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Rutelli Francesco - 1 gennaio 1981
I dieci giorni che sconvolsero la Corte
di Francesco Rutelli

SOMMARIO: Il Partito radicale ha raccolto 6 milioni di firme per indire 10 referendum contro le centrali nucleari, per l'abolizione della caccia, del porto d'armi, dei reati d'opinione e delle nuove leggi di polizia, per la smilitarizzazione della Guardia di Finanza, per la completa depenalizzazione dell'aborto, per l'abolizione dei tribunali militari e per la depenalizzazione dell'uso dell'hascish. La cronaca delle manovre che portano la Corte Costituzionale a dichiarne inamissibili ben cinque (reati d'opinione, centrali nucleari, caccia, hascish, Guardia di finanza). Il referendum sui tribunali militari viene "superato" da una legge del Parlamento.

(NOTIZIE RADICALI n. 1, 1· gennaio 1981)

"Mancano un po' di firme per hashish e marijuana".

La Corte di Cassazione ha da poco respinto il tentativo dell'Unione Nazionale delle Associazioni Venatorie Italiane (la benemerita UNAVI) circa un incredibile sfilza di presunte "irregolarità" commesse dai radicali e dalla Associazioni ecologiche promotrici dei referendum. L'Ufficio Centrale per il referendum presso la Corte Suprema risponde con una sfilza di "irrilevante", "privo di fondamento", "insussistente", "privo di ogni fondamento" eccetera. Ma non c'è tempo per respirare. Le circa 550.000 firme per la liberalizzazione delle non-droghe, secondo il Corriere della Sera, non bastano.

Grazia Passeri, assieme ad una decina di compagni, si mette al lavoro. Non si sa se sarà vero o meno, ma certamente non c'è tempo da perdere. La legge sui referendum prevede un "provvedimento di sanatoria" da adottare da parte della Corte di Cassazione qualora alle 500.000 firme valide manchi una manciata di adesioni.

Ma, fortunatamente, tutto si rivela inutile: anche il referendum su hashish e marijuana ha superato la soglia delle firme valide, e la Corte di Cassazione proclama i risultati. E' il 2 dicembre.

Tocca ora ad altri problemi seri e difficili: l'Ufficio Centrale per i referendum deve vagliare la legittimità delle richieste referendarie. E un mio buon amico, giornalista giudiziario di un grosso quotidiano, mi telefona: "sono guai per voi, la Corte si prepara a sollevare una questione di costituzionalità sull'articolo 32 della legge sui referendum". "E che è successo?" "Il triplice quesito sull'aborto sarebbe incomprensibile. Cosa si dovrebbe fare? Tre schede? Oppure votare in domeniche differenti? E con quale ordine di priorità? Quello parlamentare, secondo la maggiore o minore differenza della legge che si chiede di sottoporre a referendum, o secondo l'ordine di presentazione delle richieste referendarie? E poi la legge prevede la possibilità di concentrare eventuali richieste referendarie che vertono sulla stessa materia in un unico quesito".

Il risultato naturalmente, sarebbe quello di far slittare sine die - ma comunque almeno per un anno - i tre referendum sull'aborto, considerati ciò che si vuol dire una "mina vagante" per gli attuali equilibri politici. E' una volta di più ragioni politiche prevarrebbero su quelle tecnico-giuridiche: la Corte di Cassazione si preoccupa dell'assurda ipotesi per cui si rilevino vincenti sia il referendum radicale, sia quelli clericali. Sarebbe come preoccuparsi che la Camera dei Deputati esprima una maggioranza di estrema destra e, nelle stesse elezioni generali, il Senato una maggioranza di estrema sinistra... Comunque sia, se anche gli elettori fossero impazziti, non spetta alla Corte di intervenire in alcun modo: se i quesiti non si possono concentrare, non le resta che passare la mano.

E' quello che sostiene in una poderosa memoria alla corte Mauro Mellini. Assieme a Silvio Pergameno abbiamo ritenuto che la difesa più efficace per i nostri 10 referendum, alla luce della scandalosa sentenza che ne liquidò 4 su 8 nel 1978, possa essere quella di grande valore giuridico, ma di solido impianto politico di un compagno delle qualità di Mauro Mellini. Ed infatti Mellini opera in un modo appassionato per intere settimane, con punte di vera genialità: per difendere i referendum davanti alla Corte di Cassazione come poi davanti alla Corte Costituzionale.

Ma la risposta in Camera di Consiglio attraverso le memorie non basta (intanto, la Cassazione ci ha rifiutato il contraddittorio): P.R. e Comitati per i referendum richiedono e spesso trovano "Tribune" sui principali quotidiani (eccetto quelli comunisti e paracomunisti: Unità, Repubblica, Paese Sera) attraverso le cui le nostre tesi escono dal dibattito degli addetti ai lavori per coinvolgere i cittadini. Un appello al Presidente della Repubblica "per la salvezza dei referendum sull'aborto e dell'istituto referendario" viene sostenuto dall'invio di migliaia di telegrammi al Quirinale.

In seno alla Corte, ci dicono dentro il Palazzaccio, il travaglio è grande: ma la nostra campagna di persuasione e dibattito, aperta pubblicamente e con assoluta limpidezza, rimette in ballo numerose posizioni che sembravano acquisite. Numerosi esperti e costituzionalisti si pronunciano, nelle ultime ore che precedono la decisione della Cassazione. E la decisione è positiva: l'Ufficio Centrale per i referendum dichiara la legittimità di tutti e dodici i referendum. E' il 15 dicembre: un cancelliere che conosco da tempo mi avvicina e dice: "Le posizioni dei politici stavano per influenzare anche i giudici più indipendenti. Ma con il casino che c'è stato, la maggioranza non se l'è sentita di assumere una decisione spiccatamente politica che liquidasse la patata bollente dell'aborto".

Ma, intanto, cosa dicono i partiti di questi 10 referendum? Non appena eletto alla segreteria del Partito, ho inviato una lettera a tutti i segretari dei partiti laici, in cui sollecitavo un incontro con il Partito Radicale per definire, senza ripetere la pessima esperienza del 1977-78, una possibile ed auspicabile iniziativa comune sui referendari ed in vista della campagna della primavera prossima.

Il Partito Comunista, con cui il PR non ha mai tenuto un incontro ufficiale a livello di segreterie, tace del tutto.

Il PRI silenzioso, Il PSDI altrettanto. Il PLI ci risponde con sollecitudine, positivamente. I socialisti non profferiscono verbo.

Perché queste risposte evasive o del tutto negative? Disinteresse o paura per i referendum?

Entrambe le cose. Finché non sentono i loro rotondi polpacci azzannati dall'urgenza delle cose, i "partiti democratici" preferiscono aspettare. E' un sistema efficace. E' dimostrato che nel nostro paese molte e molte cose cose si perdono per strada, nelle labirintiche more del potere. Molto si acqueta, o si riduce a più miti consigli, o si allontana per canali sbagliati, o svanisce direttamente.

Non può essere, questo, il caso dei referendum, che dovrebbero avere un rigido iter fissato dalla legge. Ma, di certo, queste dei referendum sono brutto gatte da pelare, ed è comunque meglio starne alla larga finché sia possibile.

Prendiamo Bettino Craxi, ad esempio. Gli scrivo ufficialmente tre volte in tre mesi, per lettera. Una volta, alla vigilia delle decisioni della Corte Costituzionale, gli invio un chilometrico telegramma. In compenso, ricevo un biglietto di scuse per le mancate risposte, parlo due volte per telefono con il collega segretario. Mi incontro un paio di volte con un di lui autorevolissimo collaboratore, cordialmente e ricavandone una notevole comprensione e una certa solidarietà. Con questo compagno si stabiliscono diverse altre comunicazioni, come pure con altri autorevoli esponenti socialisti. Si pongono alcuni punti fermi, in realtà destinati ad essere spazzati via da fatti assai precisi, determinati dalla volontà altrettanto precise: il PSI non intende incontrare il PR, con cui è compromotore di tre referendum ed assieme a cui ha difeso l'istituto referendario, perché in realtà punta a "sterilizzare" i referendum. Ma vedremo poi. I liberali, intanto, lasciano capire in un incontro cui vado assieme a Gianfranc

o Spadaccia, Mauro Mellini, Grazia Passeri, Peppino Calderisi (dall'altra parte del tavolo Zanone, Patuelli, Costanza Pera, Alfredo Biondi) che non sono favorevoli a neppure uno dei referendum. Sì, su molte cose sono d'accordo con noi, ma in realtà qui ci vorrebbe una modifica parlamentare, là lo strumento abrogativo non ci pare il più adatto, qui siamo d'accordo su una parte della proposta ma su un'altra no, lì il dibattito nel Partito è assai approfondito, ma non ci pare che possa maturare una decisione che ci trovi concordi. Qualche segnale positivo per il miglioramento della legge sull'aborto (nel senso voluto da noi, e non da Casini...) e sulla difesa dell'istituto referendario. Nient'altro.

Ma il tempo stringe. La Corte Costituzionale, affronta le questione di costituzionalità sulla Legge 194 l'attuale compromissoria legge sull'aborto. A difenderla ci siamo noi. E' il 4 gennaio, e con la difesa del nostro referendum abrogativo di alcune norme della 194 Mellini introduce anche la difesa della stessa Legge, minacciata da una ventina di questioni sollevate da parte clericale.

Il 14 gennaio c'è la prima udienza. Tre anni fa, c'erano voluti 4 giorni per fare a pezzi, dimezzarlo, il pacchetto referendario. Ma questa volta i quesiti li abbiamo ritagliati sulla sentenza del '78, e se è possibile che sulla caccia qualcuno tiri un brutto scherzo, se sui reati d'opinione qualcuno riesuma la tesi dell'"eterogenicità" del quesito, se quelli sull'aborto appaiono sempre minacciati, siamo sufficientemente sereni. L'Avvocato Generale dello Stato, Azzariti, ha presentato alla Corte a nome del Governo la richiesta di dichiarare inammissibili i referendum sull'aborto, la caccia, il porto d'armi, i reati d'opinione, la Guardia di Finanza, la Legge Cossiga. Ma quella decina di paginette mediocri e un po' svolgiate appaiono del tutto miserevoli al cospetto delle centinaia di pagine delle memorie di Mellini stese con la collaborazione di Silvio Pergameno, sull'aborto, i reati d'opinione, la caccia (anche assieme al Prof. Pannunzio) e gli altri sette referendum.

Ma ci accorgiamo che qualcosa non va. Mauro Mellini torna dall'udienza della Corte e ci racconta che l'Avv. Azzariti è tutt'altro che dimesso: sta attaccando i referendum con una virulenza tutta particolare.

A questo punto - sono le ore in cui Giovanni D'Urso sta per essere liberato da un momento all'altro, e l'angoscia si accavallava alle speranze, mi reco a Palazzo Chigi. Comunico al Capo di Gabinetto di Forlani che non intendo togliere il disturbo dalla spaziosa anticamera in cui mi ha parcheggiato finché il Presidente del Consiglio non ci avrà ricevuti. Ci sono stati fatti gravi di cui intendiamo parlare immediatamente con lui. Ci trasferiamo alla Camera, dove Forlani deve parlare a minuti e dove abbiamo un appuntamento con Luciano Radi, sottosegretario alla Presidenza.

Gli comunichiamo che riteniamo assai grave che il Presidente del Consiglio, che aveva pubblicamente e più volte affermato la sua volontà di non interferenza, intervenga invece e con quella pesantezza per far fuori i referendum. Chiediamo anche se siano informati di questa scelta gli altri partiti che fanno parte della coalizione. I socialisti, in queste ore, fanno una volta di più la parte degli indiani e mi comunicano che loro di quella roba non ne sanno nulla. Eppure Forlani mi ha chiesto di respingere anche il referendum sui reati d'opinione, firmato da Craxi in prima persona. La motivazione è che il quesito sarebbe confuso; quindi, che Craxi non capisce niente.

Radi parla con Forlani e dopo neanche un'ora ci conferma che la maggioranza è al corrente, ma che l'azione dell'Avvocato Generale dello Stato è quella, burocratica e formale, che gli compete d'ufficio. Non esiste alcuna volontà deliberata del Governo tendente alla liquidazione dei referendum.

La Corte, intanto, continua a riunirsi. Passano diversi giorni, e la sentenza non sembra spuntare.

La lobby delle Associazioni venatorie, degli armieri e degli armaioli preme pesantemente, lo sappiamo, non solo sulle nostre manifestazioni a Brescia e nel Bresciano, ma sulla Corte Costituzionale ed attraverso le diverse organizzazioni che foraggia con i suoi formidabili profitti. Ma esiste anche una precisa volontà politica antireferendaria. Nel 1978, questa si era espressa con l'azione di Leopoldo Elia, uomo di Moro e del compromesso storico per eccellenza, e del comunista Alberto Malagugini. Questa volta cambiano le crate in tavola. Malagugini voterà a favore di tutti i referendum, eccetto quelli sull'aborto. Sarà l'orientamento socialista, particolarmente attraverso l'opera del Giudice neo-eletto Ferrari a far propendere lo schieramento favorevole alla nuova maggioranza governativa per la scelta di un massacro generale del pacchetto referendario. Queste cose mi appaiono chiare. I socialisti sono più che mai evasivi. Telefono all'Avanti! e informo la direzione che se il giornale del PSI non prenderà posi

zione immediatamente sulla questione referendaria, ci recheremo ad occuparlo entro 24 ore.

Noi non chiediamo alcuna pressione sulla Corte. Ma nelle ore in cui si esercitano pressioni selvagge - e sotterranee - contro i referendum noi chiediamo ai compagni del PSI di esprimersi con chiarezza sull'"istituto referendario", sulla sua importanza e sull'importanza del fatto che la Corte non travalichi in alcun modo i poteri che le sono assegnati. Sollecito in questo senso anche i liberali, altri partiti laici. Ma le risposte sono pressoché nulle. Il Messaggero, intanto, prepara un'inchiesta in tre puntate con giuristi e costituzionalisti. Altri quotidiani danno spazio a questi problemi, mentre la Corte prosegue il suo interminabile conclave. L'Avanti! accetta, e pubblica in prima pagina un buon intervento di Felisetti in cui si invita la Corte a fare ciò che crede, ma nello stretto ambito dei suoi poteri. Le voci, le soffiate si fanno più insistenti, e sempre più negative. Di fronte ad una mia nuova sollecitudine, Bettino Craxi mi risponde: "domani ti faccio avere una risposta". E la risposta, puntualme

nte, arriva. E' una dichiarazione di Vincenzo Balzamo, dura contro i radicali che non lascerebbero la Corte lavorare con serenità.

Intanto la Corte si sta spaccando. Già respinto, il problema-aborto torna dopo le fortissime pressioni degli ambienti cattolici che sostengono il referendum. La malattia diplomatica del giudice DC Bucciarelli Ducci non è servita, e la Consulta ripesca contro ogni previsione anche il referendum radicale. Solo altre quattro consultazioni ammesse: è una risposta da "blocco d'ordine" sui temi dell'ergastolo, del porto d'armi, dei tribunali militari, della Legge Cossiga. E' una schermatura scientifica, è un errore gravissimo compiuto dal Partito Socialista in nome della cosiddetta governabilità. E pensare che sette giudici su quattordici hanno votato perché non fosse ammesso "neppure uno" dei referendum! Solo sull'aborto i numeri sono stati più larghi. Sugli altri quattro ha deciso il Presidente, il cui voto vale doppio.

L'immagine dei radicali legati e imbavagliati nella manifestazione davanti alla Consulta, ridotti al silenzio da un potere violento che ha trovato nella Corte Costituzionale uno strumento cinico, efficace nello stravolgere illegalmente i suoi poteri contro gli interessi del popolo; l'immagine dei nonviolenti disarmati innanzitutto delle loro speranze, è quella giusta? Ci aspettano alcune settimane, in cui fornire al paese ed a noi stessi una risposta.

 
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