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Ramadori Giuseppe - 20 settembre 1977
IL PARTITO RADICALE VERSO IL CONGRESSO (13)
Giuseppe Ramadori, Roma,

del consiglio federativo nazionale del PR

SOMMARIO: L'organizzazione di un partito è importante quanto le sue battaglie. Il PR ha vinto le sue proprio perchè non organizzato come un partito classico. Serve farlo? Malintesi fra gruppo dirigente e dissenzienti. Bilanci preventivi, stampa, rapporto gruppo parlamentare-partito.

(ARGOMENTI RADICALI, BIMESTRALE POLITICO PER L'ALTERNATIVA, Agosto-Novembre 1977, n.3-4)

E' difficile poter analizzare con precisione e pertinenza, in una breve nota, l'attuale situazione del partito in relazione alla crescita interna ed alla situazione politica generale. E' difficile soprattutto perché ancora troppo vicini al successo della battaglia per gli otto referendum e per i gravi e pressanti problemi della gestione di tale vittoria.

Come sempre, e forse giustamente, gli obiettivi politici immediati non ci consentono una riflessione, un esame ed una proposta che vadano oltre l'urgente problema di sopravvivenza da risolvere, per farci affrontare e discutere l'organizzazione e la crescita, in una parola la vita, del partito.

E' quindi senz'altro utilissima ed importante iniziativa politica, il dibattito che su questi problemi ed in particolare sulle strutture del partito, "Argomenti Radicali" ha aperto in questo numero, in occasione del prossimo congresso annuale. A partire da questo contributo e da altri elementi il dibattito ha la possibilità di svilupparsi, anche se non in questa sede, ampio e forse esauriente.

L'unico rischio è che rimanga un dibattito teorico sui massimi sistemi di politica e dell'organizzazione dei partiti, non calato nella realtà odierna del Partito Radicale o, anzi, meglio ancora, nella realtà dei radicali e delle battaglie radicali. Perché ciò non accada è necessario legare saldamente il dibattito e gli obiettivi di questo dibattito, alle realtà su cui si muovono i radicali ed alle battaglie radicali che concretamente hanno mobilitato l'area radicale nel paese e comunque a quest'area hanno acquisito adesioni e militanze.

Ed allora, prima di tutto bisogna porsi il problema se l'organizzazione del partito, od un partito organizzato, o comunque il Partito Radicale, alla cui crescita o formazione sono interessati i protagonisti del dibattito, sia o meno utile al tipo di battaglie radicali che hanno coinvolto, e coinvolgeranno il paese, sino ad ora con grande successo, sempre vincenti ed aggreganti per tanti cittadini che scoprono proprio con le nostre battaglie, la loro disponibilità, anzi la loro necessità di essere radicali e di battersi per la società nuova, socialista, libertaria, non violenta, che è l'alternativa a quella attuale.

Per risolvere questo problema, (che può sembrare inesistente per chi in maniera sillogistica dà per scontata l'esistenza e la necessità di un'organizzazione di partito per il solo fatto di aver organizzato e partecipato a battaglie politiche, magari con le insegne e la "ditta" del partito) occorre partire da una attenta e spregiudicata analisi sull'esistenza di un'organizzazione di partito e comunque di quale tipo di partito, in questi anni di vincenti battaglie radicali. E ciò mettendo da parte ogni sentimentalismo o paraocchi ideologici. Io ritengo, e penso di non essere il solo a pensarla così, che sino ad oggi non solo non è esistita ma si è operato per non far esistere fra i radicali una qualsiasi struttura paragonabile o simile ad una organizzazione di partito, nel senso comunemente inteso, di partito libertario, o di partito tradizionale, sia di tipo social democratico o leninista.

E' stato un bene o no? Non possiamo dare una risposta teorica o di principio, ma solo legata alla nostra realtà. E nei fatti è stato un bene: le vittorie radicali si sono conseguite con quella massa di radicali e di cittadini, non organizzati in partito od in struttura di

partito, che si sono assunti l'onore e l'obiettivo che il progetto radicale del momento richiedeva. Non è esistita fra questi radicali, e tanto meno fra i cittadini toccati dal progetto, nemmeno un'omogeneità politica di fondo, totale o complessiva, sugli obiettivi politici. Vi è stata omogeneità solo per quel progetto, per quella battaglia, per quella mozione approvata dal congresso annuale con una certa maggioranza.

Forse, anzi sicuramente, una diversa organizzazione, una struttura di partito anche libertaria, avrebbe rallentato e forse impedito il successo delle nostre battaglie che, è bene chiarire ed evidenziare a voce alta, e non solo nel nostro intimo, non sono state il successo di un partito e della sua organizzazione, ma bensì il successo dei radicali e dei cittadini che si aggregavano e si battevano per quella battaglia e per quel progetto, ed in primo luogo di quei radicali, con carisma o senza, ma comunque "eletti" per condizioni di vita, sociali, di cultura, di sentimenti od anche d'amore, che inventavano, vivevano e drammatizzavano modalità e contenuti delle lotte.

L'obiezione di coscienza, il divorzio, il voto ai diciottenni, l'aborto, lo sfondamento del muro del silenzio nei mezzi di comunicazione (cosa essenziale per le battaglie radicali), le 700.000 firme per gli otto referendum, i 4 deputati in parlamento, potevano ottenersi con un partito perfettamente organizzato, ma senza i digiuni di Marco, la galera di Gianfranco, la pratica costante del reato di Adele e di Emma nel fare aborti!

Quanti dirigenti o militanti di partito sarebbero occorsi per ottenere, alla televisione, il successo di un intervento di Marco! La scelta ed il dramma sta proprio qui, poiché nessuno di noi è disposto ad accettare razionalmente questa situazione, anche se la vive tutti i giorni e se ne rende corresponsabile accettandola e praticandola; poiché un'altra grande verità è che questa situazione, questa scelta, questo modo di essere di tanti radicali, è un disegno politico vincente, almeno sino ad oggi, nonostante i nostri drammi personali, le nostre sofferenze, i nostri dubbi sulla legittimità di certe violenze che, grazie anche a noi, questo modo di far politica opera sui compagni. Alcuni di noi arrivano ad annullarsi, nel loro attivismo di tutti i giorni, credendo così di non avere responsabilità di scelta, altri cavalcano la tigre dell'iniziativa e della mobilitazione, altri ancora, partecipano e vivono la politica radicale limitatamente all'iniziativa con cui concordano attuandola con i mezzi e gli strumenti

a loro più congeniali, intendendo per partito libertario un partito in cui si dà quel poco che si ritiene dare, non in proporzione agli sforzi degli altri, ma in cui i frutti (successo politico, culturale, professionale, e perché no anche salottiero e di società) si ripartono a piene mani in proporzione inversa a quella che si è dato. Nonostante tutto ciò, ed anzi proprio con questa aggregazione, le battaglie radicali hanno vinto nel paese e c'è la possibilità che il disegno politico radicale passi e coinvolga, dal basso degli elettori, dai cittadini, i partiti di sinistra.

Ed allora serve o non serve organizzare questo Partito Radicale? O è necessario invece reinventare tutto: studiare e trovare soluzioni adeguate ad un rapporto nuovo e diverso tra progetti, battaglie radicali e cittadini e militanti?

Temo che incentrare il discorso solo sull'organizzazione, sullo stato del partito nasconda la volontà di dare vita ad un discorso di opposizione all'attuale dirigenza del partito, senza affrontare apertamente il problema. Questa sarebbe senz'altro la strada più sbagliata, poiché il problema importante dello stato del partito e della sua organizzazione, della necessità che si organizzi, verrebbe strumentalizzato ad un altro importantissimo problema, quale quello della direzione e delle scelte politiche, ed un accordo su questo (sempre possibile ed auspicabile) farebbe cadere insoluto, come è accaduto altre volte, il problema che ci perseguita da sempre e che rischia di non essere più un problema, ma solo una palestra-parcheggio; l'organizzazione e lo stato del partito, e soprattutto se è necessario, organizzare e dare strutture a questo partito.

Se non si risolve questo problema, dissensi, frazioni, malintesi, rimarranno sempre in superficie. Da una parte il gruppo dirigente con la tentazione di organizzare non le strutture del partito, ma il consenso alle proprie scelte, ed il lavoro per attuarle; dall'altra parte i dissenzienti che invece di proporre linee ed obiettivi politici diversi su cui confrontarsi, si nascondono dietro problemi di organizzazione e di strutture per paura (non del tutto infondata) di essere massacrati nello scontro in campo aperto, con i leader, forti del loro "carisma".

Speriamo che questa sia la volta buona, occorre arrivare al congresso di novembre con un dibattito avviato (e poiché sembra che non vi saranno cerimonie e riti, anche per l'assenza di personalità prestigiose, forse sarà possibile proseguire il dibattito con più attenzione). Certo anche questo congresso assembleare, da pontificale solenne, va cambiato; la partecipazione aperta a tutti gli iscritti va confrontata con una maggiore responsabilità e rappresentatività dei partecipanti. Sino ad oggi si è voluto un congresso poco responsabile e più rappresentativo per l'esterno, per farne occasione di rilancio e di cassa di risonanza del partito. Ma anche questa prassi, difforme dallo statuto, va smessa, se si ritiene che non ci sia più bisogno di presenze ed interventi scenografici per interessare stampa ed opinione pubblica, ai nostri lavori. Ma potrebbe ancora prevalere la tesi che il congresso non serve tanto all'interno del partito, quanto all'esterno come occasione di mobilitazione dell'opinione pubblica e de

i cittadini. Ed anche questa è cosa da discutere e da scegliere, e non da accettare, perché anche da qui passa il rapporto nuovo da studiare e da inventare che collega la battaglia ed i progetti politici radicali, ai cittadini ed ai militanti, rapporto che non possiamo dare per scontato essere quello classico del partito più o meno tradizionale.

Vengono poi tanti altri problemi che è impossibile affrontare qui: 1) il più importante è quello del finanziamento e della sua organizzazione. Valgono alcune osservazioni. Per rilanciare e rendere effettivo l'autofinanziamento bisogna crederci e praticarlo non

soltanto nelle entrate ma anche nelle uscite. Bisogna spendere in relazione a quello che si è programmato e deciso di spendere, e non farsi prendere la mano, anzi il portafoglio, dalle uscite non più controllabili, altrimenti sono queste e non la tesoreria a fare la politica finanziaria del partito.

A tale fine sono essenziali i bilanci preventivi, magari semestrali o per progetti, ma comunque con dei limiti di spesa, soprattutto per l'ordinaria amministrazione. La tesoreria ha bisogno di essere collegiale, poiché è impossibile che il tesoriere da solo, senza responsabilizzare i compagni che lo aiutano, possa seguire la politica finanziaria ed economica del partito: come il segretario dispone di una giunta, così il tesoriere dovrebbe disporre di un consiglio di tesoreria, con responsabilità e poteri effettivi, facenti sempre capo al tesoriere.

2) L'attuale sistema di partecipazione a tempo pieno, con "rimborso spese", al lavoro del partito, da parte di alcuni militanti non può proseguire senza chiarimenti di fondo La collaborazione è qualcosa di diverso dall'attuale sistema. Collaborare significa mantenere la propria autonomia di decisione e soprattutto poter rifiutare di proseguire la collaborazione senza dover entrare in crisi esistenziale ed economica. Oggi, nel partito così non è. E' bene che questo tipo di rapporto cessi e se ne stabilisca uno nuovo, con diritti e doveri reciproci, ben chiari.

3) La stampa dovrebbe essere potenziata ed autofinanziata, con campagne di abbonamenti e sottoscrizioni apposite, ed affidata ad un gruppo redazionale, diverso dalla giunta e dalla segreteria

4) Si deve discutere e trovare una soluzione al rapporto tra il gruppo parlamentare e gli eletti nei comuni e nelle province ed il partito. E' impossibile che il partito subisca questi rapporti, decisi sopra la sua testa, dagli eletti negli organi rappresentativi.

Tanti altri problemi andrebbero discussi e quanto meno elencati, ma penso che per essere questi sulla bocca e sulla penna di tutti se ne possa fare a meno.

Il problema alla cui trattazione non si può sfuggire è quello posto all'inizio: e che voglio ripetere ancora più chiaro: è utile per i progetti radicali, l'organizzazione del partito di cui si va discutendo, oppure è necessario reinventare un rapporto ed uno strumento diverso, almeno al momento attuale, per dare effettivamente ai militanti ed ai cittadini strumenti di partecipazione reale alle battaglie, alle iniziative e soprattutto alle scelte radicali? Speriamo che dal dibattito e soprattutto dal Congresso venga una risposta, necessaria per fare un passo avanti e per uscire dalle secche non solo organizzative in cui si trova il partito.

 
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