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Pannella Marco - 27 marzo 1980
Aborto: Il punto di vista di Pannella
di Marco Pannella

SOMMARIO: Il fascicolo "Fermali con una firma" contiene i testi di tutti i 10 referendum sui quali in quell'anno il partito radicale promuove la raccolta delle firme. Alla formulazione di ciascun testo referendario segue un testo esplicativo delle motivazioni della presentazione. Il referendum per l'abrogazione di parti della legge 22 maggio 1978, n.194, è al numero 8.

Non è indicato se il documento "Il punto di vista di Pannella" sia stato scritto appositamente per il fascicolo o se fosse già apparso altrove.

Lo scritto di Pannella riassume sinteticamente la posizione dei radicali, e rievoca i punti fondamentali della battaglia anche parlamentare sostenuta, chiarendo quale sia il disegno delle forze conservatrici per giungere, attraverso il ricatto referendario, al "peggioramento" della legge 194. Ricorda come i radicali siano sempre stati per la "depenalizzazione" e non per la "regolamentazione" dell'aborto: Lo Stato, infatti, non può detenere "il monopolio teorico delle interruzioni di gravidanza e una sorta di ideologia abortista con casistica legalizzata". Si puntualizzano le responsabilità delle forze laiche e in specie di PCI e PSI nei cedimenti in corso.

("Fermali con una firma", Fascicolo edito dal Partito radicale, marzo 1980)

Il referendum sull'aborto non credo che abbia bisogno di troppe analisi e ragionamenti. Dobbiamo semplicemente esigere una informazione leale e denunciare e smascherare la campagna - di nuovo stampa fascista, insultante e menzognera, volta ad ingannare in primo luogo le donne e i ceti popolari - del Pci, del Psi e dei clericali.

La nostra posizione di fondo è sempre stata quella della depenalizzazione dell'aborto, non della sua regolamentazione di Stato. I problemi dell'assistenza e della gratuità ne dovevano risultare come il logico, legale corollario; inevitabile e necessario. Il gioco di costringere il solo aborto, fra tutti gli interventi sanitari, all'interno delle strutture pubbliche, e di rendere queste impraticabili attraverso l'obbligo all'obiezione di coscienza di massa in gran parte delle strutture ospedaliere, era troppo scoperto.

Il carattere odioso delle procedure e quello aberrante di uno Stato che si attribuisce il monopolio teorico delle interruzioni di gravidanza e una sorta di ideologia abortista con casistica legalizzata ci apparve subito intollerante. Votammo contro questa legge, la cui approvazione fu freneticamente sostenuta, con ruoli prestabiliti e scontati, dal Pdup al Msi, da Dp alla Dc, dal Pci al Pli, dal Pri al Psdi, dalla Svp alla Sinistra Indipendente; con la complicità esterna di gran parte dell'ex movimento femminista e dell'Udi, e la sola tiepida eccezione dell'Mld e di poche frange ad esso collegate.

Il "Movimento per la Vita", la Cei e lo stesso Benelli presentarono non a caso il loro progetto di legge popolare sull'aborto al Senato per non aumentare i rischi di ritardo nell'approvazione della legge Balzamo e di tenuta del referendum.

Basta andare a rileggersi i testi stenografici di quella nostra battaglia parlamentare: lo scenario attuale vi era descritto fedelmente. La legge si sarebbe scontrata con l'ostilità della classe medica, e non solamente degli autentici "obiettori di coscienza"; il caos ospedaliero ne sarebbe risultato accentuato; le donne sarebbero continuate a morire, l'aborto clandestino sarebbe stato appena intaccato.

A questo punto, le forze clericali sarebbero tornate all'assalto e avrebbero proposto o minacciato un referendum. Fra le more della raccolta delle firme e la tenuta della consultazione avrebbero avuto di nuovo una potente arma di ricatto parlamentare: o peggiorate ulteriormente la legge o ve l'annulleremo con voto popolare. I "laici" (che non vogliono nemmeno i referendum in cui sono sicuri di vincere) avrebbero dovuto accettare il ricatto, o subire lo scontro.

E in uno scontro fra la difesa di una legge sempre più screditata e sabotata e lo schieramento clericale e reazionario fanaticamente mobilitato a cancellarla, la prova sarebbe stata sicuramente persa. Molti si sarebbero rifiutati di impegnarsi, molti democratici, il movimento stesso delle donne e delle forze dei diritti civili avrebbero finito per non andare nemmeno a votare.

Dicemmo, allora, che la democrazia italiana stava per pagare caro non solamente l'indegno calcolo politico e la strumentalizzazione ignobile delle donne, ma anche le dimissioni ideali e culturali operate accettando una legge "in difesa della vita" "umana", intendendo per vita umana anche quella dell'ovulo appena fecondato, dello zigote, dell'embrione, del feto...

Votammo contro dichiarando che ci saremmo comunque affidati al linguaggio dei fatti. Ci augurammo d'esser smentiti, ma non avremmo subito inerti lo svolgersi dello scenario da noi previsto.

Noi apprezziamo lo sforzo delle forze democratiche di base, che cercano ogni giorno di difendere millimetro per millimetro l'agibilità dell'aborto nelle strutture pubbliche; e vi partecipiamo in ogni caso possibile. Ma questa lotta puramente difensiva, attivistica, professionale, esemplare - alla lunga - è stremante e perdente sul piano politico. Rischia, inoltre, di dare buona coscienza a buon mercato, a livelli individuali o di piccoli gruppi, consentendo che l'albero di qualche risultato nasconda la foresta dei problemi di classe e delle donne irrisolti.

E' a questo punto che abbiamo ritenuto necessario e indilazionabile riassumerci la responsabilità che è sempre stata tradizionale e esclusiva del movimento radicale, riacquistando la nostra piena autonomia politica rispetto ad un "movimento" impantanato nella palude che il regime gli ha creato attorno.

 
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