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Cicciomessere Roberto - 30 ottobre 1976
LA MARCIA INTERNAZIONALE DEGLI ANTIMILITARISTI NON VIOLENTI
di Roberto Cicciomessere

SOMMARIO: Roberto Cicciomessere fa la cronaca delle manifestazioni antimilitariste nonviolente, svoltesi dal 28 luglio al 19 agosto 1976, toccando anche il Friuli, la Francia e la Spagna. L'iniziativa antimilitarista, controcorrente in italia e lontana dal pacifismo passivo dei nonviolenti europei, ha acquistato in 10 anni peso internazionale.

(PROVA RADICALE, ottobre 1976)

(CONTROCORRENTE IN ITALIA, LONTANA DAL PACIFISMO PASSIVO DEI NONVIOLENTI EUROPEI, L'INIZIATIVA ANTIMILITARISTA DEI RADICALI HA ACQUISTATO IN DIECI ANNI PESO INTERNAZIONALE, QUEST'ANNO LA MARCIA HA TOCCATO IL FRIULI, LA FRANCIA E LA SARDEGNA. ECCONE LA STORIA.

28 LUGLIO/1 AGOSTO: FRIULI

REDIPUGLIA/GORIZIA/CORMONS/PALMANOVA/UDINE/PESCHIERA

4 AGOSTO/10 AGOSTO: FRANCIA

METZ/GRAVELOTTE/JARNY/ETAIN/DOUAMONT/CHARNY/VERDUN

13 AGOSTO/19 AGOSTO: SARDEGNA

CAGLIARI/DECIMOMANNU/ORGOSOLO/OLBIA/ARZACHENA/PALAU/LA MADDALENA)

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28 luglio

Al sacrario di Redipuglia circa 250 poliziotti e carabinieri attendono la partenza della prima marcia internazionale in Europa degli antimilitaristi nonviolenti, i marciatori sono 80. Un elicottero dei carabinieri controlla dall'alto i manifestanti. Adele Faccio deposita, con altri compagni, la corona d'alloro al monumento al milite ignoto: è senza il nastro con l'intestazione della marcia, in seguito al divieto della polizia. La scena si ripete nel cimitero austro-ungarico.

"La scarsa partecipazione dei marciatori si spiega con l'opinione diffusa che la marcia nel Friuli di quest'anno sia l'inutile ripetizione di un'iniziativa politicamente conclusa nelle tre edizioni del '72, '73, '75 con la denuncia delle servitù militari e la sconfitta degli ambienti militaristi che avevano tentato di impedirne lo svolgimento. Ma lo sproporzionato impiego delle forze di polizia, l'intervento nei giorni successivi nel Friuli del ministro della difesa Lattanzio, che ha annunciato provvedimenti e progetti di legge governativi per limitare il peso delle servitù militari indica che, anche a prescindere dalla scarsa convinzione ed entusiasmo dei marciatori, la pur minima (ma sicuramente unica, fra le forze politiche italiane) sollecitazione della marcia su problemi profondamente sentiti dalla popolazione civile e militare, specie dopo il terremoto, assume ancora una volta un peso rilevante.

Il limite dell'iniziativa dev'essere ricercato nella carenza d'intervento politico sui problemi delle servitù militari da parte delle organizzazioni locali dei partiti, e nella scarsa capacità della marcia di sollecitarlo. Non si sottraggono a questa critica neppure il partito radicale del Friuli e quello di Trieste, che con motivazioni incredibili, nonostante le affermazioni elettorali, hanno disertato la marcia. In questi anni non ha ritenuto di gestire una volta le occasioni di lotta che le precedenti edizioni avevano creato e preparato nella regione".

29 luglio

Immediatamente dopo Lucinico i marciatori decidono una deviazione - cento metri - per una breve manifestazione davanti a una caserma. Fra la sorpresa di tutti scatta il blocco della polizia. Tutti gli uomini si schierano per impedire la deviazione. Sono le ore 15: il commissario Pisani non riesce a spiegare le motivazioni del divieto, e in effetti neanche lui le conosce: ha ricevuto telefonicamente l'ordine della questura di Gorizia. Sopraggiunge il vicequestore di Gorizia che conferma, sempre senza motivazioni, il divieto. I vecchi funzionari di polizia che hanno assistito negli anni scorsi a decine di pacifiche manifestazioni davanti alle caserme della regione si mostrano in difficoltà ed evitano i contatti con i marciatori. Centinaia di carabinieri armati fronteggiano, sotto il sole, non più di 80 marciatori. Il blocco militare e le decisioni del questore sono ridicolizzate più volte dai marciatori che forzano i blocchi, raggiungono molte volte la caserma attraverso i campi. Alcuni compagni con macchine m

unite di amplificatori prendono di sorpresa la polizia e dopo aver raggiunto attraverso una strada di campagna la caserma, chiusi nelle macchine, parlano ai soldati per un'ora davanti ai commissari incazzati e impotenti.

La tensione cresce, così come il malumore di carabinieri e poliziotti costretti a ridicoli inseguimenti nei campi oppure a stare in piedi per molte ore con tutta la bordatura di manganelli, caschi e fucili.

L'assemblea dei marciatori, pur rilevando l'inconsistenza dell'obiettivo militare così strenuamente e inutilmente difeso dalla polizia, decide di sostare a Lucinico fino allo sblocco totale. Subire il divieto potrebbe pregiudicare la possibilità di superare gli altri, che potrebbero essere opposti nelle tappe successive su obiettivi politici più rilevanti. I marciatori, pur votando all'unanimità la prosecuzione dell'azione di forza con il questore, si dichiarano disposti a rinunciare se la richiesta verrà direttamente da carabinieri e poliziotti non graduati, sottoposti così inutilmente a grossi disagi.

La risposta dei dirigenti dell'ufficio politico e degli ufficiali dei carabinieri è il divieto, immediatamente impartito alla truppa, di parlare con i manifestanti. Alle 11 di sera il commissario Pisani mi annuncia, raggiante, regalandomi una rosa, che alle 24 precise sarà consentito alla marcia di proseguire passando davanti alla caserma. Marciatori, poliziotti, funzionari sono tutti visibilmente soddisfatti per la soluzione dell'impuntatura, che ha costretto tutti da 8 ore a questa sfibrante sosta. Ci prepariamo a proseguire per Cormons dove, nel frattempo, alcuni compagni avevano comunque tenuto la manifestazione prevista, denunciando davanti a centinaia di soldati e di cittadini l'incredibile abuso.

Alle 24 precise arriva il vicequestore: smentisce il commissario Pisani e ci comunica che il divieto permane. Giustifica questa decisione sostenendo che i marciatori avevano gridato "vittoria" alla precedente comunicazione e questo ledeva l'onore della polizia.

La credibilità e la dignità del commissario e dei funzionari che avevano condotto le trattative è nella merda: in un comizio, improvvisato davanti a molte centinaia di persone, fra cui il sindaco di Cormons, sopraggiunto in seguito ai comunicati radio, gli oratori chiedono pubblicamente a Pisani e agli altri funzionari di dimettersi per tutelare la propria dignità e funzione. Il vicequestore, pubblicamente ricoperto di insulti per il suo comportamento imbecille, minaccia denunce e arresti prendendo perfino la parola al microfono. Ma decide che è più conveniente andarsene. Il commissario Pisani e gli altri funzionari erano già spariti. Dormiamo tutti, con i sacchi a pelo, davanti ai cordoni dei carabinieri.

29 luglio

Alle ore 15 esattamente dopo 12 ore di blocco, forze di polizia e carabinieri svaniscono in pochi minuti su camion militari. Davanti alla caserma è il vuoto. I pochi funzionari rimasti, non sono in grado di dare una spiegazione. Manifestiamo brevemente davanti alla caserma e proseguiamo alla volta di Palmanova.

"Non siamo riusciti a spiegare il divieto della polizia e l'improvvisa rinuncia al blocco se non come una prova di forza fallita per impedire nella tappe successive il nostro pieno diritto di manifestare anche davanti agli insediamenti militari. Infatti, subito dopo abbiamo fatto un'altra deviazione per raggiungere una caserma dove abbiamo tranquillamente manifestato, senza alcun intervento della polizia. Ancora una volta la pratica nonviolenta e anche la pazienza di resistere un minuto in più dell'avversario si sono dimostrate vincenti, esasperando le contraddizioni delle forze di polizia.

Non posso non ricordare un lungo colloquio con un maresciallo dei carabinieri in borghese che mi ha parlato, visibilmente in crisi, della situazione di disagio esistente nell'arma e dell'assurdità dell'impiego di tante forze per una manifestazione nonviolenta, mentre nessun impegno viene assunto per combattere i centri di attività criminale".

1 agosto

Per la prima volta dopo molti anni i marciatori possono manifestare liberamente sotto il carcere militare di Peschiera: niente blocchi di migliaia di celerini, niente cariche e pestaggi. Tutte le motivazioni che negli anni scorsi avevano giustificato il divieto di manifestazione a Peschiera sono svanite: improvvisamente.

Tre anni di lotte, occupazioni, denunce sono stati necessari per raggiungere questo obiettivo. Finalmente possiamo parlare per ore ai detenuti militari rinchiusi nel lager del maggiore Nestorini, del maresciallo Doni e degli altri carcerieri che molti marciatori hanno avuto la sfortuna di conoscere personalmente.

C'è un po' di emozione. La tensione cresce quando i manifestanti creano con il proprio corpo un corridoio fino all'entrata del carcere: lo percorre l'obiettore totale Beppe Frusca, consegnandosi ai carabinieri che stazionano davanti alla porta. E' presente anche un giudice militare che rifiuta di arrestare Beppe, nonostante dovesse presentarsi al CAR di Alessandria da più di un mese, con la scusa che l'ordine di cattura non è stato ancora firmato.

Come molti anni fa i detenuti militari rispondono alla manifestazione con lo slogan e lanciando foglietti dalle finestre del carcere con appelli e denunce.

Spadaccia, parlando a Peschiera, ha gettato molta acqua sull'entusiasmo dei partecipanti alla manifestazione. Da troppi anni - ha detto - ripetiamo davanti a questo carcere slogan sull'eliminazione dei carceri militari, sull'abrogazione della giustizia militare. Ma questo obiettivo sembra sempre più lontano e irraggiungibile. Che fare quindi, per non rassegnarsi a ripetere stancamente slogan che non trovano pratica affermazione nella lotta?

E' la domanda che molti si sono fatti nel corso di questa prima parte della marcia.

Negli anni passati queste iniziative hanno rappresentato una grossa occasione di pubblicizzazione delle lotte gestite nel corso dell'anno. La maggioranza dei partecipanti aveva contribuito con la propria obiezione, con i processi, il carcere, le lotte nelle proprie città alla denuncia, per la prima volta in Italia, del meccanismo repressivo della giustizia militare; aveva fatto conoscere a milioni di cittadini l'ingiustizia delle condanne militari e del lager di Peschiera e di Gaeta; aveva partecipato alla dura battaglia per la conquista del diritto all'obiezione di coscienza.

Da alcuni anni invece, con la integrazione ormai completa del movimento degli obiettori di coscienza rassegnati a vivere gli spazi di privilegio che la legge fornisce, con il parziale fallimento delle battaglie per l'abrogazione dei codici militari che dovevano rappresentare la corretta continuazione delle precedenti marce e altre simili manifestazioni rischiano di testimoniare solo una impotente volontà di lotta antimilitarista. Né possono essere assunti come alibi la totale opposizione delle forze democratiche di sinistra a queste battaglie o gli errori dei movimenti dei militari "democratici", così poco attenti ai problemi di effettiva democratizzazione delle FF.AA. La possibilità di realizzare nel prossimo anno marce antimilitaristiche che non siano liturgica ripetizione di gesti risiede quindi nell'impegno di radicali, nonviolenti, obiettori, antimilitaristi nelle concrete lotte contro la struttura militare. Dovrebbero pur essere facilitate, o potenziate, dalla nostra presenza in Parlamento.

E' inutile quindi disquisire su possibili migliori forme organizzative delle marce: se i marciatori saranno stati protagonisti, in prima persona, di lotte per l'abrogazione delle leggi militari, con obiettori non rassegnati alla legge e capaci di conquistare, anche con il carcere ed i processi, maggiori spazi di intervento per un'obiezione non più "d'élite" ma di massa, con militanti che hanno fornito concreto sbocco istituzionale alle agitazioni dei militari o poliziotti democratici, queste iniziative potranno rappresentare occasioni non frustranti per utilizzare molti giorni di convivenza, per costruire e confrontare precise proposte politiche.

La risposta alla domanda ricorrente sulla opportunità di organizzare il prossimo anno la marcia in Friuli o altrove non può essere fornita da riunioni organizzative; dalla pratica antimilitarista dei prossimi mesi.

4 agosto

Il "campus univesitaire" di Metz è completamente occupato da più di seicento marciatori arrivati dalle altre città francesi, dalla Germania, Olanda, Danimarca, Inghilterra, Stati Uniti, Belgio, Spagna. I circa cento partecipanti italiani sono piacevolmente stupiti dalla perfetta organizzazione dei compagni francesi che hanno provveduto a tutte le esigenze della marcia: cucine da campo, "roulotte" per le informazioni, traduzione in tutte le lingue delle comunicazioni, almeno un centinaio di compagni addetti ai vari servizi.

Qualche problema sorge alla scoperta che tutti i partecipanti hanno portato, diversamente dagli italiani che non ne erano stati informati, tende per dormire.

L'attesa di questa marcia era grande in Francia anche perché era la prima volta che veniva organizzato qualcosa di simile e fino alle ultime riunioni di giugno sembravano insuperabili i problemi organizzativi e politici. Subito dopo la riunione dell'agosto del 1975 con Marco Pannella, Jean Fabre, Rolando Parachini ed io, nella quale era stato deciso di organizzare le tre marce nel Friuli, in Francia, ed in Sardegna, erano infatti sorte difficoltà notevoli: opposizione alla marcia antimilitarista da parte del MAN, cioè dal più forte organismo dei nonviolenti francesi, ed inconsistenza organizzativa e politica dei gruppi che facevano capo alla WRI e l'ICI. L'inesistenza in Francia di qualcosa che assomigliasse al partito radicale con la sua unità e agilità organizzativa ci aveva convinti, in molte occasioni e riunioni, della quasi impossibilità di organizzare un'iniziativa così impegnativa come la marcia su Verdun. I fatti ci danno torto?

Subito la polizia francese, impedisce ai marciatori di passare davanti al carcere militare di Metz. L'atteggiamento degli organizzatori e del servizio d'ordine che subiscono senza alcuna reazione il divieto e anzi impongono ai partecipanti un poco giustificato silenzio crea i primi malumori nel gruppo italiano, abituato ad altri atteggiamenti con le forze dell'ordine. A Metz il comizio si svolge in un angolo buio ed isolato della Place de la Republique, senza minima partecipazione degli abitanti.

5 agosto

Il gruppo italiano sostiene che occorre scandire slogan durante la marcia; poi impone, contro la riluttanza degli organizzatori, una sosta davanti a una caserma alla periferia di Metz.

A Gravelotte, dove sono previsti una sosta e un comizio, non ci sono che quattro case, forse un centinaio di abitanti. Come a Metz il comizio si svolge fra marciatori. Un intervento presso le autorità francesi, ancora una volta gestito in contrasto con gli organizzatori francesi, consente il reperimento di una stalla, dove i marciatori italiani possono dormire.

6 agosto

Gli italiani, ancora una volta: intervengono ora per impedire che il comizio si svolga a Puxe, cioè in un villaggio di poche case, e convincono i marciatori a tenere la manifestazione nella piazza centrale di Jarny. Adesso, apertamente, i marciatori italiani vengono definiti dal gruppo organizzatore come provocatori. Nelle assemblee della mattina è praticamente impossibile discutere e decidere sui problemi organizzativi e politici, a causa della lentezza delle traduzioni e il rifiuto degli organizzatori di delegare all'assemblea le decisioni e la discussione di tutti im problemi che nascono.

7 agosto

La rottura con il gruppo italiano si aggrava, quando ancora una volta convinciamo i marciatori a non tenere come a Metz, il comizio in una piazza alla periferia di Etain, ma nella piazza centrale. La polizia francese, anche in conseguenza dei dissensi ormai pubblici fra il gruppo dei coordinatori e quello italiano approfitta della situazione e vieta la manifestazione in questa piazza, minacciando l'intervento violento dei CSR, sopraggiunti per la prima volta con i camion.

8 agosto

La polizia francese blocca in forza la marcia poco, prima dell'ossario di Duoamont, e ordina una deviazione. Ancora una volta non riusciamo a convincere gli organizzatori francesi della necessità di mettere in atto forme di contrattazione e di azioni nonviolente con le autorità francesi. Decidono e impongono, dopo circa 20 minuti di sosta, la rassegnata accettazione degli ordini. Spontaneamente e senza alcun preventivo accordo gruppi di francesi, olandesi, tedeschi si fermano insieme agli italiani davanti al blocco della polizia. La maggioranza dei marciatori invece prosegue per Charny. E' la rottura della marcia ma anche la dimostrazione che i cosiddetti "provocatori" che contestano la gestione verticistica e ultramoderna non sono solo gli italiani.

Insomma, la marcia è conclusa qui a Douamont, anche se per altri due giorni vengono gestite (abbastanza stancamente) manifestazioni a Verdun. Anche l'atteso momento di dibattito e chiarificazione interna previsto per la conclusione non si realizza: gli organizzatori rimandano questo momento fino alla sera del dieci agosto, quando la quasi totalità dei marciatori parte per le rispettive città.

Sarebbe ingiusto e superficiale, a questo punto, dare un giudizio complessivamente negativo della marcia: in una situazione di difficoltà estrema, con l'opposizione del MAN, l'isolamento assoluto dai partiti francesi, totalmente assenti anche a livello di dirigenti di base, la razione isterica degli ambienti militaristi francesi che considerano il solo avvicinarsi a Douamont un insulto alla gloriosa tradizione patriottica, il solo fatto di aver organizzato e portato a termine la marcia costituisce una vittoria difficilmente contestabile.

La stessa possibilità di organizzare nel futuro altre iniziative del genere dipendeva dalla esperienza di quest'anno. Ma un altro obiettivo è stato raggiunto: la marcia ha rappresentato la prima vera occasione di lotta e confronto antimilitarista internazionale. Anche i dissensi che sono esplosi duramente sono stati elemento di crescita: non hanno opposto, come qualcuno forse avrebbe voluto, due gruppi nazionali ma militanti di diversi paesi su due concezioni diverse dell'antimilitarismo e della gestione delle tecniche nonviolente.

E questo risultato non sarebbe stato possibile con la pratica degli incontri internazionali che fino ad oggi costituiva l'unica occasione di confronto politico internazionalista. Solo la prassi, il confronto nell'azione può fornire insomma elementi di riflessione per la costruzione di un movimento unitario di lotta, in Europa, contro il militarismo.

Diciamolo bruscamente: in Francia si pongono oggi gli stessi problemi che in questo settore si ponevano molti anni fa in Italia: non può esserci organizzazione e lotta antimilitarista se nel contempo non vengono eliminati gli equivoci pacifisti, vagamente cristiani e umanitari di gruppi che da una parte credono sia possibile esorcizzare il "male militare" con la semplice testimonianza verbale di altissimi principi di amore e pace universali e dall'altra, nelle azioni quotidiane scambiano, in buona o cattiva fede, la passività agli ordini e alle istituzioni violente come comportamento pacifico e non violento.

In Italia il partito radicale si è affermato come organica e libertaria espressione dell'antimilitarismo, rigorosa teoria di lotta al modello organizzativo militare la sua maggiore espressione organizzativa e politica ed ha fatto della pratica nonviolenta uno strumento non di passività ma di affermazione di obiettivi di classe. Ha dimenticato e spesso emarginato organizzazioni "pacifiste" come Pax Christi, MIR, Consiglio Mondiale della Pace, Terzomondisti e boy scuots di ogni specie che sotto l'etichetta pacifista - consapevolmente o meno - coprivano le assai poco pacifiste e antimilitariste organizzazioni politiche e clericali italiane. In Francia il movimento deve realizzare lo stesso processo di emancipazione. Per questo dobbiamo essere impegnati tutti nei prossimi mesi e nelle prossime occasioni di lotta internazionalista.

13 agosto

Duemila cagliaritani partecipano alla manifestazione che si svolge nei giardini pubblici. Il "Living Theatre" monopolizza l'attenzione dei partecipanti fino a notte tarda.

14 agosto

Debole opposizione della polizia alla manifestazione davanti all'aeroporto militare di Decimomannu. Il Living improvvisa davanti ai cancelli una azione teatrale di denuncia della pretesa capacità difensiva della violenza armata: praticamente c'è tutto il paese alla manifestazione concerto. Si apre il dibattito con una popolazione che non mostra di scandalizzarsi eccessivamente, neanche per gli interventi del Fuori di Cremona.

15 agosto

Le difficoltà previste a Orgosolo, dove ci veniva annunciata una popolazione ostile a causa della coincidenza con la festa paesana non trovano conferma.

Migliaia di cittadini e turisti partecipano al corteo nella città e alla manifestazione nel campo sportivo. Porta il saluto dell'amministrazione comunale il vicesindaco socialista. Dissensi verbali esplodono fra i marciatori a causa degli slogan contraddittori lanciati nel corteo: "esercito rosso", "brigate rosse", "armi al proletariato" etc. contrapposti agli slogans antimilaristi e nonviolenti della maggioranza dei partecipanti.

17 agosto

Solo 40 marciano nella tappa Olbia-Arzachena, circa 26 Km con sfiancanti salite e discese. Solo pochi, quindi, all'assemblea dove si decide l'occupazione del comune di Arzachena per ottenere un locale per dormire. Il sindaco di Arzachena è infatti l'unico che in Sardegna ci ha negato l'ospitalità. Circa duecento sono invece i partecipanti alla marcia che raggiungono con pochi mezzi Arzachena. Nel corso della manifestazione che si svolge proprio a ridosso del municipio Mauro Mellini annuncia il successo dell'occupazione e la concessione da parte del Sindaco di alcuni locali coperti per la notte.

La scarsa partecipazione dei marciatori ai momenti costitutivi delle marce, cioè ai cortei di spostamento fra una città e l'altra e le assemblee, e dall'altra la grossa presenza degli abitanti dei paesi attraversati alle manifestazioni sono gli elementi caratteristici, e contraddittori, di questa prima iniziativa in Sardegna. Il primo è solo in parte spiegabile con la situazione e spontaneismo dei gruppi locali e in generale la carenza di iniziative politiche unificanti della sinistra. I Marciatori sardi ben poco si identificavano nelle tematiche della marcia ritenendo di poter utilizzare le manifestazioni solo per esprimere, fra l'altro con poca chiarezza e unità, posizioni vagamente anarchiche o meccanicamente riportate dalle BR o comitati autonomi. Il secondo elemento esprime invece una grossa disponibilità dei sardi alla partecipazione a momenti non tradizionali di vita politica e un preciso radicamento delle posizioni antimilitariste e libertarie in generale nelle tradizioni culturali e politiche dell'i

sola.

Che la marcia quindi debba nel futuro essere preparata da un lavoro politico continuativo nell'isola e da un dibattito con tutte le componenti esistenti sembra banale ma non per questo non merita considerazione che il partito radicale in Sardegna deve far pulizia, senza paura di isolamento o complessi d'inferiorità, degli equivoci ribellistici o gruppettari o falsamente autonomistici presenti in molte miniorganizzazioni che godono di ingiustificato credito politico.

19 agosto

Ore 16. L'ultimo corteo sta per concludersi davanti al molo di La Maddalena, prima della manifestazione di chiusura della marcia, in Piazza Umberto Primo. Mentre la maggioranza dei marciatori canta canzoni sarde, un piccolo gruppo inizia ad alzare un muretto sulla strada che porta all'imbarco del comando americano. Il muretto simbolico doveva essere costruito nell'ingresso del comando americano ma ciò è stato reso impossibile dalla presenza di soldati americani, proprio sul cancello.

Mentre stiamo appoggiando fila di mattoni la, polizia improvvisamente si accorge del muretto. La reazione dei vicequestori presenti è isterica: partono cariche brutali e assolutamente ingiustificate. Paolo Buzzanca viene scaraventato nel mare che in quel punto è alto solo pochi centimetri, molti marciatori e turisti di passaggio duramente colpiti con i manganelli. Riusciamo a convincere la maggioranza a non alzarsi. Marco Pannella impone al vicequestore la sospensione della carica e dell'ordine di scioglimento.

Si ricompone il corteo che si sposta senza altri incidenti in Piazza Umberto I, a duecento metri. Centinaia di persone hanno osservato dal molo vicino e contestato con grida la carica poliziesca. Solo a tarda sera il primario dell'ospedale di La Maddalena scioglie la riserva e ci comunica che Paolo Buzzanca e gli altri sei feriti non hanno subito fratture. Il "Living Theatre" non può svolgere la prevista azione teatrale in seguito al sequestro da parte della polizia delle catene, utilizzate per la scena della tortura.

Una sola possibile giustificazione ai fatti di La Maddalena: la carica della polizia non è scattata incidentalmente sul molo ma è stata voluta dal questore di Sassari Vorìa (ben conosciuto per il suo comportamento fascista a Torino e resosi famoso con l'arresto di Dario Fo) su precisa pressione delle autorità americane. L'indicazione politica generale del ministro degli Interni Cossiga, che trascorreva le vacanze proprio in quei giorni a La Maddalena in una villa del villaggio Piras, era di non provocare disordini con i marciatori e di consentire liberalmente le manifestazioni. Ma mentre le questure di Cagliari e Nuoro si sono allineate, mostrandosi nei nostri confronti di una cortesia abbastanza rara, la questura di Sassari (ovvero Vorìa), ha mostrato fin dal primo giorno in cui siamo entrati nella sua giurisdizione di digerire poco queste indicazioni politiche. Solo il nostro auto controllo ha impedito incidenti con la polizia che ad Olbia, Arzachena, Palau si rifiutava perfino di controllare il traffico l

anciandosi senza la normale scorta, probabilmente nella speranza di qualche incidente o provocazione.

L'incendio delle automobili americane a La Maddalena, Palau e S. Teresa di Gallura, proprio nei giorni in cui la marcia arrivava nella provincia, può non rientrare in un disegno di provocazione.

L'unica ipotesi dunque è che il comando americano ha prevalso su Cossiga, e Vorìa ha in definitiva deciso che il padrone americano dà maggiori garanzie di stabilità e di effettivo potere di un ministro italiano.

20 agosto

Tutti i giornali sardi ("L'unione sarda, Tuttoquotidiano, La nuova Sardegna") condannano l'intervento della polizia. Ciò provoca non poco sconcerto fra i commercianti fascisti di La Maddalena, che assediano il sindaco democristiano chiedendo un manifesto di condanna dei marciatori.

Alle 16, nella Piazza Rossa, si riuniscono cittadini e turisti di La Maddalena per firmare la denuncia contro la polizia per tentato omicidio e furto (si era rifiutata di restituire a una giornalista francese la macchina fotografica). Il vicesindaco di La Maddalena, Enriquez Agnoletti, il vicesindaco di Sassuolo, sono fra i primi firmatari. Nella Piazza Rossa centinaia di persone commentano gli episodi di ieri e leggono attenti il grande tatzebao del Psi che denuncia l'aggressione subita dai marciatori.

 
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