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Pannella Marco, Pansa Giampaolo - 8 giugno 1979
"E noi cialtroni andiamo in Parlamento per fare un po' d'ordine"
Intervista di Giampaolo Pansa a Marco Pannella

SOMMARIO: All'indomani del successo elettorale del Partito radicale nelle elezioni del 3 giugno 1979 (18 deputati e 2 senatori rispetto i soli quattro deputati delle elezioni del 1976) Marco Pannella delinea gli impegni dei parlamentari radicali nella ottava legislatura. Il problema non è pensare ad una seconda repubblica ma quello di far funzionare la prima e di attuare la Costituzione. "Ci accusano di essere irresponsabili ma saremo noi a costringere le altre forze politiche a rispettare le regole dello Stato di diritto". Il compito dell'opposizione non è quello di far un ostruzionismo invisibile in cambio di qualche fetta di potere ma di obbligare la maggioranza ad assumere le proprie responsabilità e d'indicare cosa farebbe nel caso fosse al governo. La necessità di costituire un "gabinetto ombra". Molti elettori comunisti hanno votato radicale perché vogliono la Dc all'opposizione e l'alternativa di sinistra: anche in Italia è possibile, come nella Francia di Mitterrand, il programma comune della sinist

ra.

(LA REPUBBLICA, 8 giugno 1979)

I radicali tornano in Parlamento. Non sono più quattro, ma venti. E tutti si domandano: adesso che sono diventati tanti, che cosa faranno? Andiamo a chiederlo a Marco Pannella.

D. Hai vinto le elezioni, Pannella...

R. "No! Il partito radicale ha soltanto triplicato i voti e quintuplicato i parlamentari. Comunque, non ha certo vinto il Centro, come sosteneva il vostro titolo. Anche voi siete stati tratti in inganno dai primi dati del Viminale".

D. Chi ha vinto allora?

R. "All'interno del Centro c'è stato un lieve spostamento a favore dell'opposizione, ossia dei liberali. All'interno della Sinistra lo spostamento è andato a favore dell'alternativa e dell'unità della sinistra".

D. Perché?

R. "Osserva la nuova Camera. C'è quasi un 6 per cento a sinistra del Pci. E poi il Pci ha perso 26 seggi, ma noi ne abbiamo conquistati 14 e il Psi 5; in più ci sono quelli del Pdup. Comunque, la principale forza di noi radicali non sta nel numero dei parlamentari".

D. In che cosa sta?

R. "In un fatto semplice che non sapete spiegarvi. Dal 1960 tre protagonisti caratterizzano la nostra società politica: la Dc, il Pci e il movimento dei diritti civili, vale a dire il partito radicale. Il resto non è esistito."

D. Anche voi, insomma, venite da lontano.

R. "Da lontanissimo. Gli insulti della burocrazia comunista contro di me sono gli stessi che andavano a Carlo Rosselli, fino a sei mesi prima che fosse ucciso. E gli insulti al partito radicale sono identici a quelli che erano riservati a Giustizia e Libertà".

D. Quali insulti?

R. Irresponsabilità. Vittimismo. Super-attivismo. E, naturalmente fascismo. E si spiega: in questi venti anni il solo antagonista politico dell'interclassismo della Dc e del Pci è stato il partito radicale".

D. E oggi?

R. "Oggi il nostro slogan è: dall'antagonismo radicale al protagonismo socialista. Ma anche questa, per noi, non è una novità. Vogliamo continuare il cammino cominciato nel 1962, quando Elio Vittorini accettò di diventare il presidente del partito radicale. C'è un unico filo nella nostra storia recente: il filo che collega Vittorini a Pasolini, Ernesto Rossi a Sciascia..."

"Impediremo che le leggi dormano sette anni"

D. Come intendete continuare il cammino?

R. "Dimostrando quanto fosse giusta l'intuizione di Gobetti, di Basso, di Foa che le idealità della rivoluzione borghese possono essere realizzate soltanto se prendono corpo nel proletariato, nel mondo del lavoro. E che soltanto all'interno di un socialismo libertario e autogestionario si può salvare anche nell'economia il valore della libertà, della creatività individuale, del cosiddetto 'libero mercato'".

D. Puoi spiegarti con più chiarezza?

R. "Sì. Il problema principale della nostra democrazia non è di pensare a una seconda Repubblica. E' quello di far funzionare e realizzare la splendida articolazione e previsione della prima Repubblica. Insomma, attuare la Costituzione. E poi bisogna avere bene in testa un'altra cosa..."

D. Quale?

R. "Che l'ispiratrice dei repubblicani e dei comunisti rischia sempre più di essere la sinistra crispina, autoritaria e trasformista, alla quale noi, per le istituzioni, contrapponiamo piuttosto la destra storica di Bertrando Spaventa. Ossia, lo Stato di diritto e il senso dello Stato contro la ragion di Stato o di partito".

D. Detto ancora più semplicemente, a quali obiettivi guardate?

R. "Così come ci siamo fatti carico del diritto di famiglia o del divorzio, cercheremo di creare un diritto positivo conseguente alla Costituzione. Faremo funzionare meglio, e per la prima volta in trenta anni, il Parlamento e il governo. Attraverso l'uovo di Colombo".

D. Che sarebbe?

R. "Per esempio il regolamento della Camera, il quale dice che entro 60 giorni, ed eccezionalmente entro 120, si dà il parere sulle proposte e sui disegni di legge e poi si vota. E poiché un governo forte, e capace di decidere, è la condizione di un Parlamento forte, noi radicali impediremo che le proposte governative e le nostre, dormano nei cassetti per sette anni. A meno che si tratti di leggi-truffa".

D. E' questo che deve fare l'opposizione?

R. Si, il compito dell'opposizione non è quello di liquefarsi, e far liquefare il governo in un ostruzionismo invisibile, in attesa che il governo le conceda una fettina di potere o di vantaggio in una legge corporativa. Il nostro dovere è quello di obbligare la maggioranza ad assumere le proprie responsabilità e, se del caso, come opposizione, votare contro, dicendo quello che proporremmo se fossimo governo".

D. Progettate un governo-ombra?

R. "Un "gabinetto-ombra". Certo. E spero che riusciremo a costituirlo fra dicembre e gennaio. Insomma, lavoreremo, faremo delle proposte e porteremo ordine nelle Camere".

D. Molti temono da voi l'esatto contrario: la paralisi del Parlamento, l'ostruzionismo a ritmo continuo...

R. "L'ostruzionismo l'abbiamo fatto quando loro hanno preteso che il Parlamento votasse una decina di leggi in una ventina di giorni per far fuori i referendum!" Gli ostruzionismi che ci vengono addebitati erano il tentativo di difendere la funzione legislativa delle Camere e i diritti costituzionali del cittadino. Noi non vogliamo un 'Taxi-Parliament', un parlamento-squillo, al servizio di padroni extra-istituzionali, quindi irresponsabili. Loro hanno sempre cercato questo. Adesso che noi siamo in venti, nemmeno ci proveranno più! Tutto sarà più calmo".

D. Che cosa intendi per parlamento 'più ordinato'?

R. "Un parlamento dove si arriva a votare, e in aula. E dove le commissioni cessano di essere quelle che, sia detto senza ingiuria!, sono in una Camera dei Fasci e delle Corporazioni".

D. Che vuoi dire?

R. "La funzione fascista della mediazione fra capitale e lavoro che durante il fascismo avveniva nella burocrazia dello Stato ma sotto il controllo del partito, oggi avviene nelle commissioni parlamentari: tengono a dormire le leggi per poi costruire i capolavori di mediazione corporativista che Dc e Pci hanno costruito in questi anni".

D. E subito che cosa farete?

R. "Il primo problema è l'incarico di formare il nuovo governo. Bisogna che il presidente della Repubblica non sia a priori costretto a designare il candidato della Dc (che ha il 38 per cento dei voti), ma possa scegliere fra costui e il candidato della sinistra (che ha il 46 per cento) o dello schieramento laico, "divorzista" (che ha il 54 per cento)".

D. E il secondo problema?

R. "Evitare la lottizzazione arrogante degli incarichi costituzionali fra i partiti dell'ultima maggioranza. Il 20 giugno non s'illudano di chiamarci ad eleggere dei presidenti delle Camere già fatti proclamare dalla Raitivù prima della convocazione del Parlamento. Stiano attenti! Solleveremmo dei grossi problemi! Non sarebbe un'elezione tranquilla! Vedi, noi radicali abbiamo un destino curioso...".

"Da quando la base comunista vota per noi"

D. Quale?

R. "O ci accusano di essere cialtroni di strada o dei parlamentari dallo sfrenato garantismo ottocentesco. Certo, i partiti hanno il diritto di consultarsi. Ma lo Stato di diritto è il rispetto delle regole del gioco. E noi li costringeremo a rispettarle ogni giorno e sin dal primo giorno".

D. E agli altri partiti di sinistra che cosa mandi a dire?

R. "Che il discorso dell'alternativa di sinistra è avvertito dal paese non come un discorso di sfascio o di violenza, ma di moderazione e, aggiungerei, di classicità. I dirigenti comunisti hanno sempre paura di essere ritenuti stalinisti o antidemocratici se fanno un discorso molto netto di alternativa a sinistra. Anche loro, così, cadono nella trappola culturale di credere che nello scontro democratico c'è violenza! E mostrano di non avere ancora capito che democrazia è dire ai cittadini: date voti a noi per governare al posto degli altri, e non per governare con gli altri".

D. E che altro vuoi dimostrare?

R. "Che continuando a costruire l'alternativa, come faremo, è possibile rafforzare nel Pci quantomeno il dubbio che la grande massa dei suoi iscritti la vuole questa alternativa, vuole la Dc all'opposizione e vuole l'unità delle sinistre come unico strumento politico praticabile di democrazia classica nel nostro paese, di alternanza".

D. Pensi di poterci riuscire?

R. "Spero di sì. Ricordati del referendum sul divorzio. Ancora quaranta giorni prima del 13 maggio, Rinascita e l'Unità bollavano il referendum come una jattura. Poi, sotto la nostra spinta, le masse comuniste prevalsero contro il "moderato" Berlinguer, estremista dell'opportunismo".

D. Può accadere ancora così?

R. "Sì. L'ho visto in questa campagna elettorale: il candidato medio comunista vomitava accuse contro la Dc, si sfogava, a volte senza misura o senza pudore. Penso che sia possibile dimostrare che l'alternativa a sinistra, ossia la democrazia classica attuata dal proletariato, dal mondo dei lavoratori, degli inermi, dei mansueti è una speranza per l'oggi e non un residuato dell'Ottocento. E' un viaggio difficile e lungo, ma si può fare".

D. La prima tappa di questo viaggio qual è?

R. "Il programma comune della sinistra. I radicali lo chiedono dal 1966, sette anni prima di Mitterand. Già nel 1959 ho avuto una polemica con Togliatti che non lo voleva. E anche adesso si tratta di battere la linea Togliatti, oggi chiamata linea Berlinguer, che è il principale sostegno dell'assetto del regime".

D. Tu credi che nel Pci esistano forze a favore dell'alternativa?

R. "Sì, ma quali siano non è facile capirlo. Nel Pci c'è la tragedia del centralismo burocratico, La maggior parte dell'apparato si è formata per cooptazione sulle proposte di vertice. E funzionari e dirigenti tendono a vivere anche nel quotidiano un conflitto proprio con la base comunista per la sua presunta "immaturità", per il suo presunto "estremismo". Però adesso che la base comunista ha cominciato a votare radicale, molte cose possono cambiare".

D. Ne sei davvero convinto?

R. "Sì. Il voto radicale di molti comunisti nei referendum del 1978, e a Trieste, Trento e Bolzano, aveva giù fatto riaprire la discussione nel Pci, portando le Botteghe Oscure a fare la crisi di governo, sia pure soltanto per motivi tattici".

D. E adesso?

R. "Adesso occorre che, domenica, alle europee, questa tendenza a nostro favore si rafforzi. Si rafforzerà così il dibattito nel Pci e la prospettiva di sinistra. Quel 4 per cento perso dal Pci il 3 giugno, se verrà esteso, rafforzerà politicamente tutta la sinistra. compreso lo stesso partito comunista. Se non c'era il voto radicale, il dibattito era già chiuso! E io ho fiducia. Io credo che la salvezza del Pci da una linea innaturale passi attraverso l'adozione di una linea di alternativa socialista e libertaria".

D. Ci sono nel Pci dirigenti vicini alle cose che stai dicendo?

R. "Purtroppo non lo so. L'intolleranza, anche nella vita quotidiana, è tale che non esite un dirigente del Pci con il quale io abbia un contatto politico. C'è stato un momento di disgelo dopo il referendum sul divorzio. Poi quegli spiragli si sono subito chiusi. Le burocrazie hanno sempre paura dei compagni più che degli avversari! Per loro il demonio sta sempre nell'amico, non nel nemico. Però...".

D. C'è un "però" nel rapporto Pannella-Pci?

R. "Sì. Sul piano personale, loro hanno avuto comportamenti feroci, noi mai. Quindi non ci sono guasti insuperabili. E poi io sono molto laico e ritengo che siano le linee giuste a fare gli uomini politici giusti. Per questo Berlinguer è mediocre. Ma se c'è un mutamento di linea nel Pci, gli interlocutori verranno fuori e, al limite, possono anche essere gli stessi uomini di oggi".

"Offriremo ai socialisti un patto di unità"

D. E i socialisti?

R. "Offriremo al Psi un patto di unità d'azione parlamentare. Vedi, con i socialisti di difficoltà ce n'è una sola: devono scegliere. Per esempio, Claudio Signorile deve scegliere fra Bisaglia e me. Non ci sono soltanto problemi di contenuto politico, ma di scelte di metodo e di vita. I socialisti non possono sperare di essere una forza di alternativa se poi hanno più giornali e spendono più miliardi della Dc. Bisogna rivalutare un tantino anche la prassi...".

D. E dopo le "scelte di vita"?

R. "L'obiettivo può essere un nuovo partito di tipo federativo, con l'80 per cento del Pci, l'80 per cento del Psi e l'80 per cento dei radicali".

D. Non è utopia, Pannella?

R. "No. Non è vero che noi siamo gli utopisti dell'impossibile e loro i realisti del possibile. L'utopia, la squallida utopia, è stata la loro, di Pci e Psi. I fatti, ormai, lo dimostrano. Anch'io credo che la politica sia l'arte del possibile e lo sto dimostrando. Ma si può creare il possibile o consumare il possibile. E la loro arte spaventosa è di consumare il possibile sino all'estremo: la repubblica, la Costituzione, il dialogo, la civiltà, le idee...".

D. Non credi che queste tue parole rafforzino il muro che ti separa da comunisti e socialisti?

R. "No. Il muro c'è soltanto con l'apparato del Pci. E il vero pericolo non sta nella sua solidità. Sta nella violenza con la quale è difeso da una certa classe burocratica che lo vede franare perché ormai distrutto dal tempo. Una violenza dettata dalla paura. Il muro fra noi e la base comunista e socialista invece non c'è. Cercano di crearlo. Però ogni volta che noi facciamo così con un dito, si sgretola. Lo abbiamo visto lo scorso anno e il 3 giugno. Il nostro successo viene proprio di lì".

 
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