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Pannella Marco - 30 giugno 1976
IL SERVO PADRONE - INCHIESTA SULLE CORRENTI ESTERNE DELLA DC
1. I REPUBBLICANI

di Marco Pannella

SOMMARIO: Pannella rivela il vero volto di un partito caratterizzato dalla sottomissione al potere clericale in politica interna (altro che partito laico!), a quello americano in politica internazionale. Passa poi a dimostrare, attraverso vari episodi, come non vi sia stato scandalo di regime che non abbia visto coinvolti i repubblicani, moralisti a parole, disonesti per prassi. Pannella afferma, infine, che il PRI è senza dubbio un partito di Governo, componente fissa, dal dopoguerra, della maggioranza di regime e mediatore privilegiato del compromesso DC-PCI.

(PROVA RADICALE, giugno 1976)

(Il vero volto di un partito da 30 anni emblema del reazionarismo, della corruzione, della prepotenza, del trasformismo della classe dirigente. Candidato oggi alla parte di mediatore privilegiato del compromesso DC-PCI.)

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Il PRI? Partito laico; partito onesto; partito diverso; partito serio; partito popolare, non conformista, coraggioso; partito risorgimentale; partito moderno; partito di minoranza, partito di governo... Vediamo.

1) Partito laico. Nessuno dei suoi tre leader storici ha mai indicato, e non solo compiuto, una qualsiasi battaglia laica. Per Pacciardi, Reale, La Malfa il laicismo ha costituito sempre l'etichetta di copertura di trent'anni di subordinazione al partito di regime, al suo clericalismo. Lasciamo stare i primi due: non contano, se mai contornano. Pacciardi accecato dall'anticomunismo, Reale da una visione da ministro della malavita, borghese, cinica, tecnica del potere. Ma La Malfa? In trent'anni l'ho udito una sola volta, in pubblico, occuparsi di clericalismo e anticlericalismo, di diritti civili e di libertà: il 10 Maggio 1974, a Piazza del Popolo, quando il PCI, convinto ancora di perdere il referendum sul divorzio, organizzò una grande manifestazione unitaria per il "no": oratori Malagodi, La Malfa, Saragat, Parri, unici esclusi, naturalmente, la LID e il Partito Radicale. Il breve discorso del leader repubblicano sembrava sortito dritto da uno di quei "circoli dei nobili" della provincia siciliana, masso

nico, miseramente anticlericale, enfatico e vuoto: un'ora di triste ricreazione in trent'anni di occupazioni di segno opposto.

Negli anni cinquanta, La Malfa considerava poco meno che deliranti le lotte anticlericali degli Ernesto Rossi e dei Piccardi, dei Pannunzio e dei Boneschi. A turno, e in alternanza, rifiutò con Saragat ogni proposta di unità "laica" avanzata all'inizio di quegli anni dalla sinistra liberale e dal "Mondo". Qualsiasi politica, purché fondata sulla supremazia della DC e del mondo clericale, di Scelba o di De Gasperi, di Fanfani o di Pella, di Segni o di Leone, di Moro o di Rumor, gli è sempre andata bene, sul piano dei diritti civili e costituzionali come del clericalismo corporativo. L'alibi economicistico gli è sempre servito per coprire il suo vuoto ideale in politica interna e internazionale, con la sottomissione al potere clericale in politica interna, a quello americano in quella internazionale.

Già negli anni cinquanta, il PRI eleggeva al Senato il suo presidente, Macrelli, con i voti democristiani. Ma La Malfa, in anni più recenti, quelli della riscossa laica del movimento dei diritti civili, ha offerto ben altri episodi.

Alla vigilia del primo dibattito in Commissione sulla proposta Fortuna sul divorzio, egli si precipitò dal Presidente della Commissione Affari costituzionali, il socialista Ballardini, suggerendogli di far votare l'eccezione di incostituzionalità contro i matrimoni concordatari, resi ripresa molti anni dopo da Andreotti, sulla linea della più classica posizione clericale. "Il divorzio? sono pazzi - ha ripetuto per anni - con i problemi seri che abbiamo...". Trovare un firmatario repubblicano delle proposte divorziste fu impresa ardua: nella prima legislatura fu l'on. Gunnella, nella seconda l'on. Mammì.

Contrari al referendum, contrari anche alla semplice apertura del dibattito sull'aborto in parlamento, i repubblicani presentarono, ultimi, il loro progetto di legge il 1· aprile 1975 e già nei fati lo ritirarono cinque mesi dopo per divenire subito la più recisa corrente di Gui e della Chiesa contro il referendum, e tallonati delle peggiori posizioni del PCI che hanno sostenuto contro le tendenze più aperte, alla fine impostesi fra i comunisti. Il grintoso "leader" della corrente di Reale, Mammì, è nato e cresciuto, nel potere, come attendente della mafia petrucciana dell'assistenza clericale.

Sul concordato sono accaniti difensori della conferma (da trent'anni con l'alibi della "revisione") tranne la parentesi di poche settimane per l'alleanza radical-repubblicana del 1958. Nelle altre campagne per i diritti civili, a cominciare da quella contro le degenerazioni del SIFAR, si sono sempre trovati a difendere le posizioni di estrema destra: quando "L'astrolabio" iniziò la campagna, La Malfa telefonò d persona a Ernesto Rossi per dirgli "siete pazzi da legare: ora toccate pure l'esercito". Pure? Certo: dopo la Chiesa, dopo la Confindustria, dopo il capitalismo di stato e del sue bardature corporative, dopo l'imperialismo americano, dopo la Federconsorzi... Mai, una sola volta, il PRI ha mostrato di preoccuparsi delle aggressioni dei corpi separati. La strategia della tensione è stata fino in fondo la sua. La candidatura del capitano d'Avossa, voluta da La Malfa, osteggiata da Mammì che temeva la concorrenza per la sua elezione, è un emblema; d'Avossa è il tipico rappresentante di ufficiale "cattolic

o, nazionale, occidentale, anticomunista" deluso dal "sinistrismo" della Chiesa e della DC.

Ogni prospettiva di alternativa laica è sempre stata, in trent'anni, rifiutata. Con il PCI, i fatti l'hanno dimostrato, l'incontro era possibile e voluto, sola a partire dalla politica di "compromesso storico", di pateracchio unanimistico, illiberale, e a condizione che il PRI vedesse accrescersi anziché diminuire le sue briciole di potere.

Il PRI mena gran vanto del prestigio dei suoi intellettuali; la cultura laica, quella vera, sarebbe repubblicana. Il più prestigioso di questi chierici è il prof. Rosario Romeo. A dir le sue virtù, pensiamo, basta poco: Rosario Romeo votò e fece votare "sì" al referendum sul divorzio. Discepolo di Chabod, ottimo storico, Romeo è innanzitutto un siciliano dai profondi istinti crispini: autoritario, forcaiolo, reazionario apprezza nel conterraneo La Malfa, consciamente o no, la stessa discendenza. Apologeti, qualche volta, della ammirevole Destra storica, l'uno e l'altro, sono invece davvero di "Sinistra".

Ma crispina, come abbiamo visto. Con qualche tenerezza per il Cavour "realista" e "imprenditore", per il Salandra antidivorzista e filo-clericale, per il Sella della lesina, oltre che per il Depretis intelligentemente classista. La "cultura" repubblicana, d'altra parte, non ha trovato altro spazio più omogeneo, per esprimersi in quanto tale, in questi anni, che i momenti e le pagine più reazionarie del "Giornale" di Montanelli. Per la verità c'è nel PRI anche qualche liberale smarrito, come Matteucci o Ferrara. Ma sarebbe onesto riconoscere che la "cultura" repubblicana è soprattutto cultura da ufficio studi di aziende capitalistiche, finanziarie, e di ministeri. Di laicismo è davvero difficile trovarne altro.

2) Partito onesto. Non v'è stato scandalo di regime, esploso o no, che non abbia visto i repubblicani colti con le mani nel sacco. Predicatori di moralità e di pulizia i repubblicani hanno sempre attinto danaro e sottopotere dai petrolieri, dagli zuccherieri, dai fondi neri pubblici, da quelli privati, dai gabellieri siciliani, dalle multinazionali e da ultimo dallo Stato. Moralisti di tono, disonesti per prassi. Chiedono per anni inchieste parlamentari sulla corruzione, ma si scatenano ogni volta che uno scandalo viene alla luce.

Dal ministero del bilancio. La Malfa fa finta di non vedere. La "Voce Repubblicana" accatta miliardi da ogni parte; dall'ENI, dall'Agip, dalla SIPRA, dalla FIAT in pubblicità "nera", pretestuosa, oltre a quella normale. Con la mafia in Sicilia e in Calabria; con il mondo bancario e finanziario in cui sono i più potenti, alla pari con i loro soci clericali e vaticani; con gli agganci nella industria privata e in quella pubblica, la tela di corruzione di regime diventa ben presto esclusiva. Ogni tanto, qualche "colpo" propagandistico, che la DC consente di buon grado a questa sorta di saponetta cadum del suo potere. Esplode lo scandalo dei superburocrati? Il PRI urla più degli altri: peccato che De Falco, capogabinetto di La Malfa, sia uno di quei burocrati che hanno megli rapinato lo Stato. Scoppia quello dei super stipendi della Camera? La Malfa esulta, scomunica. Peccato che il suo gruppo parlamentare abbia per vent'anni votato all'unanimità i bilanci del Parlamento, che il suo nuovo capo di gabinetto, Paol

o Ungari, sia un alto funzionario di Montecitorio e che repubblicano sia il vice-segretario generale Tonino Maccanico. Si denunciano i metodi di Cefis, che ha finanziato "Lo specchio" per mandare in galera come peculatore il repubblicano Ippolito, in nome della difesa dell'industria privata e della libera iniziativa? Peccato: "La Voce Repubblicana" deve tacere. I documenti affermano che ha preso tanti soldi dall'AGIP quanto "Lo Specchio". C'è lo scandalo dell'immunità parlamentare che mette al sicuro, ladri, golpisti, diffamatori e chi più ne ha più ne metta, fra i deputati? Si scopre che il Presidente della Commissione competente è il repubblicano Bandiera. Ci si duole della corruzione nei partiti e nei sindacati? Alla UIL Vani, rappresentante di una minoranza, mantiene il suo potere facendo circolare danaro e posti a palate. Si tratta di far fuori i gabellieri, la mafia degli esattori delle tasse? Al senato i repubblicani riescono a contribuire al mantenimento della situazione medievale. Si attacca Mancini

perché "ladro", sia pure di partito? Quando per identiche storie i magistrati convocano i segretari amministrativi del PRI, gli on. Terrana e Battaglia, La Malfa urla: "Il responsabile sono io. Ho fatto bene". Se "ruba" un socialista, insomma, è un traditore del proletariato, se "ruba" un repubblicano è un salvatore dell'idea e della Patria. Il mondo bancario, quello del credito pubblico sono notoriamente al servizio dei grandi interessi del privilegio e costituiscono in realtà il più potente "corpo separato" nello Stato? La famiglia La Malfa (in senso stretto e lato) da trent'anni almeno ci vive e prospera dentro, pian piano si crea una sorta di diarchia democristiano-repubblicana a dirigerlo e ispirarne l'uso e l'abuso.

Il Ministro Reale, da parte sua, ha un'idea precisa della "giustizia". Ne affida l'amministrazione ai magistrati peggiori e più reazionari, concede a man bassa autorizzazioni a procedere per qualsiasi delitto di opinione; grazia mafiosi, d'intesa con Misasi e Terrana, che ne traggono vantaggi elettorali. Ma l'idea della giustizia del partito che fu di Mazzini, Cattaneo, via via fino a Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini, Achille Battaglia è evidenziata da come amministra la propria giustizia interna. Ormai, grazie all'iniziativa del PR, il fatto è noto. In un Congresso nazionale, a Firenze, si elegge un Collegio Nazionale dei Probiviri che La Malfa vuole "tutto suo", niente rappresentanti della minoranza, come s'usa in ogni altra famiglia politica. Questo stesso collegio, composto da repubblicani di prestigio e tali da sempre, Valenza, Curatola, Ottolenghi, fa il suo lavoro. O meglio tenta di farlo. Ad un certo punto, all'unanimità, scopre che il Partito sta realizzando metodi ignobili, ai limiti dei codici

penali, per garantire una fedeltà pronta, cieca, ed assoluta al capo carismatico, ed ai suoi apostoli. Fa inchieste, emette sentenze. Contro lo Statuto del PRI questi deliberati vengono con la violenza cassati nella pratica. I condannati sono difesi a suon di maggioranze politico-mafiose. Finché lo spettacolo finale. La Malfa, segretario del partito, che al Congresso di Genova qualifica come "ignobili torquemada, mozzaorecchi da strapazzo" i probiviri, dinanzi all'opinione pubblica. Si scopre una gestione fascista da far invidia ad Almirante: segretezza del voto abolita, espulsione d'ufficio di ogni dissenziente. Si comprende, alla fine, come il PRI abbia da molti anni smesso di far critiche sul carattere monolitico e totalitario del PCI.

3) Partito di governo. Il PRI lo è senza alcun dubbio e nel senso più ampio e classico in Italia. Dal 1948 è una componente fissa della maggioranza di regime. E' cioè presente sia nel potere istituzionale pubblico sia in quello "di fatto" privato.

Ogni tanto i repubblicani intonano peana al loro passato, ai loro contributi fondamentali, alle loro "ragioni" ed ai loro "meriti" storici. Seguiamoli. All'inizio degli anni cinquanta La Malfa sarebbe stato il principale artefice di quella liberalizzazione degli scambi, che viene presentata come la molla essenziale che costrinse l'industria italiana a "rinnovarsi" ed a divenire "concorrenziale" sul piano internazionale. C'è del vero. Raffaele Mattioli e il mondo finanziario italiano, con i settori più moderni della nostra industria, giocarono a fondo questa carta, e La Malfa fu tra coloro che sostennero "politicamente" queste volontà. Ma il PRI è sempre estremamente distratto quando si tratta di indagare sul chi pagò il costo di questa pur giusta operazione, cioè il mondo dei salariati, del lavoro; e nel dimenticare che i massicci interventi statali e sostenere tale tendenza furono privatizzati come profitti, e socializzati come perdite. Si deve poi fare un salto di più di dieci anni, per arrivare alla famos

a "nota aggiuntiva", una trentina di righe scritte dal ministro del bilancio La Malfa dove si copriva che una seria programmazione esigeva un minimo di coordinamento e di collaborazione fra le varie componenti sociali. Per il resto, La Malfa non ha fatto per trent'anni che prediche inutili, di valore tecnico pressoché nullo, e sul piano pratico, come egli stesso riconosce, nullo. Quando sui muri d'Italia, in questi giorni, si legge su un manifesto elettorale, una frase storica di La Malfa: "abbiamo fatto più degli altri per impedire la crisi, faremo più degli altri per uscirne", verrebbe da sorridere.

Il PRI, come abbiamo visto da trent'anni non è, come ama ripetere, "corrente di minoranza" ma "corrente fissa della maggioranza", corrente esterna della DC. E' stata questa la sua scelta storica, sbagliata o no, poco importa. Ma è stata questa. Da trent'anni ha concorso in maniera rilevante e ufficiale a tutte le scelte politiche di governo, senza mai uscire dall'area di maggioranza del regime.

Ha avuto ministeri chiave, potere massimo negli enti pubblici, poteri massimi in quelli privati; ha ministri delle finanze, presidenti della confindustria e dei "giovani industriali", segretari nazionali di confederazioni sindacali, superburocrati, superfunzionari, i padroni della FIAT, della Pirelli, della Mondadori, della Rizzoli, della Buitoni, gli amministratori delle maggiori industrie pubbliche e private. E' il più redditizio ufficio di collocamento di politici che si conosca. Per una ventina di parlamentari vi sono stati cinque ministri, altrettanti sottosegretari, altrettanti presidenti di commissioni parlamentari. La borghesia non ha avuto mai, in Italia, un partito che fosse in maniera così evidente divenuto un sotto-comitato di gestione dei suoi affari. Le scelte più emblematiche del Parlamento hanno sempre portato il crisma repubblicano. Le maggioranze presidenziali che hanno portato alla sconfitta dei candidati democratici, con Segni e con Leone, andavano dal PRI al MSI. I governi di destra, da

Scelba e Pella a Leone e Andreotti, sono tutti stati sostenuti e voluti dal PRI. Le peggiori caratteristiche autoritarie dei governi Moro e Fanfani hanno sempre visto questo partito dalla loro parte. Lo scioglimento anticipato della scorsa legislatura per impedire la vittoria del referendum sul divorzio fu voluta e ottenuta anzitutto da La Malfa.

Oggi, il paese vive in clima da bancarotta. Il regime cerca ugualmente di salvarsi puntando non poco sul "rilancio" del PRI. Il PCI sembra d'accordo. Nessuno chiede, a questo punto, come possano proprio i principali bancarottieri, che oltre ai Colombo e ai Moro, sono appunto i La Malfa e i Reale, a salvarci da questa bancarotta.

 
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