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Rodota' Stefano - 5 aprile 1977
PERCHE' CE L'HANNO CON LORO
di Stefano Rodotà

SOMMARIO: Si domanda perchè tanta ostilità contro i radicali che diversamente dagli altri gruppi minoritari hanno una fiducia "quasi commovente" nei confronti delle istituzioni. Viene allora il sospetto - scrive Stefano Rodotà - che ci si scagli contro il gruppo radicale solo perchè non è rivestito da alcuna insegna del potere. Con tutte le chiacchiere che si fanno sul pluralismo, proprio nel Parlamento bisogna dimostrare di saper rispettare le idee e i comportamenti di chi dissente. Risponde infine positivamente alla domanda circa la proporzione fra strumenti e fini nella iniziativa dei radicali a favore degli agenti di custodia.

(PANORAMA, 5 aprile 1977)

L'episodio del ritiro delle dimissioni da deputato di Emma Bonino non può essere confinato nel folclore politico, nè valutato solo per le reazioni tra il sentenzioso e l'isterico che ha provocato. Deve essere considerato con particolare attenzione oggi che, dopo tante speranze, ci si domanda di nuovo se abbia davvero significato quel che accade in parlamento. I radicali continuano la loro guerriglia non violenta, tanto più difficile da condannare quanto più rivela una fiducia nelle istituzioni che, di questi tempi, può sembrare persino eccessiva. I radicali non rifiutano queste istituzioni e questo Stato: al contrario, continuano in modo commovente a fidarsi del parlamento, a presentare proposte di legge, a rivolgersi al presidente del Consiglio.

Il fastidio verso i loro atteggiamenti, quindi, non può avere le stesse ragioni che determinano l'ostilità dei grandi partiti verso altri gruppi minorati che predicano l'abbattimento dell'ordine esistente.

GUARDARSI INTORNO

Prima di definire sbrigativamente alcune loro azioni come attentati alla dignità del parlamento, bisognerebbe avere l'onestà, o il pudore, di guardarsi intorno.

Entrano a Montecitorio e a palazzo Madama uomini notoriamente impegnati in incredibili maneggi, ex-ministri riconosciuti mafiosi da sentenze della magistratura. Siedono al banco del governo ministri che, con faccia tosta pari al disprezzo per i diritti dei parlamentari, tengono nei cassetti interrogazioni scottanti a cui si guardano bene dal rispondere. Ebbene, c'è mai qualcuno che grida buffone, pagliaccio, mascalzone all'indirizzo di questi signori e ne chiede la cacciata dal parlamenti?

Viene allora il sospetto che ci si scagli contro il gruppo radicale solo perchè non è rivestito da alcuna insegna del potere. Ma i radicali si richiamano a norme e consuetudini pienamente in vigore. Usano un regolamento della Camera scritto da pochi anni fa anche per dare maggior peso ai gruppi parlamentari e garantire meglio i diritti delle opposizioni. Nessuno, quindi, può scandalizzarsi del fatto che vogliano servirsi fino in fondo di strumenti legalmente a loro disposizione.

Il problema non tocca soltanto i radicali, ma riguarda il modo stesso in cui debbono essere salvaguardati i diritti dei dissenzienti, delle minoranze libertarie che siedono in parlamento. In un momento in cui sono fortissime le spinte verso la disgregazione sociale, le possibilità di sopravvivenza del parlamento sono legate, più che a recuperi di efficienza, alla provata capacità di rappresentare pienamente tutti coloro che accettano le regole del gioco democratico.

Con tutte le chiacchiere che si fanno intorno al pluralismo, è bene ricordare che proprio nel parlamento si dà la prima prova della volontà concreta di comportarsi da pluralisti. E questo si fa anzitutto rispettando idee e atteggiamenti altrui, accettando il dissenso in tutte le forme in cui si manifesta.

Il gesto di Emma Bonino, però, pone problemi anche ai radicali. Non si può ignorare che la presentazione delle dimissioni è venuta dopo più di due mesi di digiuni, che non erano serviti ad accelerare i provvedimenti a favore degli agenti di custodia delle carceri. Si stanno dunque logorando i mezzi tradizionali dell'azione radicale?

Ripetere sempre gli stessi gesti può creare assuefazione, l'opinione pubblica non reagisce al ventesimo digiuno come al primo. Ecco la necessità di alzare sempre più la voce, di cercare il gesto sempre più clamoroso: e le dimissioni da deputato rappresentano il massimo che si potesse fare.

Ma già ci si può chiedere se gli strumenti adoperati dai radicali siano proporzionati ai fini da raggiungere. In altri termini: è ragionevole presentare, e poi ritirare, le dimissioni da deputato per una faccenda di guardie carcerarie?

Se si considera che da anni le carceri sono fonti di tensioni gravissime, che si diffondono poi nella società, la risposta non può essere che positiva. E c'è una questione più generale. Quando anche i fatti secondari diventano la spia sicura di una cattiva volontà politica, si dev'essere pronti alla durezza e all'intransigenza in ogni occasione. Altrimenti s'innesca di nuovo la spirale dei cedimenti e dei compromessi che distrusse il centro sinistra.

 
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