alleata al governo. Noi, invece, andando al governo e

cacciando la DC all'opposizione, vogliamo che la DC abbia il diritto di fare venti referendum all'anno, se ne ha voglia. Perché così si fa la società "pluralista". Dando all'avversario che si relega all'opposizione tutti i diritti costituzionali e democratici.

E' così che si dà dignità, al governo e all'opposizione. Ed è quanto noi cercheremo di fare dai banchi del Parlamento.

 
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