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Pannella Marco - 30 dicembre 1976
Le opinioni dei padroni
I fatti di Panorama

di Marco Pannella

SOMMARIO: Nel settimanale "Panorama" prevale sempre più la pratica giornalista illiberale, censoria e violenta propria dei comunisti. Il commento politico è affidato infatti a due giornalisti iscritti al Pci, Quaranta e Nonno, che sono i più tetragoni censori delle iniziative parlamentari dei radicali. L'analisi delle falsificazioni e delle disonestà professionali contenute nell'articolo di Quaranta sul dibattito congressuale.

(PROVA RADICALE, dicembre 1976)

A lungo quanti gli invidiavano successo e meriti hanno accreditato un'immagine autoritaria e accentratrice di Lamberto Sechi, direttore di `Panorama'. Dietro la formula "i fatti separati dalle opinioni" - affermavano questi critici - gli era più facile impedire qualsiasi espressione della propria cultura e autonomia alla maggioranza dei giornalisti, costretti a "obiettive" rappresentazioni di "fatti", per concedere il diritto all'opinione soltanto a pochi stipendiati, in linea con umori e obiettivi del direttore. Era una ipotesi legittima, per noi che non conoscevamo Sechi e che non crediamo ad altra "neutralità" che quella, possibile, del lettore posto in grado di valutare da quale "parte" gli giunga il messaggio giornalistico.)

Anni sono ormai passati: il tempo, la durata sono i migliori giudici della realtà. A "Panorama", come altrove, si sono venuti rispecchiando naturalmente fra i suoi redattori umori e scelte generali del paese e, ancor più, del ceto giornalistico italiano, del quale mai si dirà sufficientemente male in termini di democrazia e di non conformismo. Così sono aumentati gli iscritti o i caudatari del Pci, e aumentata è la schiettezza di quanti tali già erano in passato. E tutti sanno, anche se non ne traggono poi pratiche conseguenze, quanto illiberale, censoria e violenta sia la pratica giornalistica comunista, quanto allineata alle peggiori tradizioni autoritarie e mistificatrici della borghesia-bene o degli arrivisti piccolo-borghesi del nostro paese.

Così sta venendo fuori in modo lampante quanto i critici di Sechi non fossero che dei denigratori. A ritmo accelerato "Panorama" è cambiato nell'ultimo semestre, anche se resta lontano dalle punte opportunistiche e di servilità padronale cui è giunto da un anno "L'Espresso". Le idee di Lamberto Sechi non sono affatto mutate: democratico e progressista, laico con naturali simpatie socialiste, sensibile alle lotte radicali, galantuomo che come tutti commette errori e sa perfino riconoscerli come pochi, abbiamo imparato a stimarlo profondamente. Egli rispetta davvero i diritti e la prospettiva della "professionalità" dei suoi redattori e collaboratori e fa bene, molto bene e anche di questo gli siamo riconoscenti: certe testimonianze sono necessarie.

Detto questo si tratta però di vedere che uso fanno della loro "autonomia professionale" i suoi giornalisti. A "Il Messaggero" gente come i La Rocca e gli Isman era laicissima e ultras del divorzismo più duro contro la Dc e il filoclericalismo del Pci: ma quando cambiò il padrone apparve subito chiaro che laici non erano e non sono. Avevano insomma servito una causa di libertà e di liberazione per servilismo o calcolo, per interesse o piaggieria.

Le due maggiori colonne "politiche" di "Panorama" a Roma sono Guido Quaranta e Pasquale Nonno, entrambi iscritti al Pci. Da molto il primo, da poco il secondo, ex-democristiano. Sarebbe affar loro e non nostro: si può essere del Pci e professionalmente laici e corretti, e magari, invece, radicali e incapaci, o imbecilli o corrotti. Sta di fatto che sia Quaranta che Nonno sono tra i più tetragoni censori delle iniziative politiche e parlamentari; come per Bernabei o per Maurizio Ferrara abbiamo un insuperabile peccato originale da scontare: quello di tentare di esistere e di farcela. In mancanza d'altro piombo, si sa, i "chierici" dei nostri giorni usano quello dei giornali per far fuori i diversi e i contrari.

C'è un episodio sul quale, uno per tutti, è utile perdere spazio e tempo per analizzarlo e giudicarlo: riguarda Guido Quaranta e un suo "servizio" pre-congressuale sul Partito radicale, infarcito di malafede e disonestà professionale. Altri compagni hanno commesso l'ingenuità di scrivere lettere di smentita e di precisazione. Non sanno, evidentemente, che senza una precisa volontà e iniziativa dei curatori della pubblicazione delle "lettere al direttore", queste smentite servono solamente a accreditare le menzogne che si vorrebbero smascherare: le lettere vengono infatti in genere pubblicate (per i soliti motivi tecnici) con settimane di ritardo, quando cioè i lettori non hanno più che un vago ricordo del servizio messo in discussione; e per ristabilire la verità contro una menzogna giornalistica che può consistere in poche parole occorre molto più spazio, che naturalmente non viene concesso e che non sembrerebbe nemmeno logico chiedere anche se le leggi sulla stampa giustamente lo prevedono. Così è stato su

"Panorama" dove le smentite sono apparse un mese dopo il pezzo di Quaranta e dove si è consentita al responsabile di cavarsela con un paio di esemplari e scontate frasi di mezza-conferma e di mezza-correzione.

Ma anche se la cosa mi annoia mi sembra utile ricostruire la vicenda.

Siamo a fine ottobre, vigilia del Congresso del Pr. Il nostro ingresso in Parlamento costituiva un elemento di sgradevole novità per la stampa nazionale, abituata a ignorare le nostre manifestazioni perché "extraparlamentari". Era facile prevedere che si sarebbe vendicata dello spazio obbligato da riservarci passando dalla censura alla menzogna e alla falsificazione, a volte ancora più efficaci. Così mi era stato facile prevedere sin dal settembre, in un articolo pubblicato su "Prova radicale" che i veri eroi del congresso sarebbero stati i "dissenzienti", consapevolmente o no strumentalizzabili e strumentalizzati, falsificati anch'essi dai nostri "giornalisti" obiettivi. A fine ottobre "Panorama" assegna a Quaranta il compito di presentare il Congresso; è una scelta del tutto comprensibile, visto che ormai siamo "parlamentari" anche noi, e si tratta certamente di un giornalista molto capace e rotto a tutti i ferri del mestiere. Quaranta, coscienziosamente, torchia a lungo Adele e Mauro e abilmente mi evita:

vuole impedire il possibile inquinamento del suo lavoro dal possibile abuso delle mie influenze. Concordo con il metodo, anche se so che nell'occasione non è giustificato. Se ne va al Congresso regionale del Partito Radicale del Lazio. Constata che la linea del partito è condivisa praticamente dalla generalità dei militanti, ben più profondamente che nel suo Pci monolitico, ad esempio. Cerca notizie su possibili dissenzienti e raggiunge Ercolessi a Trieste, cerca ma non trova altri a Ancona e Firenze, a Torino. Sollecita critiche, non s'interessa minimamente ai problemi di tutti, agli obiettivi, alle difficoltà maggiori e anche alla crescita, che rischia di essere travolgente, del Pr e che nessuno ha ancora registrato o comunicato. Parla con Teodori e Ramadori dai quali tenta o spera di tirar fuori critiche dure. E basta che siano critiche; verrebbero prese per buone, senza verificarle e verificarne la consistenza politica e numerica. Insomma esattamente l'opposto di quanto si fa prima dei Congressi del Pri

, o anche del Pci, per esempio. Il servizio che consegna a Gianni Farneti, (capo della redazione romana, che professa simpatie radicali e pratica un culto di tipo cattolico, formalistico e catechistico, di quel che ritiene essere "il giornalismo" con le sue regole "oggettive" e "stilistiche") è lungo duecento righe.

Poiché di contestazione della politica radicale ne ha trovata poca o niente, e sia pure a torto i vertici del suo Pci (e Quaranta di comunisti non conosce altro che i potenti) ritengono che senza chi scrive il Pr cesserebbe di essere un pericolo per la loro linea opportunistica, la "professionalità" gli suggerisce di centrare il pezzo sulla "contestazione" che starebbe "coinvolgendo per la prima volta anche il leader radicale, l'onorevole Marco Pannella". "Capo d'accusa - prosegue Quaranta - il suo atteggiamento, giudicato da molti intollerante e dispotico". A questo punto, passa a "fatti" più precisi. Rileggiamolo:

Il 5 luglio, per esempio, ha convocato un'assemblea straordinaria degli iscritti all'hotel Minerva di Roma per annunciare che il suo successore tra due anni alla Camera non sarà, come prescrive la legge, il primo dei non eletti, e cioè Maria Adelaide Aglietta Rocca, 35 anni, due figli, femminista convinta, 4.723 voti nel collegio di Torino, ma Roberto Cicciomessere, risultato quarto nella graduatoria con 1.012 voti e suo fedelissimo: per stroncare l'immediata reazione delle militanti indignate, ha minacciato di dimettersi all'istante e, da alcuni giorni, medita di affidare ad Adelaide Aglietta la segreteria del Pr.

Qual è la verità? "despota" non ha convocato un bel niente, né assemblee né riunioni di sorta; ma è stato invitato a partecipare al Consiglio Federativo del Partito e ci si reca solo a metà dei lavori. Non va a contestare affatto il diritto di Adelaide, che secondo lui sarebbe "prescritto dalla legge", di succedergli, ma a convincere i molti compagni dubbiosi sul "diritto" che egli intende esercitare di dimettersi da deputato dopo due anni e mezzo invece di giungere al termine della legislatura, fatto assolutamente nuovo nel Parlamento italiano e in quelli di tutto il mondo; lui e gli altri tre eletti radicali, senza con ciò ledere - come si teme - il "diritto" degli elettori che lo hanno eletto...

Ma su questa novità Quaranta non spende nemmeno una virgola. Né scrive che era stato proprio un collettivo del quale Adelaide faceva parte a decidere all'unanimità, con la riserva contraria di Roberto e di Franco, dieci giorni prima, a stabilire i connotati del gruppo parlamentare radicale.

Né dice che è sin da luglio che non io soltanto ma tutti, al centro, affermavamo la necessità per il Pr di un'assunzione di responsabilità centrali di Adelaide, vista la sopravvenuta indisponibilità di Adele e Emma per l'attività di Partito.

2) "Verso la metà di settembre, appena ha saputo che l'norevole Adele Faccio, durante una tavola rotonda organizzata a Milano in occasione del festival dell'"Unità", aveva riconosciuto, con la repubblicana Susanna Agnelli, che nessun partito, radicali compresi, s'era battuto sul serio a favore delle donne nella campagna elettorale, ha invitato seccamente la collega a parlare di meno e a lavorare di più".

Che perfino il Pr debba battersi con maggior energia e con ancor maggiore efficacia politica per la liberazione delle donne e divenire, se possibile, sempre più un partito a prevalenza di donne e guidato in prevalenza da donne è quanto affermo in ogni occasione. Non vedo perché dovrei dolermi se queste sono anche le idee di Adele. Ma quel che è vero è che da mesi e settimane, senza sosta, ricordo a tutti noi del gruppo parlamentare che dobbiamo rifiutare impegni che non siano direttamente connessi con l'enorme mole di lavoro che ci si rovescia addosso a Roma. Scrive Quaranta che ad Adele l'avrei detto "seccamente". E' un'opinione, non un fatto.

3) "Con Mauro Mellini, neo-deputato e avvocato penalista, va ancor più per le spicce il 28 settembre è piombato nell'aula del tribunale di Padova, dove si stava celebrando il processo al capitano di polizia Salvatore Margherito, senza preavvertire il collega che aveva preparato con cura la sua arringa mettendolo in serio imbarazzo davanti alla corte e al pubblico. Qualche giorno fa gli ha imposto di chiudere immediatamente lo studio legale per dedicare tutto il suo tempo all'attività parlamentare. Mellini commenta che ``Marco non è mai spinto da impulsi ma da intuizioni anticipatrici''. Però chi raccoglie le confidenze di Mellini, ne parla come un uomo "avvilito e disperato".

Quaranta afferma che ho messo Mauro "in serio imbarazzo davanti alla corte ed al pubblico". La menzogna non è suffragata da nessun fatto, questa volta: è "opinione pura". La verità sta nel fatto che "in serio imbarazzo", nella vicenda Margherito, si è trovato il Pci e ci si è trovato manifestamente l'altro difensore, il deputato comunista Malagugini. Quaranta qui si limita dunque a regolare un conto di partito, particolarmente pesante, in modo particolarmente basso. Quanto a Mauro ha semmai esagerato nell'attribuirmi dei meriti, pubblicamente e in privato, che in questo processo sono in gran parte solo suoi.

Il nostro afferma alla fine che avrei costretto Mauro a "chiudere immediatamente lo studio legale": sono invece più di dieci anni che supplico Mauro di potenziarlo, organizzandosi semmai con altri compagni e colleghi, vista la straordinaria sua qualità e capacità. Per dare l'ultimo tocco di verità, Guido Quaranta comunica al lettore che Mauro sarebbe "un uomo avvilito e disperato". Glielo avrebbe detto "chi raccoglie le confidenze di Mellini" e le terrebbe calde per confidarle a sua volta a Guido Quaranta.... Roba, procedura, opinioni e menzogna che si raccolgono solamente nelle pattumiere dei fogli usi al ricatto. Bello stile, "Panorama"! Mauro non me ne voglia se a questo punto "confido" che lui mi aveva "confidato", dopo le marce antimilitariste che ha fatto quest'anno, dopo il lavoro enorme alla Camera, di sentirsi umanamente o politicamente bene come non mai...

4) "Le trenta attiviste del Mld... che occupano un edificio di via del Governo Vecchio... non vogliono che ``Marco si faccia vivo fra loro''. Davvero? L'hanno deciso in assemblea, hanno trasmesso a Quaranta a delibera?

Io non ci sono andato. Le compagne non sono venute alla Camera. Nessuno chiede all'altro d'essere mosca cocchiera. Ma se ci sarà bisogno degli uni o delle altre qui o lì, come sempre, ci si ritrova. Guido Quaranta virgoletta, per renderle più credibili, le cento righe dedicate a questi "fatti", e le restanti.

Invece: falso che ho convocato chicchessia per imporre checchessia, che ho rimproverato reati di opinione a Adele, che ho creato imbarazzi a Mauro, che gli ho imposto alcunché, che l'abbia portato sull'orlo del suicidio. Quali "fatti" restano?

Uno solo, per la verità. La deontologia di merda di questo giornalista "comunista". A Mellini che ingenuamente gli telefonava, addolorato e furente, per chiedere una immediata rettifica, Gianni Farneti rispondeva che Quaranta era un giornalista al di sopra di ogni sospetto: parola di Farneti e di "Panorama". Farneti sarà radicale ma non brilla di originalità nel giornalismo di regime.

La vicenda ha una morale. Sulla scia delle "informazioni" di "Panorama" la muta di coloro che erano scesi a Napoli (l'inviata di "Repubblica" in testa, la giornalista comunista Miriam Mafai) per regolare i conti dei loro padroni e loro personali con il Pr, hanno creduto per un paio di giorni di aver trovato finalmente la chiave per farlo. Così han finito per raccogliere, come meritavano, pesci in faccia anche dagli Ercolessi, dai Teodori, dai Melis, oltre che dai fatti.

Così, per tanta stampa, il Congresso auspicato all'insegna del "Marco non sei tutti noi" è finito con il "Pannella viene, vede, vince" all'unanimità. Cioè con due stronzate tipiche della subcultura e della malafede del giornalismo di regime.

 
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