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Pannella Marco - 25 dicembre 1980
Liberate D'Urso, compagni?
Marco Pannella

SOMMARIO: Il giudice italiano Giovanni D'Urso viene sequestrato dalle Brigate Rosse il 12 dicembre 1980 con la richiesta di chiusura del carcere dell'Asinara. Attraverso Radio Radicale il Partito radicale inizia una serrata campagna per la liberazione del magistrato e per contrastare il tentativo del "partito della fermezza" di utilizzare la morte di D'Urso per operazioni di stampo autoritario. Nell'articolo pubblicato dal quotidiano Lotta Continua, Marco Pannella afferma che i radicali e i nonviolenti sono contrari ad instaurare, con i violenti, qualsiasi trattativa, ma che sono invece sempre disponibili per un dialogo con i "compagni assassini": "Riteneteci a vostra disposizione non per collaborare, ma per dialogare lealmente".

(Lotta continua - Dicembre 1980 da " Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980", editrice Gammalibri, gennaio 1982)

Quel comunicato delle BR, dunque, era un apocrifo. Ma benvenuto sia, ugualmente. Ci ha indotto a riflettere, da radicali, ancor più sul tentabile, sull'immaginabile, quindi sul doveroso e possibile.

La nostra posizione sul "caso Moro" fu chiarissima, quanto censurata e tuttora praticamente sconosciuta. Eravamo senza riserve, e indipendentemente dal giudizio sulla volontà o convenienze delle BR, per il dialogo e contro la trattativa.

Ed eravamo fino in fondo, giorno dopo giorno, impegnati a esigere che ogni iniziativa e linea politica fosse percorsa negli alvei costituzionalmente previsti e obbligati. Responsabilità del Governo di muoversi secondo gli indirizzi ricevuti o meglio da ricevere dal Parlamento, e sotto la sua vigilanza.

La vicenda esigeva, proprio per la sua drammatica, immensa straordinarietà, di affidarsi a quanto la Costituzione e le regole istituzionali prevedono, esigono. Quando le Br negavano come ipocrisia o simulazione di violenza il diritto e le leggi, noi chiedevamo si rispondesse con il rispetto pieno delle leggi e del diritto. Grande, continuo e costante dibattito parlamentare, quindi, fin quando Moro non fosse liberato. Assunzione delle responsabilità attraverso un processo contraddittorio e pubblico per la formazione delle volontà e delle scelte, come prevede la costituzione, sia per il Parlamento che per la Giustizia.

Invece il Parlamento fu escluso. Fu violato con procedimento aberrante e ignobile lo stesso statuto della DC, impedendo al Consiglio nazionale e alla Direzione di riunirsi e deliberare, per riservare a una "delegazione" autonominatasi e abusiva ogni potere. Così negli altri partiti.

Alla clandestinità naturale delle BR si affiancò la riduzione violenta alla clandestinità, ai giochi e consigli di Palazzo e di corridoio, dello Stato e della politica democratica, a opera dei vertici politici e delle stesse istituzioni.

Perfino l'iniziativa socialista fu portata avanti con gli stessi metodi, e fu condotta e deliberatamente tenuta al di fuori e contro le regole della prudenza giuridica, costituzionale e istituzionale.

Si rifiutò - giustamente - alle BR di concedere loro il riconoscimento di forza combattente e nemica, che richiedevano in via pregiudiziale per trattare la liberazione di Moro. Ma questo riconoscimento venne dato solamente dai massimi vertici dello Stato qualche mese dopo, quando si proclamò ufficialmente che il Paese era "in stato di guerra" e che "'il nemico" erano le BR...

Come ammonivamo - ma imbavagliati, censurati, con il Paese che ancora oggi non ha avuto la possibilità di giudicare e conoscere la linea sostenuta dai radicali per difendere con la vita di Moro quella del diritto e delle leggi - tutto questo non poteva non portare alla catastrofe. E vi portò. Vi portò tutti: perfino le BR e i terroristi di ogni gruppo e colore che da allora videro necessariamente crescere le loro fila attraverso l'aggregazione non di coloro che avrebbero potuto coinvolgere con una soluzione "politica" e " "generosa" in quella orrida avventura, ma coloro che per disperazioni sociali, generazionali, culturali e esistenziali, o per fanatismo da giustizieri o di militari, risentono il fascino della morte e della violenza. Vi portò tutti: a cominciare dalle leggi dello Stato mese dopo mese massacrate in nome di uno pseudo efficientismo repressivo che proprio i terroristi e i violenti s'auguravano di provocare: per dimostrare che il diritto non è che espressione e copertura del potere, rispetto fi

n dove e quando serve alla violenza dei suoi interessi. Vi portò, per primo, Aldo Moro.

Dopo tanti anni, ora è la volta di Giovanni D'urso, in uno scenario non del tutto diverso da quello del 16 marzo. Ma con una differenza grande, che nessuno sembra aver vagliato: il 16 marzo si assassinarono, per catturare Aldo Moro, gli uomini della sua scorta gli umili lavoratori di polizia che compivano la loro fatica. Liberare Moro, il potente, il nemico, dopo aver assassinato a via Fani i quattro agenti, costituiva una difficoltà politica, ideologica, "umana" anche, una contraddizione pericolosa.

Oggi, per sua e nostra fortuna, chi ha sequestrato D'urso non ha commesso, per ora, altro reato che quello di sequestro.

Occorre, questa volta, che il Partito radicale e il movimento democratico di classe, il movimento nonviolento, che coloro che credono all'umanesimo giuridico e allo Stato di diritto, che quanti non intendono sacrificare a un progetto d'uomo o di società l'uomo e la sua vita, che i rivoluzionari non rivoluzionisti e i riformatori non riformisti riescano ad approfondire a tal punto le loro convinzioni e a rafforzarle in modo tale da consentire a questa vicenda un esito di vita, di umanità, di crescita del diritto e di deperimento e sconfitta della violenza.

E' possibile che la vita, e non la morte di Giovanni D'urso, vita che gli appartiene, vita sacra almeno quanto quella di coloro che lo sequestrano e minacciano di assassinarlo, si muti in una occasione di vittoria e di crescita per tutti, da una parte e dall'altra, nella sola direzione in cui può esservi crescita e speranza, non disperazione e fine. E'possibile convincere, vincere - cioè - assieme, sempre e oggi. Non vincere contro. Nemmeno in chi sequestra D'Urso questa è fatalità, schiavitù, necessità.

Dialogo. Dialogo. Dialogo. Nessuna trattativa. Non c'è trattativa possibile e degna di rispetto da qualsiasi parte se imposta dalla violenza, con la paura, con il ricatto. Si disobbedisce agli ordini ingiusti: è un dovere. Non si collabora con chi compie la violenza: è un dovere. Non vi sono regole di guerra da seguire: per fortuna e per volontà del popolo è bandita dalla Costituzione, dettata dall'antifascismo della Resistenza, e tradita dall'"antifascismo" e dal "neofascismo" dei partiti parlamentari, dal 1947 a oggi, con la sola eccezione del Partito radicale.

Dialogo, e dialogo leale, e senza condizioni.

Se i brigatisti rossi si ritengono "rossi" davvero, ripeterò a questi compagni assassini, che hanno scelto l'assassinio, il terrorismo, la violenza, il sacrificio non solo degli altri ma anche di sé, che sbagliano, sbagliano tremendamente. E che è orrido, tremenda fatica di Sisifo, "lottare per liberare" qualche compagno detenuto, mentre i detenuti per terrorismo vero o presunto sono ormai più di mille, e migliaia d'altri rischiano d'esserlo, vivono comunque spesso come se già lo fossero, assassinano e muoiono, e attorno a sé vedono crescere dolore, strazio, disperazione; e se si continuasse a scegliere forme di lotta che portano a moltiplicare i compagni carcerati.

Mentre altri si suicidano "direttamente", e altri si dannano a denunciare altri, magari per salvarli, oltre che per salvarsi, o nell'illusione di farlo, o pagando questo prezzo doveroso per salvare il rigore delle loro convinzioni .

Comunque non si tratta di convincerci mutualmente, di tutto. D'un tratto. Noi rivoluzionari per amore, nonviolenti. Voi, rivoluzionari per odio, violenti. Si tratta - oggi - di dialogare per trarre il massimo profitto, di forza, dalla vita - sacra almeno quanto la vostra - di Giovanni D'urso. Per trarre tutti da questa immonda situazione la straordinarietà d'un esito esemplare e positivo.

Io non so cosa e come possiate voi fare. Ma di quel che farete o non farete, saprete inventare e creare, siete voi, purtroppo, i soli responsabili. E' difficile ben scegliere, senza poter molto e in molti, e in diversi, e in contrapposti, discutere e ricercare quale sia il meglio e il più conveniente. Voi siete infatti "militari" e noi civili, voi "clandestini" e noi vivi in mezzo alla gente (o in mezzo a essa morti), voi avete da inventarvi ogni momento il modo giusto di parlare, di muovervi, e noi avendo le regole (gli alvei) della costituzione e delle procedure che prescrive, e quelle del nostro partito, o della democrazia.

Sta a noi, invece, rispettare le nostre regole, quelle per le quali e in nome delle quali siamo legittimati (e se le rispettiamo) a condannarvi come condanneremmo noi stessi se agissimo come voi.

Noi abbiamo l'onere ben più grave di esigere che il Parlamento, i partiti, la "politica" , rispettino se stessi, e le loro prerogative e norme, per cercare di liberare D'urso, di salvargli la vita, di aiutarvi e consentirvi, nell'assoluto rispetto delle leggi, di rendercelo, salvo. E in tal senso vanno le decisioni e proposte del gruppo radicale, ieri rese pubbliche.

Ma voi non potete commettere l'errore di esigere quel che il vostro avversario non crede, o crede sia male. Quando noi nonviolenti giungiamo ai digiuni più drammatici, a quelli della sete o all'estremo di quelli della fame, mai chiediamo che ci si dia quel che noi crediamo giusto e vorremmo ottenere. Digiuniamo perché il potere rispetti la sua stessa legalità, i suoi stessi puntuali impegni, cessi dalla violenza, dell'operare contro quel che è e deve essere legge anche per lui, che l'ha imposto e che ne esige il rispetto dagli altri.

Né commettere l'altro errore (e mi esprimo in tal modo, esortativo, che è quello che s'usa quando si parla "fra di noi" non "con l'avversario") di proporre in mercato la vita, qualsiasi vita e in qualsiasi senso, quella vostra o dei vostri compagni, o di D'Urso, o di chicchessia. Sarebbe dannoso, più che inutile. Perché il potere desidera morte, e D'Urso gli serve martire, non vivo. Certo, questo esige studiare, documentarsi fino in fondo, vagliare e conoscere le contraddizioni esistenti negli avversari, guadagnare il tempo (anziché perderlo, lasciarlo consumare) e quindi spazio, spazio fisico e spazio nella coscienza popolare e in quella di ciascuno, e mettere a nudo e tentare di sconfiggere e sconfiggere non: "La Violenza", ma questa e poi quest'altra, e poi quest'altra violenza, per cui il potere è esso, esso per primo, esso stesso, fuori- legge.

Vi sono mille termini "ordinatori" nella vita delle nostre istituzioni, che la coscienza popolare e quella stessa di tutti noi possono esigere e devono esigere diventino perentori.

Vi saranno, compagni che siete tentati dall'assassinio, o che l'assassinio avete praticato o scelto, amnistia e liberazioni solo quando la coscienza della gente, la coscienza popolare sarà stata sollecitata, secondata a comprenderne l'utilità, la necessità: in connessione con il principio, sovrano di civiltà e di civilizzazione giuridica, della pena come tutela della comunità e di ciascuno dal persistere della specifica pericolosità di uno dei suoi componenti, con il principio della pena non come punizione, né come strumento autarchico di reintegrazione sociale.

Mi auguro che nel Parlamento italiano vi sia chi pensi, ora, subito, oltre ai compagni radicali, a proporre una mozione, uno strumento di dibattito per un indirizzo nuovo e fecondo di risposta politica al pericolo in cui tenete D'Urso. Non si tratta di sconfiggere "voi", come questi imbecilli lugubri e violenti credono o sentono, ma di sconfiggere quel che in voi può far crescere e determinare il peggio, un ennesimo grido di "viva la muerte", disperato e sempre anche suicida, se viene da chi si ritiene o sia "compagno".

Si tratta di interrogarsi pubblicamente, con la televisione e i giornali che per una volta non censurino totalmente o quasi i dibattiti parlamentari (e quelli partitici) sicché quale che sia la risposta quotidiana che si darà, essa sia data secondo quanto chiede la Costituzione e da chi la Costituzione esige.

Consentitemi di dirvi che oggi la chiusura dell'Asinara, se non molto più lontana, è almeno molto più difficile di quanto non lo fosse prima dal sequestro di D'Urso. Nello Stato dominano infatti, non di rado, istinti e riflessi che sono molto simili ai vostri, che forse voi stessi avete ereditato e condividete con tanta parte della classe di regime.

E non è questo, ne sono certo, che volete. Non è questo, non è sulla vita di centinaia di vostri compagni reclusi per terrorismo che vorrete edificare non si sa quale "vittoria tattica", o quale altra "esecuzione" da "giustizieri".

Occorre che lo Stato, e i partiti, le forze politiche, la gente, noi stessi, si faccia di tutto per guadagnare occasioni e sedi di dialogo urgente con voi, quali che esse siano. Occorre, penso, che voi facciate altrettanto. Quanto a voi, non so come: lo sapete voi, se lo volete.

Ritenetemi a vostra disposizione. Mi intendete. Non per collaborare - per qualsiasi motivo o circostanza - a una qualsiasi forma di violenza o di ordine ingiusto che mi venissero impartiti. Ma per dialogare, lealmente, questo sì; senza fornire però in alcun caso, nemmeno per omissione, complicità o connivenze. Né da noi a voi o da voi a noi.

Ma siete sicuri, compagni - se tali vi ritenete - che già ora non vi convenga liberare Giovanni D'Urso? In realtà non lo desiderano, non se l'aspettano. Non ne sarebbero felici. Se l'aspetta, invece, ne sarebbe felice invece, e lo sapete, "la gente", noi, voi stessi...

Liberate D'Urso, compagni?

 
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