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Notizie Radicali - 20 settembre 1978
Un anno di lotte (1): la difesa del referendum

SOMMARIO: Le iniziative radicali per la difesa del referendum: il convegno giuridico di Firenze. Respinto il tentativo comunista di introdurre modifiche restrittive della legge sui referendum. Il II convegno giuridico: unanimità di giuristi e operatori del diritto sull'ammissibilità dei referendum. La Corte Costituzionale asservita al regime contraddice la sua stessa giurisprudenza abrogando quattro degli otto referendum. Le leggi truffa contro i referendum rimasti. L'iniziativa del Comitato promotore per conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato. Spetta al Partito di verificare concretamente cosa resta oggi dell'istituto referendario.

(NOTIZIE RADICALI N. 121, 20 settembre 1978)

Conclusasi con successo la campagna di raccolta delle firme nel giugno '77, eravamo consapevoli dell'altissimo livello dello scontro che saremmo andati ad ingaggiare con il regime e che questo avrebbe concentrato tutti i suoi attacchi nei confronti della iniziativa referendaria, troppo carica di contraddizioni potenzialmente esplosive per i suoi equilibri politici.

Il problema fondamentale era di difendere i referendum da questi attacchi che si sarebbero scatenati sicuramente di lì a poco.

Il partito e il gruppo parlamentare radicale, nella loro autonomia, hanno fatto tutto il possibile in questo senso. Ricordiamo la pronta e vasta mobilitazione del partito con una petizione ai presidenti delle Camere e il I convegno giuridico di Firenze del gruppo parlamentare grazie ai quali fu respinto il tentativo comunista di introdurre modifiche restrittive e incostituzionali alla legge istitutiva del referendum; ancora l'immediata risposta alla proposta di Cossiga di rinvio dei referendum con il pretesto delle elezioni amministrative ed europee; la difesa dei referendum davanti all'Ufficio centrale della Cassazione, in sede di giudizio di "regolarità" delle otto richieste, contro l'illegittimo intervento del Governo attraverso l'avvocatura dello stato.

Anche di fronte al giudizio di ammissibilità della Corte costituzionale, sulla quale il regime puntava a quel punto tutte le sue carte, il II convegno di Roma del gruppo parlamentare a gennaio e in precedenza una tavola rotonda organizzata dal partito costituivano la difesa qualitativamente più valida che potesse essere opposta.

In pratica l'unanimità dei giuristi e degli operatori del diritto, anche quelli di orientamento dottrinale e politico molto lontano da noi, con la eccezione delle frange di stretta osservanza Pci e di una parte di quelle democristiane, si pronunciava per la ammissibilità dei referendum.

La certezza e lo stato di diritto, i diritti costituzionali dei cittadini interessavano però molto poco la corte che, completamente asservita al regime, non aveva problemi a contraddire la sua stessa precedente giurisprudenza e ad abrogare i quattro referendum più importanti (pare con uno schieramento di 13 giudici contro uno).

Anche quando il regime trasferiva in sede parlamentare la sua azione ostruzionistica contro i referendum, la nostra risposta è stata di massima efficacia. Contro le leggi-truffa antireferendum - dei veri e propri espedienti legislativi comunque incapaci di risolvere i problemi cui avrebbero dovuto far fronte - l'azione dei quattro deputati radicali riusciva incredibilmente e insperatamente a bloccare il progetto di "modifica" della legge Reale, guadagnando così questo referendum alla consultazione popolare dell'11 giugno.

All'azione del gruppo parlamentare si aggiungeva l'iniziativa del Comitato promotore del referendum sulla legge Reale che ricorreva alla Corte costituzionale contro la decisione della Cassazione di escludere dalla consultazione popolare l'art. 5; articolo 5 modificato sì dal Parlamento, ma solo formalmente o anzi in senso peggiorativo. La questione aveva diretta e immediata influenza anche su tutti gli altri referendum perché quella decisione della Cassazione apriva la strada alla possibilità di eludere una richiesta referendaria addirittura attraverso una qualsiasi modifica parlamentare.

Il ricorso per "conflitto di attribuzioni tra poteri dello stato" del Comitato promotore apriva così una lunga e complessa vicenda, del tutto nuova nel suo genere, anche sotto il profilo scientifico.

Anche in questo caso veniva sollecitato il parere di giuristi e operatori del diritto con una tavola rotonda (in pratica un terzo convegno) organizzato dal comitato promotore del referendum ai primi di maggio. Questa volta anche la Corte costituzionale doveva dar ragione, sia pre solo parzialmente, al comitato promotore del referendum, riconoscendolo prima come "potere dello stato" e quindi sentenziando che le modifiche (del tutto) formali non potevano produrre il blocco dei relativi referendum. Questi criteri, come è noto, venivano poi applicati dalla Cassazione che reputava però "sostanziali" le modifiche apportate dal Parlamento in tema di aborto, manicomi e commissione inquirente. Soprattutto per questa ultima la decisione di bloccare il referendum costituiva una nuova autentica truffa contro la quale il comitato promotore ha ancora in piedi l'ennesimo ricorso presentato alla Corte costituzionale.

A conclusione di tutta la complessa vicenda dei nove referendum rimane da chiedersi cosa rimane dell'istituto del referendum. Non è certo questa la sede per affrontare compiutamente tale problema. Spetterà al partito il compito di verificare concretamente se gli aggrovigliatissimi nodi e le pericolose ambiguità che caratterizzano ormai questo istituto ne vanificano completamente, o comunque ne sconsigliano, la praticabilità, o se invece sussistono ancora dei margini reali di agibilità.

 
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