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Stame Federico - 20 luglio 1979
Non esiste una corrente radicale
di Federico Stame

SOMMARIO: "La ripresa di una 'cultura radicale'" in Europa e in America è "manifestazione di decadenza delle forme di autocomprensione sociale proprie del marxismo storico". Nelle società tardo-capitalistiche è avvenuta una "mutazione irreversibile delle forme di conflitto", che richiede la "elaborazione di una nuova teoria dell'azione trasformatrice". Non regge più infatti l'"unità teorica del rapporto soggetto-oggetto" che era nella "teoria del partito" di tipo marxista, mentre il radicalismo pone l'esigenza di "nuove forme di sintesi politica e sociale". Non sarà operazione facile, o di semplice "sincretismo culturale". La profonda "divaricazione" tra "le forme storiche dell'organizzazione" e "le forme della coscienza soggettiva" messa in luce dalle elezioni non ha riferimento con la presenza o meno di programmi, ma con l'"inadeguatezza" delle attuali forme di organizzazione.

(»Rinascita del 20 luglio 1979 - ripubblicato in "I RADICALI: COMPAGNI, QUALUNQUISTI, DESTABILIZZATORI?", a cura di Valter Vecellio, Edizioni Quaderni Radicali/5, 1981)

E' del tutto indubbio che si affronta un nodo complesso quando si pone il problema del rapporto tra radicalismo e "cultura-pratica" del movimento operaio. Perché il dato da cui prendere le mosse è appunto la frantumazione di una concezione del mondo, di una antropologia, nella quale i rapporti tra soggetto ed organizzazione sociale, tra dinamica materiale e forme di coscienza del processo erano sistemati e catalogati in un modo che oggi non offre più la possibilità di comprensione adeguata nella totalità del rapporto tra conflitto di classe e forme dell'agire sociale. La ripresa di una "cultura radicale" che in Europa data dal '68, ma che negli Stati Uniti è anteriore, è una manifestazione di decadenza delle forme di autocomprensione sociale proprie del marxismo storico; che trovano la loro fondazione teorica nelle teorie epistemologiche della Seconda Internazionale e nelle sistemazioni politiche della Terza; ma che non ha avuto esiti differenti anche in tradizioni culturali quali il marxismo italiano, che p

iù avevano cercato di offrire una traduzione della cultura della Terza Internazionale maggiormente adeguata ad una società evoluta.

E' sintomatico a questo proposito che nella cultura anglosassone, il termine "radical" abbia un significato opposto a quello che da noi ha il termine radicale; "radical" significa appunto ciò che intendeva il giovane Marx (che essere radicali vuol dire andare alla radice delle cose). Il fatto che negli Stati Uniti non ci sia una forte tradizione marxista ha favorito l'assimilazione di problematiche teorico-politiche tipiche di società a forme avanzate di conflitti nel corpo di prospettive di lotta sociale a valenza classista.

Con tutto ciò intendo dire che tutto quel fascio di comportamenti collettivi, e di teorie disideologizzanti dell'agire sociale che comunemente si comprendono nel termine radicalismo non sono altro che il portato di una mutazione irreversibile delle forme di conflitto nelle società tardo-capitalistiche; e che perciò non esiste un problema del radicalismo come "tertium genius" rispetto alle altre grandi tradizioni storiche del pensiero politico e sociale. Esiste, invece, e da qualche tempo, un problema di revisione, di rivoluzione all'interno del pensiero critico ed emancipativo che riflette sulle mutazioni delle società di capitalismo avanzato; e, in questo contesto, la questione del radicalismo è il problema decisivo dell'elaborazione di una nuova teoria dell'azione trasformatrice dei rapporti sociali che sia adeguata alle forme di coscienza e di soggettività che sgorgano dalle nuove forme dei conflitti. Nella disgregazione dell'unità teorica del rapporto soggetto-oggetto proposta dal marxismo storico con la

teoria del partito, la questione del radicalismo emerge come esigenza di nuove forme di sintesi politica e sociale che sappiano coniugare le nuove fenomenologie della soggettività con la "struttura di razionalità" che deve essere immanente ad ogni progetto rivoluzionario.

Sono convinto che si tratti di uno scoglio molto duro. Poiché non potrà risolversi in alcun modo in una operazione di sincretismo culturale. Radicale è appunto la messa in discussione di un approccio alla realtà sociale, di una considerazione del rapporto tra società, dinamiche della soggettività e forme di organizzazione che tocca nella sua intima essenza il modo di esistere di un soggetto sociale (il partito), il suo formarsi, il suo costante autolegittimarsi nella pratica del ricambio sociale. Per la tradizione terzinternazionalista, e quindi anche per il Psi, il problema tocca la stessa formazione e legittimazione del gruppo dirigente, la teoria-pratica del suo rapportarsi ai movimenti sociali (il centralismo democratico).

In questo anche le recenti elezioni hanno evidenziato una tendenza - esistente peraltro da tempo - e che non può comunque essere risolta in una mera analisi degli spostamenti elettorali. Si tratta invece di tendenze di fondo che sono destinate a crescere di spessore e di rilevanza a livello del sistema politico. Con tutte le potenzialità positiva ma anche con i pericoli che tale tendenza comporterà ove, da parte della sinistra, non si avesse la forza e la capacità di assumere tale questione come intimamente propria.

Se la divaricazione tra le forme storiche dell'organizzazione, di classe e le forme della coscienza soggettiva verrà assunta come problematica interna alla teoria pratica di classe, anche l'attuale situazione di non coincidenza e di tensione potrà essere esperita come un momento fruttuoso e fecondo nei rapporti tra sistema delle istituzioni (e dei partiti) e società civile. E' illusorio però sperare di compiere questa operazione senza mettere in discussione la forma-partito. E' altamente significativo che, dalla crisi di sistema politico, che anche queste elezioni hanno evidenziato, emerga come nuovo soggetto una formazione politica, il Partito radicale, che, si dice, non ha programmi. Appunto, non è la carenza di ipotesi programmatiche il male della sinistra oggi; ma la inadeguatezza delle sue forme organizzative a leggere, a decifrare il dato sociale nella sua autonomia. Il destino della sinistra si gioca sulla forma-partito; cioè sul rapporto tra sistema politico e conflitti. Questa è la lezione propria d

el radicalismo. "Hic Rhodus, hic salta".

 
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