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Teodori Massimo - 15 maggio 1978
Dopo la fine della Grande Speranza si apre una nuova era?
di Massimo Teodori

SOMMARIO: La sconfitta elettorale del PCI. Distacco dalla lealtà ai grandi partiti. I partiti, e fra questi anche il PCI, si sono opposti ai referendum perchè creano mobilità politica. La sconfitta del PCI si unisce a quella della sinistra europea. Bisogna creare forme nuove di lotta politica che abbiano come punto di riferimento la fascia laica della pubblica opinione.

(ARGOMENTI RADICALI, BIMESTRALE POLITICO PER L'ALTERNATIVA, Aprile-Maggio 1978, n. 7)

Le vicende degli ultimi mesi sono tali da sconvolgere tutti gli elementi di riferimento su cui la scena politica si era mossa nell'ultima stagione. Il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, i risultati delle elezioni amministrative parziali del 14 maggio con il loro carattere radicalmente innovativo, e il colpo di Stato legale compiuto sui referendum con la vanificazione di sette su nove di essi: sono tutti fatti che richiederebbero ciascuno una profonda e articolata riflessione.

Per una rivista come "Argomenti Radicali" che non può seguire la stretta attualità per i suoi tempi di preparazione e di realizzazione, ed al tempo stesso non è organo politico che prescinde dal corso degli eventi per immergersi in un tempo teorico e quindi astratto, ma al contrario intende fornire gli strumenti di riflessione per una migliore comprensione del presente e del futuro, in casi come quelli di queste settimane e mesi, il compito si fa particolarmente difficile. Né ci si può accontentare di ripetere in un gergo radicale giudizi scontati e indicazioni di lavoro politico ovvie, senza comprendere il senso profondo delle cose che si fanno, che si intendono fare e la direzione in cui ci si muove. Se a ciò ci riducessimo, verremmo meno proprio a quell'impegno che ha caratterizzato la rivista, e disattenderemmo il nostro posto ed il nostro ruolo nell'ambito del progetto radicale e più in generale in quell'azione basata sulla ragione che ci siamo assegnati nella sinistra per l'alternativa, come recita - n

on solo come slogan - il sottotitolo della rivista.

In questo numero, del resto, forniamo ai compagni ed agli amici che seguono "AR", due interventi che per la loro natura esprimono bene le intenzioni del nostro lavoro politico. Con il "Dossier aborto" preparato da Graziana Delpierre e Elena Marinucci, diamo un'indicazione di analisi e di lavoro, ci sembra assai puntuale e analitica, sul "che fare" nella nuova situazione dopo l'approvazione della legge, rifuggendo da rimpianti, invettive e luoghi comuni: queste pagine possono rappresentare un nutrimento all'azione per la prossima stagione. Nella stessa direzione si muove il saggio di Angelo Panebianco su "Partitocrazia e pseudopartecipazione" che, se pure in forma meno diretta di quello sull'aborto, costituisce un'argomentazione di fondo densa di indicazioni non effimere, suscettibili di essere riprese e tradotte in progetti politici non consumati dalla quotidianità, ma validi per tutta una stagione a venire.

Avremmo voluto tornare ancora sulla questione del finanziamento pubblico dei partiti, ma il materiale già pubblicato a più riprese in "Argomenti Radicali", esaurisce abbondantemente tutto quello che c'era da dire. Chi volesse rinfrescare il dibattito che abbiamo costantemente tenuto vivo potrà andarlo a trovare nell'intera collezione della rivista ed in particolare in: numero 2, "Servizi per fare politica, non soldi ai partiti" (Ernesto Bettinelli e Gianfranco Pasquino); numero 5, "Scelte e cautele per una revisione della legge sul finanziamento dei partiti politici" (Sergio Bartole); numero 6, "Dossier: quale finanziamento pubblico per i partiti. Problemi, interrogativi e soluzioni in alcuni paesi europei".

Ciò detto, tuttavia, non possiamo non cominciare a porci, anche se non siamo in grado di rispondere compiutamente, alcune domande di fondo: In che cosa è mutata la situazione politica, o in che cosa sta mutando? Che cosa è possibile prevedere per l'immediato futuro? Che cosa si può e si deve fare? Tenteremo qui di seguito di raccogliere alcune considerazioni, ben consapevoli d'essere nel bel mezzo di una fase confusa di cui non si scorgono ancora le tendenze di fondo.

La sconfitta comunista e la laicizzazione dell'elettorato

Il 14 maggio con le elezioni municipali parziali che hanno visto una radicale sconfitta del PCI (arretramento complessivo di circa il 9% rispetto alle politiche del 1976), un notevole avanzamento della DC (incremento del 3,6% circa) ed una sostanziale ripresa del PSI (avanzamento di circa il 4%) non rappresenta soltanto una di quelle oscillazioni elettorali giustificabili con le fluttuazioni tra amministrative e politiche e non può essere messo nel conto soltanto di un clima "psicologico" conseguente alla barbarie del caso Moro. Si tratta, senza mezzi termini, della fine di un'epoca e di un giudizio popolare - destinato probabilmente ad essere ulteriormente confermato - sulla politica comunista e sul suo fallimento. La stagione della Grande Speranza iniziata nel 1968 e poi riflessa anche sul piano elettorale e dei rapporti nel sistema politico con il 1974 è stata consumata e dilapidata dalla politica di sostegno comunista al sistema di potere DC e, più in generale, dall'ostinazione comunista nel farsi il Gra

nde Gestore dell'ordine costituito, senza neppur lasciare spazi e possibilità di iniziativa sia a coloro, non comunisti, che lo avevano elettoralmente sostenuto nel 1975 e 1976, sia a quanti all'esterno del PCI hanno tentato di dar voce alle speranze di rinnovamento e mutamento. Si è detto che una tale interpretazione della sconfitta comunista non risponde a verità in quanto lo spostamento dell'elettorato si è diretto verso il polo moderato e non già dalla sinistra del PCI. A questa apparentemente ovvia osservazione è facile rispondere. Intanto a noi sembra che il passaggio (diretto) di voti dal PCI al PSI non abbia significato uno spostamento a destra ma il rifiuto della Mezzadria e della Spartizione del paese tra democristiani e comunisti, e solo in questa accezione si è orientato verso le liste socialiste che hanno potuto pertanto beneficiare non già della politica di iniziativa del PSI, che non c'è stata, ma in negativo dal riconoscimento di una immagine (vera o presunta che fosse) di forza esterna o mar

ginale al compromesso a due. Poi, non si può ignorare che in termini di situazione elettorale il 14 maggio le scelte erano ristrette ai partiti presenti, ed in questo senso una protesta nei confronti della politica comunista non aveva la possibilità di polarizzarsi su significative e consistenti forze alla sua sinistra in grado di rappresentare un convincente polo di attrazione. Infine, ed è certamente l'argomentazione decisiva e qualitativamente più significante, gli spostamenti massicci dell'ordine complessivo del 15-20% dell'elettorato stanno clamorosamente a dimostrare il fatto nuovo politico e politico-elettorale italiano: il sorgere cioè di una fascia di opinione che non è più cristallizzata intorno ai partiti con quella vischiosità che ha caratterizzato la situazione immobilistica delle elezioni italiane dal 1953 al 1974, ma si orienta volta per volta, presumibilmente sulla base di giudizi puntuali rispetto a specifiche situazioni del momento.

Bisognerà attendere ulteriori indicazioni. Ma tutto quanto è accaduto nel referendum del 1974 e nelle tre elezioni successive convalida questa fondamentale novità della nostra società: lo svincolo dai partiti e dal senso stabile di appartenenza e di obbedienza che aveva caratterizzata la vita politica italiana per tanto tempo e la nascita di un'area che si comporta "laicamente", che risponde cioè a specifiche sollecitazioni. Dal voto di insediamento con comportamenti fissati per senso di appartenenza ideologica, o organizzativa, o clientelare si è ormai passati, per una fascia consistente dell'elettorato ad un voto che si basa su giudizi e orientamenti determinati da valutazioni politiche specifiche. Si sta così verificando quanto per altre vie si era già potuto osservare: un progressivo affrancamento dalla lealtà ai grandi partiti del momento in cui questi non ce la fanno ad interpretare nei fatti la forza elettorale loro accordata. E' stato così per il voto divorzista del '74, per il voto comunista del '75

e '76, e per il riorientamento in corso di cui le amministrative hanno rappresentato un significativo campione.

I referendum ricreano mobilità politica

Non stupisce allora l'accanimento fino all'ultimo dimostrato dal PCI contro i referendum, con il loro parziale successo ottenuto con l'annullamento di sette delle nove richieste: quattro da parte della Corte costituzionale (codice rocco, concordato, codici militari, tribunali militari) e tre per via parlamentare (aborto, Inquirente e manicomi). Abbiamo sempre sostenuto che nella via referendaria si intrecciavano due motivazioni: l'una di contenuto per l'abrogazione di leggi autoritarie, e l'altra di metodo per consentire una disarticolazione della possibilità di intervento politico con l'apprestamento di canali di mediazione non riconducibili alla unica e totalizzante unificazione effettuata tramite i partiti. Se c'è un aspetto autoritario del PCI, noi non crediamo che esso abbia niente a che fare con le vecchie polemiche sullo stalinismo, sulla lealtà a Mosca, e sul cosiddetto "garantismo" democratico. Esso si riferisce alla pretesa del partito - un discorso che vale per tutti i partiti ma si riferisce segn

atamente al PCI che ha dalla sua la forza della grande organizzazione sociale - di essere "lo strumento" unico di mediazione e unificazione politica, al di fuori del quale esisterebbe solo disgregazione, solo qualunquismo, solo individualismo. Nelle società sviluppate, al contrario, ci pare che una delle linee fondamentali che dividono una visione "laica" da una visione "clericale" della vita e della politica consista proprio nel modo di intendere il partito e la sua funzione. Nel momento in cui si tenta di accreditare la nozione che lo Stato in Italia si fonda sui partiti che ne rappresenterebbero un prolungamento, e si identifica di conseguenza la Grossa Coalizione non solo con una maggioranza parlamentare ma con lo Stato-regime di partiti, appare più che mai necessario e vitale per la democrazia il rifiuto della riduzione ad unità delle tante contraddizioni e delle tante spinte che non possono essere annullate nella loro autonomia e specificità se non ricorrendo ad un'azione che irrimediabilmente assume c

arattere repressivo, pur presentandosi come esigenza di "razionalità". Questa "razionalità politica", nel cui nome sono stati combattuti ed avversati i referendum, è proprio quella tal forma di razionalità misurata su una logica che fa riferimento al sistema politico considerato in sé ed ai suoi rapporti interni di forza. In questo senso e secondo una visione che fa giustamente ritenere ai comunisti il referendum come destabilizzante e pericoloso, il lungo scontro che dall'estate 1977 ad oggi si è realizzato nel paese e nel parlamento per tenere o no i referendum, assume il significato di un conflitto di fondo tra due visioni del rapporto tra cittadini e politica. Da una parte la riaffermazione del partito come Unico Tutelatore del cittadino, e braccio per l'organizzazione del consenso per lo Stato-regime; dall'altra il tentativo di articolare le possibilità di azione politica, attraverso forme diverse, di cui il partito è la principale, ma non l'unica né l'esclusiva.

Il voto dell'11 giugno sulla legge Reale e sul finanziamento pubblico è evidentemente cosa diversa dal progetto radicale degli otto referendum che implicavano una visione complessiva del rinnovamento alternativo, democratico e costituzionale, di norme e istituzioni autoritarie fatte dolosamente sopravvivere per trent'anni di regime democristiano. Ma la difesa accanita che i deputati radicali hanno compiuto in parlamento della residua possibilità di pronunziarsi almeno su alcuni dei temi proposti ha riacquistato il valore di difesa di qualcosa di assai più generale: l'uso per le forze politiche, piccole o grandi che siano, di strumenti di contrappeso alle unanimità o quasi unanimità delle maggioranza parlamentari; per i cittadini tutti la possibilità di promuovere iniziative politiche significative fuori dal partito-Leviatano; quindi, in una situazione di Grossa Coalizione, anche per i partiti all'interno della maggioranza la possibilità di ricreare zone di movimento svincolate dalla ferrea legge del consenso

coatto. La decisione del PSI, pur nella sua ambiguità, di lasciare margini di libertà di voto, ed i pronunziamenti di singoli e gruppi socialisti per il "sì" almeno sulla legge Reale, stanno a dimostrare come la tenace azione radicale in aula e nelle commissioni di Montecitorio, con l'altissimo costo dell'isolamento ed il rischio di un suicidio personale e politico, doveva essere compiuta, pena l'esautoramento della stessa possibilità di dialettica politica non tanto per le minoranze radicali ma per tutto il processo democratico. All'indomani dell'11 giugno ci si accorgerà che la mobilità della situazione politica sarà enormemente aumentata, contrastando la tendenza di quella palude che la Grande Mezzadria aveva instaurato negli ultimi due anni contro i risultati elettorali del 20 giugno 1976.

La tragedia della sinistra in Europa

E' vero che la sconfitta del PCI alle elezioni amministrative, una sconfitta che purtroppo annuncia altre sconfitte, è sconfitta "anche" di tutta la sinistra. Non perché come dicono i dirigenti comunisti si "è venuto concentrando in questi due anni tutto l'attacco contro il PCI fino a punte non solo di ostilità preconcetta ma a forme di odio fanatico" (Tortorella, "Referendum e democrazia", "Rinascita", 26 maggio 1978). Ma per il fatto che essi hanno praticato, accentuandola rispetto al passato, una politica suicida di sostegno indiscriminato alla DC e di gestione in prima persona di una politica di restaurazione, intesa come convalida del regime su tutti i terreni più importanti, dall'ordine pubblico a quello propriamente economico, per non parlare delle libertà e dei diritti civili. Non c'è dubbio che insieme con il colpo inferto al PCI - il primo da 25 anni a questa parte - l'arretramento complessivo delle sinistre e la ripresa di una DC avvilita e sul punto di essere moralmente e materialmente emarginata

, significano la liquidazione a breve scadenza delle speranze alternative della sinistra rispetto alle questioni centrali del potere e della sua gestione.

Negli stessi mesi in cui i comunisti italiani con l'affare Moro e il blocco parlamentare d'ogni dialettica democratica mostravano appieno il volto perdente della loro pur ingente forza, anche i comunisti francesi, con la sconfitta da essi provocata dell'unione delle sinistre, mettevano in luce un altro aspetto complementare, quello della difficoltà per i socialisti e i democratici di collaborare con i partiti comunisti nei paesi in cui, come in Italia e Francia, hanno una notevole forza organizzata, politica ed elettorale. Perciò il paradosso d'oggi, nei paesi latini, sembra essere per la sinistra l'impossibilità di una qualsiasi politica di mutamento democratico senza le masse che seguono i partiti comunisti; e, contemporaneamente, l'impossibilità della collaborazione con i partiti comunisti per chi non accetta le loro pretese sempre e comunque egemoniche e la loro politica sostanzialmente d'ordine e d'illibertà. E un tale paradosso assume sempre più la forma di una tragedia, la tragedia della forza e dell'

impotenza della sinistra in Europa di cui non si scorgono vie d'uscita.

In Italia come in Francia, i partiti comunisti hanno fatto sì che si chiudesse un'epoca in cui erano cresciute le speranze di poter arrivare ad uno di quei momenti di radicale trasformazione non solo sociale ma anche delle classi dirigenti e delle loro politiche. Non siamo ancora certi di questa liquidazione ma ne avvertiamo l'alto grado di probabilità. Nel contempo in Italia i segnali dello svincolo di una parte dell'elettorato dalle lealtà partitiche d'ordine ideologico, culturale o organizzativo, sembrano essere sempre più insistenti, fatto questo suscettibile di evoluzione in direzioni diverse e contrapposte: verso il disimpegno nel "privato", o verso una necessità di "politica laica" che può trovare nuove forme di manifestazione.

Le battaglie di resistenza democratica e di mantenimento delle libertà rappresentano certo un impegno futuro che ha incidenza non solo nella conservazione di ciò che resta degli istituti democratici ma che interagisce intimamente con la dialettica politica e ne può determinare gli sviluppi. Ma, ben al di là di questa frontiera, che già di per se stessa sarebbe sufficiente ad assegnare un ruolo di primissimo piano alle minoranze radicali ed alle forze socialiste non di regime, esiste un altro fronte su cui lavorare in questa stagione. E' quello che riguarda l'invenzione di forme di battaglia politica, di proposta istituzionale e di strategia d'azione che abbiano come punto di riferimento la fascia laicizzata della pubblica opinione e come obiettivo la messa in atto non già di schieramenti comprensivi di alternativa ma di lotte specifiche in campi specifici, dimenticando, forse per sempre, gli ideali dei "modelli globali", dei "progetti onnicomprensivi" e delle velleità di racchiudere la dinamica di trasformaz

ione della società e delle istituzioni in soluzioni unitarie e perciò stesse racchiuse tra la sconfitta e il pericolo autoritario.

 
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