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Panebianco Angelo - 1 gennaio 1981
Eccola l'alternativa: una nuova ``società radicale''
di Angelo Panebianco

SOMMARIO: La sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato inammissibili cinque dei dieci referendum promossi dal Partito radicale conferma la validità della strategia radicale: il referendum è l'unica arma veramente temuta dal regime. La necessità di riaffermare la forza di questo strumento istituzionale per mettere in crisi il sistema delle omertà incrociate, per riconquistare - centimetro dopo centimetro - spazio allo stato di diritto contro l'involuzione partitocratica.

(NOTIZIE RADICALI n. 1, 1· gennaio 1981)

"Non sono un costituzionalista. Lascio quindi ad altri di valutare tecnicamente la sentenza della Corte Costituzionale sui referendum, di misura l'ulteriore scarto fra i principi costituzionali e il vero modo di funzionare del regime che quella sentenza ha prodotto. Di questa vicenda mi è però chiaro il significato politico complessivo. In un paese ove un sistema partitocratico sostituisce interamente la legge dei rapporti di forza alla legge scritta, dove l'intreccio fra mafie partitiche è così astratto da annullare qualunque contrappeso istituzionale, dove ben poco sfugge alla regola della lottizzazione e del controllo politico-partitico, non possono esistere evidentemente isole incontaminate, organi o istituzioni capaci di resistere alla pressione soffocante della partitocrazia.

Il meno che si possa dire è che la Corte Costituzionale non è la Corte Suprema degli Stati uniti, una istituzione che i galloni del prestigio e dell'autorevolezza se li è guadagnati sul campo, riuscendo a contrapporsi vittoriosamente in molte occasioni al potere politico. In un regime partitocratico dove i partiti non sono, come dovrebbero, gli indispensabili strumenti di una corretta dialettica democratica, ma una cappa di piombo che soffoca la società, gli spazi per uno stato di diritto non possono che essere molto esigui. La sentenza della Corte Costituzionale, colpendo gli sforzi radicali ed infliggendo forse un colpo mortale all'istituto del referendum è iniqua ma non sorprendente. A suo modo anzi fornisse essa stessa una conferma della validità della strategia radicale. E' innanzitutto la conferma che il referendum è l'unica arma realmente temuta dal regime, in tutte le sue componenti, per il suo carattere al potere partitocratico: chiamando i cittadini, direttamente, ad esprimersi su problemi cruciali

della convivenza civile, il referendum sottrae la decisione alle manovre per "linee interne", alla "politica invisibile" che si svolge dietro le quinte, al gioco delle parti, alle dilazioni, alle contrattazioni e alle pressioni di gruppi di interesse privi di rappresentatività o investitura democratica.

Che il regime italiano sia una partitocrazia con queste caratteristiche non è peraltro sostenuto solo dai radicali. Tanto è vero che, periodicamente, salta sempre fuori il tecnocrate che propone, anche lui in funzione antipartitocratica, vuoi oggi la repubblica presidenziale, vuoi domani il governo dei tecnici. La differenza, cospicua e decisiva, è che mentre la partitocrazia può farsi allegramente beffe delle proposte tecnocratiche (le quali tutte hanno il piccolo difetto di volere ridimensionare lo strapotere dei partiti chiedendone l'autorizzazione ai partiti) non può farsi ugualmente beffe del referendum. Il quale è l'unico strumento costituzionale capace di far saltare molti giochi, di mettere in crisi il sistema delle omertà incrociate, grazie al quale le oligarchie di partito sono in grado di sostenersi a vicenda e di bloccare il ricambio nei partiti (le svolte attuate dagli stessi uomini che fino a de minuti prima avevano sostenuto una politica esattamente contraria) e fra i partiti.

Strumento per riconquistare - centimetro dopo centimetro - spazio allo stato di diritto contro l'involuzione partitocratica della repubblica, la strategia referendaria era anche ed è anche, non lo si sottolinea mai abbastanza, un mezzo coerente con un fine specifico, con quella alternativa di sinistra che, come è noto, era e rimane l'obiettivo strategico dei radicali. Ma a differenza da come altre forze politiche (ad esempio la sinistra socialista lombardiana o il Manifesto) hanno in passato concepito questo stesso obiettivo, nel caso dei radicali l'alterativa di sinistra non è mai stata soltanto una proposta di schieramento per una generica politica delle riforme: per i radicali l'alternativa di sinistra doveva e deve essere un'alternativa libertaria, antipartitocratica.

Non solo dunque il passaggio delle leve di comando da un settore all'altro della classe politica, ma anche e soprattutto una leva per provocare, tramite il ricambio, una rottura definitiva in quell'intreccio fra partiti e Stato che i radicali denunciano fin dai tempi di Ernesto Rossi; un mezzo per fare defluire i partiti dalle posizioni di potere indebitamente occupate, per porre fine alla colonizzazione dello Stato.

Per arrivarci, occorre evidentemente aprire brecce nel sistema delle omertà incrociate, occorre mettere le oligarchie di partito con le spalle al muro; costringerle, come fanno i referendum, a scelte di campo nette e non equivoche sui problemi nazionali.

Il gioco partitocratico continua. E con esso anche il deterioramento delle condizioni e delle garanzie democratiche nel nostro paese. Ma l'alternativa libertaria dei radicali non potrà facilmente essere esorcizzata. Mentre la sinistra è in crisi - crisi di idee, di programmi, di prospettive - praticamente in tutto il mondo occidentale, e la destra invece vincente e all'offensiva perché riesce a canalizzare in direzione conservatrice l'insofferenza dei più nei confronti di apparati burocratici e clientelari ormai soffocati, quello radicale resta - a mia conoscenza almeno - l'unico progetto dotato di credibilità che sia dato scorgere (l'alternativa è l'anacronistica sinistra operaistico-corporativa, oggi vincente nel laburismo inglese) teso a riportare all'offensiva la sinistra con nuove idee e nuove prospettive. E con la potenziale capacità di canalizzare nella direzione di un effettivo rinnovamento atteggiamenti e sentimenti diffusi di opposizione al dilagare dello Stato (e nello specifico caso italiano, dei

partiti) in tutti gli ambiti della vita associata.

Atteggiamenti e sentimenti che le altre forze di sinistra con la loro cultura arcaica e con i loro oggettivi interessi al mantenimento dello status quo non sono in grado di interpretare e di canalizzare. Il gioco partitocratico continua; ma il progetto libertario non potrà essere facilmente battuto.

 
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