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Granchi Danilo - 10 febbraio 1981
I radicali, cacciatori di firme
di Danilo Granchi

SOMMARIO: Cronaca, folkloristica ma piena di simpatia, per la tecnica radicale della raccolta di firme, referendaria o meno. Vengono intervistati radicali di Firenze, di Roma, di Napoli, si danno le cifre relative alle firme raccolte nella campagna per i referendum sulla caccia e per tutti i 18 promossi tra il '78 e il '91. Abbandonata la tecnica del digiuno e del sit-in, ora i radicali hanno scoperto il tavolo per strada, attorno al quale giovani militanti provocano un continuo flusso di persone, alle quali chiedono una firma, una adesione, un contributo, attenti a non "indottrinare", ma cercando piuttosto di capire "cosa hanno in testa gli altri". Ora anche il MSI ha scoperto i tavoli, per raccogliere firme su un progetto per la reintroduzione della pena di morte, una "barbarie" secondo i radicali. Conclude una colorita descrizione del lavoro che si svolge nella sede del partito a Napoli.

(»Giornale Nuovo 10 febbraio 1981 - ripubblicato in "I RADICALI: COMPAGNI, QUALUNQUISTI, DESTABILIZZATORI?", a cura di Valter Vecellio, Edizioni Quaderni Radicali/5, 1981)

La guerra fra radicali e cacciatori non è finita. Nel pieno del polverone che si è levato intorno alla sentenza di mercoledì 4 febbraio, con la quale la Corte costituzionale ha bocciato il referendum sulla caccia in omaggio al diritto delle Regioni di dettar legge in materia, i dirigenti dei partitini regionali radicali si sono subito fatti avanti.

A battere tutti sul tempo è stato un ragazzino di diciassette anni, Emilio Santoro, che frequenta il liceo classico »Dante Alighieri di Firenze ed è stato eletto di fresco segretario del Pr toscano: »Raccoglieremo le firme per un referendum regionale che metta intanto a riposo i cacciatori qui di casa nostra . Ce l'hanno con le doppiette e i carnieri, certo, i giovani e giovanissimi affiliati alla setta di Pannella. Ma più in fondo è una invincibile passione di cacciatori che li divora e li spinge. Cacciatori di firme.

Ne hanno catturate dieci milioni circa, in questi ultimi anni, e le hanno portate davanti alla Cassazione a sostegno di ben 18 referendum; e i giudici costituzionali, cancellando fra il '78 e l'81 nove dei 18 referendum predisposti, hanno deciso che, di quei dieci milioni, cinque erano stati raccolti inutilmente. Ma, come si è visto, i radicali non disarmano. Non è semplice questione di cocciutaggine. Il fatto si è che il Pr se non raccoglie firme muore. Quel millepiedi a vita intermittente che è il partito radicale non sopravvive al chiuso, nelle sedi dove si spacca il capello in quattro con dispute interne sulle paradisiache città future: ha bisogno dell'aria aperta, per piazze e strade, dove si parla con la gente di fuori, i profani da convertire.

Per raccogliere firme occorre un tavolo. E qui ci siamo, il tavolo. Questo per l'appunto è il ponte che i radicali gettano verso il mondo esterno, ultima variante del pulpito, che però richiede la chiesa, o della »cassetta di sapone che però presuppone Londra e Hyde Park. Anni or sono l'idea di radicale si identificava comunemente con quella di digiunatore. Cosa fanno Pannella, Spadaccia, l'Aglietta, la Bonino? Digiunano. In via subordinata, radicale era colui che si sedeva in terra, intralciando il traffico allo scopo di valorizzare una qualche protesta; finché la polizia non perdeva la pazienza e provvedeva a rimuovere il radicale di peso a braccia.

Ma è tempo di prendere atto che la struttura portante del messaggio radicale nella società italiana è rappresentata da duemila inventori di quotidiane rappresentazioni all'aperto intorno ai tavolini: indette per la raccolta di firme, o di fondi, o solo per la richiesta della sia pure momentanea attenzione del passante, con una frase e un volantino, sul tema politico del giorno. »C'è una distribuzione di compiti spontanea, e una immediata collaborazione che si stabilisce fra anziani e giovanissimi - spiega il segretario dei radicali del Lazio, il ventiseienne Angelo Tempestini, intemerato cultore della milizia tavolinistica. Qualcuno sa fermare le persone, gentilezza e decisione insieme. Altri hanno voce e piglio adatti per parlare nel megafono. Ci vuole chi ha pratica e maniere appropriate nel raccogliere e trascrivere i dati, e magari piazzare al momento buono la richiesta di un contributo. Una cosa è molto importante: non credere di essere lì per indottrinare la gente. Si tratta di capire cosa hanno in tes

ta gli altri, più ancora che di spiegare e raccomandare. Noi non siamo come i comunisti. Non ci sentiamo avanguardia, ma portavoce . Nella capitale ci sono ormai alcuni punti nevralgici, i portici di Piazza Colonna per esempio, dove trovare il tavolino con i radicali intorno è la regola, sia o no in corso una raccolta di firme referendarie.

Ma anche i napoletani alla presenza attiva dei radicali per le strade strette, ingombre e sovraffollate e ora anche transennate per gli edifici resi pericolanti dal terremoto, ci si sono dovuti abituare. Ci sono nella Napoli signoreggiata da Valenzi e da Gava e aizzata da Almirante tre o quattrocento fra ragazzi e ragazze dai diciotto ai trent'anni che si sono messi in testa di iniettare nei tessuti di una società mollificata da clientelismo bianco e rosso e squassata dalla protesta nera il germe esotico del dissenso legalitario.

Napoletanissimi nel tratto questi oltranzisti della liberaldemocrazia risultano un tantino stranieri in patria, come i giacobini della fine del Settecento. La loro rete di associazioni federate nel Pr regionale della Campania ha dell'inafferrabile, anche per la precarietà delle sedi, parte delle quali rese inagibili dal terremoto del 23 novembre, e le altre presidiate quel tanto che basta a farne la base di partenza per le incursioni quotidiane »nel sociale .

Ora il quartiere generale, di non facile reperimento su per scale e in giro per meandri, è al numero 216 di Via Chiaia, non lontano da Piazza Plebiscito. Si va al primo piano, accesso da un cortile un tempo bello, con logge sovrapposte, insegne squillanti di barbiere e di emporio al piano terra, ascensori che salgono e scendono, a vista, lungo le pareti esterne, mattoni, stecche di legno, calcinacci qua e là. La sede è una stanzetta a elle; un telefono, due tavoli, manifesti di linea linda e precisa com'è nella grafica radicale, una tabella a pennarello con l'elenco delle sedi nella regione: indirizzi, numeri di telefono. La radiolina parlotta sintonizzata su Napoli Prima. »Il momento magico è quando escono i tavoli, alle 16-17, e anche quando rientrano alle otto e mezzo . A spiegarmi come vanno le cose è il principale, forse, fra i teorico-pratici napoletani in materia di tavolini, Maurizio Griffo, del consiglio federativo regionale. Ventisei anni, laurea in lettere e filosofia, tesi sulle vocazioni ecclesi

astiche in Campania nel Seicento, disoccupato, barba e baffi. »Fra Napoli e la cintura il massimo spiegamento è una dozzina di tavoli, però anche in fase di stanca quattro o cinque ne escono fuori tutti i giorni. Si va fuori tutto l'anno, caldo o freddo, tolti una ventina di giorni in agosto. Quando è il caso si portano dietro cartelli, striscioni. Ci piazziamo di preferenza in via Roma, via Chiaia, al Vomero. Il megafono? No, qui a Napoli lo usiamo poco perché le strade sono strette. Essenziale è far parlare. Bisogna un po' costringerli i passanti, senza irritarli. Come i calciatori, facciamo ricorso al »pressing , che è il marcamento stretto e un po' aggressivo .

E di mattina niente tavoli? Si dorme? »Non scherziamo. Di mattina la gente ha più da fare e non dà retta. Quando c'è da raccogliere firme però si esce anche di mattina, se è disponibile il pubblico ufficiale. Le ore classiche naturalmente sono quelle del pomeriggio .

Di che si parla, quando non è in corso una campagna decretata da tutto il partito? »Magari del fatto di cronaca del giorno, il carabiniere ammazzato per sbaglio, rovescio della medaglia delle uccisioni per sbaglio da parte della forza pubblica. E diciamo che ci sono troppe armi in giro, che noi vogliamo proibire il porto d'armi col nostro referendum. C'è troppa violenza, e certe leggi che aumentano la discrezionalità della forza pubblica servono poco contro i malfattori e invece aumentano la tensione . Ma sembrano prevalenti le opinioni in contrario anche a Napoli i missini raccolgono a mani basse firme per il ricorso alla pena di morte.

»Beh. Anche loro intanto hanno scoperto i tavoli. I primi giorni abbiamo manifestato davanti ai loro tavoli, è volato qualche schiaffo. Hanno tutto il diritto di raccogliere le firme che credono, ma noi abbiamo il dovere di manifestare contro la pena di morte, una barbarie. I missini però stanno a sedere, dietro i loro tavoli. Noi no, ci portiamo con noi una sedia solo quando c'è il pubblico ufficiale da far sedere per la raccolta delle firme. Noi stiamo in piedi per andare incontro ai passanti, parlare con loro stando a fianco a loro. Non sono soltanto i missini, del resto, che si sono messi a scopiazzare il modo dei radicali di fare politica. I commercianti dei quartieri spagnoli, bloccati dal terremoto che ha reso inagibili i vicoli, sono scesi in via Roma con la loro merce, si sono trasformati in ambulanti, hanno portato sotto gli occhi di tutti i loro problemi. Alla maniera nostra .

Sul tasto della iniziativa del Msi per il ricorso alla pena di morte contro i terroristi non ha trascurato di battere anche il nume tutelare dei radicali napoletani, Geppi Rippa, segretario nazionale del Pr fino al congresso dello scorso novembre, e successivamente entrato alla Camera al posto di Pannella che si è dimesso apposta. Durante una specie di »rapporto ai quadri , in una sala a Piazza Carità, il 26 gennaio scorso, Rippa fece presente ai suoi fedelissimi che a fronteggiare legittimamente i »missini forcaioli non poteva certo andarci il Pci, che fra non molto tempo »si troverà a far concorrenza al Msi su certi provvedimenti, magari con Trombadori che suonerà quelle trombe in nome della Resistenza .

Da Rippa, i radicali napoletani hanno ereditato la puntuta combattività. Anche ora che è deputato, Geppi non perde occasione per mettersi alla testa delle manifestazioni, poniamo sotto l'arcivescovado, a costo di farsi malmenare e arrestare prima di aver potuto cacciar fuori il tesserino, com'è accaduto.

Erede di Geppi, come capo dei militanti di Napoli e Campania, è ora il segretario regionale Alessandro Dionisio, ragazzo ventunenne determinato e poco espansivo, che è stato a sentire calmo calmo un prolungato rabbuffo del più anziano amico (Rippa ha la venerabile età di anni ventisette) per certe cosette che non marciano spedite: una betoniera introvabile che si doveva trovare per i restauri alle sedi di via Roma, i turni di ascolto per la radio e la televisione di Stato, da rendere più efficienti. Alla mia domanda: com'è che vi siete fatti strapazzare da Geppi così, voi che vi rivoltate sempre contro tutto e tutti, ecco la risposta di Dionisio: »Ma Geppi aveva ragione, mi ha dato una mano a parlare in quel modo. Fra noi dobbiamo essere esigenti e franchi . Perfino un barlume di disciplina, accanto allo spirito di sacrificio, riesce a far capolino fra questi irregolari della parola e del gesto, addestrati al volteggio e al »pressing intorno ai tavolini sotto gli occhi interdetti dei napoletani.

 
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