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Pannella Marco - 13 ottobre 1976
Pannella: se smettessimo di fare i radicali?
di Marco Pannella

SOMMARIO: Polemizzando con chi pensa che il Partito radicale possa essere, di per sé e da solo, il partito dell'alternativa socialista, e che quindi debba farsi carico della globalità della tematica politica ed economica, Marco Pannella ribadisce la caratteristica del Pr come partito di progetti di liberazione sociale, partito antagonista e nonviolento, strumento quindi di servizio, per i radicali ma anche per altri soggetti politici, per lo contro con le istituzioni del regime e per la costruzione del progetto di alternativa socialista. Da qui la necessità di non attribuire alla struttura "centrale" e "romana" altri compiti ed aspettative al di fuori del minimo necessario. Auspica infine che il prossimo congresso s'impegni nell'organizzazione dei referendum piuttosto che cedere alla tentazione dei grandi dibattiti "politici". E' anche possibile, conclude Pannella, che "se dovessi constatare che il Congresso ha avuto un esito inadeguato alle necessità" ..."io mi senta libero"..."di mollare tutto per riconqui

stare da solo, senza obblighi collettivi, una diversa base di esistenza di vita, anche politica".

(NOTIZIE RADICALI n. 41, 13 ottobre 1976)

Il protagonista socialista non potrà che essere un partito di progetto. Non nascerà senza l'ulteriore affermarsi dell'antagonista radicale, che non può che essere un partito di progetti di liberazione sociale e politica. Il protagonista socialista non è una necessità storica, se non nel senso morale e per dei socialisti: una visione ottimistica della storia e della vita che lo presupponesse come tale, necessario e inevitabile, non sarebbe che evasione e debolezza. Siamo stati battuti altre volte, altre guerre civili possono esser perse definitivamente, per intere generazioni.

Solo una visione elitaria, aristocratica, non democratica di classe potrebbe consentire di affermare, come ho letto qua e là nei dibattiti precongressuali, che il partito radicale è di per sé e da solo il partito dell'alternativa e della rivoluzione socialista. Nella stessa direzione vanno quanti chiedono allo specifico radicale di farsi carico della globalità della tematica politica, economica, sociale e culturale. Nell'una e nell'altra posizione che a volte sembrano antitetiche, vi sono astrazioni pericolose, totalizzanti, settarie e negatrici dello specifico radicale, che è specifico storico o non è altro che vaneggiamento: uno di più in una sinistra marxista-leninista-troskista-stalinista-burosocialdemocratica, clericalmente ideologica e bassamente empirica e opportunista, dalla storia fatta di ortodossie e eresie, dogmatismi e guerre di religione.

Mancano i temi economici?

La vecchia solfa della necessità di un impegno "strutturale" ed "economico" del Partito Radicale non è nemmeno una fuga in avanti, come qualcuno dice: è semplicemente una fuga, cioè una fuga all'indietro. Come se non bastassero alla sinistra nel suo assieme i Ruffolo e i Peggio, i Barca e gli Spaventa, i Napoleone e i Lombardini, i Giolitti e i Colajanni, i Modigliani e i Foa, i Leon e Sylos Labini, la scuola di Modena e gli economisti di Ancona, magari gli Scalfari, i La Malfa e compagnia. Come se costoro fossero economisti comunisti, socialisti, democratici, progressisti non comunisti, socialisti, democratici, progressisti economisti. Come se potesse esistere un programma economico o anche semplicemente lotte economiche di "partito" e non di "movimento", legate e guidate innanzitutto da sindacati democratici di classe, socialisti, alternativi. Come se quel che manca alla sinistra, allo scontro di classe, ed al partito radicale fossero i temi economici e non invece un comune programma di governo, una sintes

i antitetica a quella di regime e di sistema.

Temo che questa fuga sia reale e debba essere chiaramente individuata. Fuga da lotte concrete che non si ha la chiarezza (preferisco occuparmi di questo piuttosto che di "coraggio") e l'onestà di respingere, perché troppo "radicali", cioè intransigentemente socialiste e alternative, laiche e libertarie. Facciamo un esempio:

fino a prova e decisione contrarie il Partito Radicale è un partito non violento e antimilitarista: fino a prova e decisione contrarie i giovani rivoluzionisti che vengono fin da noi a cianciare di impegni "strutturali" e "rivoluzionari" preferiscono in genere fare il loro bravo servizio militare, o ottenere le tradizionali esenzioni e "riforme", o ancora non approfondire troppo la necessità di fare obiezione di coscienza contro l'intollerabile legge attuale sul servizio civile, o farsi gargarismi sulle "lotte in caserma". E che antimilitaristi e non violenti sono? E che partito ne viene fuori?

Fallimenti da ricordare

Fino a prova e decisione contrarie il Partito Radicale sta fallendo da più anni l'obiettivo di imporre lo scontro anticoncordatario e più in generale, quello referendario su un buon terzi di tutta la legislazione esistente. Eppure non altro era ed è il suo disegno: porre in crisi, abbattere la formale violenza delle istituzioni, fa crollare lo Stato così come è stato ricostruito dalla preveggenza clerico-moderata e populista-corporativista di De Gasperi e dalla cecità o dall'indifferenza al socialismo di Togliatti. E su questa lotta unificare dal basso, rinnovandola e sovvertendone la politica tradizionale, la sinistra italiana.

Se fra non molte settimane non saremo riusciti a raccogliere una decina di volte sei o settecentomila firme per dei referendum abrogativi nel 1978, il Partito Radicale e i suoi progetto diverranno fradici e superati. Addio, allora, non solamente alle nostre possibili estensioni a lotte "economiche" ma ad ogni alternativa ai contenuti del compromesso storico, cioè alla nuova sconfitta storica della sinistra in Italia. Addio alla componente laica-libertaria-socialista dell'unità popolare; non ne resterebbe che la litania proclamatoria nel PSI come è accaduto per la "rivoluzione liberale" di Gobetti nel PLI.

Al massimo 150 mila firme

Ebbene, a meno di un miracolo congressuale, a meno di una adeguata consapevolezza e forza del gruppo dirigente del partito nei quattro giorni del Congresso, il PR è in grado al massimo di raccogliere un centocinquantamila firma referendarie e si troverà in un baleno all'ultimo appuntamento vociante e disarmato. Confesso di non comprendere allora, il ritardo e l'inadeguatezza con cui il dibattito congressuale è stato impostato. Confesso di non comprendere perché coloro che sentono l'urgenza categorica di una pratica economica (e chissà che vuol dire!) per qualsiasi lotta alternativa non si sono iscritti anche (o solamente) altrove, dove di queste cose pregevoli e inutili (in questa fase dello scontro nella sinistra) potrebbero agevolmente fare sbronze rabelesiane.

Gli è che troppi di questi compagni in realtà non capiscono nulla della loro stessa scelta "radicale" e non hanno evidentemente mai avvertito il significato della "doppia tessere", degli impegni plurimi, del laico rifiuto di un "partito" che abbia pretese, compitezze e integralismi chiesastici: "partito" che c'è, e accomuna anzi tutti i partiti esistenti ad eccezione del nostro.

E chi gli impedisce di impegnarsi in fabbrica, nel sindacato, di promuovere loro (e avrebbero fatto cosa egregia, ma non l'hanno fatto) l'organizzazione degli intellettuali disoccupati, dei pensionati condannati alla morte civile, dei carcerati, degli handicappati e via dicendo, a partire magari da rivendicazioni economiche responsabili e dalle riforme di struttura produttiva e sociale necessariamente a quelle connesse? E perché non sono impegnati anche nel PDUP o in LC, nel PCI o nel PCI, negli autonomi?

Dicono: ma così il PR non è un Partito. E appunto il PR non è un partito come lo si intende in genere e si chiama partito proprio per contendere agli altri partiti perfino il termine del quale si sono storicamente e perniciosamente appropriati.

Per un congresso senza zavorre

Se mi occupo di questi compagni è perché da loro può venire tutto il male che dal Congresso può nascere, per motivi più generali di quelli dipendenti dalla loro di per sé marginale e debole posizione. La crescita impetuosa di un'opinione radicale, quella improvvisa dell'organizzazione del movimento (del PR in primo luogo) trasferiscono infatti nel partito contraddizioni e situazioni delle quali è stato finora immune. Molti di coloro che arrivano oggi al PR non possono che portarsi dietro tutto il carico del loro passato non-radicale, delle loro diverse scelte trascorse, del "senso comune" che hanno condiviso. Sicché il freno, la zavorra e il condizionamento delle nozioni e della cultura prevalente, di regime e di sistema, non potranno non pesare, naturalmente, nel Congresso del Partito. Aggiungete l'obbligata, oggettiva scarsa conoscenza del patrimonio teorico (quello, per intenderci, espresso o implicito nello Statuto) radicale, la naturale tentazione di spendere subito in modo tradizionale la consistenza e

lettorale acquisita dal PR occupando posizione di potere locale, o capovolgendo la prassi di non concorso alle elezioni (che deve semmai esser rafforzata se non vogliamo per qualche piatto di lenticchie divenire in quattro e quattrotto un ennesimo partitino in più nel firmamento elettoralistico italiano), e il comparire dei soliti notabili potenziali e mestatori che volano subito in soccorso delle vittorie (vere o presunte, attuali o future), fate la somma di tutto questo e si capirà quanti e quali sono i rischi del prossimo Congresso e della nuova quotidianità radicale.

Crescere nell'autonomia

Ci sarà poi da fare i conti con le spinte comprensibili, di per sé sane, dei gruppi federati e dei compagni impegnati davvero in tentativi di nuove lotte di liberazione sociale, perché il partito bruci i tempi e se le assuma anche giuridicamente in proprio. E' questo un problema tradizionale dei nostri congressi. E' infatti difficile comprendere di primo acchito che un'organizzazione libertaria non può farsi carico che delle lotte già ampiamente avviate, quasi unanimemente comprese e condivise dai compagni, per dar loro un adeguato coordinamento e il massimo di razionalità e di forza anche ufficiale in fasi ormai mature dello scontro istituzionale. Ma se così non fosse se un Congresso radicale approvasse una serie vasta di nuove iniziative e di posizioni giuste, delle due l'una: o si dovrebbe creare una forte burocrazia capace (o presunta tale) di attuarle, o non si farebbe nulla di più di quanto non accadrebbe, se anche le mozioni non fossero approvate. Perché i compagni convinti e pronti ad impegnarsi comu

nque lo farebbero, indipendentemente dall'"obbligo" derivante da una mozione; e gli altri non sarebbero in grado o non vorrebbero farlo.

Se Mauro Mellini per il divorzio, Adele Faccio per l'aborto, Roberto Cicciomessere per l'obiezione di coscienza, Angelo Pezzana per la liberazione sessuale, Liliana Ingargiola e Alma Sabatini per le battaglie femministe anziché dar corpo autonomo alle battaglie della LID, del CISA, del FUORI, del MLD, del movimento antimilitarista si fossero messi a strepitare nei congressi del PR che il PR doveva giuridicamente creare quelle sigle o quelle lotte, probabilmente non sarebbero mai fatte anche se i Congressi ne avessero approvato il principio e l'obbligo all'unanimità. E se Pietro Pinna non avesse tirato avanti, e non tirasse avanti con il Movimento Nonviolento o se i compagni del Carm e quelli detenuti nonviolenti non proseguissero nel loro sforzo autonomo, indipendentemente dallo spazio congressuale possibile e compatibile con le battaglie referendarie già avviate e sulle quali ci si è così spesso incontrati e conosciuti, ne sarebbe impoverito il movimento nel suo complesso e verrebbe a cadere anche la concre

ta possibilità che fra un anno o tre il PR assuma come centrali le loro lotte e i loro obiettivi.

Solo uno strumento di servizio

Bisogna arrivare a capire che il Partito Radicale (centrale, romano, per intenderci) non è che uno strumento necessario di servizio e di coordinamento, di esecuzione e di unità per il momento dello scontro con le istituzioni (centrali, romane). E che questo momento, per un partito libertario, laico, socialista, autogestionario deve essere ridotto al suo minimo essenziale. Le grandi battaglie ideali, creative, più drammatiche, di massa devono vivere e affermarsi, tendenzialmente, gradualmente, ma già qui ed ora, nel "territorio", al massimo nella regione.

Quanti di coloro che propongono nuovi impegni "economici", "sociali" al PR lo hanno compreso? Quanti hanno verificato nella realtà civile, morale, economica e sociale della loro città e della loro regione, del loro ambiente famigliare, di lavoro, di studio, di tempo libero le loro convinzioni anticoncordatarie e anticlericali, antimilitariste e antiautoritarie, democratiche di classe e socialiste unitarie? Quanti l'oppressione sociale pensionati, disoccupati, handicappati, detenuti nel perimetro della loro esistenza quotidiana?

Se si fosse in molti, se i partiti regionali fossero davvero adulti e attivi, il momento "nazionale" sarebbe già meno oppressivo e alienante, meno obbligato e distorcente, non si trasferirebbe in modo meccanico e velleitario ogni propria aspirazione e attesa in quel di Roma, o nei congressi nazionali del partito. Non vi sarebbe più bisogno, né vi sarebbe stato nel recente passato, di assunzioni "centrati" e personali di responsabilità fuori di misura, straordinari, drammatici e di tipo eroico, come giustamente qualche volta si nota e critica. Digiuni sempre più rischiosi, arresti più frequenti e gravi mantenimenti sempre più lunghi e stremanti di responsabilità statutarie da parte degli stessi compagni, uso e consumo di tipo leaderistico di altri pur di riuscire a trasmettere segni di esistenza e di raccordo alla gente nei momenti cruciali di battaglie altrimenti perse in partenza...

Chiese e carceri sono ovunque

Il Concordato, il clericalismo, l'oppressione sociale, il militarismo, l'autoritarismo, la mistificazione dell'informazione, la violenza di classe e di regime, vanno individuati nella vita quotidiana, nella scuola, nella fabbrica, nell'ufficio, nella strada, nei comportamenti sociali, nei giornali, nella radio, nei comuni e nelle regioni, nei rappresentanti ed eletti del luogo. E da qui vanno combattuti, da qui il partito radicale deve muovere, creare alternativa e alternative. Chiese e carceri, caserme e prefetture, assemblee elettive e amministrazione, sono ovunque si viva.

Ovunque c'è la possibilità di un'alternativa nonviolenta alla violenza di ogni giorno; se questa possibilità non viene colta qui non c'è partito radicale. Per iniziare questa battaglia generalizzata non c'è altro che il progetto radicale dei referendum: preparandoci con serietà, con apparente minuziosità, nel Congresso, a far scattare in ogni segreteria comunale, in ogni tribunale o pretura, in ogni piazza centrale di paese, nel maggior numero di luoghi di lavoro di ospedali, di caserme, di carceri, la mobilitazione per la raccolta delle firme, mille altre lotte, mille altri obiettivi possono divenire praticabili. Perché le firme complessive per quei referendum costituiscono aggregazioni e unificazioni solide per tutta la base popolare di sinistra. E' una scelta di civiltà diversa.

Referendum, ma con serietà

Ma come farcela? E' inutile pensare che sia ripetibile puramente e semplicemente l'exploit del referendum sull'aborto. Lo si fece sull'onda degli arresti a Firenze di Adele, Gianfranco, Giorgio e degli altri, con il problema che era venuto a maturazione esplosiva in decenni se non in secoli, e dopo cinque anni di lotte radicali e femministe. Cogliemmo inoltre di sorpresa l'apparato dello Stato. La circolare Gui, sull'immediato, ci servì piuttosto che nuocerci: ma ha creato una situazione dificilissima per ora. Aggiungete che ora il numero di comuni amministrati dal PCI o controllati è enorme; e sarà bene non farsi illusioni: proprio qui il sabotaggio pubblico sarà ferreo. Non a caso è stato proprio in Umbria e in Toscana, in Emilia, nelle regioni "rosse" che le percentuali di firme per l'aborto sono state basse o minime. Se non riusciremo a coinvolgere il PSI, il che mi sembra difficilissimo (anche se da tentare), sarà un'impresa di difficoltà immensa. Se ce la facessimo anche questa legislatura prenderebbe

una via diversa da quella prevista dalla DC e dal PCI, senza possibilità di freno o di ritorno. Dopo quella interrotta per il divorzio, e quella per l'aborto.

In Parlamento, come in ogni altro luogo, nelle strade, nelle sedi, nelle piazze, nei paesi, nelle fabbriche, negli uffici ci troveremmo in condizioni di iniziativa privilegiata, assolutamente senza rapporto con la nostra ridottissima forza organizzativa attuale, e formale. Potremmo davvero tentare di imporre riforme radicali, creare schieramenti drammatici e nuovi, fare un salto qualitativo verso una società migliore, più umana.

Con la passione non si fanno rivoluzioni

Ma senza la riuscita di questo tentativo, mancando ancora una volta questo obiettivo (mi auguro che venga sufficientemente ricordato ai compagni congressisti che l'abbiamo mancato almeno tre volte, senza mai il coraggio e l'intelligenza di non sottovalutare queste sconfitte) non vedo che il buio dell'attivismo, della spontaneità casuale, dei drammatici scontri animati dalla passione della giustizia che è un po' la passione che ci marca tutti quanti. Ma solo con la passione non si fanno le rivoluzioni, nemmeno le riforme radicali, né i grandi movimenti sociali e politici di liberazione. C'è anzi il rischio di fare dei "gruppi di passione" nel senso in cui i cattolici parlano di "settimana di passione".

Se il Congresso non viene dunque concepito come congresso per la messa in opera immediata della campagna (delle strutture e degli strumenti, del personale e dei metodi) di raccolta delle firme, se non si svolgerà secondo questa primaria esigenza, se cederà all'istinto dei grandi dibattiti "politici", se prevarranno le irresponsabilità di certi compagni che vivono il partito solamente come sfogo ludico per le loro capacità oratorie e che speculano sul carattere infinitamente aperto dei nostri congressi libertari, se - in definitiva - sarà il Congresso delle contraddizioni e dei falsi dilemmi inoculatici dal sistema e dal regime in questo periodo che è stato di crescita irruenta del PR, assisteremo ad una nuova edizione della vecchia favola esopiana: le rane scoppieranno perché si saranno credute dei buoi.

Sarebbe una jattura. Forse i congressisti dovrebbero essere messi in condizione di ripercorrere, di leggere una cronaca minuziosa della storia del Partito Radicale negli ultimi cinque anni, o almeno tre, dal Congresso di Verona ad oggi. Ciascuno potrebbe più facilmente essere umile e responsabile, senza rischiare di affidare la crescita e la sopravvivenza stessa del Partito a interventi straordinari e drammatici di alcuni compagni, un centinaio in tutto, e sempre gli stessi. So che sarebbe illusorio, per una assemblea come quella di Napoli, che sarà numerosa e seguita dalla RAI-TV e dalla stampa, non metter nel conto immancabili interventi ingenerosi, velleitari, irresponsabili perché incapaci di tradursi in candidature di linea politica e personale militante, alternativa. Molti sanno, e tutti devono sapere, che la stampa e la RAI-TV saranno tutte tese a farci pagare la popolarità, il senso di pulizia, di novità, di umanità diversa e migliore che nell'opinione pubblica s'è fatto strada a favore del Partito R

adicale. Il Congresso di luglio, a Roma, ne è stata una prova. Gli eroi del Congresso saranno coloro che si dedicheranno allo sport ed all'happening dello sputtanamento del Partito. E' normale che sia così. Ma sarà anche doveroso per i compagni che hanno senso di responsabilità prevederlo sin d'ora ed assicurare al Partito anche la trasmissione dei suoi valori fondamentali, al Congresso quella di reali termini di confronto e scontro che ci saranno.

Bandire l'autosoddisfazione

Penso che siamo l'unico partito che deve confrontarsi con una grande crisi di crescita politica, organizzativa, sociale. Se indulgessimo (e io commetto certamente l'errore opposto) alla autosoddisfazione o anche solamente alla valutazione della storia del PR in questi anni, sarebbe addirittura legittimato per molti di noi il diritto di dirci che abbiamo fatto più di quanto potessimo sperare ed altri esigere da chicchessia. E prendere qualche anno di riposo o riconquistare il diritto di ascoltare piuttosto che parlare, di essere fra coloro che giudicano piuttosto che fra coloro che sono giudicati...

Il Partito farebbe bene a considerare il Parlamento nello stesso modo in cui l'ha considerato per vent'anni: un'istituzione che può essere usata democraticamente solo a partire da lotte esterne, extraparlamentari. Il collettivo parlamentare radicale è di otto persone: fra quasi mille diverse e contrarie. Penso che faremo lo stesso un buon lavoro. A condizione che il Partito non smetta di occuparsi lui, direttamente, di leggi e di intervenire in prima persona nel dibattito politico nazionale. E' possibile che al Congresso del 1977 noi del collettivo parlamentare arriviamo con una proposta di federazione o di associazione a tempo determinato con il PR. E' possibile che riusciamo ad avviare il lavoro preliminare per l'elaborazione di un piano decennale economico di governo fondato sulla conversione delle spese delle strutture e dei servizi militari in civili, con cui dopo anni di studio, di preparazione, di dibattito, di confronto e di uso delle lotte di base (se ve ne saranno) andare alle elezioni del 1981. E'

possibile, per quanto mi riguarda, che nel 1978, lasciando il Parlamento, torni ad occuparmi per alcuni anni del partito. E' anche possibile, per la verità, se dovessi constatare che il Congresso ha avuto un esito inadeguato alle necessità irrinunciabili delle lotte politiche presenti, che io mi senta libero, e in qualche misura moralmente costretto verso me stesso e chi ha fiducia in me, di mollare tutto per riconquistare da solo, senza obblighi collettivi, una diversa base di esistenza e di vita, anche politica.

Un'occasione da non perdere

Non penso di andare al Congresso. Ma non ho ancora avuto occasione di parlarne con Gianfranco né con gli altri compagni e compagne del gruppo parlamentare. Se non andrò, com'è probabile, tanto vale riconoscere che questo mi costa. Se posso dare un consiglio, ma anche una esortazione e una preghiera, a chiunque avrà retto fin qui questa specie di intervista, è di andare al Congresso di Napoli dal 1· al 4 novembre, anche se "il ponte" è abolito, anche se costa, se richiede sacrifici. Poche cose conosco di così arricchenti e necessarie come i congressi radicali se si ha la pazienza, il rigore di seguirli testardamente dall'inizio alla fine, senza mollare un solo minuto. E' un'esperienza che in genere viene risentita inizialmente come frustrante, difficile, intollerabile. Ma vale mesi o anni di dialoghi diversi, di tentativi di capire, di crescere, di stare anche da compagni con gli altri. Chi ha votato radicale ha il dovere verso se stesso di andarci. E che non lo ha fatto ma sente che avrebbe potuto o voluto f

arlo, a maggior ragione. Insomma, tutti hanno il diritto di partecipare a pieno titolo. E' un'opportunità oltre che un'occasione da non perdere assolutamente.

 
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