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Signorino Mario - 30 marzo 1977
LA VIOLENZA NUCLEARE (1)
NUMERO SPECIALE SULL'INDAGINE PARLAMENTARE PER IL PROGRAMMA ENERGETICO

a cura di Mario Signorino

SOMMARIO: Il 23 dicembre 1970 il CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha deliberato il "piano energetico nazionale", che prevede la costruzione di 20 centrali nucleari da 1000 megawatt entro il 1985; nel 1975 il Parlamento ha approvato la legge che regolamenta la localizzazione delle centrali stesse. Molto era già stato deciso quando è stata avviata l'indagine conoscitiva da parte della Commissione industria della Camera (novembre 1976). Su quel che può essere definito l'affare del secolo esiste un accordo di massima fra il Governo, gli industriali, i partiti (compresi quelli di sinistra) e i sindacati. Questi ultimi in particolare dimostrano una grave contraddizione tra petizioni di principio (garanzia di uno sviluppo equilibrato, modello di produzione e di consumi più razionale dell'attuale, salvaguardia dell'ambiente) e cedimenti pratici (raccomandazioni sulle garanzie di sicurezza per le centrali nucleari e riduzione del numero di quelle da realizzare subito).

Per quanto riguarda il PCI, non esita a rispondere con il terrorismo politico e la denigrazione alle proteste popolari. Deludente anche l'atteggiamento del PDUP, forse troppo preoccupato del riavvicinamento al partito comunista. Al fine di diffondere informazioni e notizie su questo importante problema, viene pubblicato e commentato il resoconto stenografico della citata indagine conoscitiva il cui materiale, da considerarsi assolutamente povero, fornisce alcuni chiarimenti non certo confortanti.

Innanzitutto, il programma nucleare viene giustificato dal prevedibile futuro aumento del fabbisogno energetico; i dati presentati, però, risultano del tutto inattendibili e oggetto di forti contestazioni. Il programma, inoltre, prevede investimenti colossali (oltre 20 mila miliardi) per una fonte energetica che non ci libererà dalla necessità del petrolio e che, rastrellando i capitali disponibili, aggraverà la disoccupazione. Per quanto riguarda le questioni della sicurezza e dell'inquinamento, non vi sono elementi certi, ma ciò non scoraggia dall'esporre il Paese al pericolo della contaminazione radioattiva, i cui effetti durano alcune migliaia di anni. Le necessarie misure di controllo dirette ad evitare possibili attentati porteranno alla militarizzazione del settore, creando un nuovo e pericoloso "corpo separato"; vi sarà poi il massimo concentramento di potere energetico, in grado di condizionare in maniera rilevante l'economia e la società.

Infine, la limitatezza dei capitali renderà definitiva la rinuncia alle fonti energetiche alternative - in primo luogo quella solare - le uniche rispondenti alla logica del decentramento dei poteri.

Si tratta di un problema che ha dimensioni mondiali; fermare il progetto in Italia, però, significherebbe aiutare le lotte che vengono condotte negli altri Paesi.

(PROVA RADICALE, marzo 1977)

(SI O NO ALL'AVVENTURA NUCLEARE? IL PIANO DI DONAT CATTIN, APPROVATO DAL CIPE NEL '75, PREVEDE LA COSTRUZIONE DI 20 CENTRALI DA 1000 MEGAWATT ENTRO IL 1985. QUALI SONO LE CONCLUSIONI DELL'INDAGINE CONOSCITIVA DELLA COMMISSIONE INDUSTRIA DELLA CAMERA? IL PROBLEMA E' DINANZI AL PARLAMENTO, MA NEL PAESE CRESCE L'OPPOSIZIONE ALLA SCELTA NUCLEARE.

1985: non sarà una bella data, se sarà passato il programma nucleare di Donat Cattin. Questo programma viene portato avanti nel segreto, grazie all'accordo corporativo tra Governo, grande capitale, sindacati, partiti della sinistra. Alle proteste popolari il Pci risponde con il terrorismo politico e la denigrazione. Perciò dobbiamo diffondere l'informazione sul problema, farla arrivare alla gente. Pubblichiamo il resoconto dell'indagine conoscitiva della commissione industria della Camera; come materiale è veramente indigente, ma serve a chiarire molte cose: il programma nucleare prevede investimenti colossali (dai 20 mila miliardi in su) per una fonte energetica provvisoria, che non ci libererà dal petrolio e, in più, aggraverà la disoccupazione rastrellando i capitali disponibili. Sulla sicurezza e l'inquinamento non ci sono dati sicuri, tuttavia non si esita a esporre il Paese al pericolo del plutonio, che resta radioattivo per migliaia di anni. Si avrà il massimo concentramento del potere energetico, che

condiziona l'economia e la società; inoltre, le misure di controllo porteranno alla militarizzazione del settore, nuovo e più pericoloso "corpo separato". La mancanza di capitali renderà definitiva la rinuncia alle fonti energetiche alternative - in primo luogo quella solare - le uniche omogenee al decentramento dei poteri, all'autogestione, al socialismo. Il problema ha dimensioni planetarie e il nostro Paese vi gioca un ruolo irrilevante; ma se bloccheremo i programmi nucleari in Italia, aiuteremo le lotte negli altri paesi.)

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E' stato definito "l'affare del secolo", "la più gigantesca spesa pubblica mai effettuata nel nostro paese", ma da almeno tre anni viene portato avanti in punta di piedi, nel segreto. Il Piano energetico nazionale (Pen, per gli intimi) è stato deliberato dal Cipe il 23 dicembre '70, vigilia di natale; la legge n. 393 sulla localizzazione delle centrali nucleari è stata approvata in parlamento il 2 agosto '75 ed è uscita sulla "Gazzetta Ufficiale" subito dopo ferragosto, il 23: sarà un caso, ma è in questi periodi di disattenzione che i regimi usano prendere i provvedimenti più antipopolari. Ancor prima, nel '74 e nel '75, il Cipe aveva deliberato la localizzazione delle prime 8 centrali.

In tutto questo tempo, mentre divampava la guerra tra i gruppi industriali per accaparrarsi la straordinaria commessa, nessuna notizia è arrivata ai cittadini e al parlamento. Luciano Barca ha rivelato che si è tentato di far passare il piano con un trucco, nella passata legislatura, in mezzo alle solite leggine. Ma neanche il PCI, neanche i sindacati, hanno rotto il silenzio.

Così, quando nel novembre '76 la commissione industria iniziò l'indagine conoscitiva, molti passi erano stati già fatti. Il più grave è stato l'approvazione della legge n. 393 con la quale il parlamento, prima ancora di conoscere il piano energetico, ha espropriato gli enti locali e le popolazioni del diritto di disporre del proprio territorio del proprio futuro. Oggi si capisce che è stata una mossa preventiva per ottenere la localizzazione delle prime 4 centrali quando, non essendoci ancora un piano, non poteva neanche esserci un'opposizione popolare. Solo il Molise, infatti, si oppose; ma la Regione Lazio, rossa da poco, ha dato subito il via libera; e ben disposte si sono mostrate anche Lombardia, Piemonte e Toscana.

Nel frattempo veniva approvato l'aumento delle tariffe elettriche e del fondo di dotazione dell'Enel, per ripianare il deficit dell'ente che dovrebbe dirigere il programma nucleare. La Finmeccanica, il gruppo industriale più seriamente candidato per la costruzione delle centrali, ha definito un accordo con l'Agip Nucleare per il ciclo del combustibile. E a fine gennaio, mentre il presidente della commissione industria completava la bozza di relazione conclusiva, la stampa dava notizia dell'avvio dei lavori per le due centrali di Montalto di Castro: una pressione plateale sul parlamento, in previsione del dibattito in aula. Sulla stampa apparivano anche i primi sospetti di bustarelle promozionali delle multinazionali dell'energia.

Poco male, si dice: tanto, quella nucleare è una scelta obbligata, una necessità. I filonucleari usano volentieri il ricatto della crisi energetica: dicono che le riserve di petrolio si esauriscono verso il 2000 (e non è vero), e che l'unico modo di rimpiazzarle è l'uranio, perché l'energia nucleare "è già una realtà" mentre le fonti alternative sono di là da venire. E' vero invece che questa è la risposta reazionaria all'alternativa che la crisi energetica ci pone.

All'inizio degli anni '60, dinanzi a un'alternativa analoga, i soldi dei petrolieri ci imposero un'altra "scelta obbligata". Venne tolto di mezzo Ippolito, che tentava di iniziare con grande anticipo l'avventura nucleare: nei cassetti della commissione parlamentare inquirente dormono ancora i dossier sullo scandalo dei finanziamenti dei petrolieri. Venne abbandonata ogni ricerca di fonti energetiche alternative, trascinando persino l'aggiornamento tecnologico degli impianti idroelettrici. Scegliemmo il petrolio; e solo la crisi del '73 ha mostrato la gravità di una scelta che, invece di un sistema energetico, istituiva una monocultura.

L'AFFARE DEL SECOLO PIACE A TUTTI I PARTITI

Oggi, di nuovo, siamo di fronte a un'alternativa: chi dice che non possiamo scegliere? Possiamo decidere di mantenere la monocultura del petrolio, integrandola con l'energia nucleare, e sostenere per questo costi economici, sociali e anche politici senza precedenti, perpetuando l'irrazionalità dello "sviluppo" capitalistico e stravolgendo per sempre l'ambiente.

Oppure, cambiando i criteri della scelta, possiamo decidere di impegnarci nello sviluppo delle fonti alternative, omogenee a società e uomini che non ritengono il profitto l'unico valore "reale"; e su di esse, in primo luogo l'energia solare, costruire un sistema energetico differenziato, che ci assicuri un grado accettabile di autonomia dall'esterno, un maggiore benessere e una civiltà più decente. E' chiaro che un sistema simile presuppone un progetto politico alternativo.

L'indagine parlamentare, di cui pubblichiamo il resoconto, contribuisce a chiarire le idee, ma solo in negativo. Chiarisce infatti che: sono state sbagliate le previsioni dei consumi futuri di energia; non si conoscono i costi delle centrali e tanto meno quelli macroeconomici per il ciclo del combustibile, la sicurezza, l'impatto sull'ambiente, la ricerca e sviluppo: e manca anche una ipotesi di copertura finanziaria. Dice che continueranno a dipendere dal petrolio, che i problemi dell'ambiente e della sicurezza sono irrisolti, e che dobbiamo rassegnarci a lasciare in eredità, per millenni, il pericoli del plutonio. Infine lascia dubbi gravi sui riflessi politici di accentramento del potere energetico e della militarizzazione del settore; ma rende certo che mancano volontà politica e capitali da impegnare nello sviluppo di fonti alternative, nella razionalizzazione dei consumi e nel risparmio energetico.

In queste condizioni, si capisce che l'avventura nucleare venga affidata al presidente dell'Enel, quell'Arnaldo Angelini che, quando i petrolieri saranno contro l'uranio, agli inizi degli anni '60, fu tra gli affossatori dei programmi nucleari; e contribuì poi a far trascurare all'Enel ogni alternativa al "tutto petrolio". Si capisce che il Cnr, che dovrebbe contribuire alla ricerca sulle fonti alternative, abbia come presidente (almeno così ha detto Ippolito in una tavola rotonda a Torino, nel maggio '76) "un rappresentante delle multinazionali" e che quindi "è molto difficile che questo piano energetico possa camminare". C'è una logica in questo, la continuità di una politica di regime che ritiene "fatali" il profitto e il dominio del grande capitale, degli Usa, delle multinazionali dell'energia. Solo in questo senso, la scelta nucleare è "obbligata" e non possiamo contare su fonti energetiche alternative. E' vero invece che non abbiamo una sinistra alternativa.

Dopo il 20 giugno, quando ancora pochissimi in Italia conoscevano l'esistenza di un piano nucleare, partiti sindacati e industriali sono giunti a un accordo di massima sulla scelta nucleare che mette parlamento e cittadini dinanzi al fatto compiuto. In questi mesi, sono proprio le Regioni a maggioranza comunista le più favorevoli alla localizzazione di impianti nucleari.

Si spiega così l'apparente paradosso per cui "l'affare del secolo" viene promosso da uno sei governi più deboli della nostra storia parlamentare e discusso da un parlamento in cui, se non esiste una maggioranza di governo, manca anche un'opposizione.

Le posizioni ufficiali dei sindacati sulla questione energetica risultano, oltre che dall'audizione del 23 novembre '76 alla commissione industria, dal documento della Federazione Cgil-Cisl-Uil del 9 gennaio '74, dalla piattaforma generale per la vertenza energia della Federazione Cgil-Cisl-Uil dell'11 gennaio '75, dalla relazione e conclusioni del convegno di Ariccia del 4-5 dicembre '75, dal documento della Federazione Cgil-Cisl-Uil sui problemi e la politica dell'energia del 25 ottobre '76.

MA IL SINDACATO E' SCHIZOFRENICO

"I sindacati non si battono per il progresso nella distribuzione, ma per il progresso nella salvaguardia dell'ambiente": la dichiarazione di principio dei rappresentanti sindacali nell'audizione del 23 novembre è netta; come anche la denuncia del sabotaggio delle fonti alternative e dell'inattendibilità del Pen. Già prima, nel documento del 25 ottobre '76, affermavano: "La politica energetica non può esaurirsi in una semplice programmazione di settore. Coinvolgendo aree d'intervento e di ripercussione molto più vaste, essa comporta decisioni di politica economica, scelte di politica industriale che diventano, di fatto, decisioni politiche "tout-court": condizionano cioè lo sviluppo del paese per il prossimo ventennio, determinandone le direzioni di marcia; mutano i rapporti di forza fra i vari gruppi economici, impongono scelte nella stessa politica estera del paese, possono infine modificare a nostro vantaggio o lasciare inalterati gli equilibri su cui di viene delineando la nuova divisione internazionale d

el lavoro". I sindacati ribadivano perciò i "criteri generali" cui s'ispira la loro azione: "La garanzia di uno sviluppo equilibrato, la delineazione di un modello di produzione e di consumi più razionale dell'attuale, a salvaguardia dell'ambiente".

Cos'è rimasto, nella pratica, di questi criteri generali?

Tante raccomandazioni sulle garanzie di sicurezza per le centrali nucleari, sulla diversificazione delle fonti energetiche; l'appoggio al reattore PWR della Westinghouse, e la proposta di ridurre da 20 a 12 le centrali da costruire subito. Ma soprattutto, l'invito ad avviare subito il programma nucleare per non aggravare la crisi del comparto termoelettromeccanico e nucleare. Insomma, una schizofrenia fra petizioni di principio e cedimenti pratici che configura quella "innaturale alleanza tra grande capitale sindacati" che Gian Battista Zorzoli riteneva impossibile nel '75 ("Sapere", giugno '75). Come i loro colleghi tedeschi, francesi, americani e di tutto il mondo, i sindacati "più avanzati d'Europa" si fanno parte diligente dei programmi nucleari italiani. E' pur vero che, in passato, hanno accettato tante Icmesa e non hanno lottato come avrebbero potuto contro l'inquinamento che sta distruggendo il nostro paese.

Stavolta però sono in buona compagnia: con loro c'è tutta la sinistra, grande e piccina, così rispettosa della "storia", cioè del modo selvaggio in cui si è realizzato "necessariamente" in Italia lo sviluppo industriale.

Il Pci, ad esempio, è la pedina decisiva dei sostenitori dell'energia nucleare. Dopo aver contribuito a mantenere il silenzio sul piano di Donat Cattin, quando si sono manifestate le prime proteste popolari si è difeso (come già per il trattato di Osimo) con il vecchio metodo della denigrazione. "Si è creato un blocco eterogeneo - di cui fanno parte Dc locale, agrari, speculatori, gruppo extraparlamentari e radicali - che in queste settimane è sceso in campo per contestare anche la scelta della centrale di Montalto": così "l'Unità" del 31 gennaio commentava la manifestazione del giorno prima a Capalbio contro una possibile localizzazione dell'impianto Coredif. Il 30 gennaio il quotidiano del Pci aveva preso posizione con un articolo intitolato "Dalla centrale nucleare di Montalto un impulso alla ripresa nel Viterbese".

Prima di allora, i pochissimi articoli apparsi sulla stampa comunista si assomigliano molto a pubblicità promozionali delle industrie del settore. Ricordiamo soltanto l'articolo sulla centrale di Caorso ne "l'Unità" del 29 dicembre '76, dedicato alla questione delle filiere, con espressioni tipo "mastodonte della tecnologia", "fiore all'occhiello della Finmeccanica", "legittimo orgoglio per i costruttori".

Su "l'Unità" del 30 dicembre '76 l'on. Silvio Miana, vicepresidente della commissione industria della Camera, tracciava un bilancio dell'indagine conoscitiva da poco conclusa: tutto un invito a procedere rapidamente sulla strada nucleare, sulla base di dodici centrali da costruire subito; e tanti irresponsabili ottimismi sulla possibile competitività dell'industria italiana, sulla possibilità di eliminare le strozzature del ciclo del combustibile (compreso il ritrattamento), sull'utilizzazione futura dei reattori veloci. Oltre, naturalmente, a raccomandazioni sulla sicurezza e lo sviluppo delle fonti "integrative" elencate causalmente: geotermia, rifiuti, carbone, energia solare.

IL COMPROMESSO STORICO E' ANCHE RADIOATTIVO

Lo stesso on. Miana, nell'audizione del 25 novembre '76 alla commissione industria, dichiarava: "Siamo tutti convinti della necessità di reagire con più forza a certe campagne terroristiche, che non avvengono a caso, contro la strategia nucleare in Italia, da parte delle multinazionali del petrolio". Argomentazione che piace anche ad altri dirigenti del Pci: a Barca ad esempio che, in una tavola rotonda del maggio '76 a Torino aveva detto: "Ogni volta che sento questi attacchi sfrenati, spesse volte in buona fede, da gente onestamente preoccupata dei rischi delle centrali nucleari, io vedo sempre la convergenza obiettiva, dico, "obiettiva", con i petrolieri". Almeno, si mettessero d'accordo con il sindacato, i cui rappresentanti nell'audizione del 23 novembre '76 alla commissione industria dichiaravano che "le multinazionali del petrolio sono passate anche al controllo dell'uranio". Chi voglia comunque informarsi meglio sulle contraddizioni del Pci riguardo alla questione energetica, si legga gli atti del se

minario del 30 settembre '75, organizzato dala sezione riforme e programmazione.

Le proteste popolari cominciano a preoccupare le Botteghe Oscure. E poi c'è stato l'incidente di Capalbio: "l'Unità" costretta a pubblicare il 2 febbraio '77 un articolo di Asor Rosa "Sono contro l'impianto di Capalbio" con citazioni autentiche di Berlinguer; e due giorni dopo un'imbarazzata precisazione di Bartolini, vicepresidente della giunta regionale toscana: "Nessun impianto nucleare a Capalbio"; con una messa a punto finale, il 7 febbraio, di Lodovico Maschiella, responsabile del gruppo sui problemi dell'energia della direzione del Pci.

Per Capalbio, passi - dice Maschiella - ma il problema è generale: l'Italia deve fare la scelta nucleare? "Il partito comunista nelle varie sedi, si è fatto carico di questo problema ed ha fatto anche le sue scelte che sono in generale a favore della scelta nucleare e, in particolare, sono a favore della localizzazione dell'impianto Coredif in Italia". Maschiella dice anche che bisogna fare una nuova legge sulla localizzazione delle centrali (ma come, la legge n. 393 non è stata fatta appena un anno e mezzo fa: il Pci non era in parlamento allora?); svicola sulla questione della sicurezza, ripropone il ricatto dei posti di lavoro contro le proteste ecologiche (rara disonestà: come se l'ecologia facesse a pugni con l'occupazione); e infine taglia corto: "Occorre che, in attesa della discussione del piano, vada avanti la costruzione delle quattro centrali nucleari". La chiusa è stalinista: "... il partito comunista si distinguerà non solo da quei gruppi promiscui che a Montalto e Capalbio sobillano la popolazi

one sulla base o di notizie false o di motivazioni terroristiche o di sollecitazioni irrazionale (terrore nucleare) distorcendo i fatti e soprattutto le posizioni del partito; ma il Pci si distinguerà anche da altri partiti ["Psi"] che in Parlamento approvano leggi, ordini del giorno, e in periferia, poi, assumono con grande disinvoltura le posizioni più strane e contraddittorie, creando difficoltà e mettendo in crisi schieramenti politici locali".

Lontano da questa grossolanità, che interpreta poi la linea reale del partito, l'articolo di Giovanni Berlinguer apparso su "Rinascita" del 4 febbraio '77, ultime pagine, titolo anodino: pur favorevole a "poche centrali", in linea teorica è una critica globale allo sviluppo dell'energia nucleare. Ma finora questo inizio di discorso critico non ha avuto seguito.

Resta il fatto inquietante di un partito comunista che contribuisce a mantenere la gente all'oscuro dei termini reali di una scelta così importante; e che ha un sussulto solo quando alcuni suoi esponenti di primo piano, con villa a Ansedonia o Albinia, si trovano a fare materialisticamente i conti con i benefici che la stampa del partito attribuisce all'energia nucleare. Ricordiamo con preoccupazione che "l'Unità" ha pubblicato, insieme a tutti i giornali di regime, la pubblicità criminale: "Su questo giornale abbiamo oggi il dovere di dirvi che i prodotti di 5.000 imprese di Seveso, Meda, Cesano M. e Desio "sono assolutamente sani e sicuri".

Non conta parlare del partito socialista, ridotto ormai ad appendice del Pci, anche a costo di uno sfascio crescente tra i militanti, che ancora una volta si dimostrano molto migliori del vertice e più capaci di autonomia degli stessi militanti comunisti. Gli amministratori locali e la base, infatti, sono generalmente contrari al piano nucleare e partecipano alle lotte popolari in corso.

Straordinaria infine la decadenza del Pdup, ancora una volta costretto su posizioni conformiste dall'opportunismo dei dirigenti e dalla loro marcia di riavvicinamento al Pci. In questi mesi nessun articolo è apparso sul "Manifesto" a proposito del programma nucleare, nulla ha smentito le ridicole prese di posizione del passato che, non solo accettavano il piano nucleare, m davano anche consigli ai capitalisti sulle licenze (Documento preparatorio per il coordinamento energia del Pdup, settembre '76).

Come si fa a sopportare ancora questa sinistra vecchia, che in nome del realismo e del progresso giustifica le distruzioni dell'ambiente e della salute, il saccheggio folle del capitale? Sulla questione nucleare si è realizzato un accordo corporativo tra sinistre, sindacati e padroni: non è un fatto tattico, perché rischia di condizionarci per decenni. Può essere, se non lo battiamo, un tradimento storico delle speranze di socialismo e di liberazione.

1. PREVISIONI DEI CONSUMI ENERGETICI E PROGRAMMA NUCLEARE

AL PRINCIPIO C'E' IL BUIO

(LASCIATE PARLARE GLI ESPERTI DICE LA LOBBY NUCLEARE. E NOI INFATTI ABBIAMO STUDIATO I RESOCONTI STENOGRAFICI DELL'INDAGINE PARLAMENTARE. MA I RISULTATI SONO SCONVENIENTI: IN QUESTA INDAGINE LA MISERIA DEI TECNICI TOCCA IL FONDO)

Il piano energetico nazionale, elaborato da Donat Cattin, approvato dal Cipe nel dicembre '756, giustifica la scelta nucleare con la previsione di un forte aumento dei consumi energetici nel prossimo decennio. Secondo il Pen, i consumi globali di energia cresceranno del 6.5 per cento (ipotesi alta) o del 5.2% (ipotesi bassa) nel quinquennio 1975-'80, e rispettivamente del 7.2% e del 4.8% nel quinquennio successivo. Le stime si basano sull'ipotesi di un aumento del reddito nazionale del 4-5% nel primo quinquenni e del 4-6% nel secondo, con un'elasticità dei consumi energetici rispettivamente dell'1.3% e dell'1.2%.

Ancora più forte l'aumento previsto per i consumi di energia elettrica. Secondo i dati forniti dall'Enel a Donat Cattin, si avrà un aumento medio del 7.2% annuo nel periodo 1976-90 secondo l'ipotesi bassa; e secondo quella alta, del 9.5% per il 1976-80, dell'8.6% per il 1981-85, del 9.0% per il 1986-90. Equivalenti a un consumo di 205-226.4 miliardi di KWh nel 1980, di 290-340 miliardi di KWh nell'85 e di 410-525 miliardi di KWh nel 1990.

Come coprire questi fabbisogni? Il Pen giudica modeste le possibilità d'incremento della produzione idroelettrica e termoelettrica tradizionale, stazionario l'apporto della geotermia, importanti ma non decisivi l'utilizzazione energetica dei rifiuti solidi e il risparmio energetico in generale; non prende neanche in considerazione l'energia solare. Il fabbisogno va coperto quindi con la fonte nucleare che, rispetto alla produzione di energia elettrica, dovrebbe passare dal 2.3% del '74 al 39,5% nel 1985, al 63.6%-66.8% nel 1990; e rispetto ai consumi globali di energia, dallo 0.6% del '75 all'1.0%-1.1% nel 1980, al 13.2%-13.6% nel 1985. Di conseguenza, la quota di energia elettrica rispetto ai consumi energetici complessivi passerebbero dal 25% circa dell'ultimo ventennio al 30% nel 1985.

Il Pen prevede perciò la costruzione di centrali nucleari per complessivi 20.000 Mw. Questo obbiettivo è poi, curiosamente, l'unica spiegazione seria del previsto forte aumento dei consumi elettrici.

Nel corso dell'indagine parlamentare, queste stime sono state ritenute inattendibili. Molti hanno osservato che, ignorando la recessione attuale, si proiettano nel futuro i tassi di sviluppo del decennio del "miracolo" 1950-'60; il Pen, cioè, se critica lo spreco dissennato di energia tipico del passato, lo assume poi come dato definitivo (Bottazzi, Cgil, audizione del 23 novembre '76).

Il presidente dell'Eni, Sette, prevede per il 1977 un incremento della domanda energetica del 2.6% (audizione del 18 novembre '76) Per il vicepresidente del Cnr, Silvestri, il consumo d'energia crescerà del 3.7% l'anno; quello di energia elettrica "probabilmente" a un tasso superiore, ma non sa di quanto: "può darsi benissimo che la richiesta di energia elettrica aumenti, ... oppure che diminuisca" (audizione del 25 novembre '76). Secondo il consigliere delegato della Cge, Paolo Fresco, la domanda di energia elettrica nel prossimo quinquennio crescerà a un tasso equivalente a quello del 1970-75, all'incirca il 4.1% (lettera al presidente della commissione industria, 13 dicembre '76). Nella seduta del 19 novembre '76 Fortuna riferisce altre stime di esperti che fissano al 5.5% annuo il tasso medio di sviluppo della domanda di energia elettrica nel prossimo decennio.

Ma la posizione prevalente è l'imprevedibilità dei futuri fabbisogni. Il sottosegretario alle partecipazioni statali, Castelli, nella seduta del 19 novembre '76, risponde ironicamente a una precisa domanda di Fortuna: "Si tratta di una previsione che incerta misura richiede doti profetiche e, dai tempi di Elia in poi, il mestiere dei profeti è stato sempre pericoloso anche senza il ricorso ai carri di fuoco. Oggi si corre continuamente il rischio di essere smentiti, in quanto soltanto l'astronomo ("l'astrologo?") può prevedere il verificarsi di certi episodi".

Insomma, i consumi d'energia sono come i numeri al lotto: uno tira a indovinarli, e poi sta a vedere se escono. E' la teorizzazione dello sviluppo irrazionale e selvaggio del capitalismo. Persino il presidente dell'Eni, Sette, illuminato al tornaconto aziendale, riesce a dare una lezione di metodo: è azzardato - dice - partire da previsioni incerte, bisogna invece basarsi su linee d'indirizzo qualitative e su ipotesi realistiche delle disponibilità finanziarie per i vari interventi; si tratta insomma di operare scelte qualitative, cioè politiche (audizione del 18 novembre '76). E a proposito dei consumi di elettricità, Sette fa notare che si potrebbero sviluppare a un ritmo impensabile in funzione delle tariffe.

LA CRISI? NON CONTA, DICE L'ENEL

Nessuno però si sogna di legare le previsioni dei consumi a indicazioni di politica economica; al massimo di hanno enunciazioni generiche di buoni propositi.

I rappresentanti dei sindacati denunciano l'artificioso "gonfiamento" delle previsioni (audizione del 23 novembre '76); e nel documento del 25 ottobre '76 presentato alla commissione industria sono ancora più chiari: "Tale sopravvalutazione non è stata un semplice ``errore tecnico''. Essa serviva all'Enel per chiedere aumenti massicci delle tariffe e al governo sia per superare - accontentando apparentemente tutti - il conflitto di interessi scatenatosi all'interno del padronato per la ripartizione (sulla carta) di commesse in parte inesistenti; sia per risolvere, quasi di soppiatto e in maniera autoritaria, il problema delle localizzazione di quelle centrali che saranno veramente costruite; sia, infine, per tacitare eventuali rivendicazioni delle organizzazioni sindacali che, in un piano così ampio, avrebbero visto assicurati e occupazione e sviluppo". C'è dunque il sospetto che non interessi tanto varare subito tutt'e venti le centrali, quanto importare con il ricatto della crisi l'avventura nucleare, anch

e ridimensionata. Poi si vedrà.

Nell'audizione del 17 novembre '76 e nelle risposte scritte inviate alla commissione, il presidente dell'Enel Angelini ribadisce la correttezza delle previsioni assunte dal Pen e rinvia per i dettagli alla "Relazione sui programmi dell'Enel" dell'aprile '76. Il documento contiene una serie di ammissioni: la stagnazione dei consumi energetici nel '75, accompagnata da una diminuzione del 3.7% del prodotto nazionale lordo; n prevedibile aumento del PNL del 2% nel '76, contro la previsione del 4%-5% del Pen; la difficoltà di una previsione corretta della richiesta energetica. Nella relazione si prevedeva comunque una ripresa dell'economia nella seconda metà del '76, e si affermava che i consumi di elettricità non risentono, nel lungo periodo, delle recessioni. La relazione si limitava perciò a prendere atto dello slittamento di un anno del programma nucleare, riaffermandone in toto la validità. Le previsioni saranno esagerate? L'eccesso di offerta è sempre preferibile a una sua inadeguatezza.

Sulla base di questa relazione, Angelini sostiene davanti alla commissione la necessità di non ridurre il programma nucleare, e porta a riprova l'aumento di circa l'8% del consumo di energia elettrica nel '76 (vedi la scheda sulle previsioni dell'Unacel a pag. 44).

OTTO DI PIU', OTTO DI MENO

Donat Cattin si dimostra più accorto. Nell'audizione del 22 dicembre '76 riconosce che le stime del Pen sono contraddette dalla stagnazione dei consumi, e prevede per il prossimo decennio un aumento del 4-5% dei consumi globali di energia, e del 6-7% dei consumi elettrici. Il programma nucleare però non va ridimensionato, Donat Cattin prevede solo un parziale slittamento: 12-13 centrali da realizzare subito, invece di 20, e altre 8 da avviare entro il 1985. Centrali come biscotti: otto di più, otto di meno, così, da un anno all'altro. Che cosa salterà fuori fra due mesi?

E se il programma nucleare non passa? Donat Cattin non vuole neanche pensarci: data l'insignificanza delle fonti alternative, non resta che "l'adozione, in via quasi esclusiva, della scelta nucleare per ogni nuovo fabbisogno di potenza elettrica di base"; se no, si aggraverà la dipendenza dal petrolio. Come spauracchio funziona sempre, tanto più che lo usano le stesse multinazionali del petrolio, né conta che Donat Cattin preveda nel lungo e medio periodo, malgrado il programma nucleare, solo un leggero contenimento delle importazioni di idrocarburi, per i quali anzi auspica "una graduale liberalizzazione dei prezzi". Nel suo piccolo, il ministro realizza la saldatura tra le due prospettive di profitto delle multinazionali; un lato l'affare nucleare, dall'altro, e ancora a lungo, il petrolio. Non è una novità: anche se nella sua versione più ottimistica, il Pen prevede che gli idrocarburi copriranno, nel 1985, il 76% del fabbisogno energetico totale.

L'obiettivo di un aumento forzato della quota di energia elettrica viene duramente criticato dal vicepresidente della Confederazione autonoma della piccola industria (Confapi), Falomo: "I tecnici non solo non prevedono la possibilità di un aumento dell'incidenza percentuale della parte elettrica, ma esistono serie ragioni per presupporre una diminuzione. Un piano energetico che esasperi il problema dell'elettricità è perciò destinato ad essere un quadro del tutto falsato". Falomo prospetta un'alternativa radicale, basata sulla sostituzione graduale dell'elettricità per uso civile con sorgenti termiche dirette (vedi pag. 40).

Questo indirizzo può essere discusso nei particolari, ma va in senso opposto al cervellotico spreco elettrico che l'Enel fa balenare per giustificare la scelta nucleare: generalizzazione dell'uso di elettricità per il riscaldamento, automobile elettrica, ecc.

LA MEDIA E' ALL'ITALIANA

Non è chiaro dunque di quanta energia avremo bisogno nel prossimo decennio. Ma allora, quante centrali bisognerebbe costruire?

"Quattro", secondo i calcoli di alcuni esperti riferiti da Fortuna nell'audizione del 19 novembre '76, che prevedono un aumento annuo del 5.5% della domanda di energia elettrica.

"Otto", ribatte il sottosegretario alle partecipazioni statali, Castelli; anzi "non inferiori a otto" (audizione del 19 novembre '76).

"Dodici" subito e "otto" da avviare entro il 1985, dice Donat Cattin (audizione del 22 dicembre '76).

"Venti", rilancia il presidente dell'Enel Angelini rifacendosi alla delibera del Cipe (audizione del 17 novembre '76).

Speriamo - aveva sospirato Renzo Piga nelle considerazioni inviate alla commissione il 14 dicembre '76 - che non si faccia la solita scelta all'italiana: "quattro (ipotesi primaria) più venti (ipotesi massima) fanno ventiquattro e la media dà quindi dodici!".

La bozza di relazione conclusiva della commissione industria suggerisce: "quattro più otto". Fanno dodici.

2. QUANTO COSTA IL PROGRAMMA NUCLEARE

"L'Espresso" del 16 novembre '75 riferiva che quando Donat Cattin illustrò al consiglio dei ministri della Cee il programma nucleare italiano, lasciò tutti a bocca aperta: "difficile immaginare in che modo il governo italiano sarà in grado di finanziare il programma". In realtà stiamo peggio: non solo non si sa in che modo finanziare il programma, ma se ne ignora il costo.

La storia è vecchia: i grandi manager pubblici e privati illustrano volentieri le virtù delle loro creature - un aereo, una autostrada, una grande pressa - ma quando arrivano ai costi gli casca la lingua.

Per 20 centrali da 1000 MW, il Pen prevedeva una spesa di 9.607 miliardi di lire, sulla base di 420.000 lire a KWe, che fanno 420 miliardi a centrale. Durante l'indagine parlamentare sono stati chiesti calcoli più aggiornati, ma gli interpellati hanno fatto la faccia da poker.

Il presidente dell'Enel ha illustrato la complessità e l'incertezza di una previsione, sia per l'andamento del tasso di inflazione e dei tassi di interesse sui prestiti, che la continua evoluzione della normativa di sicurezza; e per maggiori dettagli ha rinviato alla Relazione sui programmi del'Enel dell'aprile '76. Vediamola: secondo questa relazione, l'incertezza derivante dall'allungamento dei tempi di realizzazione delle centrali, per le difficoltà di reperimento dei siti e le crescenti richieste, è esasperata in Italia dalle "sempre più tenaci opposizioni che si incontrano in sede locale all'ubicazione di nuove centrali nucleari". Si riferisce tuttavia uno studio della Erda (Amministrazione per la ricerca e sviluppo in campo energetico, Usa) dell'ottobre '74: il costo totale di un impianto da 1.000 MW in esercizio nel 1983 sarebbe di 700 dollari/KW, che al cambio di 900 lire fa 630 miliardi per centrale. L'Enel porta perciò la previsione iniziale del Pen a 12.000 miliardi per 20 centrali.

Ma il calcolo non dev'essere tanto sicuro (e comunque superato, tenuto conto che nel biennio '75-'76 i costi sono aumentati del 10%-15% negli stessi Usa); tant'è vero che Angelini, nell'audizione del 17 novembre '76, mette le mani avanti: "In conclusione si ritiene che soltanto attraverso l'effettuazione di nuove gare, nelle quali verrà articolata l'ordinazione delle future centrali nucleari, sarà possibile aggiornare adeguatamente il programma degli investimenti".

Lo stesso aveva detto sei mesi prima Donat Cattin, per una volta d'accordo con il presidente dell'Enel (ma in contrasto con se stesso: nel Pen si esprimeva a favore di una ripartizione degli ordini senza gara): "Se non si va ad un'asta aperta, alla quale partecipino tutti quanti, molti punti interrogativi possono essere posti anche quando si facciano le cose con la massima obiettività" (tavola rotonda del Ceep, Torino maggio '76). Interrogato in commissione industria, ha scrollato le spalle: "E' opportuno, più che dibattere sulle cifre, ottenere una chiarimento di metodo" (audizione del 22 dicembre '76)

GLI ESPERTI GIOCANO A TOMBOLA

800 dollari per KW, azzarda il presidente del Cnen, Clementel, sulla base di una valutazione Usa per centrali da 1.000 MW in esercizio nel 1985: che al cambio di 900 lire fa 720 miliardi a centrale (audizione del 25 novembre '76). Clementel dà poi un'altra stima Usa, riferita a centrali da 1232 MW in funzione nel 1982: 855 dollari KW (superiore alla precedente stima che dava 720 dollari/KW per centrali in esercizio nello stesso anno).

Non più di 600 miliardi per centrale, sostiene invece Puri, direttore generale della Finmeccanica (audizione del 26 novembre '76).

1.000, si lascia sfuggire Dalla Volta, anche lui del gruppo Finmeccanica (audizione del 19 novembre '76).

"Dalla serie di audizioni e interventi - conclude la bozza di relazione preparata da Fortuna - è emersa chiaramente l'inadeguata affidabilità dei dati relativi ai costi di costruzione delle centrali nucleari. Inaffidabilità, o quanto meno incertezza...". E per non essere da meno, riporta un'analisi dell'Istituto di economia delle fonti di energia di Milano (Iefe), peraltro sostenitore accanito del programma nucleare, che oscillare il costo del KWe in Italia fra le 600 le 900 mila lire (600-900 miliardi per centrale). Si chiede comunque al governo una stima più corretta dei costi.

Ma il costo delle centrali è solo una parte di quello complessivo del programma nucleare. Tanto per fare un esempio, secondo l'on. Cacciari (Pci) la questione della sicurezza può portare a un raddoppio del costo delle centrali (seduta del 26 novembre '76). Da parte sua, il presidente dell'Eni, Sette, nell'audizione del 18 novembre '76 affermava che gli investimenti oggi ipotizzabili per il ciclo del combustibile sono dell'ordine di "migliaia di miliardi". Sempre in commissione Industria, l'on. Aliverti (Dc) riferiva che si prevedeva una spesa aggiuntiva di 8.000 miliardi, oltre ai 12.000 necessari per un programma ridotto di 12 centrali (seduta del 18 novembre '76).

Nell'audizione del 25 novembre '76 l'on. Servadei (Psi) chiede: è vero che lo smantellamento delle centrali nucleari (durano solo 25 anni) comporta costi equivalenti a quelli della costruzione? Risponde Giovanni Naschi del Cnen: "Se ci si limita a spostare gli elementi che possono costituire pericolo di danno per le persone, il costo è veramente poco più dell'un per cento. Ma sono anche state fatte esperienze per il ripristino totale dell'ambiente, com'è avvenuto negli Stati Uniti, e in questo caso il costo è paragonabile a quello della costruzione della centrale, visto che si devono fare operazioni inverse a quelle compiute al momento della costruzione. Chiaramente queste sono ipotesi, e di ipotesi se ne possono fare tante. La soluzione più "spontanea", è quella di utilizzare il sito dove sorgeva una centrale messa fuori uso per la costruzione di una nuova centrale".

"Sul costo dello smantellamento delle centrali nucleari - si legge nella bozza Fortuna - non si conosce per il momento quasi nulla, anche perché l'esperienza finora acquisita è quasi irrilevante". Tirando a indovinare, si può dire che il costo è "cospicuo" sicché presumibilmente "verrà preferita pro-tempore la soluzione di affidare all'esercito la custodia delle centrali esaurite. Anche questo, però, è un costo!".

E' COME CON L'ESERCITO, DICE FORTUNA

Oltre al costo di costruzione delle centrali, bisogna dunque calcolare anche gli investimenti per la ricerca e sviluppo, il ciclo del combustibile, lo smaltimento delle scorie radioattive, la sicurezza dei trasporti di materiale fissile, le assicurazioni, gli oneri imposti dalla normativa di sicurezza e dalla salvaguardia (si fa per dire) dell'ambiente, lo smantellamento delle centrali esaurite o obsolete, la denuclearizzazione del sito. Tutti costi sconosciuti, che hanno già messo in crisi, in molti paesi, i programmi nucleari.

Ma leggiamo la bozza Fortuna: "E' chiaro che quando si includono nel calcolo dei costi questo elementi esterni all'economia e contabilità aziendale, si perviene a una nozione di costo che può dirsi ``macroeconomica''. Ora, la convenienza dell'energia nucleare rispetto a quella convenzionale può ovviamente risultare diversa a seconda che si faccia un confronto fra i costi aziendali o fra i costi macroeconomici per il paese". E allora che si fa: sì o no all'energia nucleare? Ma Fortuna sguscia via, e dà i numeri: "L'offerta di energia nucleare non si può ridurre esclusivamente a un problema di convenienza economica, sia pure del tipo più complesso (macroeconomico); ma deve necessariamente e opportunamente tener conto di aspetti qualitativi. Infatti, in ultima analisi, il criterio di convenienza della scelta nucleare può anche essere configurato in un'ottica non dissimile dal criterio sul quale si fonda il budget di investimenti per la Difesa, il quale punta al soddisfacimento di obiettivi puramente qualitativi

, come la sicurezza del paese, e quindi solo vagamente correlabili a precisi criteri di spesa".

Di fronte a simile logica, è inutile chiedere se si ha un'idea di dove andare a pescare gli investimenti necessari (12 mila miliardi, 24.36?). Nessuno infatti sa nulla, e neanche mostra di preoccuparsene. Donat Cattin si limita a ribadire la necessità di aumentare il fondo di dotazione dell'Enel (2 mila miliardi entro il 1980), già deciso, e di fare scattare le tariffe elettriche del 15 per cento l'anno per almeno un quinquennio (il primo aumento è stato deciso dal Cip nell'ottobre scorso): forse, ma c'è da dubitarne, basterà a ripianare il deficit dell'Enel. In verità, il ministro preferirebbe concentrare gli aumenti in due scatti del 25 per cento da un anno all'altro, e ancor più dare a suo piacere le tariffe (audizione del 22 dicembre '76). Accogliendo l'indicazione, la bozza Fortuna auspica il passaggio delle tariffe amministrate alle tariffe "sorvegliate", controllate cioè per eccezione, pur augurandosi l'elaborazione di un qualunque parametro di valutazione senza il quale "l'eccezione" non si avvererà

mai.

Ma pur ripulendo le tasche della gente, non basterebbe neanche a dare il via al programma nucleare. E infatti il presidente dell'Enel Auspica un consistente aiuto finanziario internazionale, sulle orme di Andreotti alla Camera (audizione del 17 novembre '76).

3. I PROBLEMI DELLA SICUREZZA: IL RISCHIO NUCLEARE

L'ATOMO IN CORPO

Parla Clementel, presidente del Cnen. Occhio alle parole: "... non solo in condizioni di normale funzionamento, ma anche in tutte le condizioni incidentali "ragionevolmente" ipotizzabili, nessun danno "di rilievo" può essere provocato al territorio e alle popolazioni". "Tuttavia - aggiunge Clementel - la pratica impossibilità di individuare e quantizzare i meccanismi fisici che potrebbero provocare tali incidenti, vanifica la possibilità di garantire ulteriori riduzioni di probabilità, anche con un ipotetico ricorso a sistemi di protezione aggiuntivi. Per queste ragioni, il rischio associato a tali eventi viene definito "``rischio residuo'' e la sua accettazione è strettamente connessa con la scelta nucleare". Ma questo genere di rischio, ci fa notare il presidente del Cnen, è presente in tutte le attività umane (audizione del 25 novembre '76).

E l'impatto delle centrali sull'ambiente? "Il rischio radiologico - dice Clementel - è praticamente nullo anche per le persone residenti più da presso alle centrali". Riguardo all'impatto termico, è solo "un po' più elevato" di quello di un impianto termoelettrico convenzionale.

"Vi sono poi delle cause esterne - continua Clementel - delle quali è bene tener conto in quanto possono degradare la sicurezza delle centrali elettronucleari. Si tratta di eventi esterni dovuti al fenomeni naturali (sismi o inondazioni) e a manufatti o attività dell'uomo (dighe, aree militari, aeroporti, ecc.). Tra le cause esterne possono anche essere compresi gli atti volontari tesi a danneggiare gli impianti. Ciò comporta la necessità di adeguate misure di protezione fisica degli impianti e delle materie nucleari, anche al fine di evitare la diversione di queste ultime da fini pacifici".

Passiamo al problema dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi, "questo delicato problema irrisolto" come lo chiama teneramente Clementel: "la soluzione ideale è rappresentata dall'eliminazione definitiva dei rifiuti radioattivi". Non c'è chi non sottoscriva questo assioma del presidente del Cnen: peccato che la "soluzione ideale" rientra ancora nella fantascienza. Niente paura, però: "Gli attuali sistemi di stoccaggio ci consentiranno di far fronte "con tranquillità" al problema nel corso dei prossimi trent'anni", anche se bisogna studiare "un sistema di eliminazione definitiva dei rifiuti, perché restano attivi per centinaia di migliaia di anni, e non è pensabile che possano essere predisposte strutture artificiali altrettanto longeve".

Clementel chiarisce poi che, quanto all'impatto delle centrali sull'ambiente, il Cnen si preoccupa solo di far osservare una "fascia di rispetto", adeguata al numero degli abitanti del centro più vicino. Interviene l'onorevole Portatadino, democristiano: "Sinceramente non capisco: mi sembra che un impianto o è sicuro o non lo è, indipendentemente dalla vicinanza di un grande centro". Gli risponde Naschi, sempre del Cnen: "Personalmente credo si tratti essenzialmente di un problema di agibilità, da cui non è certo disgiunto quello della sicurezza e della protezione fisica". Le probabilità d'incidente grave sono di 1 per 100 mila anni: "Al di là di questa percentuale è possibile ipotizzare una concomitanza tale di malfunzionamento che potrebbe provocare un incidente con ripercussioni all'interno degli impianti, ed è in questa eventualità che avere un'area di rispetto vasta sarebbe particolarmente utile, al fine di ridurre al minimo i danni, e di circoscriverli".

Ma che cosa succede in concreto nelle centrali già in funzione, tutte con reattori provati PWR (Westinghouse, ad acqua pressurizzata) o BWR (General Electric, ad acqua bollente)?

"E' molto difficile" - ammette Clementel - "far riferimento ai dati che provengono dalla Westinghouse perché si ha il dubbio che siano distratti in alcuni dettagli, mentre si ritiene che i dati forniti dalla General Elctric siano distratti in altri" (audizione del 26 novembre '76).

UN REATTORE PIANGE, L'ALTRO NON RIDE

Secondo l'amministratore delegato dell'Ansaldo Meccanico Nucleare (Amn) Tasselli, i due reattori sono sostanzialmente equivalenti: "Nessuna tecnologia ha raggiunto quel grado di standardizzazione, per cui si può fare affidamento su un prodotto preciso. Si tratta di una tecnologia in evoluzione, sia per l'uno che per l'altro reattore. "In un anno possono succedere inconvenienti maggiori agli impianti pressurizzati, in un altro anno succedono dei guasti ai reattori bollenti. Il 1976 è stato l'anno nero dei reattori ad acqua bollente. Non è impensabile che il 1977 sia ottimo per i reattori ad acqua bollente e meno buono per i reattori pressurizzati" (audizione del 26 novembre '76).

Nel corso della stessa seduta Fortuna chiede se è vero che nei reattori BWR la quantità di acqua circolante è troppo elevata per permettere un controllo raffinato della chimica dell'acqua, con conseguenti pericoli di corrosione delle tubature e di fuga dei vapori radioattivi. La chimica dell'acqua - risponde Tasselli - è un "problema in corso di sviluppo" sia per i reattori BWR che per i PWR. "Vi sono state alcune rotture su alcuni tubi, peraltro non fondamentali, dell'impianto dei reattori bollenti. Sono state superate. Si stanno manifestando problemi del tutto analoghi sui reattori pressurizzati".

Le notizie di incidenti nei reattori di un certo tipo vengono fuori solo quando ci si deve difendere dalla concorrenza (la Amn è licenziataria dei reattori BWR). Lo stesso infatti fa il consigliere delegato della Cge, Paolo Fresco.

Sottoposto a contestazioni sulla sicurezza dei reattori BWR durante l'audizione del 2 dicembre '76, Fresco preferisce rispondere per iscritto. E con lettera del 13 dicembre '76 al presidente della commissione industria canta: "Fenomeni di fessurazione in certi tipi di tubazioni in acciaio del circuito primario sono stati segnalati in alcune centrali negli Stati Uniti (nessuno in Europa). Un programma di studio sull'argomento è stato immediatamente varato ed è in fase di conclusione presso la General Electric; fra le varie possibili cause del fenomeno anche la chimica dell'acqua, cioè la decomposizione dell'acqua in radicali liberi di idrogeno o ossigeno con conseguenti processi corrosivi, è stata presa in considerazione.

"Tutte le centrali (11 unità) che hanno subito fermate nel '74 e '75 a scopi di ispezione e verifica, sono tornate operative nel '76, come è dimostrato dal buon tasso di funzionalità delle centrali BWR nel 1976.

"A conferma che i sistemi BWR sono sicuri va sottolineato che nessun rischio alla sicurezza degli impianti è derivato dagli inconvenienti incontrati nel '74 e '75, grazie all'intervento automatico dei sistemi di controllo e segnalazione delle anomalie.

"L'attuale opinione degli esperti della General Electric su questo argomento è che per tubazioni di determinate dimensioni e destinate a specifiche funzioni si raccomandino alcuni miglioramenti. Il problema viene cioè localizzato e circoscritto alle caratteristiche metallurgiche di alcuni componenti impiegati, più che coinvolgere il principio di funzionamento del reattore ad acqua bollente.

"Ci troviamo di fronte a un inconveniente di carattere tecnico, che i tecnici della General Electric hanno eliminato laddove si è manifestato, mentre sono in via di definizione i provvedimenti da mettere in atto per una sua definitiva esclusione dai reattori BWR.

"Che la validità tecnica del BWR non possa essere messa in dubbio a partire da fenomeni di questo tipo, come da alcuno si è tentato di fare, è provato dal fatto che difficoltà interessanti le tubazioni di scambio termico impongono, secondo recenti informazioni, la sostituzione degli scambiatori di calore in ben 18 impianti PWR".

Nell'audizione del 26 novembre Fortuna chiede ai rappresentanti dell'Iri: il reattore BWR produce vapori ce con un unico circuito vanno in tutte le componenti della centrale, sia nell'isola nucleare che nella parte convenzionale, e diventano quindi radioattivi, impedendo il necessario lavoro di controllo e manutenzione durante il funzionamento delle centrali. Che cosa significa in termini di sicurezza?

MA E' SOLO UNA QUESTIONE DI OTTICA

Risponde Tasselli, amministratore delegato dell'Amn: "In condizioni normali di funzionamento il tasso di irraggiamento nella sala turbina è maggiore per il reattore ad acqua bollente, rispetto al pressurizzato. Nessuna persona però entra mai, per nessun motivo, con il reattore in funzione, in questa sala, che è completamente schermata. Quando occorre procedere alla manutenzione della turbina, si svuota l'impianto. La situazione è completamente rovesciata (per il PWR): esiste un problema di formazione del trizio, che va a depositarsi nell'impianto secondario dei reattori pressurizzati, che porta a livelli di irraggiamento, più alti nel pressurizzato che nel bollente. Questo è facilmente dimostrabile. Il fatto che il tipo di struttura tecnica dei reattori bollenti impedisca in qualche modo la manutenzione è caso mai rovesciato".

Qui Tasselli teme di essersi spinto troppo in là: "Non voglio insistere sul rovesciamento: sono accettabili tutt'è due i sistemi, in situazioni completamente diverse. Questi dati oggettivi possono essere interpretati malissimo, se vengono presentati in un'ottica sbagliata!".

Poi però ribadisce, sempre per difendere il BWR, le critiche al reattore della Westinghouse: "Si è parlato del vantaggio del pressurizzato per i due circuiti, che danno maggiore sicurezza in linea filosofica. E' vero anche l'opposto. C'è un vantaggio tipico del reattore ad acqua bollente da questo punto di vista: il funzionamento normale è previsto con vapori primari che vanno in turbina, e tutta la struttura del reattore e dell'impianto è costruita per funzionare bene in questa ipotesi. Se c'è una riga nel generatore del vapore nel reattore pressurizzato, questa condizione si traduce in un incidente, che è più difficilmente trattabile che non nel BWR" (audizione del 26 novembre '76).

Analoga la risposta del consigliere delegato della Cge, Paolo Fresco: "Nel suo rapporto Nureg 0109 la Nuclear Ragulatory Commission confronta i reattori BWR e PWR in Usa con riferimento alla esposizione radioattiva media annuale. Per fornire qualche cifra significativa, nel 1970 i reattori BWR registravano un'esposizione media di 130 Rem-uomo/anno-reattore, contro 599 dei reattori PWR. Nel 1975 i BWR totalizzano 507 Rem-uomo/anno-reattore, i PWR 309.

"Come si vede, l'esposizione è fluttuante a livelli molto bassi se si considera che queste dosi si sono distribuite su un numero medio di 578 addetti per reattore nel 1975. Si può quindi concludere che i reattori nucleari, il BWR fra questi, sono sicuri e che l'irrilevanza delle modalità di funzionamento addotte (vapori radioattivi in turbina e composizione chimica dell'acqua) agli effetti della sicurezza dell'impianto BWR è dimostrato dall'evidenza sperimentale" (lettera alla commissione industria 13 dicembre '76).

L'uomo della General Electric passa quindi alle prestazioni dell'impianto, e in particolare al numero e alla durata delle fermate che influiscono sull'economicità di gestione: "Il discorso diventa più articolato sul piano delle prestazioni dell'impianto. In una centrale elettrica, l'economicità di gestione è in larga misura dipendente dalla capacità di contenere il numero e la durata delle fermate. La presenza di sostanze radioattive in turbina richiede che ogni intervento di manutenzione o riparazione delle macchine sia preceduto, nell'impianto BWR, da un periodo di arresto durante il quale ha luogo la neutralizzazione per decadimento dei residui radioattivi. Ma questa circostanza non determina alcun allungamento dei tempi morti e alcuna penalizzazione economica in quanto la radioattività da N16 (isotopo radioattivo dell'azoto) decade con costante di decadimento dell'ordine dei secondi ed ha agio di avvenire quindi nel lungo periodo di tempo, dell'ordine di qualche ora, necessario per il raffreddamento dell

e macchine, di qualunque tipo di reattore si tratti.

"Il tasso di funzionalità (availability) del reattore BWR non è quindi condizionato, in alcuna misura, dai vapori radioattivi in turbina. Essi non hanno impedito, per esempio, ai reattori BWR della General Electric di registrare nei primi 10 mesi del 1976 una funzionalità media del 69.1%, superiore al 67.0% dei reattori PWR.

"D'altro lato, quando si considera che il tempo medio di fermata della centrale per la ricarica del combustibile e la contemporanee manutenzione generale che viene programmata su base annuale è di 87 giorni per i reattori BWR e 92 giorni per i PWR è pretestuoso e privo di significato pratico correlare la funzionalità dell'impianto a fenomeni transitori e di brevissima durata come la radioattività da N16 nella turbina".

Nell'audizione del 25 novembre '76 l'on. Portatadino (Dc) nota con sorpresa che nel corso dell'indagine nessuno ha precisato a quali criteri di sicurezza dovranno attenersi le industrie italiane nella costruzione delle centrali. Nella stessa seduta Naschi, del Cnen, riconosce che "in un paese che si appresta ad avviare un programma nucleare occorre il possesso pieno di questi criteri, in quanto non è possibile andare a rimorchio delle normative di altri paesi, perché bisogna capire ciò che si vuole".

Non insistiamo su questo argomento: se non è possibile dimostrare con assoluta certezza la pericolosità dei reattori provati, è anche vero che è praticamente indimostrabile la loro completa affidabilità. Ognuno, su questo punto, può farsi dunque le idee che vuole: noi riteniamo inaccettabile proporre alla gente di esporsi a quell'indefinibile "rischio residuo" che se veramente si verificasse avrebbe effetti catastrofici. E bisognerebbe valutare anche che i pericoli che in altri paesi possono rimanere a lungo "teorici", possono verificarsi molto prima e molto più facilmente in un paese sgangherato come l'Italia.

Preoccupa inoltre il problema dell'inquinamento termico e radioattivo che le centrali possono riservare sull'ambiente. Ma neanche su questo punto s'è fatto un minimo di chiarezza: il materiale raccolto dalla commissione industria è al riguardo veramente indigente. E' grave perciò che partiti e sindacati abbiano deciso l'avvio del programma nucleare in mancanza di serie informazioni e garanzie in materia.

Ma su un punto certamente il piano nucleare non sta in piedi: il ciclo del combustibile e soprattutto il problema delle scorie radioattive. Qui non è più questione di opinioni, ma di dati di fatto: non solo il ciclo del combustibile presenta, anche a detta dei filonucleari alti pericoli di inquinamento radioattivo; ma non si ha la più pallida idea di come salvaguardare il pianeta dai pericoli apocalittici rappresentati dal plutonio (che resta radioattivo per decine e centinaia di millenni). Finora i paesi che hanno intrapreso l'avventura nucleare hanno di fatto deciso di lasciare in eredità questo problema alle generazioni future.

E' difficile definire, sul piano politico e umano, l'"esperto" socialista Gherardo Stoppini che scrive: il plutonio? "è pericoloso, ma si sa perfettamente come si deve trattarlo, si conoscono le precauzioni, i metodi e gli eventuali rimedi" ("Mondoperaio", dicembre '76).

E che dire dell'amministratore delegato dell'Amn, Tasselli? Quali scorie, dice, c'è solo ricchezza: "Il problema è che gli elementi di combustibile dei reattori ad acqua leggera non sono intrattabili da impianti funzionanti; "quindi non esistono scorie". L'unico impianto funzionante, ma nella fase di prova, è francese. Il governo americano ha deciso di non procedere su questa linea e ha bloccato tutte le licenze di costruzione di impianti di riprocessamento. Le considerazioni che hanno portato a questa decisione sono che, una volta messa a punto questa tecnologia, essa si diffonde al di fuori dei confini degli Stati Uniti e alla fine, se adottata da paesi politicamente incontrollabili, può portare alla costruzione della bomba. Vi è poi una considerazione economica per cui il valore del plutonio e dell'uranio esistenti negli elementi irraggiati, non si deprezza e il tasso di svalutazione della moneta è tale che, confrontando con gli oneri passivi del capitale inutilizzato, non dà luogo a una perdita notevole:

è un valore che sarà rimesso in banca e che verrà ripreso con gli interessi al momento che servirà" (audizione del 26 novembre 1976).

Tasselli non spiega come mai, se il plutonio è un valore da capitalizzare in banca, francesi e tedeschi rifiutano di stoccare sul proprio territorio i rifiuti delle nostre centrali (Vaudo, esperto della Confindustria, adizione del 1 novembre '76).

Bisogna distinguere - raccomanda Naschi, del Cnen - tra i rifiuti prodotti dalle centrali e quelli degli impianti di ritrattamento. I primi non fanno che aggiungersi ai tanti materiali prodotti dagli istituti e dalle cliniche universitari che usano radioisotopi e dai laboratori di ricerca: "Il paese ne è pieno, ma la loro sistemazione non costituisce un problema". Basta trovare un terreno fornito dei requisiti necessari: "Da oltre un anno stiamo cercando qualche sito, ma per ora la ricerca è stata infruttuosa". Quanto alle scorie degli impianti di ritrattamento, Naschi accenna a vari progetti, ad esempio la distruzione con energia nucleare "per portarli a un livello di durata nel tempo più accettabile rispetto alle migliaia e centinaia di migliaia di anni di cui si parla". E per finire ricorda che, non esistendo una soluzione, in tutto il mondo fervono le indagini (audizione del 25 novembre '76).

Abbiamo già citato l'intervento in commissione del presidente del Cnen; il suo vice, Salvetti, in uno dei seminari organizzati dal Ceep nella primavera del '76 a Torino, ha trattato così la questione: il ritrattamento dei combustibili irradiati è il "collo di bottiglia" dell'energia nucleare; oggi come oggi, in Europa non c'è nessun impianto funzionante, e anche gli impianti Usa sono in crisi. "Grosse imprese come la General Electric hanno fallito nell'impresa; dopo aver speso alcune centinaia di milioni di dollari si sono dovute ritirare, le difficoltà sono enormi. Si tratta di trattare a livello di chili quello che i fisici e i chimici conoscevano a livello di microgrammi: è stato uno degli elementi che ha prodotto grossi guai". C'è poi il problema dello stoccaggio dei rifiuti, uno degli argomenti usato dagli antinucleari: "argomento inconsistente, comunque", "un problema che si può ritenere risolto sul piano tecnico, anche su larga scala".

Gesù: è a questa gente, cioè al Cnen, che spettano la vigilanza, l'ispezione e l'attuazione di tutte le norme di sicurezza; con l'assurdo, oltretutto, di affidare il controllo del programma nucleare a un ente che ne è anche promotore.

La commissione industria ha acquisito un rapporto redatto dalla Commissione francese dell'economia e della programmazione dopo una missione in Usa e Canada nel settembre '75 (Sénat, Documents Parlamentaires, sess. ord. 1975-76, n. 146). Sui problemi del ritrattamento e dello stoccaggio delle scorie emergono forti perplessità. Gli esperti - riferisce il rapporto sono in disaccordo su un punto importante: se cioè conviene seppellire le scorie senza possibilità di sorveglianza e di recupero, o se è preferibile invece uno stoccaggio controllabile e accessibile. gli organismi Usa competenti hanno stabilito di seppellire e scorie in cavità geologiche profonde e stabili, che permettano però un eventuale recupero quando, tra 20 o 30 anni si spera, matureranno le tecniche di ritrattamento. Il rapporto rileva anche che l'Epa, l'ente federale Usa per la protezione dell'ambiente, si è espresso contro il deposito in mare delle scorie ad alto tasso di radioattività: i contenitori, immersi a 1000 metri di profondità al lar

go della costa atlantica (S. Francisco) hanno rivelato agli esami di risentire della corruzione e della pressione del mare. Il rapporto nota infine che il problema dello stoccaggio è più difficile in Francia che negli Stati Uniti, che dispongono di vaste zone disabitate e anche di località già contaminate dalla esplosioni nucleari sotterranee...

Nessun chiarimento è venuto alla commissione industria sui pericoli derivanti da cause esterne: terremoti e inondazioni, ad esempio, che non solo sono frequenti in Italia ma risultano sempre aggravati dalla degradazione ambientale e dall'indifferenza dei pubblici poteri. Anzi, si pensa ancora a localizzare qualche impianto nel Friuli.

L'indagine ha anche trascurato le possibili implicazioni politiche, poliziesche e militari dei sistemi di controllo necessari per far fronte ai rischi di sabotaggi, furti di materiale radioattivo, mercato nero del combustibile. Si sa che il plutonio può essere facilmente usato per fabbricare bombe atomiche, o anche da solo come arma di ricatto. E in Italia qualcuno ci ha già pensato: nell'ottobre '74, dinanzi alla commissione difesa della Camera riunita in sessione speciale, Andreotti, allora ministro della difesa, raccontò di un piano eversivo che prevedeva "la tremenda minaccia dell'uso terroristico di materiale radioattivo, persino con l'inquinamento di acquedotti, studiato analiticamente e da realizzare con il furto di detto materiale presso un centro del Nord Italia" (G. Tenaglia in "Chi ha paura del sole. Problemi e limiti della scelta nucleare", Mazzotta, 1976). Vogliamo affidare il plutonio all'antiterrorismo e al Sid? Piazza Fontana sarebbe un dolce ricordo.

Per finire, l'indagine parlamentare non ha discusso seriamente neanche il problema della proliferazione mondiale di armi atomiche, conseguente all'avvio di programmi nucleari nella maggioranza dei paesi. In realtà, è impossibile controllare questo fenomeno senza un blocco delle esportazioni di tecnologia o anche solo di centrali nucleari da parte degli Usa e dei pochi altri costruttori. Gerald Ford, nella dichiarazione del 28 ottobre '76 sulla politica nucleare, ha affermato che "l'accumulazione di plutonio sotto il controllo nazionale è un rischio primario per la proliferazione", ma si è limitato a sospendere la concessione di licenze per attività nazionali di ritrattamento delle scorie, e a fermare tali attività anche in Usa.

Attenzione, però: questa battaglia a parole contro l'"uso non pacifico" dell'energia nucleare è una mistificazione che ne occulta la funzione strutturalmente "non pacifica". I programmi nucleari infatti richiedono il massimo accentramento del potere energetico; nello stesso tempo le necessità di difesa attiva e passiva dal pericolo di attentati e furti portano a un'organizzazione autoritaria e paramilitare del settore nucleare, con tendenza a farne un corpo separato.

Nella bozza Fortuna c'è solo un'eco di questi problemi, e un grande ottimismo: "L'energia nucleare ha il vantaggio di provocare un inquinamento chimico trascurabile: vi sono peraltro potenziali pericoli la cui valutazione pone vari problemi (...). La maggioranza dei tecnici e degli studiosi assicura l'altissima sicurezza degli impianti nucleari e delle operazioni di trasporto e trattamento dei residui radioattivi. Ma vari critici, soprattutto negli Usa, contestano (...).

"La commissione ha comunque constatato che è emersa dalle audizioni l'opportunità di chiarimenti intorno all'intera problematica della sicurezza, con particolare riferimento allo smaltimento delle scorie e ai trasporti di materiali radioattivo, per il quale appare altresì urgente una apposita e più aggiornata regolamentazione legislativa".

Si accetta quindi la "fatalità" dello sviluppo nucleare, limitandosi a chiedere una "breve riflessione" dopo l'avvio delle prime otto centrali: una pausa che dovrebbe servire anche (o soprattutto?) ad accorciare l'iter di individuazione dei siti, oggi troppo lento anche rispetto a paesi "dove la contestazione antinucleare è assai più forte che in Italia".

Vuol dire: partiamo subito, e alla sicurezza ci pensa dio.

 
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