Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
lun 20 mag. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Aglietta Adelaide - 1 febbraio 1979
(6) DIARIO DI UNA GIURATA POPOLARE AL PROCESSO DELLE BRIGATE ROSSE: Nel bunker
di Adelaide Aglietta

INDICE:

"Prefazione" di Leonardo Sciascia

Il coraggio della paura

Una città assediata

L'appuntamento con i violenti

Fiori in tribunale

Nel bunker

La prossima sarà Adelaide Aglietta

Giustizia per Giorgiana Masi, giustizia per il maresciallo Berardi

La strage di via Fani

La questione dell'auotodifesa

Il dibattimento è aperto

Tragedia nel paese, illegalità in Parlamento, noia in tribunale

Curcio: "Un atto di giustizia rivoluzionaria"

Frate Mitra

La campagna dei referendum: schizofrenia di una giurata

La parola è alle parti

La Corte si ritira, il mio compito è finito

Perché questo libro

SOMMARIO: Adelaide Aglietta, torinese, è entrata nel Partito radicale nel 1974. Dopo aver militato nel CISA per la depenalizzazione e la liberalizzazione dell'aborto e poi nel Partito radicale del Piemonte, è stata capolista radicale a Torino nelle elezioni del 20 giugno 1976. Nel novembre successivo è stata eletta segretaria del Partito radicale, carica che le è stata riconfermata per il 1978 al Congresso di Bologna. Estratta a sorte, nel marzo 1978, come giurata popolare nel processo di Torino alle Brigate Rosse, ha accettato l'incarico dopo che si erano verificati più di cento rifiuti da parte di altrettanti cittadini, consentendo così la celebrazione del processo.

Adelaide Aglietta è stata dunque il primo segretario di partito a partecipare ad una giuria popolare: il suo diario nasce da quest'esperienza al confine del lavoro politico e della vita privata, fra le tensioni e contraddizioni che il ruolo di giudice popolare, soprattutto in un processo politico, non può non creare.

Attualmente è deputata al Parlamento europeo.

("DIARIO DI UNA GIURATA POPOLARE AL PROCESSO DELLE BRIGATE ROSSE" - Adelaide Aglietta - Prefazione di Leonardo Sciascia - Milano Libri Edizioni - febbraio 1979)

NEL BUNKER

Mertedì 7 marzo. Fra due giorni inizia il processo. Pranzo al ristorante con due amici. Sono anche loro preoccupati per me, ma fioccano battute su battute e mi accorgo - tutto sommato - di sorridere spesso. Mi prende la rabbia leggendo la cronaca della mia accettazione, come riportata dalla "Gazzetta del Popolo": "La partecipazione di Adelaide Aglietta al processo delle BR si risolve per i radicali in una buona manovra pubblicitaria". Ritengo che anche questa volta siano stati superati i limiti della civiltà. Nel pomeriggio scrivo al giornale.

Infatti questa storia della pubblicità è uno di quegli argomenti che riescono a farmi indignare. E' lecito l'uso che i giornali fanno della mia immagine e della mia accettazione per la loro propaganda di regime? E' lecita l'amplificazione che essi assicurano al partito armato, ad ogni suo gesto di violenza come ad ogni sua dichiarazione o comunicato? Non appena, in queste opposte e convergenti propagande, tentiamo di far passare il nostro messaggio nonviolento (in questo caso le ragioni per cui ho accettato, che non sono quelle della "Stampa" e della "Gazzetta del Popolo"), il nostro tentativo viene immediatamente stroncato con l'accusa di "manovre pubblicitarie" o di folklorismo radicale. E quale altro mezzo ha il nonviolento per affermare le sue idee se non la propria parola, il proprio corpo, i propri gesti nel tentativo, attraverso di essi, di ricercare e imporre il dialogo? Ma è appunto il dialogo che si tenta di impedire nello scontro delle opposte violenze. E' come se il giornalista dicesse, senza ren

dersene conto, che non solo io ma tutti coloro che sono disarmati e privi di potere possiamo essere soltanto oggetti e non anche soggetti di messaggi. Sono queste considerazioni che, qualche mese più tardi, mi spingeranno a portare fino infondo provocatoriamente la logica dei miei avversari, e ad accettare di posare per una pubblicità commerciale.

Verso sera incontro mio padre, che è arrivato da Sanremo. Mi sembra un po' commosso anche se, come sempre, si nasconde dietro i suoi silenzi. Mi chiede dove sto. Può sembrare una domanda strana, ma da quando ho deciso di vivere per conto mio e ho accettato la segreteria del partito non ho praticamente più avuto "fissa dimora", né a Roma né a Torino. Anzi, per l'esattezza, finalmente avevo trovato casa a Roma, ma solo giorni prima di decidere la sospensione delle attività della segreteria nazionale e di ritornare a Torino. Così, dopo aver vissuto a rotazione da alcuni compagni per un anno e mezzo, mi ritrovo nella mia città, senza casa, di nuovo ospite di compagni. Per l'esattezza in questo periodo e per tutti i mesi successivi sarò ospite di Angelo Pezzana, al quale mi lega una amicizia di molti anni. Mio padre mi chiede ancora cosa intendo fare, se e quali minime precauzioni ho preso, se in questo periodo ho bisogno di una maggiore disponibilità di denaro (sa che sono spesso in difficoltà). No, lo ringrazio

, non ho bisogno di nulla, per vivere è sufficiente quel minimo di cui finora dispongo. Non credo che avrò spese straordinarie, in quel caso glielo dirò. Per il resto, gli rispondo che se qualcuno volesse fare qualsiasi azione nei miei confronti non ci sarebbero precauzioni che potrebbero evitarlo; compagni ed amici stanno però insistentemente cercando di farmi accettare l'idea di cambiare frequentemente alloggio. Mi raccomanda ancora di stare attenta, mi dà dei soldi e ripete di farmi sentire e vedere spesso. I dialoghi con mio padre sono sempre stati fatti di sfumature e in essi hanno sovente avuto più significato i silenzi che le parole, ma per me è sempre stato semplice capirlo.

Mercoledì 8 marzo vado a trovare le bambine e passo con loro alcune ore molto serene: anche loro mi sembrano tranquille. Alberta mi chiede all'improvviso quand'è "quella cosa là". Intende dire il processo, le rispondo che inizia domani: con un certo sollievo afferma "allora domani sera è finito".

Nel pomeriggio vedo i compagni di Lotta Continua che dovrebbero seguire, per il giornale, il processo. Mi chiedono di collaborare, rispondo loro che non è possibile se non relativamente a episodi particolari e per ora imprevedibili. Discutiamo un po' sulla mia accettazione, non la condivido anche se la capiscono, sono d'accordo che la mia presenza nella giuria sia comunque una garanzia per la regolarità dello svolgimento del processo. Sostengono però che strane fuori sarebbe stato meglio: faccio notare che le loro osservazioni sono molto contraddittorie e che sarebbe importante ci riflettessero almeno sopra. Le mie contraddizioni le ho già sviscerate. Ci abbracciamo.

La sera, uscendo di casa, una macchina posteggiata di traverso sul marciapiede accende di colpo i fari: ho un soprassalto e mi infilo in un ristorante; evidentemente anche se sono tranquilla e scherzo sempre sugli eventuali rischi (ma questa sera, quella che precede l'inizio del processo, certamente molto meno), in realtà sono molto tesa. Dopo cena, con Giovanni, Paolo ed Elena, dopo molte insistenze accetto di andare a dormire in una casa in collina: mi sembra una cosa strana, ho la certezza che sia inutile, mentre invece sono contenta di essere con loro tre. E' un puro sfogo psicologico, ma non me la sento di stare sola.

Giovedì 9 marzo. Mi alzo prestissimo, molto prima che suoni la sveglia, come mi succede ogni volta che ho un impegno. Appena usciti da casa telefono a mio padre, compro i giornali e ci avviamo con un taxi alla caserma Lamarmora. "La Stampa" descrive minuziosamente le misure di sicurezza in atto nella città: quattromila uomini in assetto di guerra, le teste di cuoio, i tiratori scelti sui tetti intorno alla caserma Lamarmora, novecento uomini addetti alle scorte. Avvicinandoci alla caserma cominciamo a vedere tutto intorno uomini con giubbotti antiproiettile, appoggiati dietro ogni albero del viale: per riuscire ad entrare devo passare da uno sbarramento ad una altro, in mezzo ai mitra spianati ad altezza d'uomo fra le braccia di ragazzini giovanissimi, con i volti un po' smarriti. Vivere tutto questo è ben altro dal leggerlo sui giornali: queste scene continueranno ad impressionarmi per tutto il processo, arrivando a causarmi momenti di vero e proprio rigetto fisico. Nella strada d'accesso alla caserma, nel

giardino di fronte, c'è uno schieramento incredibile di carabinieri, polizia, agenti in borghese. Questa strada è riservata all'arrivo e al posteggio delle macchine degli avvocati, dei giurati e delle loro scorte: continuo a pensare che la scorta può servire al massimo ad aumentare il numero di persone che corrono eventuali rischi, senza garantire ulteriormente la persona scortata. Per tutto il periodo del processo arriverò sulla mia macchina da sola, e continuerò a posteggiarla nel corso fuori del recinto, evitando così, almeno in parte, mitra e sbarramenti.

All'ingresso riservato al pubblico e ai giornalisti, due persone su tre sono agenti in borghese, camuffate per mimare la rappresentazione di tutta la scala sociale: c'è l'imbianchino, l'operaio, il borghese, con il loden e "la Repubblica" sotto il braccio, c'è il falso estremista.

Dopo i controlli e controcontrolli, ordini e contrordini, riesco ad arrivare all'ingresso, saluto i compagni che tenteranno di entrare come giornalisti di Radio Radicale, peraltro senza riuscirvi. Nel cortile, passo in mezzo ad una fila di carabinieri e ad una decina di cani lupo. Arrivo all'ingresso dell'edificio dove devo sottostare ad un accurato controllo della persona e dei miei oggetti personali: ho un attimo di perplessità, poi lascio perdere. Dopo di me controllano un tale (che scoprirò poi essere un altro giurato) il quale con mio enorme stupore depone una rivoltella: accerterò nei mesi seguenti che anche altri girano costantemente armati e cercherò di capire, chiedendolo direttamente a loro, quale grado di sicurezza possa venire da una rivoltella. Le risposte, vaghe, mi convincono che è soltanto un fatto psicologico, quindi ancor più pericoloso. Salgo al primo piano dove è ubicata l'aula: c'è un salone dove trascorreremo i tempi morti delle udienze (intervalli, attese, ecc...) e tre stanze, di cui

una destinata al presidente, una alla giuria, una alla cancelleria e agli avvocati. E' tutto ridipinto e pulito, ma la struttura rivela inequivocabilmente la sua origine di caserma. C'è un'altra saletta, antistante l'aula, dove sosto con gli altri giurati convocati, una trentina di persona; a parte noi, in giro ci sono carabinieri e agenti in borghese.

Incomincia una lunga attesa, durante la quale cerco di parlare con le persone che sono con me. Una donna, molto angosciata, mi spiega che non può accettare perché ha due bambini e nessuno a cui lasciarli; un'altra, sempre per motivi familiari, non accetta, è molto preoccupata della possibilità che il rifiuto venga segnalato sulla fedina penale; un tale ha una bancarella ai mercati, che non gli permette di assentarsi oltre l'una, pena la perdita del "posto" vendita. Gli altri sono per lo più silenziosi. Ad un certo punto cerco una macchinetta del caffè, un telefono e informazioni su quel che succede: i carabinieri non sanno nulla, telefono e caffè non sono previsti. Mi sento segregata. Due donne (che non faranno parte della giuria) cominciano a chiedermi notizie del partito (scopro che sono simpatizzanti) e della mia attività; in effetti, soprattutto le donne dimostrano sempre una grande curiosità nei confronti miei, della mia vita, della militanza politica, delle mie figlie.

Finalmente arriva Barbaro che con un sorriso accattivante e tono deciso ci spiega che stiamo per iniziare, che gli imputati sono in aula e certamente (almeno stando alla sua esperienza) leggeranno un comunicato. Il primo atto processuale - prosegue Barbaro - sarà la nomina della giuria e il giuramento secondo l'ordine di estrazione, subito dopo dovremo risolvere il problema degli avvocati d'ufficio, perché è evidente che gli imputati revocheranno l'incarico agli avvocati di fiducia. Ha un'aria sorniona ma decisa, molto educato, formale, sorridente e un po' paternalista. Indossa un abito grigio che mi fa venire in mente gli amici di mio padre. Certo, un abisso ci divide nella mentalità, nei modi, nelle scelte. Un punto a mio favore è però che, per nascita, per educazione, per l'ambiente nel quale sono cresciuta ho conoscenza e familiarità con il mondo che lui rappresenta. Da parte mia chiarisco che ritengo sia auspicabile - presentandosi questo processo difficile e complicato non solo giuridicamente ma per il

clima creatogli attorno dalle campagne politiche e di stampa e da sicure pressioni di altra natura - che vi sia sempre un confronto fra presidente e giuria sulla conduzione del dibattimento, anche sulle decisioni di sua stretta competenza, che tali ovviamente restano. Manifesto la preoccupazione che, rifiutando gli imputati la difesa, sia loro garantita la possibilità di esprimere il più compiutamente possibile le loro tesi. Il presidente mi pare d'accordo, dice che ne riparleremo a giuria formata. Suona il campanello e si apre l'udienza.

Entrano il presidente ed il giudice a latere, noi aspettiamo fuori. Dall'aula si sente parlare, entro e capisco che in imputato sta leggendo un comunicato: non riesco a vedere chi sia. Ascoltando il comunicato resto un attimo esterrefatta: è la prima volta che assisto a questo rituale. Giornalisti, avvocati, carabinieri, tutti sono attenti e tesi al discorso degli imputati.

Attraverso i microfoni, che permettono a tutti di sentire i "comunicati" dei brigatisti, riesco a cogliere le principali affermazioni:

...Come comunisti abbiamo sostenuto e sosteniamo che la giustizia borghese è solo un'arma con cui da sempre opprimete il popolo; e questa caserma, che con particolare buon gusto avete scelto per celebrare i fasti della "democrazia armata", lo dimostra anche nella forma.

Questo NON E' UN PROCESSO ma, più esattamente, E' UN MOMENTO DELLA GUERRA DI CLASSE; è un episodio dello scontro più generale che oppone in una lotta irreversibile le forze della rivoluzione alla controrivoluzione imperialistica. Ed è quindi su questo terreno generale che affronteremo la battaglia.

Che le cose stiano così è dimostrato ampiamente dalla mobilitazione generale che ha coinvolto tutte le forze politiche del vostro fronte (dalla DC ai revisionisti, ai radicali) in una iniziativa unitaria a sostegno delle decisioni dell'esecutivo...

...I REVISIONISTI vogliono che il "processo" si celebri ad ogni costo e a Torino, per dimostrare a cani e porci l'efficacia del loro modello controrivoluzionario e la loro capacità di mobilitare la classe operaia e le classi intermedie a sostegno dello Stato imperialista. Così abbiamo assistito, in questi ultimi giorni, alla campagna isterica e forcaiola che essi hanno scatenato ricorrendo alla squallida attivazione di tutti gli organismi da loro controllati (dalla Regione alla FGCI) per mobilitare la nuova MAGGIORANZA SILENZIOSA. Di questa operazione, in cui la burocrazia revisionista si è fatta Stato imperialistico, a tutti è apparsa chiara la sostanza: dividere il proletariato e attaccare con tutti i mezzi le sue avanguardie.

Ma la mobilitazione che doveva essere di massa, nonostante i suoi contenuti terroristici-ricattatori-polizieschi, non è riuscita a coinvolgere che una minima parte della classe operaia, della piccola borghesia e dei cosiddetti "ceti medi". Le migliaia di firme in tutta la regione sono un trucchetto da prestigiatori...

...I RADICALI. Se il "caso" ha voluto che una militante radicale fosse sorteggiata per far parte della giuria speciale, la scelta politica cosciente di farne parte è stata del tutto razionale. L'infortunio dei radicali è, a suo modo, emblematico e patetico: dopo aver abbaiato contro il regime e le "leggi speciali", al momento del bisogno sono corsi a puntellare il più speciale dei tribunali! In questo affanno generale, anche loro non hanno perso l'occasione di "farsi Stato imperialista". L'ideologia radical-pacifista svela qui fino in fondo il suo carattere borghese e reazionario: chi disarma le masse non può che finire per armare la controrivoluzione. Le mimose non ingannano più nessuno!...

...GLI AVVOCATI. Non siamo qui per difenderci e non abbiamo bisogno di difensori.

REVOCHIAMO PERTANTO IL MANDATO AI NOSTRI AVVOCATI DI FIDUCIA E RIFIUTIAMO QUALSIASI IMPOSIZIONE DI AVVOCATI DI REGIME.

Nessuno può ragionevolmente pensare di ostinarsi a proseguire per questo vicolo cieco senza incontrare la più dura risposta del movimento rivoluzionario...

Sul momento - naturalmente - rifletto solo sul pezzo concernete i radicali, anche perché istintivamente ho la tentazione di replicare. Il loro linguaggio mi pare rozzo quanto lo è l'analisi. Dei radicali hanno capito poco o nulla: poco della concezione del diritto, nulla della nonviolenza ("disarmo delle masse"). Quando mi sento dire di aver abbaiato contro le leggi speciali e di essermi adesso "fatta Stato imperialista" mi vien voglia di rispondere che noi le leggi speciali tentiamo di abrogarle, mentre le loro azioni costituiscono per il regime il miglior spunto per vararne altre. Dal linguaggio ho la conferma di opinioni già formate: il loro modo di porsi è una sintesi di stalinismo e di cattolicesimo, con una visione dei rapporti umani e sociali basata sull'intolleranza e sull'indisponibilità al dialogo, al centro una forte e retorica mistica della morte e del sacrificio. I valori che - direttamente o indirettamente - ascolto propagandare non mi trasmettono nulla di nuovo; l'unica parte interessante del

comunicato può essere quella relativa alla "raccolta delle firme", alla quale non a caso essi si appigliano.

Le accuse e le minacce alla giuria e agli avvocati sono pesanti: un messaggio da passare all'esterno, attraverso i mass-media? Perché questi "militanti rivoluzionari", così "rigorosi e attenti", non si chiedono come mai i mass-media del regime riservano loro spazi di informazione enormi?

Il presidente incomincia a chiamare i giurati: mentre attendo il mio turno sento che accanto a me qualcuno dice che "sì, accetterò perché bisogna condannarli. Anzi bisognerebbe condannarli a morte": decido subito di chiederne l'allontanamento dalla giuria, ma non sarà comunque chiamato a farne parte. La giuria popolare deve essere una garanzia in più di equità e di controllo nel processo, non può essere formata da persone di parte e che hanno opinioni preconcette: il giudizio dovrebbe maturare fondandosi sulla conoscenza dei fatti che si acquisisce durante il dibattimento. La base di partenza è la presunzione della innocenza, fino a prova del contrario: su questo è indispensabile essere rigorosi, da subito.

Accetto per nona, ripetendo la formula del giuramento. Ma sono fra i giurati supplenti: non so ancora se ho la possibilità di partecipare alle camere di consiglio e alle discussioni, la cosa è controversa, non c'è una disposizione precisa. Il presidente chiarirà subito che lui intende far partecipare tutti i giurati alle discussioni e alle decisioni - fatto salvo il diritto di voto - fino alla sentenza. La responsabilità è minore, però la possibilità di controllo e di intervento durante il processo è garantita: era quanto più mi preoccupava, dover dare nei fatti una copertura alla giuria senza poter incidere e intervenire. Mi seggo dietro il presidente, da dove è più facile parlargli anche durante le udienze, e mi guardo intorno.

Gli imputati sono nella gabbia, anzi nelle due gabbie ed è quasi impossibile vederli, perché sono circondati da un cordone di carabinieri. Sono molto impressionata, e non potrebbe essere diversamente. Ho la percezione soffocante della privazione della libertà, anche minima, anche dei movimenti più inoffensivi o innocenti. Tutto appare assurdo, a cominciare dallo schieramento di forze dell'ordine all'interno di un'aula nella quale a stento riescono ad accedere persino i parenti: una manifestazione di impotenza e di paura, una esibizione plateale di inutile forza, un modo subdolo di vendere all'opinione pubblica un'immagine di "mostri", "criminali" che mai debbono apparire normali, esseri umani. Altrimenti la gente potrebbe porsi interrogativi, magari scomodi. Questi imputati non sono processati per assassinio o per strage, e non a caso l'opinione pubblica lo ignora e lo continuerà ad ignorare per tutto il processo.

Gli imputati appaiono tranquilli, ridono molto, cercano volti familiari in mezzo al pubblico, si esibiscono alla stampa e ai fotografi, consapevoli che da oggi si apre per loro la possibilità di rompere l'isolamento in cui vivono da mesi, usando i mezzi di informazione come canale di trasmissione, sia pur stravolto, del loro messaggio politico. E' ovvio che si prestino al gioco, cercando di usufruire della ribalta del processo.

Il comportamento dei giornalisti si adegua perfettamente a questa necessità: non si perderà occasione, durante il processo, per calcare la mano, spesso mistificando, sui comportamenti degli imputati. I fotografi sono scatenati: arrampicati gli uni sopra gli altri, sembra veramente che abbiamo l'occasione storica di fotografie il ciclope o l'ultimo esemplare di Neanderthal.

Intravedo in mezzo ai carabinieri il volto di Curcio, quello che mi è più noto: gli latri imparerò a conoscerli nel corso del precesso: per ora sono volti senza nome. Sono uomini: ma chi sono? Qual è stata la loro vita, al di là delle biografie ufficiali che la stampa ci propina con un taglio tutto particolare? Cosa significa vivere per anni nella clandestinità, limitando la propria individualità, la propria esistenza, i propri rapporti ad un cerchio ristretto di persone? Cosa significa non vivere in mezzo alla gente? E da quali esperienze politiche provengono? Come si passa da una militanza politica aperta alla scelta dei mitra?

Alla fine la giuria è formata, la corte si ritira in camera di consiglio: il presidente chiarisce le funzioni di ognuno, in particolare dei giurati supplenti. Dice che ci sono ancora dieci avvocati d'ufficio da nominare, che non sarà facile, lui ne ha preventivamente consultati molti, ha già ricevuto cinquanta rifiuti (adesso capisco la sua battuta il giorno della mia accettazione), è molto polemico e dà la sensazione di sentirsi solo, lasciato solo a portare il carico e le responsabilità di questo processo. Cerchiamo dieci avvocati, vengono nominati in aula e si rinvia l'udienza alla mattina successiva. Ho la sensazione che Barbaro tiri un sospiro di sollievo.

Esco con gli altri giurati, ripercorrendo all'inverso tutto lo schieramento dei mitra: nel cortile ad ogni giurato si affianca - con mio stupore - un carabiniere con il mitra spianato, le macchine degli avvocati e dei giurati partono seguite a ruota da un'altra macchina con una media di tre mitra ognuna. Mi fermo a guardare la scena, chiedendomi che razza di vita possa essere quella degli "scortati"; sempre, a piedi o in macchina, seguiti da gente armata: addio all'allegria di camminare fra la gente, uno tra i tanti. Mi sembra folle.

Mi avvio da sola fuori dal recinto che blocca la strada-posteggio riservata a questa nuova specie di vigilati speciali: al di là delle transenne mi aspettano i compagni. Mi abbracciano. Con loro mi avvio alla ricerca di un taxi, ma sono letteralmente aggredita dai fotografi, che quasi impediscono di camminare; contemporaneamente mi scattano intorno agenti in borghese e carabinieri: mi innervosisco, accelero il passo cercando di farmi largo. Da un gruppo di tre o quattro donne, parenti o compagne degli imputati, partono insulti: mi fermo interdetta, la tentazione è quella di avvicinarmi e parlare, ma so che è inutile. E' un episodio che mi fa male.

I compagni mi raccontano che entrare in aula era quasi impossibile, il pubblico al 90 per cento era composto di agenti in borghese; i parenti hanno avuto grosse difficoltà e così pure l'afflusso dei giornalisti è stato molto rallentato dai controlli. Finalmente trovo un taxi: vado a casa, dove resterò tutto il giorno. Mi cerca un giornalista della "Stampa" ma non ho voglia di rilasciare interviste. Forse ho bisogno di stare un po' tranquilla, per prender fiato, dopo tutte queste ore.

A pranzo vengo a sapere che un "commando" delle cosiddette "formazioni comuniste combattenti" ha occupato nella mattinata la sede di Radio Radicale di Roma, trasmettendo un delirante comunicato contro il processo. Chiedo subito notizie di Carlo Couvert, il compagno che è stato imbavagliato e legato sotto la minaccia di una pistola. Mi dicono che sta bene, che ha superato lo choc, che gli autori dell'azione erano molto giovani e piuttosto insicuri. Mi chiedo a cosa possa preludere questa azione diretta, ma sono ancora troppo psicologicamente occupata dall'atmosfera del processo per avere paura. E' strano (e me ne rendo conto) come la paura sia alienata in un unico, grigio, surreale mondo che è del tutto staccato e lontano dalla vita di tutti i giorni.

La sera, dormiamo ancora nell'alloggio in collina, la mattina uscendo notiamo una macchina della polizia nelle vicinanze.

 
Argomenti correlati:
terrorismo
br
processo
curcio renato
stampa questo documento invia questa pagina per mail