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Spadaccia Gianfranco - 15 luglio 1979
Le elezioni, il partito, l'opposizione...
I risultati elettorali pongono ancora una volta ai radicali il problema della crescita dell'organizzazione libertaria

di Gianfranco Spadaccia

SOMMARIO: Due radicali in Senato: il loro primo problema sarà appunto quello di essere radicali in Senato e non senatori radicali. Al solito la domanda centrale del dibattito congressuale ruota intorno all'interrogativo leninista del "che fare", del come smentire ancora una volta quanti si attendono, da ogni nuova vittoria, un rapido dissolvimento dell'"equivoco" radicale. Alcuni punti essenziali fra gli altri: alternativa e alternanza. Grazie al successo radicale, la sinistra italiana mantiene pressocché inalterata la sua forza elettorale. Per i radicali, il "primum" resta la politica e non l'economia, i diritti civili e non l'economicismo, la lotta per l'energia e il disarmo, cioè per un modello di società e di stato radicalmente alternativo. Il dopo voto comunista e socialista: nelle consultazioni per il nuovo governo, il Partito radicale ha indicato il nome di Umberto Terracini qiale candidato dell'unità della sinistra, e in subordine, quelli rappresentativi di una maggioranza divorzista, Ingrao, Craxi,

Peccei. Il Pci torna all'opposizione, ma con la conferma integrale della linea berlingueriana di compromesso storico, quindi in un tentativo di mascherare le contraddizioni e la crisi della strategia perdente di cogestione corporativa e interclassistica della società e dello Stato. Grazie ai referendum, un nuovo soggetto si è affermato e ha preso coscienza di sé: l'elettorato. Per questo bisogna non rinunciare al referendum, strumento che per un lungo periodo, prima di essere riassorbito dal potere, conserverà la sua forza innovatrice, e sui temi dei referendum, si può aprire il confronto a sinistra col Pci e il Psi. Il dopo voto radicale: il voto radicale è costituito sicuramente da socialisti, ma anche da elettorato cristiano che ha abbandonato la Dc, ed è il segno del recupero anche a destra per una politica alternativa nei contenuti prima ancora che nello schieramento. Il Pr ha l'obbligo di dare una risposta democratica di classe a questo voto: con una politica che non ha nulla a che fare con l'operaismo

, ma che sia unificante di ciò che è prodotto dalla crisi e dalle contraddizioni delle classi dominanti, della classe operaia, e dei ceti emarginati che acquistano coscienza delle loro condizioni. Il primo problema del partito radicale è quantitativo: il partito dei 3-4 mila iscritti, i partiti regionali dei cento iscritti, secondo il minimo statutario fissato nel 1967, non corrisponde più alle nuove potenzialità e responsabilità che il voto del 3 giugno 1979 ha rivelato. Possiamo immaginare un partito libertario finalmente presente nella società e nel mondo del lavoro, ma dobbiamo passare attraverso obiettivi precisi che non possiamo rimandare.

(NOTIZIE RADICALI N. 76, 15 luglio 1979)

Giovanni Negri mi chiede un articolo sulle prospettive del dopo-elezione. Intanto ci sono gli impegni del dopo-elezioni: per me quelli di assicurare la presenza delle battaglie radicali al Senato insieme al compagno Stanzani, finalmente recuperato a tempo pieno all'impegno politico militante. Chi sa come ho sempre considerato essenziale e prezioso l'impegno politico "part-time" del compagno "dirigente industriale" Sergino in tutti gli organismi deliberativi del Partito dal '67 ad oggi, può immaginare come migliore compagnia non potessi avere. Ma è pur sempre la compagnia di due soli senatori. Dovremo sforzarci essere radicali in Senato, e di non farci trasformare in senatori radicali. Scrivo questo articolo combattuto fra il desiderio di comunicare con i compagni, attraverso questo strumento di "Notizie Radicali", e il "dovere" di occuparmi in queste dei decreti sugli statali e sulle IPAB che costituiranno con ogni probabilità le nostre prime scadenze legislative.

Alla fine prevale il vecchio richiamo per il partito e del partito. Giovanni avrà il suo articolo. Non ho l'ambizione di aprire io il dibattito pre-congressuale. Perché di questo si tratta: ancora una volta come far fronte alla nostre accresciute responsabilità, determinate da questo nuovo successo; come governare in modo positivo le ripercussioni che questo successo avrà sul partito; quali iniziative statutarie, organizzative prendere; quali nuove battaglie e lotte politiche preparare, avviare, incardinare nella società; come impedire processi degenerativi e superare felicemente le nostre anche gravi (e non potrebbe essere altrimenti dopo una crescita di queste dimensioni) contraddizioni; come smentire ancora una volta quanti si attendono, da ogni nuova vittoria, un rapido dissolvimento dell'"equivoco" radicale: insomma l'interrogativo di sempre, il leninismo che fare?

Non sarò io a fornire le risposte a un dibattito che deve ancora cominciare e che cominceremo, in vista del congresso di novembre, a quanto pare con una inusitata vacanza cittadina, in pieno ferragosto. Posso sforzarmi però di fissare alcuni punti, di proporre alcune questioni, fra le tante che si affollano.

"Alternativa e alternanza": grazie al successo radicale, la sinistra italiana (PR, PDUP, PCI, PSI) mantiene pressoché inalterata la sua forza elettorale e vede leggermente migliorare i propri rapporti di forza parlamentare. Con i partiti minori, lo schieramento che fu vittorioso nel 1970 con la legge Fortuna in Parlamento e nel 1974 nel paese con il referendum, sul divorzio, dispone di una maggioranza assoluta in tutte e due le Camere, di oltre il 54 per cento dei voti. Sono maggioranze teoriche sia quella relativa della sinistra (di tanto superiore al 37 per cento democristiano), sia quella assoluta dello schieramento che sarebbe oggi arduo definire laico: chiamiamolo, per intenderci, divorzista. Senza volontà politica, sono maggioranze destinate a rimanere sulla carta: utilizzabili a inutilizzate, praticabili e non praticate. Su questa indicazione, su questa volontà politica, per intanto nostra in attesa che altri si decida a farla propria, dobbiamo attestarci, aperti e attenti ad ogni fatto nuovo che poss

a maturare in questa direzione. La proposta Martelli poteva essere uno di questi fatti, una possibilità da verificare e da approfondire, ed è stata invece lasciata cadere, innanzitutto dal PSI. L'alternanza non è l'alternativa, e una alternativa di schieramento, una alternativa soltanto di governo, non è quella società alternativa, quel diritto e quello Stato alternativi che da libertari, da socialisti, da nonviolenti, vogliamo costruire. Ma ne possono costituire le premesse. E' la strada che deve essere necessariamente battuta, quella che può aprire nuove positive contraddizioni, che può avvicinarci anche solo di un millimetro al giorno nella direzione giusta. Ad una condizione: che non scendiamo sul terreno dei nostri interlocutori della sinistra, che è quello del realismo, e quindi necessariamente, e nella migliore delle ipotesi, dell'opportunismo, quando non è quello puro e semplice del trasformismo e della integrazione nel sistema di potere corporativo e interclassista. Senza massimalismi, con apertura

e capacità di dialogo, ma anche con fermezza e intransigenza, dobbiamo mantenere il confronto sul nostro terreno: l'utopia liberale, e perciò stesso necessariamente liberatrice e libertaria, dello Stato di diritto, del diritto uguale per tutti, terreno permanente di contraddizione (di classe) del potere con le fonti da cui deriva la propria legittimità e la propria autorità. Questo è l'altro nostro ancoraggio: quale diritto? Quale società? Il "primum" per i radicali resta la politica e non l'economia, i diritti civili e non l'economicismo, la lotta per l'energia e per il disarmo - cioè per un modello di società e di stato radicalmente alternativo - e non la risposta da dare ai drammatici ed urgenti "bisogni sociali".

Se manterremo questi ancoraggi, riusciremo anche a dare spessore a una politica progettuale di radicali riforme, riusciremo anche a dare la forza e sbocco politico ai "bisogni sociali", altrimenti anche noi saremo risucchiati nel fallimento e nella dissoluzione che ha condannato fin qui, non soltanto in Italia (basta pensare alle elezioni europee) gran parte della nuova sinistra e della sinistra rivoluzionaria.

"Il dopo-voto comunista e socialista". Le indicazioni di nomi che abbiamo fornito a Pertini, nelle consultazioni per il nuovo governo, come partito e come gruppo, corrispondono a questa politica sulla quale siamo testardamente e tenacemente attestati: Terracini quale candidato dell'unità di sinistra e, in subordine, per quella che abbiamo definito la possibile maggioranza divorzista, Ingrao, Craxi, Peccei.

Terracini corrisponde alla indicazione di una strategia della sinistra che è uscita rafforzata dal voto del 3 giugno. Ingrao è l'uomo che, pur condividendo e teorizzando la politica dell'incontro con il partito cattolico, ne chiede una applicazione non subalterna (e quindi impossibile) nei confronti della DC. Craxi è il segretario di un partito - il PSI - che si trova in una posizione centrale e difficile e da cui dipende essenzialmente la praticabilità di ogni politica alternativa: un partito che ha adottato la politica di unità nazionale, pur avendo affermato che senza alternanza al governo del paese è alterata la stessa fisiologia di una democrazia.

Peccei, presidente del Club di Roma, è una personalità sicuramente laica e di prestigio internazionale.

Sono nomi che hanno naturalmente un valore emblematico, e che corrispondono tutti a ipotesi di governo in cui il rapporto con la DC o sarebbe escluso o sarebbe messo in crisi e rovesciato.

Il PCI cercherà di sanare la crisi della sua politica con il passaggio all'opposizione. Ma per Berlinguer, che in comitato centrale ha confermato integralmente e senza alcuna concessione al coro delle critiche la strategia del compromesso storico, l'interlocutore principale resta la DC.

Il PCI torna all'opposizione, ma ci torna avendo avviato un dibattito interno tormentoso e difficile che per il momento segna una battuta d'arresto con la conferma integrale della linea berlingueriana del compromesso storico. Il ritorno all'opposizione diventa quindi un modo per mascherare le contraddizioni e la crisi della strategia perdente di Berlinguer, cioè la linea della cogestione corporativa e interclassista della società e dello stato.

Questa cogestione non passa soltanto attraverso l'esercizio del potere reale. E questo sarà il primo terreno di confronto fra l'opposizione radicale e quella comunista. Lo porteremo avanti in Parlamento, dove già lo abbiamo avviato, questo confronto, sulle questioni dell'elezione degli uffici di presidenza, sulla interpretazione e sul rispetto del regolamento, sulla necessità di costituire subito le commissioni parlamentari, sulla proliferazione anticostituzionale dei decreti-legge. Dovremo portarlo avanti anche nel paese, imponendo con i referendum regionali e nazionali, l'agenda della attualità democratica rispetto alle priorità e alle scadenze della attualità del potere, iscritte nella agenda della cogestione corporativa e interclassista.

In una società politica caratterizzata dall'immobilismo e dalla mancanza di alternative, c'è un nuovo soggetto che si è affermato ed ha preso coscienza di sé: è l'elettorato. Questo soggetto è intervenuto prepotentemente sconvolgendo equilibri che sembravano immodificabili e immobili, scoprendo e facendo valere la sua autorità.

E' stato un processo lento che è andato avanti dal 1974 ad oggi. I referendum ne sono stati lo strumento insostituibile. Senza i referendum la mobilità critica dell'elettorato come si è verificata prima in importanti elezioni amministrative e regionali, poi alle politiche del 3 giugno, alle europee del 10 e alle regionali sarde del 17 giugni, sarebbe stata impensabile. Chi guardava ai microfenomeni della crisi del movimento, identificata con la crisi esistenziale e con la disperazione di una minoranza che da soggetto sociale non ha mai trovato la forza e la possibilità di diventare soggetto politico, non si accorgeva che la politica del movimento era più che mai in atto nel paese e stava cominciando se non a trovare, almeno a ricercare i suoi sbocchi politici. Tanto meno si accorgeva che la disgregazione sociale e di classe prodotta dalla politica comunista trovava i primi strumenti di riaggregazione e di espressione positiva di un nuovo sbocco politico e sociale alternativo, proprio attraverso i referendu

m e attraverso la politica parlamentare ed elettorale del partito radicale. Altro che qualunquismo!

Per questo non dobbiamo rinunciare ai referendum. Dobbiamo insediare stabilmente e continuativamente questo strumento di democrazia diretta nelle abitudini e nelle istituzioni della Repubblica. Per un lungo periodo ancora, prima di essere riassorbito dal potere, questo strumento conserverà la sua forza sconvolgente e innovativa, profondamente riformatrice. E' questo il momento in cui abbiamo la forza di imporre su questo terreno alla Repubblica e alle istituzioni un salto qualitativo di enorme importanza.

Ora o mai più. E a chi si illude di fare i conti solo con le scadenze delle normali agende elettorali, a cominciare dalle regionali e amministrative del 1980, è bene che il PR ricordi subito che ci sono altre scadenze che il partito dei referendum avrà la capacità di imporre: dunque, raccolta delle firme nel 1980 per molti referendum, di nuovo, nel 1981. E da subito, su questo, aprire il confronto con il PSI, con le altre forze di sinistra, con lo stesso PCI.

"Il dopo-voto del partito radicale" - Spero che disporremo al più presto di analisi compiute del voto. Io non sottovaluterei quel 10-15 per cento di elettorato cristiano, che venuto sulle nostre liste abbandonando la DC per accettare la nostra politica alternativa, come quel 10 per cento di nuovo elettorato socialista che nel 1976 non aveva votato per noi: è l'indice, soprattutto il primo, del recupero che è possibile anche a destra per un apolitica chiaramente alternativa nei contenuti prima ancora che nelle indicazioni di schieramento.

Ma è indubbio, e le analisi lo conferanno, che la connotazione del successo radicale è data dal voto comunista e operaio delle grandi città e delle zone metropolitane e industriali, da una cospicua massa di voto giovanile, da una significativa confluenza di voti anziani.

Dopo un periodo di ostracismo e di linciaggio, dobbiamo scontare da parte dei comunisti un periodo che sarà presumibilmente caratterizzato dall'offerta di zucchero e di carote. Dobbiamo mettere, in questa miscela, il sale dei problemi affrontati durante la campagna elettorale: il confronto con i comunisti passa infatti attraverso questi problemi di fondo, violenza e nonviolenza, capacità di riguardare senza tabù al proprio passato, chiarimento sulle pretese di egemonia a sinistra. Ricercheremo il dialogo e lo accetteremo, purché resti un dialogo di verità.

Abbiamo l'obbligo di dare una risposta democratica di classe a questo voto, a questa massiccia fiducia elettorale alle liste del partito radicale, preannuncio di possibilità più vaste per l'intera sinistra. E' necessario ripetere che una politica democratica di classe non ha nulla a che fare con quell'operaismo che tanto spesso è stato soltanto la copertura retorica dell'accettazione di tutte le politiche interclassiste della sinistra? che una politica democratica di classe è, deve essere una politica unificante di ciò che è prodotto dalla crisi e dalle contraddizioni delle classi dominanti, della classe operaia, e dei ceti emarginati che acquistano coscienza delle loro condizioni?

Durante la campagna elettorale possiamo segnare due fatti positivi al nostro attivo, e uno negativo al nostro passivo. Il partito ha saputo preparare e rispondere positivamente in anticipo al suo successo elettorale aprendo le sue liste, con le decisioni del congresso straordinario, ad energie che non provenivano dalla organizzazione di partito, e creando una struttura di informazione elettorale di massa con le reti delle radio radicali. Al passivo dobbiamo iscrivere invece (ed è possibile che per queto sarò di nuovo, come a Bari, rimproverato di non essere, pur nella registrazione dei successi, trionfalista) l'uso poco militante che abbiamo fatto delle radio, la scarsa capacità che abbiamo avuto di aggregare e impiegare intorno a centinaia di tavoli per la raccolta di firme e per la distribuzione di materiale, migliaia e migliaia di persone che sarebbero state disponibili, l'assoluta mancanza di una campagna di autofinanziamento di massa di cui pagheremo ora le conseguenze se non sapremo ovviarci con rapidi

tà e con decisione.

Elenco anche questo passivo perché mi sembra di registrare due difetti di questo partito: il primo è una sorta di chiusura in sé stesso, una sorta di sfiducia nella gente o nella propria capacità di coinvolgerla; il secondo è una perenne e giusta preoccupazione di non delegare al gruppo parlamentare o ai propri dirigenti cui fa però riscontro una scarsa capacità di far fronte ai propri compiti specifici di iniziativa politica e di impianto organizzativo.

Nella campagna elettorale si è delegato, e non poteva essere altrimenti, alle voci più popolari e in particolare a quella di Pannella, la conduzione della campagna elettorale, e non ci si è sufficientemente preoccupati di quella azione collettiva che sarebbe stata possibile e che poteva essere un moltiplicatore della nostra campagna. Sono, beninteso, responsabilità di tutti.

Il discorso torna dunque al partito. La rappresentanza elettorale, si è detto, ed è definizione pertinente, è la prefigurazione di una nuova unità possibile a sinistra. Ha dunque un valore emblematico, al di là delle energie nuove e speriamo valide e preziose che si sono potute aggregare al momento della formazione delle liste. Ma come questa nuova unità sarà possibile portarla nel partito: ricercarla, promuoverla, sperimentarla attraverso l'organizzazione libertaria del partito?

Credo che il primo problema sia quantitativo. Il partito dei 3-4 mila iscritti, i partiti regionali dei cento iscritti (minimo statutario fissato nel 1967) non sono più il partito/i partiti che corrispondono alla situazione elettorale del 3 giugno e alle nuove potenzialità e responsabilità politiche e sociali che quel risultato ha rivelato. Ho saputo che Jean Fabre ha posto un obiettivo minimo per novembre: diecimila iscritti per il congresso. Credo che sia un passaggio essenziale. Senza mutamenti quantitativi, non ce ne possono essere neppure di qualitativi nel dibattito e nella struttura del partito. Una organizzazione chiusa in sé stessa, incapace di aprirsi alla nuova realtà radicale del paese, sarebbe travolta.

Questo è un impegno di mobilitazione, di invenzione, di lavoro collettivo che deve essere messo in atto, con lo sforzo di immaginare nuove forme di organizzazione libertaria, presenti e diffuse, aperte all'apporto di tutti, ma anche con il rigore che deriva dell'attuazione dello statuto e di una organizzazione federativa unitaria. Su questo piano, dopo il 1967, nessuno sforzo è stato realizzato se non in direzione di annacquare e di inquinare i lineamenti federativi dello statuto con malintese teorizzazioni di democrazia diretta, o con interpretazioni di tipo burocratico.

Possiamo oggi immaginare un partito libertario che presente, senza autolimitazioni, in ogni settore della società, e in primo luogo proprio nel mondo del lavoro. Ma per arrivarci dobbiamo passare attraverso alcuni obiettivi immediati, precisi che non possiamo rimandare.

E se raggiungeremo questi obiettivi immediati ed urgenti, sapremo anche risolvere positivamente le contraddizioni che ci sono, che sarebbe stupido negare che esistono, e sarebbe anche stupido pretendere che non ci fossero.

 
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