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Aglietta Adelaide - 1 febbraio 1979
(4) DIARIO DI UNA GIURATA POPOLARE AL PROCESSO DELLE BRIGATE ROSSE: L'appuntamento con i violenti
di Adelaide Aglietta

INDICE:

"Prefazione" di Leonardo Sciascia

Il coraggio della paura

Una città assediata

L'appuntamento con i violenti

Fiori in tribunale

Nel bunker

La prossima sarà Adelaide Aglietta

Giustizia per Giorgiana Masi, giustizia per il maresciallo Berardi

La strage di via Fani

La questione dell'auotodifesa

Il dibattimento è aperto

Tragedia nel paese, illegalità in Parlamento, noia in tribunale

Curcio: "Un atto di giustizia rivoluzionaria"

Frate Mitra

La campagna dei referendum: schizofrenia di una giurata

La parola è alle parti

La Corte si ritira, il mio compito è finito

Perché questo libro

SOMMARIO: Adelaide Aglietta, torinese, è entrata nel Partito radicale nel 1974. Dopo aver militato nel CISA per la depenalizzazione e la liberalizzazione dell'aborto e poi nel Partito radicale del Piemonte, è stata capolista radicale a Torino nelle elezioni del 20 giugno 1976. Nel novembre successivo è stata eletta segretaria del Partito radicale, carica che le è stata riconfermata per il 1978 al Congresso di Bologna. Estratta a sorte, nel marzo 1978, come giurata popolare nel processo di Torino alle Brigate Rosse, ha accettato l'incarico dopo che si erano verificati più di cento rifiuti da parte di altrettanti cittadini, consentendo così la celebrazione del processo.

Adelaide Aglietta è stata dunque il primo segretario di partito a partecipare ad una giuria popolare: il suo diario nasce da quest'esperienza al confine del lavoro politico e della vita privata, fra le tensioni e contraddizioni che il ruolo di giudice popolare, soprattutto in un processo politico, non può non creare.

Attualmente è deputata al Parlamento europeo.

("DIARIO DI UNA GIURATA POPOLARE AL PROCESSO DELLE BRIGATE ROSSE" - Adelaide Aglietta - Prefazione di Leonardo Sciascia - Milano Libri Edizioni - febbraio 1979)

L'APPUNTAMENTO CON I VIOLENTI

Giovedì 2 marzo. Arrivo a Roma alle quattro del pomeriggio, annoiata per il viaggio. Vado a casa per lasciare il bagaglio, telefono a Gianfranco Spadaccia e poi al gruppo parlamentare, con la gioia di risentire e rivedere i compagni coi quali ho lavorato quotidianamente per un anno e che da un mese non vedo. Al telefono risponde Marisa Galli, con il solito modo brusco e affettuoso, e mi dice che c'è un certo capitano dei carabinieri che ma ha cercato telefonicamente da Torino almeno quattro o cinque volte e vuole essere immediatamente richiamato. Mi stupisco per tanta urgenza, penso a una delle incriminazioni per vilipendio o per le iniziative dei centri CISA sull'aborto ("Strano che tirino fuori proprio adesso quest'argomento!"), ma in ogni caso telefono a Torino.

"Lei è proprio Adelaide Aglietta?", mi chiede il capitano; replico che non saprei proprio come dimostrarglielo, per telefono. Il capitano mi comunica allora che il giorno precedente il mio nominativo è stato estratto per la formazione della giuria popolare. Resto interdetta, non so rispondere altro che sino a domenica sono improrogabilmente impegnata a Roma; mi suggerisce di mandare un telegramma al presidente della Corte d'assise per comunicargli la mia impossibilità ad essere presente. Mi annuncia contemporaneamente, per il giorno successivo, l'arrivo della notificazione scritta ufficiale.

Una ridda di pensieri mi passa per la testa: perché è stato estratto il mio nome? E' possibile che il caso abbia scelto me su almeno un milione di altre possibilità? La mia posizione è compatibile con quella di giurato? Devo andare a rappresentare istituzioni contro le quali lotto ogni giorno? A quali rischi vado incontro? Mi prende la paura, parecchia paura. Penso alle bambine e mi metto persino a piangere. Di nuovo la dinamica del sospetto mi assale: cosa c'è sotto? perché un radicale? cosa vogliono? In fin dei conti il nostro paese è da anni oggetto di torbide operazioni.

Questo processo io non lo condivido, ma mi viene in mente la frase di alcune sere prima: "I processi debbono essere fatti, tutti". Faranno il tiro al piccione contro di me? Farò da bersaglio? Cerco di razionalizzare tutto con Giovanni, il quale chiamato subito Torino e parla con Paolo. Paolo sa già tutto: in mattinata ha telefonato a Radio Radicale un giornalista di "Repubblica" e gli ha chiesto un appuntamento, non specificando la ragione. Così Paolo è venuto a sapere molte cose, e con parecchie ore di anticipo: la sera precedente era circolata la voce che fosse estratto un "grosso nome" del PCI torinese. Dalla segreteria della federazione comunista si confermava solo che "era stato sorteggiato un operaio del PCI, e che invece era stata estratta la Aglietta", la quale "pare abbia già rifiutato".

Ora, sapendo tutto questo Paolo, mi rammento che Marisa Galli mi aveva avvertito che nel pomeriggio due giornalisti mi avevano affannosamente cercato al gruppo parlamentare, e con amara ironia ripenso all'articolo di Cerasuolo sulla "Stampa". Già, la funzione della stampa è molto importante... Piglio un taxi e vado a al gruppo parlamentare. Non entriamo nel merito della questione, ma stiliamo un comunicato che annuncia il telegramma della Corte d'assise sulla mia impossibilità ad essere a Torino il giorno dopo. Aggiungiamo una domanda: "Quale sarebbe, in questo caso, il comportamento degli altri segretari di partito?". La sera tento di parlare con mio marito e le bambine, che sono in vacanza in montagna, ma è impossibile: pare che gli ospiti del Club Méditerranée non abbiano il diritto di ricevere telefonate. Furibonda desisto, e chiamo mio padre: so come sia apprensiva mia madre, come sempre teme per me, per la mia salute; conosco le angosce che ha vissuto durante gli scioperi della fame, preferisco che sia

mio padre a parlargliene, debbo assolutamente evitare che apprenda la notizia dai giornali.

Mio padre, dopo avermi ascoltata, resta un po' silenzioso, poi mi chiede cosa farò. Gli dico che non so, che tendenzialmente sono per accettare e che comunque ne discuterò con i compagni il giorno dopo, perché è anche da valutare la sottrazione del mio tempo e del mio impegno rispetto ai programmo del partito. Lui mi dice che, nella mia posizione, farei meglio a rifiutare; gli chiedo a bruciapelo cosa farebbe lui: mi risponde categorico che accetterebbe. La sera, a letto, mi riprende l'angoscia, ho la sensazione di avere di fronte un tunnel buio che non so dove conduca. Nuovamente penso a Francesca a ad Alberta; come reagiranno le bambine? Saranno coinvolte?

Ritelefono in montagna, litigo dieci minuti con la telefonista, ma non c'è niente da fare.

Venerdì 3 marzo, nelle primissime ore, mi sveglia lo squillo del telefono. E' Marco, mio marito, già al corrente di tutto. In verità non abbiamo da scambiarci molte idee, anche con lui - giorni prima - ci eravamo detti le nostre impressioni sul processo. Gli raccomando di parlare con Francesca e Alberta, per le quali mi sembra molto preoccupato. Accenna anche a un loro possibile trasferimento da Torino. Io non condivido l'idea, o quanto meno mi appare prematura e in ogni caso intendo parlarne direttamente con le bambine, domenica, quando conto di tornare a Torino. Sono convinta, come al solito, che mascherare o minimizzare la realtà ai bambini sia una scelta stupida e controproducente.

Vado alla riunione del partito, nella saletta di un albergo di Roma. Ad un tratto, nel breve tragitto, mi ricordo dei giornali. La notizia sarà riportata? E in che modo, in quali proporzioni? Compro tutti i giornali, mi casca l'occhio sulla "Repubblica". In prima pagina campeggia un titolo: "Scoppia il caso Aglietta". Scalfari ha decisamente mutato atteggiamento nei nostri confronti, dopo le continue censure o mistificazioni.

Aggiungiamo all'ordine del giorno della riunione la mia estrazione a giudice popolare al processo di Torino. Marco Pannella mi sussurra una prima considerazione: "Era scontato... prima o poi dovevamo giungere all'appuntamento con i ``violenti''. Quando tu non scegli i fatti, i fatti scelgono per te". Io mi riguardo le cifre che alcuni quotidiani riportano, piuttosto impressionanti: più di un centinaio di estratti, ma i "sì" si possono contare sulle dita di una sola mano; bel risultato hanno ottenuto il PCI, l'arcivescovo, "La Stampa", con i loro strilli "contro il terrorismo"...

Guardo tutti i compagni seduti attorno al tavolo: con ognuno ho un vissuto, un rapporto personale e politico. Sono presenti i compagni del gruppo e della segreteria: i quattro deputati (Marco, Emma, Adele, Mauro), due dei deputati supplenti (Marisa Galli e Roberto Cicciomessere), Paolo Vigevano, Sergio Stanzani, Gianfranco Spadaccia, i compagni della segreteria (Geppi Rippa, Peppino Calderisi, Giovanni Negri, Loredana Lipperini, Mario Signorino). Da Torino è venuto Paolo Chicco.

Dopo altri argomenti, si apre il dibattito sul mio eventuale impegno. Tutto si impernia su un'unica questione: è legittimo il rifiuto, data la funzione "costituzionalmente rilevante" che svolgo in qualità di segretario di un partito? E' il succo della domanda già rivolta ai segretari degli altri partiti, su ciò che loro farebbero trovandosi nella mia situazione. Concludiamo che, pur avendo validi motivi per rifiutare, questi cadono dal momento che segreteria e tesoreria, sono cessate, ed io sono dunque libera da vincoli ed impegni. Alcuni sono però pregiudizialmente contrari alla mia accettazione, avvolti e vinti dalla "dinamica del sospetto" nei confronti di una "operazione di regime" esplicitamente ipotizzata. Mentre discutiamo, il portiere dell'albergo, ogni dieci minuti, ci comunica che c'è al telefono una giornalista "che vuole sapere...". Mi prende un attimo d'ira, ripenso ai settanta giorni di sciopero della fame dello scorso anno per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli agenti

di custodia e per l'amnistia, trascorsi nel silenzio totale; ripenso alle invocazioni ai giornalisti perché pubblicassero qualcosa, un minimo di spazio, affinché si sbloccasse la situazione...

I compagni ed io siamo comunque unanimi su una considerazione: il nonviolento si difende solo con le linearità delle proprie scelte di coscienza, in una dimensione di divulgazione il più pubblica possibile del proprio operato. Dunque Francesco Cossiga tenga alla larga da me qualsiasi suo uomo, qualsiasi scorta. La "protezione" di colui che, secondo noi, scientificamente, a tavolino, ho progettato, cercato, costruito e trovato l'evento criminale del 12 maggio, può solo costituire un grave pericolo, mai una sicurezza.

Fissiamo una conferenza stampa per il giorno successivo: ritorniamo a discutere dell'importanza - a maggior ragione questa volta - dell'informazione corretta e della conoscenza come unica garanzia di sicurezza fisica per me. Mi si deve conoscere non come simbolo, bensì come persona: con le mie emozioni, i miei ideali e valori, le mie motivazioni di radicale. La riunione termina e vado a casa, ho un po' meno paura. E' invece molto preoccupato mio padre, soprattutto per Francesca e Alberta.

Ho riflettuto sul problema delle bambine, e gli rispondo che bisogna smetterla di essere vittime della logica che costruisce "mostri": nella strategia delle Brigate Rosse mai vi sono stati bersagli che non fossero obbiettivi politici diretti, non vi debbono dunque essere preoccupazioni eccessive per i familiari. Comunico anche a mio padre che ho deciso di rifiutare preventivamente qualsiasi scorta armata. Lui non dice nulla.

Sabato 4 marzo. I giornali giocano ad una sorta di "toto-radicale": accetterà, non accetterà? Ancora una volta non riesco a non pensare al disprezzo mostrato dalla maggior parte degli organi di informazione in occasione di battaglie di liberazione condotte in anni e anni. Mi soffermo sulle dichiarazioni de miei  "colleghi", segretari di partiti: tutte molto "pure", molto "dure", categoriche, sicure. Sento una stonatura pesante, forse perché sono abituata anch'io a diffidare delle "purezze", degli integrismi. Penso anche alla scelta esistenziale del terrorista: non è anch'essa la scelta totalizzante e clericale della "purificazione" di se stessi e degli altri dal "nemico", e dunque una scelta che racchiude valori di espiazione e di mondamento dei peccati in un lavacro di sangue? Da bambina temevo l'arcangelo Gabriele, "giustiziere e vendicatore" dalla lunga spada e dalla dorata aureola (ben diverso dal laico e simpatico Robin Hood). Ritorno comunque a leggere le dichiarazioni: Berlinguer, Zaccagnini, Romita

: nessuno avrebbe esitazioni. L'unico contributo serio e problematico viene dal segretario liberale Valerio Zanone, che rileva le difficoltà oggettive - per un segretario di partito - ad assumere un incarico così impegnativo. Il segretario del PRI, Oddo Biasini, mi rimprovera: non solo egli accatterebbe subito, ma ritiene assurda qualsiasi esitazione e ogni forma di consultazione con i compagni di partito.

Vado al gruppo parlamentare piuttosto presto, poiché bisogna terminare di scrivere gli interventi per la conferenza stampa. Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, che mi attendono, hanno tentato invano di ottenere un'intervista per me dai telegiornali: la risposta è stata secca, neanche in questo caso si può avere diritto di parola, alla vicenda verranno dedicati due minuti nel corso dei quali i redattori della RAI "riferiranno correttamente".

Accusano sovente noi radicali di essere dei vittimisti: ma se qualsiasi altro segretario di partito si fosse trovato nelle mie condizioni non sarebbe stato intervistato dalla televisione? Perché intere colonne di piombo e centinaia di veline televisive vengono ogni giorno dedicate alle dichiarazioni, anche le più insignificanti, dei "politici" dei partiti "costituzionali"? Perché ogni comunicato delle BR viene pubblicato fino all'ultima riga? Perché fra regime e terrorismo a tutti i costi ci deve essere terra bruciata, non deve essere esistere - in termini di informazione - nulla, e se qualcosa c'è, questo è immediatamente manipolato e minimizzato?

Affronto la saletta della conferenza stampa, che è affollatissima, piuttosto tesa. Discuto con il redattore del TG1 e con un altro Giornale Radio: non è colpa loro ma oggi più che mai li vedo come avvoltoi pronti ad usarmi come volto, come persona, come simbolo, senza preoccuparsi di ciò che ho realmente da esprimere, di ciò che mi preme far conoscere. Mi rallegrano invece le decine di compagne e compagni che sono venuti, tutti molto affettuosi. Inizia la conferenza stampa:

ADELAIDE AGLIETTA: "Il coraggio di avere paura"

Sono stata sorteggiata - almeno così pare - come giurata al processo di Torino. Penso che sia la prima volta che il massimo esponente di un partito si trovi di fronte a questa evenienza, non solamente nella nostra storia nazionale.

Non so cosa avrei fatto, se mi fossi trovata nella pienezza delle mie responsabilità di segretaria nazionale del Partito radicale. Non sono affatto sicura, come si sono proclamati ieri, a quanto pare, i miei illustri colleghi Zaccagnini, Romita, Biasini, Zanone e Berlinguer, che avrei ritenuto di poter e dover anteporre ragioni e incombenze di giurata a quelle, di rilevanza anche costituzionale, del mio ufficio. Vi sono contraddizioni evidenti, non ultime ma non soltanto, quelle di natura pratica. Comunque è facile parlare per assurdo.

Ma, per quello che mi riguarda, fin quando non si saranno creati fatti nuovi, auspicabili e che siamo tesi a conquistare perché il Partito radicale possa riprendere la sua attività nazionale nell'esercizio dei diritti e doveri costituzionali, non mi attribuisco altri compiti che quelli di una qualsiasi militante, nonviolenta, libertaria, radicale.

Consentitemi per un istante di fare una considerazione forse non oziosa, forse necessaria.

Meno di due mesi fa sono tornata a Torino, ho deciso di far cessare l'attività nazionale del partito, dopo 22 anni di lotte d'insuperato valore civile e politico, di fronte all'evidenza che da tempo celavamo a noi stessi. Nell'Italia degli anni '70 anche il solo chiedere l'attuazione della Costituzione, l'abrogazione dei fondamenti fascisti dello Stato, il rispetto della sua propria legge da parte del potere, la conquista di diritti civili e costituzionali fondamentali a tutti e per ciascuno esige processi, condanne, discriminazioni, ostracismi; ma esige - anche ormai - di mettere in causa la propria vita, se si è nonviolenti; la vita altrui oltre che la propria se si è violenti e si crede che i fini giustificano i mezzi e non che i mezzi prefigurano i fini. Nel 1977 abbiamo dovuto condurre decine di digiuni per quasi cento giorni ognuno, per ottenere che alcune distorte e avare notizie raggiungessero l'opinione pubblica. Contemporaneamente, nel 1977 è stato sufficiente sparare alle gambe o al cuore di qualc

uno, perché messaggi politici venissero trasmessi a cinquanta milioni di italiani, per essere sempre più eletti a protagonisti della cronaca politica e antagonisti ufficiali di un potere che sembra volere la terra bruciata tra il suo 90 per cento di consensi parlamentari e la "opposizione" violenta dei gruppi terroristici.

In questa escalation della violenza delle istituzioni, dal peggioramento delle leggi fasciste a - soprattutto - l'uso fascista, letteralmente fascista, della informazione della RAI-TV e della stampa sovvenzionata contro le grandi, poderose lotte politiche referendarie, civili, del "partito nonviolento", eravamo e siamo giunti al punto in cui m'era parso evidentemente che, d'ora in poi, un esito tragico dei nostri digiuni della sete, non evitabili dinanzi alla gravità delle violenze anche costituzionali, degli arbitrii cui dobbiamo disobbedire, sarebbe divenuto obbligato. L'informazione di regime, per sua propria ideologia, è omogenea agli assassinii dei cosiddetti partiti armati.

Ho assunto dunque la responsabilità di far cessare questa nostra attività politica nazionale, contro il prezzo della vita che stava ineluttabilmente divenendo necessario pagare o rischiare per lotte civili doverose ma vietate.

E' dunque per questo che ero tornata a Torino e ho avviato una conversione delle lotte radicali.

"E' qui che di nuovo vengo ora a trovarmi personalmente in collusione con la spirale di violenza e di paura nella quale trenta anni di potere "costituzionale" hanno precipitato e sempre più precipitano il paese". E' qui che altri sembrerebbero aver scelto di divenire in tutto e per tutto simili a coloro che combattono, nel peggio che li caratterizza.

Non ho quindi avuto esitazioni nel comprendere quel che dovevo fare. Come tutti, come donna, come madre, ho avuto e potrò avere momenti di dubbio e di paura per me, per le mie figlie, per i miei compagni, per gli altri. Penso che il coraggio consista nel superare la paura, non nel non provarla. Penso che il coraggio della paura è meritevole e doveroso dinanzi alla morte che una società sempre più basata sull'equilibrio instabile del terrore militare e nucleare prepara e impone: come dinanzi ad ogni morte. Anche per questo per noi e per me la vita è sacra, a cominciare da quella degli altri, così come la libertà e la giustizia.

Ho consultato i compagni del partito e del gruppo parlamentare per meglio valutare con loro le possibili scadenze della vita politica, in particolare quelle riguardanti i referendum di cui siamo stati promotori e le lotte di difesa della Costituzione. Per il resto abbiamo valutato insieme le conseguenze politiche della mia decisione che, se appartiene interamente e integralmente alla mia coscienza, anche e proprio per questo non può non costituire anche una manifestazione concreta dei nostri comuni ideali e obiettivi.

Ho trovato, in tutti, l'uguale consapevolezza che è improbabile, in questa evenienza, non opporre alla spirale della paura che ha dilagato e sta dilagando ovunque, specie a Torino, ora attorno a questo processo, una comune, rigorosa, attiva azione nonviolenta.

Intendo dunque, da questo momento, comportarmi come possibile giurata del processo di Torino. Non intendo quindi esprimere opinioni in merito; anzi, per l'esattezza, se ne ho avute, non ne ho più. Ho radicato in me il dovere costituzionale e morale di presumere la non colpevolezza degli imputati, di contribuire ad assicurare loro la più piena possibilità di difesa, di ricercare processualmente la verità e, in coscienza, di giudicare.

Mi sia consentito di rivolgere a tutti un appello contro la paura, contro la violenza, contro la rassegnazione a vivere la violenza assassina sia essa quella del potere o di chiunque altro. Rifiuto di ritenere in pericolo la mia vita e quella di chiunque altro per il solo fatto che compie un dovere di coscienza. Non so se la violenza per la quale tanti cittadini, cui va in questo momento tutta la mia comprensione, la mia solidarietà e la mia stima, hanno avuto il coraggio della paura, sia reale o supposta. Fino a prova del contrario, rifiuto di presupporla. Ma questa spirale va spezzata.

Chiedo alle donne come me, alle donne di Torino, alle compagne di manifestare con la loro sola presenza, silenziosamente e in massa, lunedì pomeriggio alle ore 15, in via Garibaldi 13, la volontà di una vita diversa, di una società nonviolenta, contro ogni assassinio e assassino. Lo chiedo alle donne, come io sono, alle compagne, ai compagni. Muoviamoci come altre donne, in condizioni più tragiche, hanno fatto, in Irlanda. Portiamo i nostri figli e genitori.

Chiedo che unanimi e solidali i giurati designati si uniscano con serenità per affrontare il loro compito vincendo la paura con cui ci si vuole degradare, a sudditi o a donne e uomini vili, in nome della nonviolenza, di una giustizia vera, almeno da tentare.

MARCO PANNELLA: "Chi vuole s'accomodi"

Chi pensa che i nonviolenti siano degli inerti e dei disarmati, sbaglia. C'è una cosa, almeno, che unisce profondamente nonviolenti e violenti politici: gli uni e gli altri giudicano che la situazione storica e sociale nella quale vivono esige da loro di dare letteralmente corpo alle loro speranze ed ai loro ideali, di ritenere comunque in causa la loro esistenza e di trarne le conseguenze. C'è una sorta di integrità che li unisce. Ma gli uni ritengono che i mezzi prefigurano e determinano i fini; ed essendo dei libertari e dei socialisti la vita è per loro sacra, innanzitutto quella dei loro nemici; gli altri credono che i fini giustificano i mezzi, e scendono sullo stesso campo dell'avversario, alzano anch'essi il vessillo dell'assassinio e della guerra, giusti e sacri.

L'ideologia stessa che presiede alla vita del nostro Stato, retto con leggi fasciste e incostituzionali per volontà degli antifascisti al potere da trent'anni, fa scegliere "il partito armato", il terrorismo come interlocutore privilegiato. La stampa e la RAI-TV fanno di costoro gli antagonisti politici e i protagonisti della cronaca politica. Censurano, soffocano, deturpano ferocemente i nonviolenti, referendari, costituzionali, che si muovono fra la gente e ne rappresentano aggregazioni maggioritarie.

Come nonviolenti denunciamo ogni giorno la violenza assassina di un potere che ha al suo attivo la strategia delle stragi e la strage di legalità. Siamo processati, condannati. Ma come nonviolenti sappiamo che la scelta del cosiddetto "partito armato" è non solamente assassina sul piano della proclamazione teorica e della prassi, ma è suicida se e quando davvero partecipa alle speranze della sinistra e non sia anche soggettivamente espressione di servizi paralleli nazionali e internazionali.

In queste condizioni, per noi il processo di Torino ha da farsi. La spirale della paura deve essere spezzata, una volta per tutte.

Certo, esistono dei pericoli nuovi. In realtà non sono che il nuovo volto di vecchie realtà che hanno sempre accompagnato le nostre lotte radicali. Cogliamo l'occasione per dire al ministro di polizia Cossiga, al responsabile della strage di piazza Navona e dell'assassinio di Giorgiana Masi che non tollereremo di essere "protetti" dai suoi servizi.

Siamo armati di nonviolenza e non d'altro. Chi vuole s'accomodi. Non rischia nulla se non d'essere un indiretto "boia di Stato".

GIANFRANCO SPADACCIA: "La coerenza del nonviolento"

Ringraziamo i segretari degli altri partiti per il contributo che, con grande sicurezza e senza esitazioni, hanno voluto dare al segretario del nostro partito in questa circostanza.

Forse avremmo apprezzato maggiormente dichiarazioni più problematiche, soprattutto tenendo conto del fatto che i loro autori, tutti parlamentari eletti, non avrebbero potuto trovarsi nella situazione in cui si è trovato il segretario del Partito radicale.

Non intendo mettere in dubbio la sincerità di quelle dichiarazioni né liquidare con facilità l'esistenza di questa incompatibilità che, nelle intenzioni del legislatore, aveva un valore garantista. Ma proprio l'esistenza di questa norma, se non viene intesa come un'altra forma di immunità e come un privilegio di casta, dimostra che, nella sostanza se non nella forma, i problemi posti al segretario del Partito radicale non erano e non sono soltanto problemi di carattere pratico. Le stesse considerazioni dell'onorevole Biasini ne sono del resto un'ulteriore conferma, anche se le dichiarazioni di Adelaide Aglietta hanno fugato ogni possibile dubbio sul carattere che hanno avuto le sue consultazioni con noi.

Ma per un radicale, per un nonviolento esiste un altro elemento di contraddizione che sarebbe ingiusto sottacere in un momento in cui siamo costretti a denunciare le persistenti e le nuove violazioni della legalità repubblicana da parte delle istituzioni.

In oltre quindici anni di lotta politica, i radicali di questa generazione hanno conosciuto la giustizia del regime in altra veste che non quella di giurati: nella veste di imputati, e spesso di detenuti, per reati d'opinione, per obiezione di coscienza, per la nostra disubbidienza civile a leggi fasciste e incostituzionali; come difensori, quelli di noi che sono avvocati, di radicali o altri; meno spesso come parti civili, ma sempre per difenderci contro la prevaricazione e la violenza degli avversari e del potere.

Oggi una di noi quelle stesse leggi, contro molte delle quali abbiamo lottato con tutte le armi della nonviolenza, è invece chiamata ad applicarle in qualità di giudice popolare.

E' una contraddizione, ma una contraddizione cui un nonviolento non si può sottrarre.

Siamo sicuri che Adelaide saprà affrontarla con la forza e la coerenza di chi ha sempre lottato per chiedere non l'affermazione della propria legalità alternativa ma il rispetto della legalità da cui il potere e le istituzioni traggono la loro legittimità, la piena attuazione della Costituzione, l'integrale applicazione delle norme interne e internazionali che garantiscono gli insopprimibili diritti dei cittadini.

GRUPPO PARLAMENTARE RADICALE: "Va finalmente assicurato il diritto degli imputati all'autodifesa"

Il gruppo parlamentare radicale ringrazia la compagna Adelaide Aglietta, segretaria nazionale del Partito radicale, per la sua esemplare decisione. Il suo gesto va confrontato al suo indubbio diritto di essere - ove lo avesse ritenuto opportuno - esonerata dalle funzioni di giurata al processo di Torino per la indubbia rilevanza costituzionale del suo incarico, e per i conseguenti normali doveri del suo ufficio.

Il gruppo radicale non può in questa occasione non ribadire fermamente e solennemente che la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, legge dello Stato italiano, garantisce a ogni imputato il diritto di difendersi, a sua scelta, direttamente o con l'assistenza di legali difensori. Questo diritto deve essere finalmente rispettato.

Il gruppo radicale ha deciso inoltre di proporre nella prossima seduta della Camera un emendamento al decreto di legge governativo sulle Corti d'assise, con cui viene abrogata la norma che vieta ai parlamentari della Repubblica di essere designati come giurati nei processi di Corte d'assise.

PARTITO RADICALE DEL PIEMONTE: "Appello agli uomini e alle donne di Torino"

La nostra città, Torino, è in questo giorni e lo sarà ancor più nei prossimi, avvolta da una drammatica spirale di paura, di terrore, di angoscia.

E' nei momenti di maggior pericolo, quando si teme per se stessi e per gli altri, quando si ha evidentemente paura di assistere ad una impressionante escalation di degradazione della vita civile, che si ha il diritto e il dovere, e si deve trovare la forza, di fronteggiare individualmente e collettivamente la situazione, assumendo le responsabilità che tutto ciò comporta.

Nella nostra città oggi l'unico lucido e responsabile comportamento possibile è quello di spezzare al più presto, subito, la spirale della paura. Una spirale che è funzionale al regime e la cui logica deve essere rovesciata con la nonviolenza, con la forza dei valori della Costituzione, dello Stato di diritto, del rispetto e della tolleranza reciproca, della aspirazione alla pace, dell'ordine democratico e repubblicano.

Dissennato è colui che pensa che tutto ciò sia utopia. Ancor più dissennati coloro che credono che la paura scompaia occupando militarmente la nostra città o imponendo al paese la trentennale vergogna delle leggi fasciste e l'aberrazione di altre ancora peggiori.

Ancora una volta la possibilità di superare un frangente drammatico risiede nella maturità e nella civiltà degli uomini e delle donne semplici, la cui semplicità è di gran lunga più efficace di tutte le misure, gli appelli, le parole ipocrite e inutili, di una classe politica dirigente che è creatrice di questa situazione di caos e di disordine pubblico.

Adelaide Aglietta non ha dato oggi che la prova del proprio senso di responsabilità. Lo ha fatto confidando in voi e riponendo in voi tutta quella fiducia che le è stata necessaria per compiere tale gesto. In voi cittadini di Torino, non certo nelle poco autorevoli autorità.

Spezziamo e rovesciamo la spirale della paura: accettiamo di fare i giudici popolari, scendiamo nelle nostre strade e nelle nostre piazze, occupiamo la città noi cittadini con la calma e la nonviolenza, contro la paura, il caos, il terrore. Il primo appuntamento, con Adelaide Aglietta, è fissato per lunedì 6 prossimo, alle ore 15, di fronte alla sede del Partito radicale, in via Garibaldi 13. Che sia il primo appuntamento di massa, silenzioso, sereno, nonviolento, quindi realmente forte, contro la paura.

ADELAIDE AGLIETTA A COSSIGA: "Rifiuto la scorta"

Signor ministro, le chiedo formalmente di dare disposizioni perché venga evitata assolutamente ogni e qualsiasi forma di tutela o vigilanza armata che le autorità locali o d'altra natura dovessero ritenere in dovere si assicurare Stop Non conosco altra garanzia possibile di serenità e di sicurezza che quella derivante dall'assenza di armi e armati di qualsiasi tipo - Adelaide Aglietta, segretaria nazionale del Partito radicale.

4 MARZO: "dall'Ansa"

Onorevole Zaccagnini, segretario della Democrazia cristiana: "Accetterei perché si tratta di adempiere a un fondamentale dovere civico e morale".

Onorevole Romita, segretario del PSDI: "Non ho alcun dubbio, andrei certamente. I doveri dei cittadini vanno rispettati dai segretari dei partiti con impegno ancora maggiore".

Onorevole Biasini, segretario del PRI: "Accetterei senza esitazione l'incarico nella consapevolezza che esso comporta l'assolvimento di un preciso dovere civico, il cui adempimento riguarda la coscienza dell'individuo. Mi parrebbe assurdo, sotto questo profilo, subordinare la mia decisione a una valutazione del mio partito".

Onorevole Zanone, segretario del PLI: "L'ufficio di giurato soprattutto nelle drammatiche condizioni in cui versa la giustizia nel nostro paese è un dovere pubblico che vale per tutti i cittadini, non esclusi quindi i segretari dei partiti. Qualora fossi sorteggiato mi troverei nella difficoltà di conciliare i compiti, anch'essi pubblici, di deputato e segretario del PLI con quelli di giudice popolare. Di fronte alle troppe rinunce di cui si è avuta in questi giorni la penosa sequenza, darei la prevalenza al dovere di rendermi disponibile, perché la giustizia possa vere corso".

Onorevole Pecchioli, per il PCI: "Accetterei senza alcuna esitazione. Si tratta di un dovere verso lo Stato democratico che deve scrupolosamente essere osservato. Credo fermamente nella partecipazione popolare all'amministrazione della giustizia, così come afferma la Costituzione della Repubblica".

Onorevole Berlinguer, segretario del PCI: "Accetterei senza alcuna esitazione".

Senatore Cipellini, per il PSI: "E' dovere di tutti i cittadini difendere la legalità dello Stato democratico e quindi in questa prospettiva amministrare la giustizia. E se questo è un dovere per tutti i cittadini, figuriamoci per un dirigente di partito. Alle forze politiche spettano infatti il diritto e il dovere di difendere la legalità dello Stato democratico, salvaguardare quei valori che vengono da lontano, dalle lotte di popolo della Resistenza. Per questo io come giurato nel processo alle BR avrei svolto questo impegno civile e politico con serenità, ma anche con la fermezza che viene dal ricordo di tanti compagni e amici che, durante la Resistenza, hanno sacrificato la vita per quei valori di democrazia contro i quali anche le BR hanno sferrato il loro attacco. Noi socialisti, che svolgeremo il nostro Congresso a Torino, riaffermeremo ancora una volta il no dei democratici alla violenza, alla criminalità, che non hanno niente a che fare con la lotta politica".

 
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