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Pannella Marco - 31 gennaio 1978
Replica di Pannella sulle "dimissioni per finta"
di Marco Pannella

SOMMARIO: Alle accuso del senatore Augusto Premoli sulle "dimissioni per finta" contenute in una "lettera aperta" pubblicata da Il Tempo, Pannella replica sostenendo che ha ritirato le dimissioni solo quando ha ottenuto che l'ennesima crisi extraparlamentare di governo fosse ricondotta , per la prima volta nella storia parlamentare, all'interno delle Camere.

(IL TEMPO, 31 gennaio 1978)

"Caro Premoli, mi spiace che tu abbia perso un'ottima occasione per tacere, per non unire la tua bella voce, pur così inacidita, a quella furente dei miei compagni comunisti, scatenatisi contro di me con il pretesto delle mie "finte" dimissioni da deputato. In realtà per quegli scherzucci di dozzina che sempre più spesso ci capita di dover far loro.

Queste dimissioni sono state a tal punto poco "finte" che hanno avuto i seguenti effetti:

1) hanno provocato, per la prima volta dopo oltre trenta crisi extraparlamentari di governo", un dibattito ai massimi livelli parlamentari, sulla crisi sottratta al Parlamento, durante la crisi stessa. "Questo dibattito, sarebbe avvenuto" contestualmente "alle comunicazioni delle dimissioni del Governo se non si fosse verificato al di là di ogni mia possibile previsione un disguido negli uffici della Camera. Così, comunque, il Parlamento non si è limitato a prendere atto, passivamente e silenziosamente come al solito, di un processo istituzionale che offende le sue prerogative e mortifica i suoi diritti e doveri. Nelle pieghe dei regolamenti non abbiamo altro strumento di iniziativa. Ma l'abbiamo trovato. D'ora in poi, a partire da questa nostra esperienza e ricerca, nessun Governo o Parlamento o partito pensi più - dunque - di poter evitare la sanzione di un dibattito politico immediato e contestuale anche se indiretto, se si continuerà con il malcostume delle crisi extraparlamentari. Se altri, in futuro, o

ltre noi, seguiranno questo esempio e prenderanno questa iniziativa, potrebbero crearsi immediatamente fatti tali da suggerire al Presidente della Repubblica di rinviare il Governo alle Camere. E' un" novum "tale da convalidare pienamente l'iniziativa assunta e da superare senza possibilità di discussione gli espliciti motivi per i quali avevo presentato le dimissioni;

2) hanno indotto o consentito ai gruppi parlamentari liberale, socialista e socialdemocratico di ufficialmente associarsi, o dichiarare di condividere le critiche contro il carattere avuto dalla crisi. Si tratta di tre partiti su sei dell'arco di maggioranza parlamentare, due dei quali sembravano aver invece, fino ad allora, condiviso le responsabilità di chi ha voluto mettere in crisi il Governo senza percorrere, con gli atti dovuti, gli alvei istituzionali e costituzionali previsti. Che questo sia accaduto in Parlamento e non in sede extraparlamentare costituisce un indubbio precedente politico e un impegno più difficilmente tradibile in futuro;

3) hanno visto formarsi due schieramenti assolutamente anomali nella Camera dei Deputati, con l'isolamento pressoché totale del Pci nel corso di una legislatura nella quale in genere questo partito è la forza trainante e determinante di ogni maggioranza.

Da una parte si è annunciato il voto contrario all'accettazione delle mie dimissioni," secondo la prassi ma non per motivi di prassi. "Ad eccezione dei repubblicani, infatti tutti i gruppi parlamentari intervenuti nel dibattito prima della mia decisione (cioè DC, PLI, MSI, PSI, PSDI, PRI, DN e SI) hanno assunto questa posizione in nome di principi o giudizi politici e civili pregnanti e tassativi. Zanone e Delfino hanno aggiunto un esplicito invito a ritirarle senza porle in votazione.

Dall'altra stava il vertice del gruppo del PCI, teso con protervia e arroganza a cogliere l'occasione per regolare i troppi conti in sospeso con il Partito radicale (il solo, pare, che tema), e a dimostrare con la forza del numero di esser il vero "padrone" dell'assemblea e dileggio delle unanimi scelte e dichiarazioni di volontà degli altri gruppi. A tal fine i deputati comunisti erano stati perentoriamente convocati "senza eccezione alcuna" ad esser presente... votanti.

A questo punto, da parte mia, non ritirare le dimissioni sarebbe stato oltre tutto irresponsabile e vile. Eravamo in pieno scontro politico (e, come ho già spiegato, i motivi delle dimissione stesse superati ad abundantiam). La rabbia, le contumelie, le offese subito esplose ne sono la prova. La stampa essendo stata in genere all'altezza delle sue attuali tradizioni, il regime, il PCI e voi tutti potete però continuare impunemente a linciare l'untore radicale, per dolo, necessità o colpevole superficialità fidando sulla disinformazione dell'opinione pubblica. Per quanto mi riguarda ho la coscienza più che tranquilla e spero che la gente, onesta e seria, sappia leggere tra le righe quelle verità che solo così possono ormai esser scoperte.

Tu stesso ammetti che io non avevo affatto preannunciato nella mia lettera di dimissioni (data integralmente alla stampa) che esse dovevano ritenersi irrevocabili. Verrà il momento anche per questo: ma quando saranno necessarie e pertinenti, costruttive come lo sono state queste revocabili e revocate, rivelatesi utili non per noi ma per tutti, per il Parlamento e la democrazia. Verrà certamente questo momento, che in trent'anni tu né i tuoi colleghi avete mai non dico conosciuto ma nemmeno dimostrato di sospettare come possibili, si trattasse di dimissioni "revocabili" o "irrevocabili". Purtroppo; e ora è troppo tardi perché o non avete più nulla da cui dimettervi, o comunque non vi dimettete come sempre. A cominciare dal comune amico e collega Bozzi che l'altra sera, in televisione, denunciava il comportamento... "folkloristico" dei radicali. Mio povero e caro Premoli, non volermene dunque troppo, se non recito il copione cui vorreste che mi attenessi: noi non siamo in cerca d'autore. Siamo "attori", certo,

ma attori di democrazia, non deputati a compiere gesti scontati perfino dalla vostra spossata, esausta fantasia.

Io non te ne voglio. Il tuo lamento pubblico e così scoperto, patetico, frustrato che mi colpisce:" "Rendono i tuoi digiuni "- mi scrivi e compiti -," rendono le tue provocazioni, rende l'enfasi delle tue invettive. Rende, forse, la pretesa di aver indispettito i comunisti". "E rende, mi par di sentirti proseguire, la vostra povertà, rendono i vostri processi, rendono le vostre galere, rendono perfino la lapidazione cui vi sottoponiamo, la vostra intransigenza, i vostri referendum anche se rapinati, la vostra difesa dei diversi, degli oppressi "fascisti" o "antifascisti" che siano... Rende il nostro non esser fra i magnifici "sei" della politica ufficiale, l'esser sfregiati dalla RAI-TV e dalla stampa, il nostro non esser mutati alla Camera e il riuscire, forse, un poco, a mutarla, sia pure in quattro poveri gatti.

Proprio tu, mio povero e caro Premoli, ti sorprendi che non sia così facile assassinare onestà e coraggio, rigore e deliberata diversità? Hai forse rimpianti o rimorsi, o solo crepuscolari, così indifese gelosie? Di che, poi? Dei "doppi divani" dei vostri Lattanzio o dell'"indegnità" dei vostri radicali?"

 
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