Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
mar 18 giu. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Franchi Paolo - 31 luglio 1979
Due, tre cose sui radicali
di Paolo Franchi

SOMMARIO: Analisi dei processi che si sono svolti, a partire dal referendum del '74 fino alle elezioni del 20 giugno 1979. Il referendum aveva a) messo in crisi le forme dell'egemonia DC; b) segnato l'esaurirsi della "controffensiva" moderata-conservatrice; c) messo in luce "il primo disporsi attorno al PCI delle forze emancipate di questa doppia crisi". Questi effetti si erano mantenuti ed erano cresciuti nelle elezioni del '75 e del '76. Ma il PCI ha "largamente mancato nel compito di offrirgli un terreno, almeno parziale, di unificazione". Il referendum del '74 aveva già messo in luce elementi oggi visibili a tutti, come "l'irriducibilità crescente di soggetti politicamente e socialmente non tutelati nei loro interessi parziali". Questi ritirano la loro "delega" al PCI, "ed ecco i radicali" (e anche "Autonomia"). Il voto radicale contro il "regime DC-PCI" ostacola il compimento del "ciclo storico-politico previsto dalla Costituzione" e nega in toto la tesi di "un blocco a direzione operaia" (che però fors

e "non esiste neppure"): esprime una "crescente 'emarginazione' politica", ed è "segnale esplicito" della crisi istituzionale.

(»Paese Sera 31 luglio 1979 - ripubblicato in "I RADICALI: COMPAGNI, QUALUNQUISTI, DESTABILIZZATORI?", a cura di Valter Vecellio, Edizioni Quaderni Radicali/5, 1981)

Il referendum del '74 segnalò almeno tre processi. Il primo. La crisi delle forme tradizionali di egemonia della DC nella società italiana, con il compiersi di un'estesa secolarizzazione di questa e con il presentarsi, assieme, in modi assolutamente inediti della questione cattolica. Il secondo: l'esaurirsi di una fase alta della controffensiva moderata-conservatrice successiva alla rottura del '68-'69 (dall'avvio della strategia della tensione al governo Andreotti-Malagodi, passando per il »voto nero siciliano del 13 giugno 1971 e in parte delle elezioni del '72 e per la rivolta di Reggio Calabria). Il terzo: il primo disporsi attorno al PCI delle forze emancipate di questa doppia crisi e, anche per il crescente impaccio dell'estremismo post-sessantottesco - »i gruppi - di un estendersi della delega concessa al PCI da cospicue masse giovanili. Dati, questi, che si presenteranno in forma dispiegata appena un anno dopo, nelle elezioni del '75; e poi il 20 giugno '76.

Si è giustamente insistito, anche nel recente comitato centrale del PCI, sul carattere eterogeneo e composito di quel dato elettorale: tanto diversificato al suo interno da non poterlo descrivere, neanche lontanamente, come espressione elettorale dell'aggregarsi di un nuovo blocco politico-sociale attorno alla classe operaia. Meno si è detto però sulla natura reale di questa eterogeneità; e quindi ancora meno su come il PCI, anche se, certo, in presenza di un furibondo attacco avversario, abbia largamente mancato nel compito di offrirgli un terreno, almeno parziale, di unificazione.

Per affrontare questo problema, il referendum del '74 è importante almeno per due aspetti.

1) Cominciano allora a svilupparsi movimenti che non si aggregano più sulla linea classista tradizionale ma su temi nello stesso tempo determinanti e coinvolgenti tematiche generali non quantificabili. La sinistra e in particolare il PCI ne colgono la portata democratica e rinnovatrice, ma solo assai parzialmente ne divengono punto di riferimento politico compiuto.

2) Questa parzialità del rapporto tra sinistra e nuovi movimenti è assieme causa ed effetto della contraddittorietà tra nuovi soggetti e sistema politico. Nel senso che per la prima volta i partiti di massa vengono messi in discussione non tanto in ragione della loro linea strategica - come in fondo era avvenuto nel '68 - ma proprio in quanto luoghi della »democrazia che si organizza , secondo la classica posizione togliattiana.

I partiti di massa non sono mai stati, da noi meri titolari di rappresentanza politica di gruppi sociali facilmente identificabili: se si preferisce, non sono mai stati »nomenclatura delle classi in senso stretto. Nello stesso tempo, nessun partito italiano - neppure la DC - si è configurato come »partito piglia-tutto . Per limitare il discorso al PCI: le forme che è venuto assumendo il rapporto tra il maggior partito della sinistra e i nuovi soggetti via via emersi nella società italiana, se nell'ultimo decennio gli hanno consentito soprattutto un recupero di militanza partitica a partire dai punti »bassi del movimento, come hanno a suo tempo dimostrato su »Inchiesta Barbagli e Corbetta, in termini politici e culturali lo hanno »esposto più di tutti gli altri partiti ai movimenti.

Questa maggiore »esposizione al nuovo nel periodo successivo al 20 giugno '76 ha di fatto proposto il PCI addirittura come »nemico principale alla iniziativa e alla stessa cultura di soggetti in larga misura figli della »semina di democrazia di massa da questo stesso partito operata.

C'è un dato generale, quindi: l'irriducibilità crescente di soggetti politicamente e socialmente non tutelati nei loro interessi parziali, ma di fatto emarginati dal negoziato politico anche quando sollevano le questioni generali sopra ricordate, dai diritti civili all'ambiente alla qualità della vita. Ma ce n'è anche uno più immediatamente politico. La delega »parziale concessa al PCI nel '75 e nel '76, sull'onda del referendum del '74, viene ritirata, dopo il 20 giugno, quando la mutata collocazione di questo partito sembra loro concorrere in modo determinante ad una »chiusura definitiva del sistema politico.

Ed ecco i radicali. Le polemiche sul »regime e sull'»ammucchiata - che contribuiscono alla formazione di un senso comune »antipartitico anche a sinistra - sono la forma volgare di qualcosa di più profondo.

Nella stessa identificazione tra »compromesso storico , »solidarietà nazionale , »regime DC-PCI , c'è un'intenzionalità politica abbastanza precisa. Che si rivolge contro il compimento per così dire »naturale del ciclo storico-politico previsto dalla Costituzione, guardando senza troppi infingimenti ad una transizione istituzionale.

E' abbastanza significativo che ad assumere questo punto di vista siano stati, da angolazioni opposte, Autonomia e i radicali. Ambedue proponendosi come punto di riferimento politico »flessibile per i nuovi soggetti. Autonomia per dislocarli non solo tutti "fuori", ma tutti immediatamente "contro" il quadro istituzionale e i suoi apparati di mediazione. I radicali chiedono invece una delega parziale da spendere tutta "dentro" le istituzioni. Presentandosi questi ultimi come luogo di coagulo politico »istituzionale di tensioni e movimenti di diversa natura.

Sarebbe assolutamente limitativo considerare il partito radicale come espressione dell'emarginazione sociale o della frantumazione corporativa di un blocco a direzione operaia, non solo perché questo non si è espresso nel voto del 20 giugno '76, ma soprattutto perché, almeno nelle sue forme canoniche (politica delle alleanze attorno al »nerbo operaio), un blocco simile forse non esiste neppure.

Il voto radicale è piuttosto espressione di una crescente "emarginazione" politica. Che coinvolge tanti strati garantiti - la questione degli intellettuali - quanto aree assai meno identificabili secondo parametri classici di analisi sociale.

Di qui è venuto un voto che è certo di delusione e di protesta per il triennio successivo al 20 giugno. Ma anche qualcosa di più. La conclamata »assenza di programma ha giocato a favore dei radicali almeno quanto il carattere »corsaro della loro iniziativa politica. Consentendo che si esprimesse forse per la prima volta nel trentennio un voto non legato all'insediamento sociale e alla sub-cultura espressa dal partito preferito, e neppure da puri motivi di »opinione . Legato, piuttosto, alla possibilità di mantenere un rapporto con la politica mediante il riconoscimento in singoli punti della proposta radicale: con una prima traduzione in elezioni politiche di quel modello referendario che può alludere ad una trasformazione della democrazia italiana in democrazia acclamatoria o plebiscitaria, o, ancora, ad un'accentuata »americanizzazione di questa.

Un voto, insomma, che costituisce più che un momento di »degradazione della società e di crisi della politica un segnale esplicito della complessità che ha assunto la dimensione istituzionale; e che chiama a riconsiderare in profondità la forma stessa del partito operaio e i rapporti tra questo e la crescente trama di autonomie che si esprime nella crisi.

 
Argomenti correlati:
vecellio valter
referendum
dc
elezioni
stampa questo documento invia questa pagina per mail