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Teodori Massimo - 8 gennaio 1979
Una politica dei piccoli passi contro la strategia delle sconfitte della sinistra
BILANCIO 1978 - PROSPETTIVE 1979

di Massimo Teodori

SOMMARIO: La sconfitta della sinistra è il segno sotto cui si è aperto il 1979. Tale sconfitta non è di natura congiunturale: si assiste infatti ad un processo di "laicizzazione" dell'elettorato, all'allontanamento collettivo dalle tematiche dell'impegno e quindi dalle grandi organizzazioni partitiche.

Una delle cause di tutto ciò è probabilmente la reazione alla crescente invadenza dei partiti ed all'allargamento della loro area di influenza: svincolarsi dai partiti, giudicarli di volta in volta in ragione dei loro comportamenti, aderire solo per certi aspetti della loro azione mantenendo un'autonomia da essi potrebbero essere tutti aspetti di una sorta di difesa dal monopolio della politica.

La risposta socialista alla laicizzazione dell'elettorato e alle ripetute prove di inefficacia del governo , è stata troppo debole, frammentaria, talvolta contraddittoria.

Il PCI è stato poi la forza a cui maggiormente deve essere ricondotta la responsabilità della sconfitta ormai consumata della sinistra. Sostenendo ad ogni costo Andreotti ed il cosiddetto confronto con la DC, i comunisti hanno pagato per se stessi, e di conseguenza hanno fatto pagare a tutta la sinistra il prezzo della sconfitta mentre tentavano di raggiungere il solo obiettivo della propria legittimazione a governare e a far parte di coalizioni di maggioranza.

C'è poi l'impasse che deriva dalla doppia ambiguità comunista rispetto alla Democrazia Cristiana e alla sua collocazione internazionale.

Ed è vero che quando un'ala della sinistra perde è tutt'insieme il movimento alternativo che subisce una sconfitta.

Lavorare intorno a quelle forme che possono rendere i partiti meno partiti nel senso dell'organizzazione tradizionale ma agenti di organizzazione di lotte democratiche nel paese, è una delle più profonde tendenze del momento.

L'alternativa passa per una politica dei piccoli passi da contendere ogni giorno, senza negoziare, all'avversario di destra, e nell'abbandonare quella che ha la parvenza di una politica di grandi passi, generali nei buoni propositi e pieni di nulla nella sostanza.

(ARGOMENTI RADICALI, BIMESTRALE POLITICO PER L'ALTERNATIVA, Ottobre-Dicembre 1978, N. 10)

La sconfitta della sinistra, e nel suo versante interno al sistema partitico-politico, e nel versante dei movimenti sociali, è il segno sotto cui si è aperto il 1979. Mentre scriviamo (prima settimana di gennaio) non è ancora chiaro se ci sarà crisi di governo; e se ci sarà, per quali ragioni ultime sarà stata aperta. Ma poco importa. Quale che sia il caso, non si tratterà, per questa crisi come per eventuali successive, di momenti in cui si possono verificare svolte essenziali, ma solo di situazioni di "cucina", cioè di parziale mutamento di etichette per indirizzi che rimangono pressoché immutati.

La sconfitta della sinistra, di cui si è progressivamente preso coscienza nel corso del 1978, non è di natura congiunturale. Segna piuttosto la chiusura di un intero periodo: quello iniziato con la metà degli anni '60 e marcato dapprima dal risveglio di una combattività sociale che metteva in questione l'ordine esistente, e misurato poi dai massicci spostamenti elettorali sia verso il fronte del rinnovamento e della contrapposizione all'egemonia cattolica-democristiana (referendum del 1974), sia verso i partiti della sinistra (successo comunista del 1975-1976).

Qualcuno parla di "spoliticizzazione": ed è il gran discutere sul ritorno al "privato" dopo le orge di "politica" e di "impegno"; "palude" e "riflusso" sono ormai termini di uso generale; qualche altro pone l'accento sulla ricomposizione della classe dirigente democristiana e della sua ripresa di controllo sul paese; altri ancora sottolineano il riconquistato dominio del capitalismo alla cui insegna ormai, da tutti gli orizzonti, compreso quello della sinistra, si analizza il sistema e si prospetta la necessità di una ripresa dello sviluppo.

Non ci proponiamo qui di entrare nel merito di tali analisi. Interessa piuttosto, come punto di partenza, esplicitare alcune constatazioni di ordine generale:

a) la carica di speranza collettiva che aveva sorretto ed era stata all'origine del sommovimento e sociale e politico dell'ultima stagione si è ormai esaurita;

b) come risultato e, al tempo stesso, come causa dell'esaurimento della speranza e dell'aspettativa a sinistra, è crollata la fiducia nell'ideologia come forza trasformatrice, nei grandi modelli storici, nei sistemi generali risolutori ed interpretativi: solo per evocare qualche riferimento citiamo marxismo, leninismo, Cina, URSS, Vietnam, Cambogia...;

c) in Italia, la linea di crescita della sinistra, che si era tradotta in un costante incremento elettorale, sembra essere anch'essa in crisi. Dopo aver toccato un tetto vicino al 50% dei voti, è tutt'altro che improbabile che la tendenza muti di segno;

d) in particolare il PCI, che per venti anni era passato di incremento in incremento elettorale, è dato in forte crollo. Senza fare previsioni, si può comunque già fin da ora sostenere che anche la perdita di qualche punto in percentuale rappresenterebbe per il PCI il segno di una grave sconfitta, trattandosi di un partito in costante sviluppo che sembrava aver toccato, dopo il 20 giugno 1976, il punto del massimo successo politico.

I segni e le ragioni della "laicizzazione" dell'elettorato

E' del resto manifesto un processo che abbiamo già a più riprese definito di "laicizzazione" dell'elettorato. Allo stesso modo in cui sembra aumentare l'allontanamento collettivo dalle tematiche dell'impegno, in particolare dai grandi sistemi ideologici e quindi dalle grandi organizzazioni politiche, così sembra delinearsi una tendenza di svincolo dalle lealtà partitiche che a lungo avevano connotato il comportamento elettorale del sistema italiano. Questa tendenza si è rivelata in una serie puntuale di episodi in cui gli spostamenti elettorali si sono progressivamente fatti più marcati in contrapposizione con le precedenti rigidità; e che si è fatta tanto più evidente quanto più si sono date possibilità di votare secondo schemi diversi da quelli usuali delle elezioni politiche o amministrative. Ricapitoliamo quali sono stati, a nostro avviso, questi passaggi:

a) la differenza tra il voto ai partiti antidivorzisti (DC e MSI) nel 1972 che ottenevano il 47,4% e il voto antidivorzista ("si") al referendum del 1974 che raggiungeva solo il 40,9%. Circa il 6,5% dell'elettorato, pari ad oltre due milioni di italiani, votava nel 1974 in maniera diversa e opposta alle indicazioni dei propri partiti;

b) lo spostamento verso sinistra che si verificava prima nelle elezioni regionali del 1975 e poi in quelle politiche del 1976. La sinistra (PCI+PSI+DP+PR) raggiungeva il 46,5 % mentre nel 1972 aveva messo insieme nel complesso (PCI+PSI+PSIUP+Man.+MPL) non più del 40%. La gran massa di voti che si travasava a sinistra direttamente dalla DC era localizzata soprattutto nelle zone urbane e metropolitane, in quelle stesse zone dove era precedentemente avvenuto lo spostamento tra il 1972 e il referendum del 1974;

c) nei due referendum (ordine pubblico e finanziamento dei partiti) del giugno 1978 si approfondiva la differenza tra la forza rappresentata dai partiti che avevano dato indicazione per il "si" ed il voto "si" in favore dell'abrogazione delle due leggi. Legge Reale: forza dei partiti per il "si" (Rad.+DP+MSI+1/2 PSI) circa 12%, voto "si" 23,3%. Finanziamento dei partiti: forza dei partiti del "si" (Rad+DP+MSI+1/2 PSI+PLl) circa il 13,5%, voto "si" 43,7%. Le zone di maggiore fluidità corrispondono ancora a quelle di cui ai punti a) e b);

d) il massiccio spostamento dei voti a scapito di tutti i partiti dell'"emergenza" nelle elezioni delle regioni di confine: Trieste e Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Val d'Aosta. La grande fluidità dell'elettorato in queste zone penalizzava tutti i partiti nazionali non solo a vantaggio delle formazioni localistiche ma anche di quelle come il PR che meno si presentavano con l'aspetto del partito tradizionale e più in contrapposizione con quel superpartito dei partiti che si è configurata con il governo di emergenza appoggiato dal 90% delle forze rappresentate in parlamento;

e) le grandi variazioni di voto - generalmente a scapito del PCI, talvolta a vantaggio della DC e del PSI, ma anche in altre direzioni - nelle elezioni municipali susseguitesi da maggio a dicembre 1978, che stanno ad indicare appunto una estrema fluidità elettorale, anche se non ne sono chiare e univoche le tendenze di fondo.

Dunque, se fino all'inizio degli anni '70 il dominio dei partiti sulla intera vita politica trovava riscontro nell'adesione ai partiti stessi di larghe porzioni di cittadini, e in una abbastanza diffusa permanenza di fedeltà partitico-elettorale, con il 1974 questi vincoli hanno cominciato ad allentarsi e poi, con il 1978, sembrano decisamente in crisi.

Sono certamente molteplici i fattori che hanno influito ed influiscono su questa nuova tendenza. Tra i più importanti si deve indicare il processo, definito di "modernizzazione", che si riscontra in gran parte delle società occidentali sviluppate. In Francia non meno che in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e nei paesi scandinavi le fluttuazioni elettorali sono ben più ampie di quelle italiane crescendo i settori della popolazione che si orientano ogni volta in base a scelte specifiche. E' probabile che siffatta tendenza sia connessa con l'istruzione, l'informazione e l'urbanizzazione, fattori tutti che contribuiscono a rompere aggregazioni precedenti di cui il partito e la conseguente fedeltà elettorale ha rappresentato uno degli aspetti tipici nella tradizione italiana. In questo senso l'Italia si comporterebbe - senza dare giudizi di merito - in maniera più "europea", più "moderna": - e la tendenza sarebbe destinata per ciò stesso a perdurare.

Una seconda ragione, più specificamente legata al particolare momento che il sistema politico attraversa, risiede nella reazione alla crescente invadenza dei partiti e all'allargamento della loro area di influenza. Svincolarsi dai partiti, giudicarli di volta in volta in ragione dei loro comportamenti, aderire solo per certi aspetti della loro azione mantenendo un'autonomia da essi, potrebbero essere tutti aspetti di una sorta di difesa dal monopolio della politica, e da quella politica che pretende di espandersi al di là dei suoi stessi luoghi tradizionali. Se si accetta questa ipotesi, è probabile che il fattore che ha scatenato la "laicizzazione" dell'elettorato portandola a misure mai raggiunte finora, come quelle dei due referendum del 20 giugno 1978, è stato proprio l'accorpamento di tutti i partiti, autodefinitisi dell'"arco costituzionale", nella nuova maggioranza costituitasi nel 1978. Non solo con la nuova formula i partiti dilatavano la propria sfera di influenza, ma annullavano al loro interno og

ni visibile forma di dialettica pretendendo così di identificare il monopolio costituzionale del governo con il monopolio della politica.

(Sul fatto poi che per alcuni non si tratterebbe di "laicizzazione" ma di "qualunquismo" non possiamo qui soffermarci e rimandiamo al pamphlet "Radicali o qualunquisti?" di Corleone, Panebianco, Strik Lievers e Teodori, Savelli, 1978).

Tanto più vasta la maggioranza, quanto maggiore l'inefficienza del governo

Ma la maggioranza di emergenza che si è costituita con l'iniziale pretesa di assorbire, mediare e risolvere di fatto al proprio interno ogni conflitto sociale e politico, non è mai riuscita neppure ad assolvere quello che sarebbe dovuto essere il suo peculiare obiettivo: governare con autorità e con efficacia, appoggiandosi su una larga base parlamentare, e quindi - si supponeva - su un largo consenso popolare.

Durante un anno dalla sua costituzione all'inizio del 1978 i rapporti politici tra i partiti della nuova maggioranza non sono mai stati di armoniosa convergenza sui provvedimenti da prendere, e di efficace capacità realizzata. Dal caso Moro con le violente contrapposizioni tra le correnti interne alla maggioranza, alla ridicola vicenda del decreto Pedini sull'università; dal modo in cui hanno proceduto i negoziati sull'aborto e poi dal continuo insabbiamento applicativo della compromissoria legge Balzamo, alla contrapposizione frontale sull'entrata dell'Italia nello SME, a quella altrettanto netta, pur se giocata a mo' di balletto delle parti, sui patti agrari; dagli scandalosi comportamenti nelle nomine degli enti pubblici e parapubblici ai tanti atteggiamenti contrastanti su questioni riguardanti le istituzioni e lo Stato (riforma polizia, carceri speciali...): non c'è stato momento in cui la grande maggioranza si sia comportata come tale in termini di governo.

Non ci scandalizziamo dei conflitti sorti su tutti i punti su cui sono state assunte posizioni diverse e contrastanti. Quello che si vuole mettere in evidenza è un paradosso, il paradosso politico italiano: una coalizione governativa tanto forte come non ce n'era mai stata in precedenza, sostenuta dal 90% delle forze rappresentate in parlamento, si è comportata in maniera debolissima. Dunque se ne ricava una legge: tanto più la maggioranza è grande, tanto più il governo è inefficace e incapace di procedere, se non per "decreti legge" cioè in stato di eccezionalità, contraddicendo la stessa ragione per cui la maggioranza di emergenza era nata.

La strategia dunque della sinistra che ha accettato di giocare le proprie carte sul terreno della grande unità in un momento di crisi, ritenendo che la propria presenza in seno alla maggioranza fosse comunque un fatto positivo almeno per la soluzione di problemi di "governabilità" del paese, si è rivelata ogni giorno di più come una pura illusione. A due anni e mezzo dal 20 giugno 1976 e a una anno dalla formazione del governo Andreotti, il primo appoggiato dal PCI, l'illusione del governo a mezzadria con la DC ha portato non solo alla sconfitta, ma ad una situazione in cui le stesse prospettive di reale governo per la sinistra si allontanano sempre di più. Si tratta di una generale presa di coscienza esplicitata anche da strenui sostenitori della politica del "confronto" come Eugenio Scalfari a cui lasciamo la parola: "Il dato politico nuovo consiste intanto in una maggiore forza e soprattutto in una maggiore sicurezza della DC, alla quale si accompagna per simmetria una minor forza e una minor sicurezza de

l PCI... Quel momento [1975-1976] è durata poco. In quel momento bisognava allentare la presa se si voleva consolidare lo spostamento a sinistra dell'asse politico. Il vero e grave torto di Berlinguer e del gruppo dirigente comunista è stato invece la paura di rilanciare la puntata. Adesso il mazzo è passato di mano e l'ammontare delle puntate lo stabilisce di nuovo la Democrazia Cristiana" (Eugenio Scalfari, "La Repubblica", 3/1/1979).

L'illusione socialista di governare con il negoziato tra i partiti del "club"

La risposta del Partito Socialista con il nuovo corso intervenuto dopo il congresso di Torino in cui è stata confermata e legittimata la segreteria Craxi è stata rivolta a prendere le distanze - per lo meno nell'immagine - dai due partiti che hanno condotto la danza durante il 1978: La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. In questo senso si deve sicuramente riconoscere un merito al PSI, di avere contribuito, dall'affare Moro in poi, a rompere la linea di tendenza al consolidamento del regime di consociazione che si andava instaurando con tratti sempre più autoritari. Semmai - lo abbiamo a più riprese sostenuto - la risposta socialista alla laicizzazione dell'elettorato e alle ripetute prove di inefficacia del governo, al di là della pura e ordinaria amministrazione restauratrice, è stata troppo debole, frammentarie, talvolta contraddittoria.

Se è vero che è in corso una presa di distanza dai partiti in quanto appaiono tutti simili ed implicati in una politica nella quale le affinità di comportamenti di fondo sopravanzano le sfumature e le diversità che pure al suo interno esistono, allora non c'è dubbio che l'immagine - e la realtà - socialista di quest'anno è stata quella di un partito interno al "club", rispettoso delle sue regole, dei suoi vincoli e dei suoi imperativi.

Lo ha sostenuto Giuliano Amato in un commento di "Panorama", lo ha in parte ripreso Claudio Martelli (nel dibattito per "Mondoperaio" che pubblichiamo in fondo a questo fascicolo di "AR"): che si impongono al PSI problemi di "governo", cioè responsabilità di gestione proprie di un partito non minoritario che deve essere attento al "quadro politico" e alle più generali condizioni del paese. Si tratta, senza dubbio, di una preoccupazione reale: ma ci domandiamo in che misura durante l'anno passato il PSI sia riuscito a governare all'interno della grande maggioranza, e con quali risultati; o se invece, sotto la preoccupazione di governo, non si sia nascosto un riflesso condizionato insidioso, quello cioè di considerare la lotta politica come lotta tra i partiti per il mantenimento, l'accrescimento di zone di occupazione attraverso la maggioranza parlamentare, di risolvere ogni problema di scontro politico nel negoziato tra i partiti del "club", con l'attenzione puntata alla trattativa (vedi il caso delle nomine

) a partire da posizioni governative senza che questo abbia effettivamente nulla a che fare con l'"opera di governo". Seguitare, per il PSI, a invocare un governo di unità nazionale, o a ritenere che la questione cruciale per sconfiggere l'asse privilegiato DC-PCI sia quello di sostituire Andreotti con un altro democristiano, significa cogliere assai poco le tendenze di fondo del paese e, perciò, anche le possibilità di riconquista di una reale identità e iniziativa che trovi consenso politico ed elettorale.

Forse, una sconfitta elettorale del PCI può far mutare rotta politica con l'abbandono della strategia rinunciataria

Se il PSI ha tentato di recuperare una credibilità, il PCI è stato certamente, nel corso del 1978, la forza a cui maggiormente deve essere ricondotta la responsabilità della recuperata stabilizzazione moderata da parte della DC e della sconfitta ormai consumata della sinistra. Sostenendo ad ogni costo Andreotti e il cosiddetto "confronto" con la DC, i comunisti hanno pagato per se stessi, e di conseguenza hanno fato pagare a tutta la sinistra il prezzo della sconfitta, mentre tentavano di raggiungere il solo obiettivo (fittizio) della propria legittimazione a governare e a far parte di coalizioni di maggioranza.

Molti affermano che il PCI è "in mezzo al guado": non più all'opposizione e non ancora al governo. La realtà è abbastanza diversa e più articolata: giacché con la politica del dopo giugno 1976, perfezionata nell'ultimo anno, il PCI sarà forse rimasto in mezzo al guado, ma nel frattempo ha profondamente trasformato se stesso e la sua politica, con un processo di cui è difficile scorgere le possibilità, i modi e i tempi di un cambiamento di rotta.

In molti settori (istituzioni e Stato, ordine pubblico, diritti civili...) oggi è difficile distinguere la politica comunista da una moderata e conservatrice: e possiamo affermar ciò con tanta maggiore fermezza e senza timore che suoni come un affronto in quanto non sottaciamo il carattere permanente di agente di trasformazione che inevitabilmente deriva al PCI dall'orientamento politico e dalla composizione sociale delle grandi masse che lo sostengono. I quadri comunisti si sono sempre più forgiati per essere quadri di amministrazione, di cogestione; la stessa classe dirigente è cresciuta su questa ipotesi di fondo, ed è per questo che anche con un parziale arretramento sarà difficile una inversione di rotta. Un PCI che perde elettoralmente gran parte del seguito che ha acquistato dopo il 1974 - ed è una previsione avanzata da più orizzonti, anche interni al PCI - e, soprattutto, che vede clamorosamente fallire la strategia intorno a cui ha costruito tutte le proprie aspettative da molti anni a questa parte

, avrà delle difficoltà a riorientare se stesso perché classe dirigente, abitudini, orizzonti politici e teorici lo condizionano profondamente.

In questo senso il PCI non è a metà del guado ma immerso, per consapevole scelta, all'interno dell'ordine esistente. Ha scritto recentemente Francesco Ciafaloni: "La via scelta, dopo il rovesciamento di Allende, dal PCI e, fino agli ultimi mesi, da tutta la sinistra istituzionale, è invece quella amministrativa, consociativa... [il PCI] ha scelto di integrarsi nella macchina amministrativa dello Stato, di affidare il mutamento alla presenza fisica dei propri uomini nell'amministrazione senza altra caratteristica pubblica e programmatica se non quella della propria storia e della propria moralità, senza nessuna contropartita all'accettazione senza mutamento dello stato di cose presente se non la comunicazione simbolica della propria presenza nell'area di governo" ("Anatomia della palude", "Quaderno Piacentini", 69). Lo stesso compromesso storico, che era stato enunciato come una prospettiva di grande mutamento sostenuto dall'unità delle forze popolari, sembra essere divenuto, da ultimo, niente altro che la nu

ova denominazione delle regole del gioco del quadro democratico al cui interno si possono prospettare diverse formule, maggioranze e combinazioni. Il dibattito politico e teorico ristagna, almeno per quel che riguarda la proposizione al paese di nuove idee, di rinnovate ipotesi strategiche e di nuove battaglie su cui chiamare la sinistra a confrontarsi.

Con il 1979 è d'obbligo chiedersi se muterà qualcosa nel PCI. E' assai difficile che possa accadere con il congresso, e autonomamente dall'interno del partito, e di già le tesi sono un segnale del carattere rituale della riaffermazione di vecchie posizioni. A quel che si dice il risultato più evidente dell'assise comunista sarà la diminuzione di peso del gruppo d'estrazione cattolica attorno a Berlinguer che più ha spinto per la politica di incontro con i cattolici e, nella sua versione politica, per l'appoggio ad Andreotti. Ci pare, in sostanza, assai poco. Ma, del resto sono le cose stesse - come abbiamo già detto - a condizionare fortemente possibili evoluzioni comuniste.

Se per un verso il PCI rimane lontano dal grande potere, per un altro lo stretto intreccio consociativo lo coinvolge nella gestione del presente facendone davvero non il partito di governo ma della piccola amministrazione. C'è poi l'impasse che deriva dalla doppia ambiguità comunista rispetto alla Democrazia Cristiana e alla sua collocazione internazionale. Ogni passo che allontana il PCI dall'URSS e dai sottili legami che con essa mantiene è un passo che porta il partito in braccio alla DC; e, per converso, ogni passo in direzione dell'opposizione o di un indurimento nei confronti del blocco moderato-democristiano acquista il sapore di un riavvicinamento all'URSS. L'aver da una parte preferito come interlocutore principale la DC, e dall'altra l'aver mantenuto la solidarietà e i vincoli con l'Unione Sovietica, costituiscono nel momento attuale le due costrizioni della camicia di forza che i comunisti si sono costruiti. Il PCI non ce la fa ad essere più "alternativo" e meno "compromissorio" perché assumerebbe

immediatamente un volto più stalinista o, almeno, filosovietivo; e d'altro canto, non può presentarsi più "democratico", più "europeo" e "liberale" perché ciò verrebbe misurato dal rapporto di vicinanza e di accondiscendenza nei confronti della DC.

E' assai difficile che dall'interno del PCI, dopo anni ed anni di strategia di inserimento e di condizionamento del blocco moderato, possano venire gli impulsi ad una radicale trasformazione della politica per l'utilizzazione, in termini diversi da quelli attuali, della sua grande forza a sinistra. C'è già chi piange sulla sconfitta anche elettorale a cui potrà andare incontro il PCI, dopo la sconfitta politica, alle prossime elezioni. E' vero che quando un'ala della sinistra perde, é tutt'insieme il movimento alternativo che subisce una sconfitta. Ma c'è da chiedersi se oggi non debba venire dal paese un ammonimento e un giudizio netto sulla responsabilità che la politica comunista ha avuto di aver ridotto un grande potenziale - e sociale, e politico, e elettorale - ad un fronte in ritirata e in difesa, ridando fiato alla DC e al suo sistema di potere. Forse solo con la pressione esterna che deriva da fatti determinati - una sconfitta elettorale del PCI che premi altre componente della sinistra senza indebo

lirla nel suo complesso -, forse solo attraverso la forza di tale linguaggio ben comprensibile, si può produrre un rapido riorientamento della politica comunista e quindi il passaggio dalla strategia della sconfitta a una strategia meno rinunciataria.

L'alternativa passa per una politica dei piccoli passi da contendere ogni giorno senza negoziare all'avversario di destra

L'ipotesi e la prospettiva dell'alternativa - così come era stata coltivata almeno fino al 1976 e poi, secondo alcuni, come passo successivo a esperimenti di compromesso o di emergenza - sembrano per ora definitivamente tramontate. E' legittimo chiedersi dunque "che fare?", tenendo conto di quei due elementi che ponevamo all'inizio della nostra analisi: laicizzazione dell'elettorato e inefficacia del governo.

La crisi dei partiti sembra essere irreversibile almeno per ciò che riguarda le forme istituzionali storicamente consolidate. I radicali sono stati percepiti fino ad ora come un anti-partito che con la sua stessa presenza contesta la fisionomia del sistema politico e, attraverso i suoi successi (referendum ed elezioni in regioni di confine) induce mutamenti nel resto della sinistra o, almeno, provoca discussioni e ripensamenti in quelle parti più sensibili che sono il PSI e le correnti anti-avanguardistiche e anti-operaistiche della Nuova Sinistra.

Lavorare intorno a quelle forme che possono rendere i partiti meno partiti nel senso dell'organizzazione tradizionale ma agenti di organizzazione delle lotte democratiche nel paese è una delle strade che va in direzione delle più profonde tendenze del momento. Il partito forte oggi è non quello che tende ad acquistare più forza nel sistema dei partiti e attraverso lo Stato nell'occupazione delle sue istituzioni, ma quello che riesce a insediare più democrazia nel paese. Lo stesso cambiamento attuato con il "nuovo corso" del PSI - in mezzo al guado fra volontà e contraddizioni, fra l'immagine e realtà - deve procedere sulla strada di una "rivoluzione culturale" del suo modo di essere se vuole rendersi credibile ed effettivamente operante.

D'altro canto i referendum nazionali hanno rappresentato un ammaestramento per tutti e un esperimento anche "teorico" i cui risultati e conseguenze vanno attentamente valutati. La via referendaria all'allargamento degli strumenti democratici, da esplorare nazionalmente e regionalmente in tutta la sua potenzialità, può rappresentare un contro-veleno all'espansione della gestione centralizzata dello Stato e dei partiti, e alla loro invasione di sempre maggiori aree sociali, economiche e civili. A ciò si aggiunga che gli stessi rapporti interni dei partiti vanno rivisti in direzione di un coraggioso ridimensionamento - o inversione di tendenza - degli schemi oligarchici che li dominano. E' vero che mai i gruppi dominanti, in politica come altrove, sceglieranno di diminuire il proprio potere o mettere in crisi gli strumenti del proprio ruolo se non sotto la pressione di forze e di eventi esterni: la via referendaria non sarà imboccata da chi vuole mantenere il partito al centro esclusivo della mediazione politic

a, e la sperimentazione di norme atte a regolare il rapporto tra i partiti, i loro membri e i cittadini che li sostengono non sarma?? proposta se non quando la necessità lo imporrà pena una crisi sempre più grave. Qui, in queste due aree, c'è un'ampia possibilità di intervento per settori della sinistra che potranno agire anche con linea di unità e di iniziativa che passano attraverso i partiti e ne superano le impasse.

Una strada per riguadagnare fiducia alla politica alternativa, insieme a quella di una diversa strategia di schieramenti, sta sicuramente nel ricollegare il gioco dei partiti e nei partiti ai conflitti del paese, con l'invenzione di strumenti capaci di incidere, anche istituzionalmente, alternativi perciò sia alla disperazione della violenza che a quella dell'indifferenza.

Quanto poi all'esigenza di governabilità, o più specificamente di governo, invocata da una sinistra che non vuole relegarsi permanentemente ad un ruolo di contestazione e di opposizione, e che non accetta come immutabile la sua condizione di minoranza, ancora una volta ci pare che la richiesta più pressante sia non già quella di formule di governo generale ma di governo specifico su singoli problemi. proviamo a considerare come sarebbe stato diverso il corso delle cose, e lo stesso rapporto di forza tra sinistra e destra, in questi anni se non si fossero poste al centro della politica quelle pretese trovate di governo che avevano per nome delle formule tanto fantasiose quanto astruse ("il governo della non sfiducia"...) ma lo scontro su una serie di temi cruciali sui quali probabilmente i partiti della sinistra avrebbero trovato il sostegno e il consenso di fasce di cittadini ancora più larghe di quelle che sono disponibili a votare per loro. C'è un modo reale di farsi carico del "governo" del paese nel pros

simo futuro: ed è di non cedere agli avversari, sulla base di una superiore "ragione del quadro politico", su nodi cruciali su cui si misura il tasso di conservazione o di trasformazione della società e dello Stato.

La lunga strada dell'alternativa per il governo ci sembra perciò che passi sempre più attraverso una politica di piccoli passi, ma di passi reali da contendere ogni volta con durezza in base alla specifica ragione della loro importanza e nell'abbandonare quella che invece ha la parvenza di una politica di grandi passi, tanto generali nei buoni propositi quanto pieni di nulla nella sostanza.

 
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