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Panebianco Angelo - 22 marzo 1979
FRATTURE SOCIALI E CONFLITTI POLITICI: LA CRISI DEL PARTITO DI MASSA E LA POLITICA RADICALE
di Angelo Panebianco

SOMMARIO: Alla metà degli anni sessanta i sistemi politici europei apparivano "congelati", nonostante tutti i mutamenti sociali, economici e culturali intervenuti in Europa. Il partito di massa era dominante e tendenzialmente stabile perché riusciva a garantirsi attraverso un capillare "controllo sociale" e la "riproduzione" costante del proprio elettorato. Oggi quasi ovunque i partiti di massa sono in crisi e mutamenti e riallineamenti profondi sono in corso nella fisionomia dei sistemi di partito. C'è il declino delle identificazioni e delle lealtà di partito, si assiste ad una "laicizzazione" dell'elettorato, aumentano gli elettori che spostano il voto da un partito all'altro di elezione in elezione.

L'ipotesi è che siamo in presenza in Europa di una ridefinizione delle divisioni politiche per effetto di mutamenti nei sistemi di stratificazione sociale, mutamenti essenzialmente generati dalle stesse politiche di intervento statale attuate dai partiti storici.

Stiamo assistendo ad un faticoso processo di adattamento dei sistemi politici alle fratture sociali emergenti.

L'aumento della complessità dei sistemi socio-economici e dei mutamenti culturali(crescita dei livelli di istruzione, ristrutturazionedel campo delle comunicazioni) erodono le culture politiche tradizionali.

Al conflitto politico in nome di classi si è da tempo sostituita la competizione "di categoria".

C'è poi il problema della ridefinizione della Destra e della Sinistra. Chi è "a sinistra" dovrebbe distinguersi da chi è "a destra" perché su "tutti" i pricipali problemi caldeggia soluzioni opposte. Ma è necessario che esista una connessione fra le diverse soluzioni proposte per i diversi problemi tale per cui quando parliamo di "destra" o di "sinistra" ci riferiamo a dei "complessi" di posizioni politiche per tutti i problemi rilevanti.

La discriminante principale nei regimi democratici per la collocazione a Destra o a Sinistra è stata quella di un maggiore o minore favore all'intervento dello Stato in economia, che definiva anche la posizione su tutti gli altri problemi rilevanti. Ma ora a causa dei mutamenti accennati,in particolare il riemergere di nuove fratture sociali viene a mancare l'"unidimensionalità" dello spazio politico.

Il risultato è che "schieramento" e "collocazione" non coincidono più, e numerosi sono gli esempi nelle realtà straniere. Nella realtà italiana si assiste ad una modernizzazione nella direzione del partito laico-conservatore della DC ed al crollo delle ipotesi strategiche della Sinistra. L'effetto di questa crisi è la "centrifugazione politica": la vittoria di liste civiche sulla destra, l'esplosione del sindacalismo autonomo.

La politica radicale si innesta anch'essa sulle nuove fratture producendo effetti di riaggregazione anziché di disgregazione. Le battaglie referendarie riaggregano ciò che il sistema politico disaggrega, disarticolano le logiche di corporazione e di categoria, avvicinano i cittadini. I radicali sono schierati a sinistra ma a differenza dei demoproletari, ad esempio, non si collocano sul continuum sinistra-destra: essi competono in uno spazio politico multidimensionale definito non da ideologie ma da una serie di problemi, molti dei quali nuovi, per cui le alleanze, saranno dettate dagli atteggiamenti delle diverse forze politiche rispetto ai problemi.

Per un concorso di circostanze, condizioni politico-istituzionali più favorevoli, i radicali italiani si trovano in una posizione di vantaggio rispetto alle altre nuove sinistre europee: esiste la possibilità che il PR porti la prima vera sfida a partiti nati dall'attivazione politica della frattura di classe, anche se le tensioni fra PR e sinistra storica continueranno, forme di coesistenza saranno, almeno in parte, possibili.

(ARGOMENTI RADICALI, BIMESTRALE POLITICO PER L'ALTERNATIVA, Gennaio-Marzo 1979, N. 11)

Al termine di una delle più lucide indagini sulla genesi e il funzionamento dei sistemi politici europei condotta alla metà degli anni sessanta due sociologi politici il norvegese Stein Rokkan e l'americano Semiour Lipstet osservano che "i sistemi politici degli anni sessanta riflettono, con poche ma significative eccezioni, le fratture strutturali degli anni venti (...) Le alternative di partito, e in un numero molto alto di casi, le stesse organizzazioni di partito sono più vecchie della maggior parte degli elettorati nazionali" (1).

I sistemi politici europei apparivano, alla metà degli anni sessanta, "congelati", nonostante tutti i mutamenti sociali, economici e culturali intervenuti fra gli anni venti/trenta e gli anni sessanta in tutta Europa. Quasi ovunque gli stessi grandi partiti, operai e liberali, confessionali (in alcuni paesi), agrari (in altri) formatisi fra la fine dell'ottocento e gli anni venti/trenta continuavano a dominare la scena politica, in molti casi mantenendo quasi inalterata la stessa forza elettorale conquistata in anni lontani.

Alla metà degli anni sessanta il panorama politico appariva dunque segnato dalla persistenza e dalla stabilità. I grandi partiti storici sviluppando osservazioni di massa, insediamenti sociali estesi e subculture politiche erano riusciti ad "imprigionare" il voto popolare. L'effetto di congelamento era provocato dalla capacità delle subculture di partito di riprodursi inalterate nel tempo attraverso le generazioni (che si trasmettevano le lealtà di partito di padre in figlio). Le forti identificazioni di partito riproducevano le stesse divisioni politiche di elezione in elezione. Le variazioni erano minime: pochi elettori spostavano il voto da un partito all'altro, pochi nuovi votavano diversamente dai padri. Il partito di massa era dominante e tendenzialmente stabile perché riusciva a garantirsi attraverso un capillare "controllo sociale" la "riproduzione" costante del proprio elettorato. Le poche eccezioni confermano la regola. I vari "partiti-lampo" (cioè partiti che erano d'impeto nella competizione inte

rpartitica per scomparire alla elezione successiva), dall'"Uomo Qualunque" in Italia al movimento poujadista in Francia non determinavano riallineamenti partitici stabili. In Francia il successo del movimento gaullista e la ristrutturazione del regime politico furono il prodotto di una crisi internazionale (guerra d'Algeria). In Italia l'emergere del PCI al posto del PSI nel dopoguerra come grande partito operaio era in larga misura il frutto dell'incapacità del partito socialista (dalla sua fondazione all'avvento del fascismo) di sviluppare una organizzazione di massa sufficientemente potente da contenere la sfida della scissione di Livorno.

Ecco perché nel 1951 Maurice Duverger poteva legittimamente indicare nel partito di massa la vera forma di organizzazione politica alla altezza dei tempi, l'unica realmente attrezzata a superare con successo le sfide della politica moderna.

Ma se torniamo oggi a guardare al panorama politico europeo potremo constatare che gli scenari, rispetto a quando Rokkan e Lipstet scrivevano, sono molto ma molto cambiati.

Quasi ovunque i partiti di massa sono in crisi e mutamenti e riallineamenti profondi sono in corso nella fisionomia dei sistemi di partito. In Svezia dopo quaranta anni di egemonia ininterrotta il partito socialdemocratico è all'opposizione. In Danimarca l'irruzione di un nuovo polo, il Partito del progresso di Glistrup, ha sconvolto dal 1973 le tranquille acque politiche di quella società. In Inghilterra il sistema bipartitico è tenuto ormai insieme soltanto dalla legge elettorale: la riemergenza dei liberali e l'attivazione politica delle minoranze scozzese e gallese preannunciano mutamenti irreversibili nella dialettica politica. In Belgio la riattivazione della frattura etnico-linguistica fra Valloni e Fiamminghi alle elezioni del 1965 ha squassato letteralmente il sistema mettendo in crisi i tre partiti - socialisti, cristiano-sociali e liberali - che per mezzo secolo avevano ininterrottamente dominato e ha portato alla ribalta formazioni politiche nuove. In Olanda - la patria della c.d. "democrazia con

sociativa" - l'erosione delle subculture tradizionali ha accresciuto la frammentazione e la centrifugazione del sistema politico, facendo emergere un elevato numero di nuovi partiti.

E gli esempi potrebbero continuare: i "terremoti elettorali", con buona pace del provincialismo culturale nostrano, non sono una prerogativa del genio italico.

Ovunque i partiti di massa appaiono in difficoltà, ovunque si assiste a un declino delle iscrizioni. Una conseguenza è che il reperimento di fondi "puliti" diventa sempre più problematico. Tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta in molti paesi si deve fare ricorso a finanziamenti pubblici sanzionando "de jure" ciò che da un pezzo era già vero "di fatto", e cioè l'avvenuta "statalizzazione" dei partiti stessi.

Gli elettorati e le divisioni politiche non si riproducono più. Ovunque osservatori e studiosi constatano l'aumento della instabilità elettorale, il declino delle identificazioni e delle lealtà di partito. I sondaggi segnalano il vertiginoso aumento della sfiducia dei cittadini nelle capacità governanti dei partiti storici. L'aumento dell'area del "voto di opinione" (Parisi e Pasquino) o "laicizzazione" dell'elettorato (Teodori) riscontrata in Italia a partire dal referendum sul divorzio è un fenomeno europeo degli anni settanta. Aumentano gli elettori che spostano il voto da un partito all'altro di elezione in elezione, i figli tendono a votare in modo diverso dai padri, le donne si emancipano dalle lealtà di partito "indotte" (ad es. imposte dalla appartenenza religiosa oppure dagli orientamenti politici del capo-famiglia). Ovunque aumenta la "volatilità elettorale" e si creano varchi attraverso cui possono passare formazioni politiche inedite prive di chances solo pochi anni addietro. portatrici di domand

e politiche nuove (per le quali per inciso, non esistono risposte nelle diverse bibbie ideologiche, marxiste, liberali, confessionali o d'altro tipo su cui i partiti storici fondavano la propria legittimità).

La letteratura oggi fiorente sulla "ingovernabilità" dei sistemi politici occidentali, problema sul quale tornerò nasce dalla constatazione delle crescenti difficoltà dei partiti storici più o meno in tutta Europa, difficoltà di cui la volatilità elettorale e la frammentazione dei sistemi di partito che ne consegue sono la causa prossima. La crisi risulta non ancora interamente percepibile solo dove, "prima" che si consolidasse il fenomeno della forte instabilità elettorale si sono formati grandi partiti "pigliatutto" oppure, il che è lo stesso, i vecchi partiti di integrazione sociale si sono trasformati con successo in partiti pigliatutto (socialisti e gaullisti in Francia: SPD e CDU/CSU in Germania) e dove fortissime barriere elettorali rinviano ma a mio avviso soltanto rinviano i riallineamenti (la barriera del 5% in Germania il sistema maggioritario a doppio turno in Francia) (2).

Poiché non posso in questa sede tediare troppo i lettori con complicate analisi mi limiterò molto sinteticamente ad enunciare alcune delle ragioni che mi sembrano decisive per spiegare l'attuale crisi di molti sistemi politici europei. In sintesi l'ipotesi è che siamo in presenza in Europa di una ridefinizione delle divisioni politiche per effetto di mutamenti nei sistemi di stratificazione sociale, mutamenti essenzialmente generati dalle stesse politiche di intervento statale attuate dai partiti storici (3). I mutamenti indotti hanno ridisegnato le strutture sociali; ciò provoca l'emergenza di nuove domande politiche che mettono in crisi gli equilibri precedenti. Si ha cioè un "effetto di ritorno" della società civile trasformata dalla azione dei sistemi politici sui sistemi politici stessi. La c.d. "ingovernabilità" registrata è strettamente connessa a una serie di "crisi di transizione" in cui le vecchie divisioni politiche si sfaldano ma nuove divisioni più aderenti alle fratture strutturali emergenti no

n sono ancora istituzionalizzate.

Naturalmente, i riallineamenti assumono caratteristiche diverse da paese a paese perché i fenomeni comuni delineati si manifestano in sistemi politici che si sono consolidati negli anni venti/trenta come prodotto di fratture strutturali combinatesi in modo diverso. Ad esempio, se ovunque la frattura capitale-lavoro aveva fatto emergere partiti operai (ma di tipo diverso a seconda del tasso di "revisionismo" e della conseguente capacità di integrazione nel sistema), la frattura Stato-Chiesa solo in alcuni paesi aveva dato luogo alla affermazione di partiti da confessionali la frattura Stato-Chiesa solo in alcuni paesi aveva dato luogo alla affermazione di partiti confessionali e le frattura (economica) città-campagna combinandosi alla frattura (culturale) centro-periferia solo in alcuni paesi (tipicamente, in paesi scandinavi) aveva prodotto forti partiti agrari capaci di sopravvivere, di espandersi e comunque di resistere persino ai processi di industrializzazione e di urbanizzazione accelerati (4).

Proprio perché fenomeni comuni si presentano in contesti politici molto diversi, i riallineamenti dovrebbero manifestarsi in modi altrettanto diversi. Ma ovunque la posta di questa fase di transizione è la costruzione di democrazie più ricche, flessibili, articolate, meglio attrezzate a rispondere alle domande politiche che sorgono da sistemi sociali altamente complessi oppure nuove "riduzioni della complessità" mediante semplificazioni autoritarie della dialettica politica. Su questo punto ritornerò: per ora osservo soltanto che se nuove forme di governo autoritario emergeranno esse rappresenteranno la risposta (difensiva) dei partiti di massa alle nuove espressioni politiche. Se l'intellettuale-medio italiano alzasse il naso ogni tanto, per guardare fuori dei confini, scoprirebbe con sorpresa che i dibattiti sul "riflusso" nel privato delle giovani generazioni e gli anatemi contro il neo-qualunquismo (o neo-poujadismo) sono ovunque diffusi. Queste ed altre definizioni, etichette sotto le quali vengono coll

ocate tutte le più eterogenee manifestazioni di distacco dai partiti storici sia di tipo passivo (il c.d. riflusso) sia di tipo attivo (l'appoggio a nuove formazioni politiche), sono la risposta, per ora soltanto ideologica, di partiti che si sentono minacciati, che stanno lentamente perdendo l'assoluta sicurezza dei bei tempi andati, di rappresentare "il sole dell'avvenire".

E le eterogenee sfide al potere dei partiti storici possono dare luogo in questo o quel paese, a reazioni difensive di semplificazione autoritaria (esempio: forti inasprimenti delle barriere elettorali). Gli effetti sarebbero ovviamente disastrosi per la democrazia politica. Perché in questo caso i partiti di massa, prendendo atto della propria non-credibilità politica, cercherebbero di porvi dei rimedi artificiali. E per questa via non si crea consenso ma si accentua e si aggrava la crisi di legittimazione dei sistemi politici. Già oggi il sensibile aumento dei tassi di astensionismo alle elezioni in diversi paesi europei la dice lunga sugli effetti di eventuali semplificazioni (prodotte artificialmente) delle alternative elettorali.

Le nuove fratture sociali

Alla base di tutto questo discorso c'è l'ipotesi che stiamo assistendo a un faticoso processo (che prenderà ovviamente strade diverse a seconda delle specificità nazionali) di adattamento dei sistemi politici alle fratture sociali emergenti. Queste fratture (vedremo poi di che si tratta) sono il prodotto di una serie di processi (messi in moto "sia" dalle politiche di intervento statale "sia" dalla internazionalizzazione delle società) di "complessificazione" dei sistemi sociali. Questi processi sono in realtà in atto da molto: se soltanto oggi producono "effetti di ritorno" sui sistemi politici è perché, come ho detto, per lungo tempo i partiti di massa sono riusciti a frenare i mutamenti grazie al loro insediamento sociale rendendo vischiosi e irrigidendo in alternative ideologiche precodificate i comportamenti politici: si ha dunque uno "scarto temporale" fra l'azione dei sistemi politici sulle società e la reazione delle società sui sistemi politici.

Molto sinteticamente i fenomeni che preannunciano mutamenti nelle fratture strutturali sono legati alla crescita della complessità e della frammentazione dei sistemi di stratificazione sociale (5). Ciò provoca un declino irreversibile delle "lealtà di classe" (che a loro volta, insieme alle lealtà confessionali, fondavano in larga misura, le lealtà e le identificazioni di partito). Non è soltanto che si riduce il peso "numerico" delle classi operaie e aumenta quello delle classi medie. Il fenomeno è molto più complesso. La classe operaia non si riduce soltanto, ma si frantuma, si diversifica al suo interno e ciò vale anche per le altre classi numericamente in aumento oppure no.

Si verificano processi divaricanti e di aumento della complessità all'interno dei sistemi economici nazionali. Intervento statale e aumento delle interdipendenze internazionali allargano ad esempio le differenze "territoriali" tra le aree economiche ove prevale la produzione per il mercato esterno e ove la dinamica è scandita dai processi che attengono alla divisione internazionale del lavoro, ai legami transnazionali fra imprese ecc. le aree ove prevale la produzione per il mercato interno e ove è cruciale la connessione con lo Stato e la distribuzione delle rendite politiche le aree interstiziali ove domina la piccola e media impresa competitiva ecc. L'aumento della complessità e della differenziazione all'interno dei diversi settori, produttivi, di servizi ecc. determina a sua volta analoghi aumenti di complessità e di differenziazione nei vari mercati del lavoro nazionali.

Aumento della complessità dei sistemi socio-economici e mutamenti culturali (crescita dei livelli di istruzione, ristrutturazione del campo delle comunicazioni sotto l'impatto dei media e della civiltà della immagine ecc.) erodono le culture politiche tradizionali.

La caduta delle lealtà di classe è l'effetto di una presa di coscienza (che è un fatto "culturale") delle oggettive differenze di condizioni sociali, economiche, di stili di vita ecc. La divisione in classi che presuppone, per dispiegare effetti politici, un elemento attinente alla cultura politica e cioè la "coscienza di classe" è sempre meno fondante della dinamica sociale.

I grandi miti collettivi che richiedevano la credenza in una omogeneità di condizioni - il cittadino si credeva parte, non importa se a ragione o torto, di una collettività più ampia in cui "tutti" gli appartenenti sperimentavano condizioni economiche e sociali identiche - sono sempre meno utilizzabili per la mobilitazione politica. Crisi di secolarizzazione religiosa (indipendentemente dai possibili "revival" che coinvolgono minoranze) e aumento della complessità sociale mettono in crisi i grandi miti collettivi (la classe operaia, i cattolici, i contadini ecc.) e i partiti che su di essi avevano costruito le proprie fortune politiche.

La caduta di intensità della frattura di classe è particolarmente rilevante in questo discorso. Come ha notato il politologo statunitense Roland Inglehart (6), questa frattura, attraversando quasi tutte le società occidentali aveva soppiantato (anche se mai completamente eliminato) le fratture di origine pre-industriale (linguistiche, etniche, ecc, cioè di tipo "comunitario") con eccezioni su cui qui non mi soffermo (Stati Uniti, Irlanda).

Il declino del conflitto di classe improvvisamente riattiva le vecchie fratture. Ma esse tendono a trasformarsi perché si incontrano con nuove fratture, prodotto tipico della società tardoindustriale (che Inglehart, con termine a mio avviso poco felice, definisce post-industriali).

Sono le fratture, legate agli atteggiamenti verso la "qualità della vita". Rappresentano parte di una più generale rivolta contro i processi di burocratizzazione e di centralizzazione, contro il potere delle grandi organizzazioni. E soprattutto, aggiungo, contro le politiche neo-corporative che sono la degenerazione di originarie "politiche di classe".

Al conflitto politico in nome di classi si è da tempo sostituita, infatti per effetto dei processi di frantumazione sociale, la competizione "di categoria". Vengono istituzionalizzate le sedi del processo decisionale integrato (governo-partiti-vertici delle c.d. "parti sociali") (7).

Poiché non giocano più "divisioni di classe" giocano "divisioni di categoria", le corporazioni competono fra loro per l'accesso privilegiato ai vertici partitici e al governo e per i benefici che essi possono distribuire.

Riassumendo, il declino delle divisioni politiche lungo linee di classe fa emergere nuove fratture strutturali e riemergere (ma trasformandole) vecchie fratture. Le nuove divisioni sociali fanno così esplodere domande politiche non in difesa di macro-collettività (le classi) di cui ormai si percepisce l'inesistenza empirica ma in difesa o degli "individui" (le politiche dei diritti civili) o delle "comunità" (le minoranze etniche, linguistiche religiose ecc.).

Il punto importante da sottolineare è che mentre esiste compatibilità fra le domande politiche che sprigionano dalle nuove fratture e quelle legate alle fratture pre-industriali riattivate (ecco perché si presentano "contestualmente") non esiste invece compatibilità fra entrambe e le domande legate alla frattura di classe (industriale).

Così non si dà "difesa di classe" dell'ambiente (ma solo difesa delle "comunità" o degli "individui" dai guasti operati sull'ambiente) o valorizzazione "di classe" delle tradizioni etnico-linguistiche locali oppure difesa dei diritti delle donne o degli omosessuali in quanto collettività (ma solo di ciascuna donna o di ciascuno omossessuale in quanto "individuo").

E neppure si dà "lotta di classe" contro la burocratizzazione e i processi di centralizzazione del potere ma difesa dei diritti dell'"individuo" e/o delle piccole "comunità" contro le burocrazie centrali e così via (e oltre a tutto i "partiti di classe", dal partito socialdemocratico svedese alla SPD tedesca al PCI italiano sono tutti essi stessi burocratici e centralizzati).

Che esista una contraddizione insanabile fra fratture nuove o vecchie (riattivate) e frattura di classe lo scoprono a proprie spese quei marxisti che, avendo recuperato il "garantismo" (cioè le garanzie non per le classi ma per i cittadini-individui ex borghesi) sono costretti a constatare che i conti non tornano più come una volta e devono rivedere le molte aporie della dottrina.

Non è ovviamente che i miti collettivi perdano del tutto peso: le identificazioni di classe e le conseguenti lealtà di partito sono in declino, non sono scomparse. E inoltre le politiche neo-corporativ e e clientelari continuano a garantire il consenso.

Ma l'emergere di nuove fratture che attengono a valori "individuali" e/o "comunitari" spiega le nuove forme di polarizzazione politica, spiega la formazione di "elettorati paralleli", ancora limitati ma in espansione che non si muovono secondo le vecchie logiche. La volatilità elettorale che ne consegue mette in crisi le organizzazioni di massa: poiché si muove secondo nuove logiche l'elettorato fluttuante non può essere imprigionato da nessuna subcultura, da nessun insediamento sociale. Le nuove fratture sociali fanno a loro volta emergere "nuove sinistre" e "nuove destre" che si differenziano fra loro a seconda delle risposte che danno ai nuovi problemi e, insieme si differenziano dalle vecchie sinistre e dalle vecchie destre.

Ho parlato di sinistra e destra, termini che vengono usati abitualmente nel linguaggio ideologico ma che in realtà diventano sempre più problematici.

Destra e Sinistra: un problema di ridefinizione

Vediamo perché. Sinistra e Destra sono termini che, anche nel senso comune (che poi ha un ruolo cruciale in politica) rinviano a un insieme "coerente" di atteggiamenti e di comportamenti. Chi è "a sinistra" dovrebbe distinguersi da chi è "a destra" perché su "tutti" i principali problemi politici caldeggia rispetto al secondo soluzioni opposte. Il che significa che "a sinistra" si darà una soluzione A per il problema economico, una soluzione A1 per il problema dell'ordine pubblico, una soluzione A2 per il problema dei diritti costituzionali e così via. E, correlativamente, "a destra" si daranno le soluzioni B, B1, B2, e così via. Ci saranno naturalmente sia a destra che a sinistra posizioni intermedie e differenze di grado: potremo così parlare di estrema sinistra, di sinistra moderata, di centro, di destra moderata ecc.

Ma il punto fondamentale è che esista una connessione fra le diverse soluzioni proposte per i diversi problemi tale per cui quando parliamo di sinistra o di destra ci riferiamo a dei "complessi" di posizioni politiche, a dei "pacchetti" di soluzioni per tutti i problemi politici rilevanti (cioè che sono rilevanti in un certo momento storico o politico). Questi complessi o "pacchetti" definiscono le "ideologie", cioè insieme di soluzioni fra loro "connesse" adottati dalle diverse forze politiche per tutti i problemi rilevanti (8).

Naturalmente non tutte le soluzioni che entrano nel pacchetto della sinistra o della destra o del centro sono altrettanto rilevanti. Esistono problemi politicamente più rilevanti di altri, cioè più "salienti", che si trascinano dietro le soluzioni offerte per tutti gli altri problemi. Storicamente, con l'emergere delle politiche di classe, il problema "saliente" era l'atteggiamento verso l'intervento dello stato in economia. Ci si collocava lungo l'arco politico sinistra-destra a seconda che si fosse più o meno favorevoli all'intervento statale (da un massimo di nazionalizzazione totale al minimo delle politiche del laisser-faire).

Con qualche problema ovviamente: dal momento che i movimenti fascisti sono stati altrettanto interventisti di quelli socialdemocratici e di alcuni movimenti confessionali.

Ma comunque nei regimi democratici questa è stata la discriminante principale. La posizione sul problema del grado di intervento statale auspicato definiva anche, anzi "trascinava" con sé, le posizioni su tutti gli altri problemi rilevanti per cui, ad esempio, i movimenti socialisti, favorevoli alla estensione dell'intervento dello Stato in economia era "anche" anticlericali, erano "anche" internazionalisti ecc.

Poiché le posizioni sinistra-destra definivano delle ideologie nel senso limitato che qui si è dato all'espressione tante quante erano le forze politiche in campo, il risultato è stato che i termini Destra e Sinistra hanno per lungo tempo indicato "contestualmente" due cose:

1) Un diverso atteggiamento etico-politico rispetto alla società esistente: sono a sinistra coloro che la vogliono mutare, sono a destra coloro che vogliono conservarla.

2) Uno spazio politico (l'unico spazio politico esistente nell'epoca del dominio delle politiche di classe) lungo il quale ci si colloca e si compete con le altre forze politiche. In altri termini esistono ideologie internamente coerenti che si distribuiscono lungo uno spazio "unidimensionale" da destra a sinistra. Tanto le forze politiche quanto i cittadini che le sostengono si distribuiscono, cioè collocano se stessi e gli altri, lungo questo continuum. Chi vota a sinistra vota per un insieme di soluzioni tra loro connesse a tutti i problemi rilevanti, e lo stesso fa chi vota a destra.

Propongo, per non ingenerare confusioni, di definire in modo diverso queste due distinte accezioni dei termini Destra e Sinistra e di distinguere fra "schieramento" a sinistra o a destra (distinzione etico-politica fra chi vuole mutare e chi vuole conservare gli attuali rapporti sociali) e "collocazione" (distinzione di "spazio politico": la posizione scelta lungo il continuum).

Il punto è che storicamente, come ho detto, "schieramento" e "collocazione" hanno per lungo tempo coinciso. Con la conseguenza che lo spazio unidimensionale, cioè il continuum sinistra-destra è stato dominante tanto nell'orientare i comportamenti elettorali quanto nell'orientare gli atteggiamenti delle forze politiche (e le immagini da essere proiettate a fini elettorali) (9).

Ma proviamo ad immaginare che improvvisamente entrino nella agenda politica della comunità (cioè diventino rilevanti) una serie di problemi nuovi per i quali o le ideologie codificate non hanno risposte convincenti oppure non hanno affatto risposte e che determinano non più coerenze ma "incoerenze" negli atteggiamenti e nei comportamenti. Pensiamo al referendum sul divorzio del '74 e a quegli elettori, democristiani sia prima che "dopo" quella consultazione, che si sono espressi per il mantenimento della legge. Oppure pensiamo ad un elettore comunista contrario alla legalizzazione dell'aborto. Oppure al PCI che difende nel '78 le legge Reale con una campagna del tipo "law and order" un tempo appannaggio esclusivo delle destre. Oppure pensiamo agli schieramenti elettorali emersi in Austria al recente referendum sull'atomo oppure ancora alle diverse posizioni fra il partito socialdemocratico svedese e il partito del Centro (ex partito agrario, originariamente su posizioni di centro-destra), il primo favorevole

alla nuclearizzazione e il secondo contrario. Oppure ai riallineamenti determinatisi in Norvegia, in Danimarca e in Inghilterra al tempo dei referendum sulla ammissione alla CEE. O alle posizioni del PCF sostenitore del centralismo statale e altrettanto sordo delle destre storiche francesi alle rivendicazioni autonomistiche e di autogoverno dei corsi, dei bretoni ecc. E gli esempi potrebbero essere moltiplicati.

Sarebbe facile dire che in questi casi si ha un più o meno temporaneo rovesciamento di posizioni: lo spazio politico resta unidimensionale, del tipo sinistra-destra, sono le forze politiche (e i cittadini) a scambiarsi le parti andando l'uno a destra l'altro a sinistra a seconda delle convenienze e delle necessità. Sarebbe facile ma sbagliato. per la semplice ragione che se lo spazio entro cui mi muovo è un binario (o un viottolo di montagna) non potrò spostarmi facilmente se le posizioni lungo il binario sono già "occupate". Invece se lo spazio è, poniamo, una piazza semi-vuota potrò spostarmi con molta più facilità da un punto all'altro senza essere troppo intralciato dalle collocazioni altrui (10).

Se lo spazio politico è del tipo sinistra-destra (cioè un binario) gli spostamenti saranno lenti e graduali e dipenderanno anche dalle collocazioni degli altri: pensiamo alla lentezza con cui i partiti socialisti si sono spostati da posizioni "rivoluzionarie" (estrema sinistra) a posizioni "revisioniste" (di centro-sinistra). Ma se lo spazio politico è multidimensionale cioè definito da una distribuzione di punti (cui corrispondono non ideologie ma "problemi") il tipo di competizione cambia radicalmente. Non ci sono più pacchetti coerenti (ideologie) raggruppabili lungo un continuum ma posizioni differenziate problema per problema cui corrispondono alleanze politiche e schieramenti elettorali mai precostituiti.

La tesi che voglio sostenere è esattamente questa: il declino delle politiche di classe cui corrisponde un declino delle identificazioni di partito, l'allargamento delle aree del voto di opinione (cioè di coloro che votano di volta in volta a seconda dei "problemi" temporaneamente salienti e non delle ideologie), il riemergere di nuove fratture sociali e la riattivazione di fratture pre-industriali "distruggono l'unidimensionalità dello spazio politico".

Così accade che il nazionalismo culturale (storicamente di destra) possa associarsi a posizioni su altri problemi (storicamente) di sinistra. Ad esempio i movimenti nazionalisti vallone e fiammingo in Belgio mentre rivendicano l'autonomia delle rispettive "comunità" risultano al tempo stesso altamente egualitari e paradossalmente, più internazionalisti dei partiti storici di sinistra (socialisti e comunisti manifestano atteggiamenti più sciovinisti) (11). Allo stesso modo i nazionalisti scozzesi in Gran Bretagna non sono "a destra" ma manifestano atteggiamenti anti-autoritari e posizioni di centro-sinistra su una serie di problemi. Ancora, il "localismo" in generale, fenomeno storicamente di destra, cioè sfida da destra alle élites liberali che costruivano lo Stato nazionale accentrato può oggi riattivarsi sposandosi ad atteggiamenti "di sinistra".

Il risultato è che "schieramento" e "collocazione" non coincidono più. Le "nuove sinistre" (es. i movimenti Vallone e Fiammingo i radicali italiani, gli ecologisti francesi o tedeschi ecc.) o le "nuove destre" (es. alcune liste civiche italiane o, se partecipasse in proprio alla competizione, "Comunione e Liberazione", il partito del progresso danese ecc.) possono essere definite tali in termini di "schieramento", non di collocazione. Sono schierate a sinistra o a destra ma non competono in uno spazio politico unidimensionale.

Apro una parentesi per chiarire - ma ciò è implicito in tutto il discorso fin qui fatto - che con l'espressione nuova sinistra non mi riferisco ai vari partitini marxisti (tipo DP o MLS in Italia) sorti in tutta Europa dopo il '68 il cui fallimento storico è legato al fatto che, pur essendo espressione di nuove fratture sociali hanno "parlato", per usare una suggestiva metafora di Alain Touraine, i linguaggi dei vecchi conflitti, cioè pur essendo espressione di bisogni legati al nuovo individualismo e alle nuove esigenze comunitarie hanno adottato politiche di classe lanciandosi nella imitazione dei partiti storici. Non mi riferisco cioè ai vari "true-believers" che ristabiliscono la Verità del messaggio contro i "traditori".

Adottando ideologie (nello specifico: di classe) essi si sono "collocati" a sinistra dei partiti operai storici. Non sono così interpreti delle nuove domande politiche. Naturalmente possono cercare di interpretarle. Ad esempio DP può cavalcare l'"onda verde" (come hanno tentato di fare i socialisti di sinistra norvegesi, una formazione a sinistra dei laburisti, peraltro con nessun successo, alle elezioni del '77) oppure partecipare a campagne per i diritti civili (tutto è possibile naturalmente: anche rileggere "Il Capitale" in chiave ecologica oppure "Stato e Rivoluzione" di Lenin in chiave garantista... ma esistono alcuni problemi). E' chiaro però che se lo fa, in quel momento, sta competendo in uno spazio politico diverso in cui non ha più senso la collocazione a sinistra o a destra di questo o di quello. Chiusa la parentesi.

L'emergere di uno spazio politico multidimensionale mette in crisi i partiti di massa, i partiti di integrazione sociale. Tutti i problemi nuovi (dalla sessualità alle battaglie anticentralistiche e antiburocratiche, alla ecologia), più in generale tutti i "problemi" specifici sui quali non esistono schieramenti pre-costituiti e precodificati dalle ideologie e che tuttavia finiscono per orientare i comportamenti di un'area crescente di elettori, li trovano del tutto impreparati. Perché? Perché il partito d'integrazione sociale necessita di una ideologia in grado di dare risposte su tutto: ogni problema richiede di essere inquadrato in modo coerente con gli altri; questo è il cemento, il mastice che tiene, dandole insieme legittimità, la rete di legami associativi che mantengono la coesione del blocco sociale controllato. Ciò che è possibile quando lo spazio politico del tipo destra-sinistra diventa come abbiamo visto impossibile quando lo spazio politico cambia.

La difficoltà del partito di massa è insuperabile a causa della formazione di "due" circuiti elettorali, cioè di due "elettorati paralleli", l'uno integrato che continua a collocarsi (collocandovi le forze politiche) lungo il continuum sinistra-destra definito da "ideologie" e il secondo che si muove in uno spazio multidimensionale definito da "problemi". La contraddizione è insanabile per il partito di massa perché se esce dal continuum sinistra-destra rischia di perdere parte dell'elettorato che continua a votare secondo quella logica, se non lo fa perde o non conquista l'elettorato d'opinione che si muove per "problemi" (quindi su uno spazio multidimensionale).

Il che spiega, per esempio, perché le ipotesi di riforma, sia pure diversamente finalizzate, dei rispettivi partiti, formulate dal PCI e dal PSI e volte, pur nelle diversità di accenti, a salvaguardare l'insediamento aprendosi contemporaneamente ai nuovi "movimenti" siano in realtà soltanto pie illusioni o parole in libertà: l'insediamento sociale presuppone una collocazione in uno spazio unidimensionale "sia" propria "sia" dei cittadini "imprigionati" dall'insediamento, l'apertura ai "movimenti" presuppone invece una competizione in uno spazio multidimensionale e nessuno può avere insieme la botte piena e la moglie ubriaca.

Nel caso specifico la conclusione sarà probabilmente che il PCI sceglierà di chiudersi nel proprio "quadrato" (quello definito dal suo insediamento) rinunciando a catturare il nuovo elettorato per non perdere il vecchio mentre il PSI continuerà ad agitarsi convulsamente oscillando fra le due linee e senza sapere, in realtà, a che santo votarsi.

Concludendo, il declino delle fratture di classe porta con sé l'erosione del continuum sinistra-destra (inteso come spazio della competizione) mentre le nuove fratture sociali danno luogo a conflitti politici che hanno per posta ricompense "individuali" (per tutti i cittadini in quanto tali) oppure "comunitarie" e tendono ad essere tradotti in uno spazio multidimensionale (cambiando radicalmente le modalità della competizione politica).

L'aumento della domanda di partecipazione "diretta" alla politica attivata dalle nuove fratture sociali e dai complessi processi che le hanno fatte esplodere contribuisce alla crisi di istituzioni modellate su sistemi sociali più semplici ove la partecipazione era più facilmente orientabile e controllabile dalle ristrette élites dei partiti di massa. La domanda di moltiplicazione dei momenti di democrazia diretta (scelta sui "problemi" anziché sulle persone) apre il campo all'associazionismo politico specializzato, cioè a gruppi che entrano in politica per combattere una "singola" battaglia (le associazioni che un pioniere dello studio scientifico dei partiti, Mosei Ostrogorski, già all'inizio del secolo giudicava come strumento di democrazia superiore ai partiti "omnibus" che praticano politiche generali e si muovono sulla base di ideologie) e ai partiti di tipo nuovo che funzionano mediante "successione dei fini", cioè che combattono, una dopo l'altra, battaglie specifiche su "problemi".

Le nuove divisioni politiche e il caso italiano

Il discorso precedente, volutamente comparativo, al fine di introdurre qualche "anticorpo" nel dibattito politico italiano rispetto agli atteggiamenti provinciali diffusi che assumono l'Italia come crogiuolo delle più stupefacenti "diversità", dovrebbe servire, oltre che a cogliere alcuni aspetti a mio giudizio in genere non capiti della politica radicale, a individuare una chiave di lettura della vicenda politica italiana in corso. La crisi dei partiti di massa si manifesta in questo sistema politico con una serie di effetti, ai più importanti fra i quali posso soltanto accennare: 1) Si accelera, come vari indizi testimoniano, la "modernizzazione" nella direzione del partito laico-conservatore-pigliatutto della DC. Le sue capacità di recupero rispetto alla crisi del periodo precedente sono in larga misura affidate all'abbandono dei tratti di partito di integrazione sociale. Infatti, il partito pigliatutto, emancipato dalle basi subculturali di origine, regge meglio di altri nelle nuove condizioni della comp

etizione. Chiesa e "comunità cattolica" adottano così modalità di rapporto con la DC proprie di un gruppo di pressione sia pure potente che però è altra cosa dal rapporto degli anni quaranta, cinquanta e sessanta.

2) Crollano, una dopo l'altra, tutte le ipotesi strategiche della sinistra. La crisi strategica è effetto di una crisi strutturale, quella dei partiti di integrazione sociale, soprattutto (ma non solo) del PCI: l'"egemonia" come ipotesi alla classe operaia è un guscio vuoto cui non corrisponde né potrà corrispondere alcun contenuto. Certo, una parte dell'insediamento è mantenuta e difesa: è la parte di elettorato tradizionale che rimane ancorata allo spazio politico sinistra-destra. Ma le possibilità espansive appaiono esaurite (12).

L'effetto di questa crisi è la "centrifugazione politica". E qui occorre distinguere. Il dibattito che si è avviato dopo i referendum del 12 giugno, la vittoria di liste civiche sulla destra (in termini di schieramento) e dei radicali in Trentino e a Trieste sulla sinistra, insieme ad altri fenomeni (l'esplosione del sindacalismo autonomo), mettendo insieme cose eterogenee, ha fatto parlare alcuni osservatori di "nuovi particolarismi". Ma questi processi vanno tenuti distinti.

Prendiamo il caso del sindacalismo autonomo. In primo luogo, va detto che il corporativismo non è stato inventato dai sindacati autonomi. Esso, invece, è costitutivo e fondante del funzionamento del sistema politico nei suoi rapporti con le "parti sociali" (come del resto politiche neocorporative prevalgono in altri paesi europei). E' il prodotto dei processi irreversibili di differenziazione della struttura occupazionale indotti dall'intervento statale. Il sindacalismo autonomo allora esaspera semplicemente una logica che è "interna" al modo di funzionare delle istituzioni. Poiché le politiche di classe sono in realtà politiche corporative è logico (cioè interno a questa logica) che le corporazioni più deboli, a minore potere contrattuale, che ottengono meno o nulla nella competizione, si emancipino dai grandi centri di controllo sociale per premere "dall'esterno" sul sistema politico. A queste si aggiungono le categorie privilegiate non difendibili dalle confederazioni sindacali. Si ha così da una parte la

pressione del "corporativismo esterno" che è la conseguenza dei processi di frantumazione sociale e delle politiche neo-corporative.

I processi di "autonomizzazione" dei sottosistemi politici periferici (il successo di liste civiche) sulla destra dello "schieramento", come la crescita della politica radicale sulla sinistra, appaiono invece legati ai fenomeni di differenziazione sociale e culturale e alle nuove fratture che essi provocano. Per esempio, senza stabilire assurdi legami di causa e effetto (che ricordano modelli teorici ormai screditati sul rapporto struttura-sovrastruttura e simili), il fenomeno delle liste civiche può essere messo in rapporto con i processi di differenziazione economica territoriale, le "economie sommerse", ecc. di cui parla l'ultimo e discusso rapporto del "Censis" (ma anche analisi a diverso orientamento politico) (13).

Le caratteristiche della politica radicale

La politica radicale infine si innesta anch'essa sulle nuove fratture ma producendo effetti di riaggregazione politica anziché di disgregazione. Mentre dal modo di funzionamento del sistema trae impulso la frammentazione e la prevalenza di logiche neo-corporative, i radicali, ad esempio con le battaglie referendarie, riaggregano ciò che il sistema politico disaggrega, disarticolano le logiche di corporazione e di categoria e riaggregano i cittadini. Per cui, poniamo, in un referendum sull'aborto o sull'atomo mi schiererò da una parte o dall'altra sulla base di "opinioni" sul problema e non sulla base dei miei interessi di corporazione o di categoria in quanto magistrato, metalmeccanico, professore universitario (stabilizzato) o pilota. In altri termini, all'opposto dal determinare esplosioni di particolarismo i radicali provocano "corti circuiti" e discontinuità nelle politiche e nelle logiche corporative riaggregando su "problemi" che attengono alle nuove domande politiche di tipo individuale (per tutti i c

ittadini) e/o comunitarie, ciò che la logica di corporazione - che ha sostituito (tacitamente) la logica di classe - disgrega (14).

Anche le vecchie battaglie liberali e radicali in difesa dello Stato di diritto si trovano reinterpretate dalla politicizzazione di nuovi problemi di tipo individuale (come la sessualità) o di tipo comunitario (come l'ecologia) che a loro volta hanno un impatto sul sistema politico complessivo.

Politicizzando problemi legati alle nuove fratture e alle vecchie fratture riattivate i radicali competono in uno spazio diverso da quello proprio dei partiti storici. Sono schierati a sinistra (nel senso chiarito) ma non si collocano sul continuum sinistra-destra: per cui possono al tempo stesso partecipare a un'alleanza in difesa della autonomia locale con Lotta Continua (che "si colloca" alla sinistra del PCI), proporre ai liberali una comune difesa dello Stato di diritto e ai socialisti battaglie referendarie o liste comuni. O possono sostenere La Malfa in quanto laico. Mentre DP che si colloca sul continuum sinistra-destra, per esempio, "deve" osteggiarlo. Infatti nel caso di DP l'atteggiamento è una funzione della collocazione. Nel caso dei radicali è una funzione del problema.

Ma questo è possibile proprio perché i radicali competono in uno spazio politico multidimensionale definito non da ideologie ma da una serie di problemi molti dei quali nuovi, per cui le alleanze ora con questo ora con quello saranno dettate dagli atteggiamenti delle diverse forze politiche rispetto ai problemi. Non sono in realtà i radicali a "fluttuare", nello spazio politico sono gli altri partiti che devono di volta in volta "uscire" dal binario (il continuum sinistra-destra) per competere in uno spazio ridisegnato dai nuovi problemi.

Il diverso tipo di competizione determina anche un'altra diversità rispetto agli altri partiti. Mentre questi sono o corrono continuamente il rischio di essere investiti da processi di "sostituzione dei fini" (il fine originario viene abbandonato tacitamente, il fine reale diventa la sopravvivenza e l'espansione organizzativa) perché si muovono in uno spazio politico definito da "ideologie" (generali e generiche) il PR è un partito che ha incorporato (fino ad oggi, a mio avviso, con successo) un meccanismo di "successione dei fini": poiché gli obiettivi non sono astratti e generici ma specifici, il maggiore o minore avvicinamento oppure il maggiore o minore allontanamento dall'obiettivo perseguito, possono essere, in un certo senso, misurati. Raggiunto un obiettivo - oppure constatata l'impossibilità di raggiungerlo - esso viene sostituito da un nuovo obiettivo e così via. E' la competizione in uno spazio politico definito da "problemi" che consente l'operare di questo meccanismo.

Il problema della "governabilità" e la crisi delle politiche tecnocratiche

Se la crisi del partito di massa, delle sue capacità di integrazione, di imprigionamento di aree elettorali estese, è irreversibile e ciò determina una endemica instabilità e fluttuazione elettorale e l'emergenza di organizzazioni politiche che operano su un solo tema oppure di partiti che si muovono per "successione dei fini" all'interno di una più generale pressione per un adattamento delle istituzioni alle nuove domande di partecipazione (mediante una moltiplicazione degli strumenti di democrazia diretta), l'obiezione scontata è che questo scenario non può che aggravare la crisi di governabilità dei sistemi politici. Ad esempio, le associazioni che si muovono su un singolo tema o i partiti che operano mediante "successione dei fini", poiché non hanno un "Progetto" (da cui fare discendere un "programma") complicano il gioco, aumentano le difficoltà di chi ha Progetto e programma ed è il solo idoneo a governare. Insomma: "Fatti più in là che mi disturbi la programmazione", dicono i tecnocrati.

Ora, queste e analoghe obiezioni si rifanno a una concezione tradizionale di ciò che si suppone essere il governo in una società tardoindustriale.

In realtà, "Progetti" e "programmi", in queste società servono soltanto come "immagini elettorali" a fini di competizione, non hanno nessuna possibilità di essere applicati. Le società tardoindustriali degli anni settanta hanno perduto la possibilità di essere governate nel senso tradizionale della parola. In primo luogo, perché la maggior parte dei fattori che i governi dovrebbero poter controllare per governare sono "esterni", sfuggono totalmente al loro controllo, si collocano in una dimensione internazionale. In altri termini, il governo presuppone sempre, per essere tale, un certo grado di autarchia, di impermeabilità dei confini, possibilità che il crescere delle dipendenze/interdipendenze internazionali ha definitivamente distrutto. La letteratura economica e sociologica sulla crisi dello "Stato keynesiano" converge su questo punto.

In secondo luogo il "policentrismo" quale emerge da un sistema di stratificazione sociale e istituzionale sempre più complesso, non consente ad autorità operanti entro i confini della democrazia politica margini di manovra ampi, non si lascia cioè comprimere entro progetti/programmi globali (di destra o di sinistra): i governi devono così vivere alla giornata (e la differenza è semmai tra governi che improvvisano alcuni meglio, altri peggio) e la nave è sempre meno condotta da un timoniere lungo una rotta precisa ma sballottata qua e là dalla tempesta (15).

Tutto ciò significa che, anziché elaborare il Progetto (che non ha chances di traduzione pratica) occorrerebbe invece "moltiplicare i progetti", cioè le battaglie specifiche su problemi che, a differenza del primo, introducono mutamento sociale e politico. Ma moltiplicare i progetti e abbandonare l'idea del Progetto significa prendere atto del fatto che non è possibile controllare tutte le variabili in gioco ma soltanto, di volta in volta, alcune variabili. Significa cioè abbandonare il mito che la società che la società sia interamente plasmabile. Occore "uscire dall'utopia" di una plasmabilità senza residui. E' vero che l'idea secondo cui la società non è "progettabile" è in origine, culturalmente e storicamente, un'idea di destra, cioè un'idea cara ai difensori dello status quo e non agli innovatori. Ma questo legame "non" è logicamente necessario.

Al contrario, è la soluzione tecnocratica, di sinistra o di destra che presuppone di poter controllare tutte le variabili in gioco laddove non ne controlla che poche (e sempre meno) ad essere ormai scopertamente inpraticabile.

Una sfida a sinistra?

Per un concorso di circostanze, condizioni politico-istituzionali più favorevoli, superiore capacità di incidenza politica e fattori più refrattari ad essere "trattati" da analisi di orientamento strutturalista e che attengono alla dimensione della "leadership", i radicali italiani si trovano in una posizione di vantaggio rispetto alle altre nuove sinistre europee. Il PR, fra queste forze, è nelle condizioni migliori per provocare, nei prossimi anni, mutamenti significativi nello "schieramento" di sinistra.

Le sfide, nei sistemi politici europei del dopoguerra, si sono fino ad oggi presentate quasi sempre "a destra", sono state sfide portate o in via transitoria (da partiti-lampo) o in via duratura (gaullisti) ai partiti della destra dello schieramento politico.

Sul versante opposto i partitini sorti dal '68, ricalcando le orme delle vecchie sinistre, non sono riusciti in nessun paese europeo a portare sfide politiche serie.

In Italia esiste la possibilità di una sfida a sinistra che imponga una ristrutturazione. Già oggi gli effetti si vedono: pensiamo alle affannose rincorse del PSI dietro a tutte le iniziative radicali.

In altri termini, esiste la possibilità che il PR porti la prima vera sfida a partiti nati dall'attivazione politica della frattura di classe. Se questa sfida avrà successo e farà precipitare una ristrutturazione del campo della sinistra potranno esserci effetti dimostrativi e propagazioni in altri paesi europei.

Nel frattempo, è indubbio che le tensioni fra PR e sinistra storica, come fra le altre nuove sinistre europee e le vecchie sinistre, continueranno. Ma forme di coesistenza sono, almeno in parte, possibili. Come ha osservato Inglehart: "Vi possono essere acute tensioni fra una vecchia sinistra che enfatizza i vantaggi economici per la classe operaia e una nuova sinistra che si concentra maggiormente sul mutamento degli stili di vita, sui vantaggi qualitativi piuttosto che quantitativi. Ma entrambe hanno un comune interesse al mutamento sociale in una direzione egualitaria e dal momento che l'obiettivo della uguaglianza fa appello a differenti gruppi per ragioni differenti può servire come un legame capace di tenere insieme la sinistra" (16).

1) S.M. Lipstet e S. Rokkan, "Party, Systems and Voter Alignments", New York, 1967, p. 50.

2) Su questi e altri aspetti dei nuovi processi elettorali in Europa vede S.B. Wolinetz, "Stabilità e mutamento nei sistemi partitici dell'Europa Occidentale". "Rivista Italiana di Scienza Politica" (1978).

3) Cfr. F. Stame, "I processi di socializzazione politica nello Stato moderno e la funzione politica e sociale del rapporto di autorità". "Problemi del Socialismo" (1978) e l'inquadramento teorico generale di C. Offe, "Lo Stato nel capitalismo maturo", Milano, 1977.

4) Sul rapporto fra fratture sociali e genesi dei sistemi politici europei cfr. S. Rokkan, "Citizens, Elections, Parties", Oslo, 1970.

5) Sui processi di crescita della complessità e sul rapporto fra complessità sociale e democrazia politica si vede N. Luhmann, "Stato di diritto e sistema sociale", Napoli 1978.

6) R. Inglehart, "The Silent Revalution. Changing Values and Political Styles Among Western Publics", Princeton, 1977.

7) Sulle politiche neo-corporative in Europa si veda, a cura di P.C. Schmitter, "Corporatism and Policy-Making in Contemporary Western Europe", numero speciale di "Comparative Politicale Studies" (1977).

8) Sulla competizione interpartitica lungo lo spazio politico destra-sinistra Cfr. G. Sartori, "Parties and Party Systems", New York, 1976.

9) Sul ruolo delle identificazioni di partito e dello spazio sinistra-destra nell'orientare i comportamenti politici in Europa si veda W.R. Inglehart e H.D. Klingemann, "Party Identification, Ideological Preference and the Left-Right Dimension among Western Mass Publics", in I. Budge et al. (eds.) "Party Identification and Beyond", Londra, 1976. Sull'elettorato italiano e le sue percezioni, negli anni sessanta, dello spazio politico in termini di sinistra-destra, S.H. Barnes, "Modelli spaziali e l'identificazione partitica dell'elettore italiano", "Rivista Italiana di Scienza Politica" (1971).

10) Cfr. D. Stokes, "Spatial Models of Party Competition", "American Political Science Review" (1963).

11) R. Inglehart, "The Silent Revolution", cit.

12) Per una analisi approfondita delle ragioni della crisi del PCI in rapporto anche ai mutamenti della struttura sociale si veda M. Fedele, "Classi e Partiti negli anni '70", Roma, 1979 e, per gli elementi di crisi, in chiave comparata, nei tre partiti di massa, DC, PCI e PSI, G. Pasquino, "Partiti e società nell'Italia che cambia" in A. Martinelli e G. Pasquino (a cura di) "La Politica nell'Italia che cambia", Milano, 1978.

13) Soprattutto, A. Bagnasco, M. Messori e C. Trigilia, "Le Problematiche dello sviluppo italiano", Milano, 1978 e A. Bagnasco, "Tre Italie, La Problematica territoriale dello sviluppo italiano", Bologna, 1977.

14) Sulle connessioni fra logiche di comportamento dettate dai meccanismi sociali e logiche politiche dettate dal principio maggioranza/minoranza si veda l'acuta analisi di E. Galli della Loggia, "Marx e il Problema della maggioranza nei regimi democratici", "Problemi del Socialismo" (1978).

15) Sui processi di governo e sulla crisi delle politiche di programmazione si veda N. Luhumann, "Stato di diritto e sistema sociale", cit.

16) R. Inglehart, "The Silent Revolution", cit., p. 366.

 
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