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Aglietta Adelaide - 1 febbraio 1979
(8) DIARIO DI UNA GIURATA POPOLARE AL PROCESSO DELLE BRIGATE ROSSE: Giustizia per Giorgiana Masi, giustizia per il maresciallo Berardi
di Adelaide Aglietta

INDICE:

"Prefazione" di Leonardo Sciascia

Il coraggio della paura

Una città assediata

L'appuntamento con i violenti

Fiori in tribunale

Nel bunker

La prossima sarà Adelaide Aglietta

Giustizia per Giorgiana Masi, giustizia per il maresciallo Berardi

La strage di via Fani

La questione dell'auotodifesa

Il dibattimento è aperto

Tragedia nel paese, illegalità in Parlamento, noia in tribunale

Curcio: "Un atto di giustizia rivoluzionaria"

Frate Mitra

La campagna dei referendum: schizofrenia di una giurata

La parola è alle parti

La Corte si ritira, il mio compito è finito

Perché questo libro

SOMMARIO: Adelaide Aglietta, torinese, è entrata nel Partito radicale nel 1974. Dopo aver militato nel CISA per la depenalizzazione e la liberalizzazione dell'aborto e poi nel Partito radicale del Piemonte, è stata capolista radicale a Torino nelle elezioni del 20 giugno 1976. Nel novembre successivo è stata eletta segretaria del Partito radicale, carica che le è stata riconfermata per il 1978 al Congresso di Bologna. Estratta a sorte, nel marzo 1978, come giurata popolare nel processo di Torino alle Brigate Rosse, ha accettato l'incarico dopo che si erano verificati più di cento rifiuti da parte di altrettanti cittadini, consentendo così la celebrazione del processo.

Adelaide Aglietta è stata dunque il primo segretario di partito a partecipare ad una giuria popolare: il suo diario nasce da quest'esperienza al confine del lavoro politico e della vita privata, fra le tensioni e contraddizioni che il ruolo di giudice popolare, soprattutto in un processo politico, non può non creare.

Attualmente è deputata al Parlamento europeo.

("DIARIO DI UNA GIURATA POPOLARE AL PROCESSO DELLE BRIGATE ROSSE" - Adelaide Aglietta - Prefazione di Leonardo Sciascia - Milano Libri Edizioni - febbraio 1979)

GIUSTIZIA PER GIORGIANA MASI, GIUSTIZIA PER IL MARESCIALLO BERARDI

Sabato 11 marzo. Mentre mi reco al processo chiacchiero con il tassista, che mi ha riconosciuto e che oltre ad esprimermi affettuosamente la sua solidarietà si lascia andare ad uno sfogo: contesta la militarizzazione assurda della città, ha parole di esecrazione e di distacco rispetto ai terroristi non riconoscendo loro alcun ruolo politico, giudica criticamente la pagliacciata della crisi di governo e l'azione dei partiti, individua nella gestione corrotta e chiusa del paese da parte della DC, ma anche degli altri partiti, la causa di tutti i mali. Quanto al processo, come del resto mi confermeranno i discorsi di tutti coloro che in questo periodo si fermeranno a parlarne con me, c'è abbastanza disinteresse. Scorre via come un qualcosa che nessuno sente: in realtà i tentativi (soprattutto del PCI a Torino) di imporre la necessità di fare questo processo, in quanto momento di scontro con il terrorismo e di affermazione dello "Stato", hanno avuto come conseguenza l'accentuazione del distacco fra società civil

e e istituzioni, per cui questo processo non è sentito come un'occasione nella quale è importante riconfermare la forza dello Stato di diritto, ma come un momento dello scontro fra due realtà ambedue estranee.

Alla caserma Lamarmora il capitano addetto alle scorte insiste per affibbiarmene una, lo ringrazio ma non la voglio. Alcuni dei giurati tentano di dimostrare che sarebbe meglio che mi adattassi alla scorta, altri (insieme ad alcuni avvocati) si lamentano di averla e dichiarano di invidiarmi: non riesco a farmi spiegare e a capire perché per loro sia impossibile liberarsene, mentre per me sia stato così semplice.

Mentre aspettiamo l'inizio dell'udienza, chiacchierando ci si conosce fra giurati e si cerca di stabilire un rapporto. Quello che si instaurerà nei primi giorni del processo è un clima di falsa familiarità, che nasce solo dal rischio comune. Si trasformerà poi in un rapporto forzato, innaturale, che sfocerà a volte in comportamenti goliardici e di dubbio gusto, come ad esempio l'abitudine di festeggiare con una torta il trascorrere di ogni mese del processo. A questi momenti mi sono sempre sottratta, facilitando forse il crearsi di un lieve disagio fra me ed alcuni giurati. Quello che inizialmente salta gli occhi è una prevalenza di luoghi comuni, sia nei comportamenti che nei valori apparentemente scelti come punto di riferimento, con la difficoltà quindi di arrivare ad una conoscenza reale delle persone. Però, quel giorno, si avvia anche un buon rapporto con un giurato con il quale, nel corso del processo, riuscirò a colloquiare in termini seri: di rispetto delle regole del gioco, della Costituzione, dei d

iritti civili; e con cui mi ritroverò, quasi isolata, a difendere alcuni princìpi che ci sembrano fondamentali. Umanamente, è molto diverso da me. Appare chiuso in una fatalistica sfiducia negli altri e nella società, senza margini di speranza nelle possibilità di dialogo, di crescita attraverso il confronto. Questo stato d'animo alla fine del processo avrà raggiunto in lui il livello di guardia dell'indifferenza e dell'assenza. Col passare dei giorni capirò meglio che è una persona chiusa in un suo mondo di imperativi legati a un concetto di Stato di diritto, che lo sorregge quasi in ogni sua azione: crede talmente in questi suoi valori, che alla fine li trasforma in una barriera di incomunicabilità nei confronti di opportunisti e ignoranti. La prima reazione mi sembra giusta, la seconda mi appare invece come un suo limite.

In apertura d'udienza, gli imputati chiedono di leggere un comunicato. Mi appunto i passi più significativi per poi poterli telefonare a Gianfranco, così come mi ha chiesto.

Il "PROCESSO" SI DEVE FARE: questo è quello che noi vogliamo! E lo vogliamo per dimostrare che il "processo" alla rivoluzione proletaria NON SI PUO' FARE. Infatti, lo scontro che si svolge in quest'aula è solo un momento della guerra tra borghesia imperialistica e proletariato metropolitano che polarizza l'insieme degli interessi, delle aspirazioni e dei comportamenti di classe...

...Ciò che sta succedendo a Torino, la città che avevate scelto per sancire la sconfitta storica della lotta armata, ne è una prova: qui, dove la costruzione dello Stato Imperialista delle Multinazionali ha percorso le sue tappe più significative (da un lato, spingendo la militarizzazione a livelli più alti e, dall'altro, affidando ai revisionisti il compito del controllo ideologico del proletariato tanto nelle fabbriche quanto nei quartieri) il processo alla lotta armata vi è esploso tra le mani.

Il mastodontico apparato di uomini e mezzi, questa mostra-spettacolo di "terrorismo di Stato" in cui la funzione militare non riesce a dissimulare quella di guerra psicologica, non ha potuto impedire che un nucleo armato giustiziasse un alto dirigente dei Corpi Antiguerriglia locali. Ci interessa mettere in chiaro che quest'azione non va interpretata come rappresaglia legata direttamente alle vicende processuali. Essa, infatti, è piuttosto una vittoria che si inscrive nella linea dell'attacco ai centri nevralgici dello Stato Imperialista, e cioè un episodio della guerra di classe rivoluzionaria che travalica le mura di questa caserma, ed i cui effetti si ripercuotono, naturalmente, anche sulle vicende processuali. E del resto, lo stesso scontro politico che qui si realizza proietta i suoi echi su tutto il Movimento di Resistenza Proletario Offensivo: l'attacco a Radio Radicale di Roma, in seguito al quale un nucleo delle Formazioni Comuniste Combattenti ha mandato in onda un comunicato di lotta, di solidarie

tà e di unità, ne è una prova!

In questo quadro, emerge con assoluta chiarezza la ragione per cui NON ACCETTIAMO NE' ACCETTEREMO MAI qualsiasi tipo di avvocato di regime...

...Con l'azione Croce, il discorso non si è chiuso, né questa linea di combattimento potrà esaurirsi prima della soluzione definitiva della contraddizione antagonistica che ci oppone agli avvocati di regime come pure all'altra componente militarizzata del processo, e cioè alla giuria speciale.

La risposta del partito è immediata: da Roma, appena conosce il testo del comunicato, Gianfranco risponde con una dichiarazione, naturalmente non ripresa da nessun giornale né dalla RAI-TV.

L'uccisione del maresciallo Berardi, i comunicati telefonici che ne rivendicano ieri la paternità, il comunicato odierno n. 9, scritto dagli imputati del processo di Torino, esigono una risposta immediata da parte dei nonviolenti del Partito radicale. E la risposta immediata è: basta con gli assassinii politici. Giustizia per Giorgiana Masi, uccisa dagli assassini di Stato, ma giustizia anche per il maresciallo Berardi, ucciso dagli assassini cosiddetti rivoluzionari.

Gli imputati hanno affermato oggi nel proclama di guerra n. 9 che vogliono che questo processo si faccia. I radicali hanno lottato in Parlamento contro molte delle norme che lo hanno reso possibile. Eravamo contrari a questo tipo di processo perché esso è stato concepito come una prova di forza tra coloro che assumono di rappresentare lo Stato democratico mentre rappresentano soltanto lo Stato dei codici Rocco e delle leggi fasciste vecchie e nuove e coloro che assumono di rappresentare la classe e la rivoluzione mentre rappresentano soltanto una folle politica omicida e suicida: gli uni e gli altri impegnati a creare terra bruciata di ogni speranza di democrazia, di dialogo, di nonviolenza.

Ma anche noi, ora che è stato convocato, volgiamo che questo processo si faccia. Perché solo nella sede processuale possono rivelarsi e discutersi le eventuali irregolarità e illegittimità. E perché riteniamo che ogni assassinio debba essere giudicato.

Respingiamo pertanto la minaccia che è stata ripetuta oggi nei confronti degli avvocati difensori e dei giurati. Non solo Adelaide Aglietta, ma tutti i giudici e tutti gli avvocati rappresentano non il regime ma la volontà popolare di ripristinare la convivenza civile e il diritto contro la logica del terrorismo. La loro prova, in questo, è anche la nostra.

Come nonviolenti che hanno saputo affrontare con la loro disubbidienza civile la violenza dello Stato e delle istituzioni non rimarremo inerti di fronte a queste minacce. Invitiamo pertanto sia gli imputati di Torino sia coloro che operano all'esterno del carcere e del tribunale a ritornare sui loro propositi. E' un invito che rivolgiamo con l'umiltà di chi non crede che esistano mostri ma soltanto diversi e crede nel dialogo e nella ragione. Ma nel momento stesso in cui chiediamo il dialogo, dobbiamo con fermezza avvertirli che se le loro minacce dovessero giungere a compimento contro qualsiasi giudice o giurato o contro qualsiasi difensore, ci riterremmo impegnati personalmente, quelli di noi che sono avvocati, e gli altri come cittadini ad assicurare lo svolgimento del processo.

Si nominano ora i quattro avvocati mancanti, questa volta scegliendoli fra penalisti: fra questi c'è Maria Magnani-Noya, deputata del PSI. Rinviata l'udienza, riaffronto i fotografi e i giornalisti. Mentre nel bar aspetto un taxi, da sotto il loden di un agente in borghese (travestito da giornalista, e che sta prendendo il caffè accanto a me, facendo finta di nulla) si mette in funzione una radio trasmittente: lo guardo ridendo e lui si allontana velocemente.

Nel pomeriggio vado al Congresso straordinario del Partito radicale del Piemonte, che si svolge alla Galleria d'arte moderna di Torino. I compagni sono con me molto affettuosi e mi offrono ogni forma di collaborazione, dalla casa ad una specie di scorta nonviolenta, ad ogni altro aiuto possa essere utile. Quando sono in mezzo alla gente mi rendo conto di come la mia sicurezza risieda proprio in questo: riesco finalmente a liberarmi di ogni forma di angoscia e di sospetto. Nel tardo pomeriggio arriva Gianfranco: sono contenta di vederlo, come lui lo è di stare con me. Il dibattito si svolge soprattutto su temi interni: il ruolo del partito regionale, delle associazioni, del partito autofinanziato. La discussione è ad un buon livello, c'è consapevolezza della necessità di radicare le lotte nella regione e dell'importanza della nascita delle autonomie regionali. Mi accorgo però di essere abbastanza staccata dal tutto. E' forse la prima volta che mi si manifesta questa difficoltà (che aumenterà col passare del t

empo, fino a mettermi seriamente in crisi) per cui da una parte mi sento emarginata dall'attività e dalla vita del partito, dall'altra impegnata in una dimensione che non mi è abituale e in una esperienza che non condivido con nessuno. Mi sembra quasi di essere spaccata in due, con tempi di recupero di entrambe le dimensioni sempre più lenti e difficili.

Domenica 12 marzo. Le bambine sono andate in montagna per due giorni. Passo la giornata al Congresso e poi, il pomeriggio, con Gianfranco. Cerchiamo di chiarirci le idee, di capire la situazione. Sembra dunque che siamo arrivati ad un confronto diretto con la strategia violenta, alla quale dobbiamo dare una risposta. Ci appare necessario chiarire la nostra posizione con un documento. Purtroppo, nulla che sia radicale ha diritto, ormai, alla cronaca: mai come in questi giorni le nostre dichiarazioni e prese di posizione vengono censurate. Perché qualcosa passi, o si deve far parte della maggioranza, o le si dà in qualche modo una copertura come opposizione di comodo, o, infine, si deve sparare, insanguinare il paese.

Parleremo alla gente, decidiamo, con i soliti tavolini, con i volantini, i cartelli. Non sarà un rischio per i compagni? Per Gianfranco, è proprio questo il valore della mobilitazione. Convochiamo una riunione a Roma entro breve per parlarne con loro. Sarò presente, perché il processo si avvia ad una pausa di una settimana, per permettere agli avvocati appena nominati di studiarsi gli atti.

Lunedì 13 marzo. Il collegio di difesa è formato. Per ultimo viene nominato il presidente dell'ordine degli avvocati, Gabri. In precedenza, aveva accettato, tra gli ultimi, l'onorevole Magnani-Noya. Negli intervalli, parlo con qualcuno degli avvocati che conosco. Scherzano, ma mi sembrano anche preoccupati per la loro integrità fisica. Nei discorsi di tutti, rispetto al "bene" della vita, le razioni sono molto diverse, legate alle scelte "esistenziali" di ciascuno. I più individualisti, i più attenti ad accumulare "certezze" per il futuro in cambio dei propri "sacrifici", i più attenti a carriera e famiglia sono quelli, ovviamente, che mostrano maggiore paura. I più disponibili a vivere senza particolari aspettative o rinvii, quelli che tendono a considerare la propria vita come possibile patrimonio di altri, mi pare ne abbiano meno, di paura.

L'udienza riprende, Ferrari chiede di leggere il comunicato n. 10.

E' un comunicato stranamente breve: il primo sul problema (che emergerà più volte nel corso del processo) dei colloqui con i vetri divisori.

1. Abbiamo rifiutato questa farsa che voi avevate definito colloquio; è chiaro però che noi i colloqui li vogliamo e pertanto la battaglia per ottenerli continua.

2. Abbiamo osservato in quale modo avete infine messo insieme la banda degli avvocati di regime; come già per la giuria speciale anche gli avvocati speciali sono un'infima minoranza: voi stessi avete dovuto riconoscerlo.

3. La linea politica dell'Organizzazione Comunista Combattente B.R. non lascia alcun dubbio a questo proposito, ed è definita in modo inequivocabile dai comunicati 1, 2 fino al n. 9 e dall'iniziativa del Movimento Rivoluzionario.

4. Ora lasciamo questa caserma; restano esclusivamente come osservatori delle vostre attività contro-rivoluzionarie tre compagni della nostra Organizzazione.

Come tutti gli imputati, Ferrari è accusato di costituzione di banda armata, e dei sequestri di Amerio e Labate, un dirigente Fiat e un sindacalista Cisnal, oltreché di reati minori. E' rosso di capelli e di barba, impulsivo, direi il più scomposto del gruppo, pronto ad accettare e creare la polemica, anche pretestuosa. Il P.M. Moschella gliene offre spunti in continuazione. Durante tutto il processo, Moschella si opporrà alla lettura dei comunicati, anche in modo impetuoso. A volte, perde il controllo di sé con reazioni quasi isteriche. Conclude spesso chiedendo, talora senza fondamento, l'espulsione dall'aula degli imputati. Non capisco ancor oggi se questo comportamento gli è stato imposto dal ruolo, o se gli è stato dettato dal carattere. Forse per un processo come questo sarebbe stata necessaria una persona più equilibrata. Molte volte protesterò apertamente contro il suo atteggiamento.

Spesso, anche le argomentazioni giuridiche che il P.M. porta sono di difficile comprensione: le espone in forma aulica, contorta, persino nella forma. Già in questa occasione esplode la polemica. Barbaro cerca di mediare tra le diverse posizioni, di sdrammatizzare. Moschella reagisce di fronte agli imputati che accusano, che definiscono "una farsa" i colloqui con i familiari perché si svolgono ancora attraverso i vetri divisori. E' la denuncia di un arbitrio (che ritornerà puntuale durante tutto il processo) condivisa dalla giuria e dal presidente. Questi cercherà, con le sue ordinanze, di sbloccare la situazione, concedendo agli imputati di parlare con i parenti negli intervalli del processo. Ferrari definisce i difensori d'ufficio "banda degli avvocati di regime", e la giuria una "giuria speciale": Moschella salta su per chiedere il suo allontanamento dall'aula. Ferrari annuncia che gli imputati abbandonano l'aula, lasciando tre "osservatori". Non riesco a capire perché per certe frasi, che ormai suonano c

ome puramente rituali, si ostacoli la lettura dei comunicati. Tra le righe, anche da questi si possono ricavare spunti difensivi ad atti giuridicamente rilevanti, utili per la giuria. Mi pare discutibile anche la trovata di non far parlare gli imputati, ma di allegare poi agli atti i comunicati; in tal modo si crea solamente tensione in aula.

Il presidente dà lettura della relazione riassuntiva dei fatti, delle imputazioni, dei reati contestati, dello svolgimento delle indagini. Per quanto riesco a capire (e la sensazione mi sarà confermata dalla lettura delle ordinanze di Caselli e del tribunale di Milano) la situazione è resa complessa dall'unificazione di tre processi legati tra loro unicamente dal richiamo all'articolo 306 del codice penale (costituzione e partecipazione a banda armata). Un fatto che Barbaro sottolineerà spesso, nel corso del dibattito, con toni anche più che polemici. L'istruttoria è tutta indiziaria, si fonda sulle "prove" trovate nei covi, che dimostrerebbero l'apparenza delle singole persone alle BR, e molto raramente su dati concreti, di partecipazione ai fatti contestati. Ancora più imprecise alcune imputazioni rivolte a protagonisti minori: ad esempio, una delle prove ricorrenti, contro l'uno o l'altro, è quella di aver avuto documenti o volantini delle BR. Ma, a parte qualche caso, tale materiale è reperibile nelle ca

se di centinaia di persone.

Abnorme è anche l'imputazione di appartenenza a banda armata per chi ha scritto sul muro (ma neppure la testimonianza è attendibile) "W le Brigate Rosse", con la vernice spray. Un tale è coinvolto nel processo perché, durante la perquisizione di un ristorante, frequentato da militanti delle BR, è stato trovato in possesso di un coltello: è assurdo. Dopo la relazione di Barbaro, l'udienza è rinviata.

Passo da casa, a salutare le bambine. Le trovo di buon umore, con una bella faccia abbronzata. Mi domandano del processo, anche se, ovviamente, la cosa le interessa poco. Credo che, attraverso queste domande, cerchino di conoscere il mio stato d'animo. Mi trattengo con mia madre (è arrivata a Torino), che appare commossa e soprattutto più tranquilla proprio perché ha occasione di vedermi. Cerca di insinuare qualche dubbio sulla mia partecipazione al processo e di capire se c'è una qualche eventualità che me ne tiri fuori. La sera parto per Roma, con un senso di sollievo. Andar via da Torino significa allontanarmi da un'atmosfera pesante, dalla "fisicità" del processo, dal sospetto e dalla pura; e quindi avere più possibilità di ragionare in modo staccato e disteso.

Martedì 14 marzo. Arrivo a Roma di primo mattino. Mi pare di tornare a vivere, di uscire da un incubo. Corro a casa in via Giulia. L'avevo presa insieme ad Emma, all'inizio dell'anno, prima di decidere la sospensione delle attività nazionali del partito. Praticamente non ci ho mai vissuto, se non in queste rapide corse a Roma. Trovo Emma che sta uscendo per portare Rugiada all'asilo prima di andare in Parlamento. La raggiungo più tardi nella sede del gruppo, in via Degli Uffici del Vicariato. Abbraccio Marisa e Mauro, parlo con Roberto. Sto a Lungo con Peppino Calderisi, che si è assunto pressoché da solo il compito di coordinare le iniziative per la difesa dei referendum: da ingegnere idraulico si è trasformato in una specie di ingegnere costituzionale, come ironicamente dice (ma con molto affetto e stima) Mauro. Sono felice di stare di nuovo con questi compagni, che a largo provano le stesse emozioni nei miei confronti. Marco Pannella ha scritto un articolo per "Panorama", chiaro e significativo:

Già lo dicemmo subito, all'inizio di questa vicenda. Se hanno deciso di sparare, di ammazzarci, s'accomodino. Non rischieranno nulla, o quasi nulla, i boia che si credono giustizieri e rivoluzionari. Le vittime saranno inermi. Non acquisteremo armi o armati per difenderci. Non tollereremo che l'assassino impunito di Giorgiana Masi faccia rischiare vite di agenti di PS o di CC o dei servizi speciali per proteggerci. Non muteranno il corso delle nostre vite o delle nostre lotte, nemmeno in questi giorni. La semplice minaccia della morta avrebbe già altrimenti colpito la nostra vita, spegnerebbe di già quello per cui l'assassinio è stato decretato. Non accetteremo, insomma, l'alternativa di essere assassinati o assassini: poiché non può che generare e legare altro che morte, una vita simile è già persa, per rivoluzionari autentici, libertari, socialisti, umanisti quali sono i nonviolenti del Partito radicale. E noi siamo tutt'altro che vinti. La nostra forza non cessa di crescere. Siamo sempre una componente es

senziale e vincente dell'alternativa socialista.

Se le Brigate Rosse hanno deciso di assassinare Adelaide Aglietta, o chiunque di noi radicali, nei prossimi giorni, lo faranno. Ne siamo pienamente consapevoli così come ne sono pienamente consapevoli e responsabili i giornalisti, i politici e gli amministratori della RAI-TV, che concordano con questa eventuale scelta delle Brigate Rosse, e hanno per questo rifiutano di rimuovere le cause della scelta di Adelaide Aglietta come vittima di turno e di prestigio. Se accadrà qualcosa dimostreremo a qual punto questi rapinatori di verità, questi teppisti e brigatisti del video non si imitino ad ammazzare moralmente e quotidianamente democrazia e legalità repubblicana ma concorrano attivamente a liquidare anche fisicamente ogni opposizione nonviolenta e civile. A qual punto abbiamo, loro, già sparato contro Adelaide.

La RAI-TV, come il potere, ha bisogno di "brigatisti rossi" e di radicali nei giornali radio e nei notiziari televisivi: ma i primi li vuole assassini, i secondi assassinati. Vivi siamo pericolosi e ci si deve abrogare un po' ogni giorno con la censura, con la denigrazione: come i referendum. Il governo e la maggioranza hanno bisogno di "rappresentare" anche noi, vogliono davvero l'unanimità. Cossiga che - sostenuto dal PCI - commemora in aula Giorgiana Masi, accusando noi della responsabilità morale della sua morte e gli "autonomi" (che aveva mandato lui) della responsabilità pratica, costituisce un momento perfettamente emblematico della vicenda politica italiana. DC, PCI e Brigate Rosse temono insieme in "partito armato" della nonviolenza. E' l'unico, da quasi vent'anni, che ha vinto battaglie democratiche e civili e che ha scosso alle fondamento il regime.

Non sono ancora affatto sicuro che anche questa volta gli "autonomi" delle Brigate Rosse siano davvero autonomi da servizi segreti nazionali e internazionali. Se invece lo sono, non sono certo che abbiano voglia e che ritengano giusto di dedicarsi al tiro al piccione contro di noi; vedremo ben presto, comunque...

Non è la prima volta che Adelaide rischia letteralmente la vita contro la morte della giustizia, di altri, di noi e di se stessa. Viviamo da sempre insidiati e colpiti dalla violenza delle istituzioni e da quella che ne consegue nella società. Abbiamo sempre sostenuto che chi assassina legalità prepara stragi e massacri, chi sequestra e rapina verità, democrazia, onestà, diritto e diritti, che lo faccia in nome della Chiesa, dello Stato, del partito, che sia clericale, fascista o stalinista, è alla radice del disordine e della catastrofe. Contro costoro abbiamo sempre lottato.

La gente sappia che nei nostri corpi e nelle nostre esistenze, a cominciare da quella di Adelaide poiché di lei oggi si parla, digiuni di mesi o digiuni della sete, si sono conficcati lasciando segni e conseguenze certamente maggiori che se fossimo stati feriti alle gambe o in organi non vitali da pallottole. Ogni mese di digiuno sono comunque anni di vita che si bruciano; forse compensati, questo è vero, da altri che se ne conquistano o riconquistano con l'amore e la speranza praticati. Scienza, medici, documenti di cliniche non solamente italiane lo dimostrano. Ma la canea ignobile e volgare per cui la denigrazione dei nonviolenti e dei loro mezzi di lotta è divenuta una sorta di sport nazionale, per screditare presso la gente, che è la destinataria prima di questi civili messaggi, il "partito armato" della nonviolenza. Poiché noi non abbiamo al nostro attivi decine di assassinati, ma il divorzio, i referendum, l'obiezione di coscienza, brecce di libertà e di liberazione, vittorie in lotte ritenute impossi

bili; lo stesso odio cieco dei vertici dei partiti responsabili del caos, e tutti sanno che più ci si isola al vertice più siamo popolari fra la gente.

Decideranno i radicali, nei prossimi giorni. Ma non resteremo inerti, non subiremo alcun ricatto, non lasceremo affatto via libera alla minaccia, alla paura, all'assassinio come metodo di lotta politica e sociale. Non l'abbiamo mai fatto. Se il processo di Torino ha accumulato vizi di nullità o d'altro, è evidente che non può e non deve giungere ad altra conclusione che alla sua fine. Ma se così non è, se si continuasse a minacciare e si colpissero giudici, giurati, avvocati nelle loro esistenze e nei loro diritti, non v'è dubbio che sapremo organizzare a migliaia e migliaia altri giurati, altri giudici, altri avvocati. Faremmo appello alla solidarietà militante internazionalista, democratica di classe; passeremmo a organizzare le famiglie delle vittime. Vogliono di nuovo ammazzare Gobetti? Stiano attenti, non è più solo.

Nel pomeriggio, fino a sera tarda, partecipo a una riunione: vi sono i compagni della segreteria, compagni di Roma, ma anche compagni venuti da altre città. Per la prima volta dopo il Congresso di Bologna, che ci aveva diviso - avevo avuto l'impressione che volesse evitarmi e addirittura non mi salutasse - interviene a una riunione di partito Massimo Teodori: anche lui mi sembra preoccupato, emozionato e a suo modo affettuoso. Il dibattito, introdotto da Gianfranco, è assorbito dalle iniziative pubbliche che il partito deve prendere. L'atmosfera è carica di tensione. I compagni sono emotivamente coinvolti nei rischi che posso correre a Torino. Uno di essi, in un intervento in cui esprime molte apprensioni, a un certo punto esclama: "Forse stiamo inconsciamente preparando il sacrificio di un'altra Giorgiana Masi!". Gianfranco non nasconde il proprio fastidio, io faccio gli scongiuri. Nel mio intervento racconto ai compagni la mia vita, le mie emozioni, in questo periodo. Passo poi alle mie impressioni sugli a

vvenimenti politici, sul nuovo accordo di governo appena raggiunto dai partiti della maggioranza. Ed evoco un interrogativo che mi sono posta spesso in questo giorni: di fronte al comportamento della sinistra, al tentativo di annullare ogni opposizione nonviolenta, alla cancellazione dei referendum, all'eliminazione delle garanzie costituzionali, non esiste il rischio che altre migliaia di persone siano spinte a scegliere la strada dell'opposizione violenta? Quante volte in questi mesi mi sono sentita chiedere: "Avete visto? A che servono le vostre firme?". Il dibattito faticosamente supera le angosce e le emozioni per affrontare il problema di cosa possiamo fare, con i nostri mezzi limitati, in questo periodo per noi difficile.

Emma interviene. Ci riferisce del dibattito e dei programmi del gruppo. Fra due giorni il governo si presenta alle Camere. Da quel che si sa, il conclamato programma di Andreotti conosce una sola "emergenza": un serrato impegno parlamentare dei partiti della maggioranza per "far fuori" quattro dei cinque referendum salvati dalla Corte costituzionale. Il gruppo è deciso a contrastare con tutti i mezzi, anche con l'ostruzionismo, il disegno della maggioranza. Alla fine decidiamo di convocare per sabato a Torino una riunione del consiglio federativo sul tema "violenza e nonviolenza", e di indire per il lunedì e il martedì successivi due giornate di mobilitazione radicale in questa città. Strumento di mobilitazione: i tavoli nelle strade e nelle piazze, con manifesti e volantini da distribuire alla gente, appelli e dichiarazioni da far firmare ai cittadini. Perché a Torino? Perché questa è la città dove l'attività omicida delle Brigate Rosse è stata più virulenta e perché qui si svolge il processo con il clima d

a "giustizia sommaria" che la maggioranza, intorno ad esso, tenta di suscitare.

Alla fine della riunione incontro Mimmo Pinto e Gad Lerner della redazione di "Lotta Continua". Sono venuti per parlare con Gianfranco. Io vado a cena con Giovanni, Giorgio, Mario, Rosa e altri compagni.

Questo è stato il mio impatto con il processo. Non c'è dubbio: i primissimi giorni sono stati i più difficili, ma anche i più vivi. Ho affrontato con enorme rapidità esperienze, reazioni emotive, riflessioni diverse, contrastanti: un vivere intensamente la realtà circostante. In certi momenti mi è parso di invecchiare velocemente, di accumulare una stanchezza dalla quale ho pensato di non riuscire più a riprendermi. I fatti mi sono cascati addosso con tutto il loro peso: inchiodata al processo, impotente, esposta anche fisicamente, ho avuto la sensazione che lo scontro regime-terrorismo avrebbe finito per distruggere quanto il paese racchiudeva di positivo. Per alcuni giorni ho avuto la sensazione di aver perso fiducia e speranza, di dover rimettere tutto in discussione.

Il tentativo di passare, sempre e comunque, attraverso i fatti, senza tenermene almeno in parte staccata e lontana, mi ha logorata. Poi ho cominciato lentamente e riemergere: come sempre ho confidato nella capacità della gente di valutare, capire e decidere. E così ho riacquistato, forse senza accorgermene, una forma (magari un po' strana) di serenità.

 
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