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Sarti Adolfo, Roccella Franco, Boato Marco - 1 marzo 1981
LA PELLE DEL D'URSO: (26) Il secondo dibattito alla Camera dei deputati: l'intervento del ministro Sarti, i due interventi di Franco Roccella e l'intervento di Marco Boato (9 e 10 gennaio) (prima parte)

SOMMARIO: L'azione del Partito radicale per ottenere la liberazione del giudice Giovanni D'Urso rapito dalle "Brigate rosse" il 12 dicembre 1980 e per contrastare quel gruppo di potere politico e giornalistico che vuole la sua morte per giustificare l'imposizione in Italia di un governo "d'emergenza" costituito da "tecnici". Il 15 gennaio 1981 il giudice D'Urso viene liberato: "Il partito della fermezza stava organizzando e sta tentando un vero golpe, per questo come il fascismo del 1921 ha bisogno di cadaveri, ma questa volta al contrario di quanto è accaduto con Moro è stato provvisoriamente battuto, per una volta le BR non sono servite. La campagna di "Radio Radicale che riesce a rompere il black out informativo della stampa.

("LA PELLE DEL D'URSO", A chi serviva, chi se l'è venduta, come è stata salvata - a cura di Lino Jannuzzi, Ennio Capelcelatro, Franco Roccella, Valter Vecellio - Supplemento a Notizie Radicali n. 3 - marzo 1981)

IL SECONDO DIBATTITO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

L'intervento del ministro Sarti (9 gennaio)

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". Signor Presidente, onorevoli deputati, anche questo dibattito, come quello di lunedì scorso al Senato, si svolge in un clima caratterizzato da inquietudine e venato dall'attesa di possibili colpi di scena.

A tutti noi, anche per questo, si richiede, insieme a un particolare senso di responsabilità, freddezza e capacità di analisi; ma soprattutto si richiede chiarezza, perché l'intreccio di drammatiche vicende che stiamo vivendo, dal sequestro del giudice D'Urso al gioco cinico e spietato degli annunci dei terroristi, alle polemiche sull'Asinara, alla rivolta di Trani, all'assassinio del generale Galvaligi, alle connessioni arbitrarie che si vanno facendo tra atti e parole, rischia di offuscare le ragioni della verità e dare spazio a quelle della strumentalizzazione.

Per dovere di chiarezza, ma non meno per volontà di chiarezza, desidero dunque permettere a quanto verrò dicendo un punto per me, per il Governo, netto e assolutamente incontrovertibile: è nel falso, e mira alla provocazione, se non è responsabile di leggerezza colpevole, chiunque pensi di poter accusare il Governo di aver tenuto trattative, di qualsiasi genere, con i terroristi, siano essi quelli in carcere che quelli ancora - e speriamo per poco - in libertà. Su questo punto spero che ciò che sto per dire mi consenta di respingere con sdegno ogni insinuazione. Lo Stato democratico non tratta con i criminali; il Governo di questa repubblica democratica non scende a patti con i terroristi: non lo ha fatto, non lo fa, non lo farà in nessuna forma, né diretta, né indiretta, mascherata o suggerita.

Il Governo non c'entra

Per essere ancora più chiari, affermo che il Governo non ha nulla a che vedere né con le iniziative assunte da esponenti del Gruppo parlamentare radicale, né ovviamente con certe decisioni della sezione istruttoria della Corte d'appello di Firenze; né in alcun modo ha compiuto atti che giustifichino le irresponsabili affermazioni di chi ritiene che le istituzioni del nostro Paese possano venire a colloquio con le organizzazioni terroristiche.

Prima di passare ai particolari di quanto sto dicendo, mi sia consentito perciò di dichiarare ancora una volta che la lotta contro il terrorismo è obiettivo prioritario di questo Governo, come il Presidente Forlani ha più volte affermato dinanzi al Parlamento, e non solo in questa sede.

La violenza terrorista sta rivelando una subdola e non domata volontà di colpire sia con le armi sia con i "mass media" mediante un uso cinico della parola e della notizia, miscelata con il gesto sanguinario. La pericolosità del fenomeno resta vasta ed inquietante, anche se le forze dell'ordine hanno assestato durissimi colpi alle bande criminali.

I successi fin qui registrati, che sarebbe grave da ogni punto di vista minimizzare, non debbono però autorizzare nessuno ad abbassare la guardia o a sostenere che atteggiamenti di tolleranza potrebbero farci conseguire risultati più rapidi e sicuri.

Al contrario, tutti dobbiamo avere chiara la permanente gravità del fenomeno, per poterne venire a capo o mettere il nostro sistema di libertà al riparo dagli attacchi eversivi, e avere come punto di riferimento per ogni nostro comportamento le leggi dello Stato.

Vengo ora alla sostanza delle domande che sono state formulate dai colleghi parlamentari, con le loro interpellanze ed interrogazioni, cominciando da quelle che, direttamente o indirettamente, concernono l'iniziativa dei colleghi del Gruppo radicale. Il presidente del Gruppo radicale, onorevole Aglietta, ha detto testualmente: "con chi ricatta nel modo più infame, tenendo il grilletto pronto a sparare sulla nuca di una persona, non si tratta". Il problema è di vedere se e in che misura i comportamenti siano stati coerenti a questa lodevole affermazione.

Diritto del partito radicale

Aggiungo poi che era, certo, un diritto dei parlamentari radicali, come di qualsiasi altro parlamentare, chiedere e ottenere dalle competenti autorità del carcere di recarsi a colloquio con alcuni detenuti di Trani, come è avvenuto, o di qualsiasi altra casa di reclusione. Il legislatore ha voluto - me lo ricordano gli onorevoli colleghi, che possono fornirci a questo riguardo l'interpretazione autentica - che i membri del Parlamento possono visitare senza autorizzazione istituti penitenziari per una chiara ragione di garanzia democratica. La disposizione è contenuta nel famoso articolo 67 del nuovo ordinamento penitenziario, del 1975, a cui fa seguito lo altrettanto importante regolamento dell'anno successivo.

L'amministrazione dispone di suoi organi di ispezione e di controllo. L'autorità giudiziaria e in particolare la magistratura di sorveglianza svolge a sua volta un ruolo importantissimo di supervisione sulla correttezza del trattamento penitenziario. Al Riguardo si può parlare, come è stato detto autorevolmente, di un sistema di amministrazione giudiziariamente controllata; ma ciò evidentemente non è parso sufficiente al legislatore, in quanto è noto che il carcere, per la sua ineliminabile natura, è un luogo dove il sospetto dell'abuso sussiste ed è sempre sussistito storicamente.

Perché il regime penitenziario sia realmente improntato ad assoluta correttezza e perché la collettività in generale sia sufficientemente informata e tranquilla circa l'ordinato svolgimento della conduzione degli istituti e il pieno rispetto dei diritti umani dei reclusi, si è voluto che anche il Parlamento, che più degli altri poteri dello Stato è espressione diretta della società, avesse attraverso i suoi membri un potere di controllo assoluto, così come la mancanza di autorizzazione alle visite sottolinea.

Il legislatore rispetta le prerogative dei parlamentari

Il legislatore non ha specificato in cosa consista la visita parlamentare. E' chiaro che egli ha voluto rispettare le prerogative dei parlamentari e riconoscere il loro senso di responsabilità, connesso all'investitura della loro alta carica. Normalmente, quando sono assenti tensioni e disordini, gli organi dell'amministrazione penitenziaria, con tutto il rispetto e la delicatezza che il rapporto con esponenti del Parlamento richiede, operano affinché i singoli parlamentari non trasformino la loro visita in comizio o comunque non eccedano da una azione, che è stata concepita - e deve restare - come una azione di verifica e di controllo. Che questi eccessi non siano avvenuti però a Trani durante la visita dei nostri colleghi o a Milano, durante quella dell'eurodeputato Capanna, è così poco certo che ho chiesto immediatamente ai responsabili dei due carceri non solo di fornirmi chiarimenti in proposito, ma di far cessare immediatamente questi inaccettabili comportamenti, in cui si traduce una gravemente distor

ta interpretazione dei diritti riconosciuti dalla nuova legge penitenziaria anche ai parlamentari.

Avrei potuto, come Ministro della giustizia, invocare aprioristicamente l'applicazione dell'articolo 90 della legge penitenziaria, che ho evocato in altra circostanza...

"De Cataldo". Nei confronti di parlamentari? Complimenti, ministro!

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". ...che mi consentiva di sospendere, in tutto o in parte, l'operatività di tutta l'articolazione garantista, per gravi motivi di sicurezza interna. Non l'ho fatto perché non ne ricorrevano i presupposti e in linea generale perché si sarebbe stabilito il grave precedente, onorevole De Cataldo...

"De Cataldo". Non lo doveva neppure dire questo!

"Costa". Ma ne aveva il diritto!

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". ...il grave precedente di ritenere in sé pericolosa per la sicurezza interna del paese la visita dei parlamentari, e, in linea specifica, perché all'indomani del cosiddetto "blitz" di Trani il divieto avrebbe insinuato il sospetto che il Governo della Repubblica volesse occultare lo stato reale di un carcere e dei suoi ospiti.

Il ministro della giustizia non vieterà mai ai parlamentari l'esercizio del loro diritto di accedere agli istituti di pena, ma ha anche il dovere di vigilare e far vigilare che l'esercizio di questo diritto non si trasformi in strumentalizzazioni o in abusi.

Deploro in forma fermissima

Per quanto attiene al contenuto della iniziativa dei colleghi, deploro in forma fermissima che essi abbiano fatto della loro visita anche l'occasione o lo strumento per far uscire dal carcere di Trani dichiarazioni o documenti di terroristi o di presunti terroristi, sia pure nel dichiarato proposito di contribuire alla salvezza di una persona che è a noi tutti cara, il magistrato D'Urso.

Questi comportamenti possono probabilmente sollecitare in altra sede valutazioni diverse da quelle politiche che mi sono permesso di esprimere a nome del Governo. Le valutazioni politiche del Governo sono di totale dissociazione rispetto a questa iniziativa. Del documento interno di Trani, che essa propone al nostro esame, posso dire solo che si tratta di una sintesi di formulazioni inaccettabili e farneticanti di sfida allo Stato - che comportano risposte ferme e risolute - punteggiate da valutazioni unilaterali sugli effetti e sul significato dell'operazione di polizia compiuta necessariamente nel carcere di Trani per ripristinarvi l'ordine, e che nessun vero elemento di conoscenza di tale testo aggiunge alla dolorosa vicenda del giudice D'Urso.

Per quanto riguarda l'altro fatto portato alla nostra attenzione, vale a dire il provvedimento riguardante il detenuto Faina, la mia opinione, che ho già anticipato ieri in alcune dichiarazioni quando sono stato informato del provvedimento, è quello dei miei colleghi di Governo: si tratta di un provvedimento che ritengo del tutto inopportuno, soprattutto per le circostanze di tempo in cui è stato deciso. Respingo con sdegno l'insinuazione che ad esso non sia stata estranea una pressione del Ministero o del suo titolare, che la avrebbero posta in essere non so se per lanciare o per raccogliere segnali propiziatori di una trattativa.

Non vi è stata alcuna trattativa

Ribadisco nel modo più fermo che non vi è stata alcuna trattativa e che non ci potrebbe essere mai in vista di scambi di prigionieri. Il provvedimento è stato adottato nell'ambito dei suoi poteri autonomi dalla sezione istruttoria della Corte di appello di Firenze ai sensi del terzo comma dell'articolo 8 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625 e con riguardo "alle condizioni di salute - come sapete, particolarmente gravi - dell'imputato che risulta da un processo osteolitico da metastasi da neoplasia epitelica".

"De Cataldo". Ma era inopportuno!

"Sarti, Ministro della giustizia". L'ordinanza che concede la libertà provvisoria pone le seguenti condizioni: obbligo di comunicare il luogo esatto della dimora o di ricovero in ospedale (come in questo caso) mediante dichiarazione davanti al cancelliere demandato dalla locale autorità giudiziaria e di non allontanarsi dal predetto luogo, salvo la facoltà di modifiche da parte dell'ufficio giudiziario competente; obbligo di presentarsi quotidianamente al più vicino ufficio di pubblica sicurezza, o, nel caso accertato di fisica impossibilità, al questore di Milano o ad altro dirigente di pubblica sicurezza territorialmente competente; obbligo di disporre adeguati controlli per verificare la permanenza dell'imputato nel luogo di dimora o di ricovero.

Aggiunge che il Faina, colpito da quattro diversi ordini di cattura, aveva già ottenuto la libertà provvisoria da parte della autorità giudiziaria di Livorno, Bologna e Milano con provvedimenti comunicati con fonogrammi al carcere di San Vittore in data 18 e 22 dicembre 1980.

Le condizioni fisiche del professor Faina appaiono tali da far ritenere che i provvedimenti delle diverse autorità giudiziarie si collochino oggettivamente nell'ambito della norma sopra richiamata. Rimane però la constatazione circa l'opportunità dell'ultima decisione, quella della sezione istruttoria della corte di appello di Firenze, per le circostanze di tempo, ripeto, nelle quali è stata presa. Ricordo comunque che il codice di procedura penale prevede per il procuratore generale nell'ambito dei suoi poteri la possibilità di impugnare il provvedimento qualora ravvisi che lo stesso sia viziato sotto il profilo della legittimità o criticabile sotto quello di merito. Al Ministro di grazia e giustizia non competono, come è noto, nel nostro ordinamento, poteri in materia, compete però l'onere di esprimere una valutazione politica dalla quale la magistratura potrà trarre o non trarre, nell'ambito della sua autonomia, ogni opportuna conseguenza e valutazione.

L'incontro con detenuti del carcere di Palmi

C'è ora la questione, deliberatamente travisata da alcuno, dell'incontro con alcuni detenuti del carcere di Palmi del giudice di sorveglianza, dottor. Foti. In primo luogo il Parlamento mi consenta di esprimere la più viva deplorazione nei confronti di chi ha fatto circolare una intera giornata, nonostante le nette, immediate smentite del mio ufficio stampa, voci del tutto infondate circa l'invio - l'invio - di un magistrato dal Roma, con non meglio precisati compiti, a Palmi. Detto questo, dichiaro, per quanto compete al Governo, che il giudice di sorveglianza, che a questo titolo aveva ed ha accesso al carcere di Palmi, ha parlato con i detenuti nell'ambito di ciò che normalmente ogni magistrato di sorveglianza è tenuto a fare. Nessuna trattativa con nessuno, a nome di nessuno, ma anche qui esercizio che ho motivo di ritenere scrupoloso dei doveri professionali del giudice.

"Trombadori". Ma Pannella, che non è deputato del Parlamento, che cosa è andato a fare a Palmi?

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". Sulla vicenda dell'Asinara, di cui tanto si è parlato e che ha costituito l'oggetto...

"De Cataldo". Legga l'articolo 67, poi ne parliamo.

"Trombadori". Ma l'autorizzazione chi l'ha data?

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". Ho parlato prima...

"Cicciomessere". Faccia la voce più dura, altrimenti Trombadori non è contento! ("Interruzione del deputato Pugno").

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". Sulla vicenda dell'Asinara sono circolate inesattezze e si sono avute - ha avuto già l'onore di ricordare al Senato - molte polemiche, a mio avviso fuori centro. Va detto innanzitutto che il progetto relativo al trasferimento in altri istituti di pena...

"Cicciomessere". C'è un individuo squallido che mi sta insultando ("Interruzione del deputato Pugno").

"Presidente". Vi prego di non interrompere.

"Pugno". L'ho solo onorato dandogli dello "stronzo"! ("Proteste dei deputati radicali").

"Presidente". Onorevoli colleghi! Onorevoli colleghi!

Richiamo all'ordine l'onorevole Pugno per le frasi che ha pronunciato, assolutamente irrispettose, che in quest'aula non si devono sentire.

"Pajetta". Pugno è un operaio licenziato dalla Fiat e quell'altro è quello che gli ha detto Pugno ("Si ride all'estrema sinistra").

"Presidente". Onorevole ministro, la prego di proseguire.

Recisione dal complesso degli istituti di pena

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". Va detto innanzitutto, onorevoli colleghi, che il progetto relativo al trasferimento in altri istituti di pena a maggior indice di sicurezza dei detenuti, già ristretti, come usa dire nel linguaggio al quale solo da poco mi sono abituato, nella diramazione Fornelli della casa di reclusione dell'Asinara, da tempo costituiva parte di un programma generale di revisione dell'intero complesso degli istituti a maggior indice di sicurezza abbozzato dai precedenti governi. Ad esempio, nell'estate del 1979 il generale Dalla Chiesa suggeriva la chiusura di alcune sezioni di massima sicurezza, compresa quella dell'Asinara.

In tale contesto si è attuata la soppressione di apposite sezioni di alcuni istituti, come Favignana e Termini Imerese, mentre sono stati destinati ad istituti a maggior indice di sicurezza i nuovi complessi penitenziari di Ascoli Piceno e di Palmi.

In particolare, per quanto riguardava la casa di reclusione dell'Asinara, da molti mesi era stata valutata positivamente l'ipotesi di sopprimere la sezione di Fornelli, restituendola alla originaria funzione di diramazione agricola. Ciò per una serie di ragioni e di motivi emersi dalle varie relazioni di ispettori ministeriali e anche di rappresentanti del Governo (sottosegretari) che erano stati inviati nell'isola.

Tali ispezioni avevano posto in rilievo, tra l'altro, i disagi derivanti al personale civile, e soprattutto militare, e le difficoltà derivanti alle famiglie per la visita ai detenuti, che comportava lunghi e dispendiosissimi viaggi. Inoltre, il decadimento di parte dell'azienda agricola, sacrificata alle esigenze di sicurezza e, più in generale, segnalazioni negative, constanti e ripetute, dei giudici di sorveglianza. In questa situazione il graduale sfollamento della sezione Fornelli ha avuto inizio nel gennaio 1980. A quell'epoca erano presenti in essa 56 detenuti, contro una capienza superiore a 100 e una presenza media di 80 unità, quali si erano avute durante l'anno 1979. Nell'ottobre 1980 ne erano rimasti 32. Non appena insediato, il 18 ottobre 1980 (l'ho già detto al Senato), presi in esame il progetto relativo alla chiusura della diramazione Fornelli. Incontrai il nuovo direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, il procuratore della repubblica di Bologna, dottor Sisti, nominato proprio

in quei giorni a questo nuovo incarico, e in quella occasione fu deciso di completare in tempi brevi il trasferimento almeno dei detenuti cosiddetti politicizzati e di porre allo studio un progetto di revisione e ristrutturazione dell'intero complesso dell'Asinara. Fu deciso, inoltre, di chiedere al consiglio d'amministrazione il parere per il trasferimento di ufficio del direttore dell'istituto, dottor Luigi Cardullo (parere che era necessario data la qualifica investita dal predetto direttore), e di incaricare proprio il direttore dell'ufficio III della mia direzione generale, il consigliere Giovanni D'Urso, di predisporre un programma di totale sfollamento.

Sovraffollamento istituti penitenziari

Va tenuto presente a questo punto che questo ufficio III si trovava di fronte alla grave situazione di sovraffollamento di tutti gli istituti penitenziari, compresi gli istituti a maggiore indice di sicurezza, e aveva prospettato l'esigenza di reperire 3.500 nuovi posti per sistemare adeguatamente la popolazione penitenziaria. Non appariva pertanto di facile soluzione il problema relativo alla sistemazione dei detenuti di Fornelli, dato anche il loro elevato grado di pericolosità e la menzionata situazione di affollamento degli istituti a maggiore indice di sicurezza.

L'ufficio III, comunque, riuscì a dar corpo ad una serie di progetti per attuare il programma di sfollamento e il consiglio di amministrazione il 14 novembre 1980 diede parere favorevole al trasferimento d'ufficio del predetto dottor Cardullo, che dal 28 novembre 1980 fu inviato a dirigere il carcere di Perugia.

Il programma fu interrotto dal disastroso sisma del 23 novembre, per effetto del quale numerosi istituti penitenziari della Campania e della Basilicata avevano riportato danni più o meno gravi, mentre alcuni erano stati pressoché interamente distrutti. Terminata l'emergenza (il che avvenne nella seconda settimana di dicembre), l'ufficio riprese ad occuparsi dello sfollamento della diramazione Fornelli, ma alla fine della settimana, il 12 dicembre, purtroppo il giudice D'Urso veniva sequestrato dalle Brigate rosse.

La direzione generale non ha abbandonato il piano di sgombero, ritenendo che le motivazioni tecniche che avevano ispirato la decisione di sfollamento della sezione Fornelli conservassero la loro validità. Dunque la decisione di chiudere la sezione di massima sicurezza è il frutto di una autonoma determinazione del Governo, e di ciò - come ho già dichiarato al Senato - come Ministro di grazia e giustizia assumo la piena responsabilità.

"Proietti". Era opportuno!

L'Asinara resterà in funzione

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". ...così come confermo che il piano di sgombero, ancora non ultimato (nella sezione permangono, per ragioni tecniche, 9 detenuti), verrà concluso in tempi brevi e l'Asinara resterà in funzione come normale casa di reclusione.

Ci è stato detto "a posteriori" e ripetuto con molta, autorevole insistenza al Senato che, anche ammessa la validità delle considerazioni che precedono, avremmo dovuto interrompere il piano predisposto proprio quando lo smantellamento della sezione speciale appariva tra i fondamentali obiettivi di lotta dei rapitori del magistrato D'Urso. Avremmo cioè dovuto interrompere il piano da noi predisposto, imboccando un logica di ritorsione verso i terroristi, che io non mi sentivo personalmente di convalidare. Ma non credo che questa logica, onorevoli colleghi, ci avrebbe portato molto lontano.

Intanto, il problema dell'Asinara, come alcuni colleghi hanno avuto la diligenza di ricordare questa mattina, non era nato con il rapimento D'Urso; da molti mesi esso aveva assunto un significato di segno quasi mitologico, a ragione o a torto - più a torto che a ragione - proiettato nello stesso dibattito culturale e civile del paese, per sottolineare la necessità di un cambiamento nel senso della umanizzazione del sistema carcerario, anzi per accreditare l'erronea immagine di una sopravvivenza autoritaria inconciliabile con il mondo moderno, una sorta di Bastiglia, come hanno subito ricordato alcuni pubblicisti di buone e magari un po' facili letture, che avevano annotato il particolare che in quel memorabile mattino del 14 luglio 1789, destinato a cambiare il mondo, quella tetra fortezza parigina ospitava solo 7 detenuti, essendosi da pochi giorni privata dell'ottavo che era il marchese De Sade, trasferito al manicomio di Chalanton. Se ci fossimo arrestati dinanzi al rapimento del magistrato D'Urso, come d

a alcune parti politiche ci veniva richiesto, avremmo rinunciato all'autonoma capacità e volontà dello Stato di gestire i propri orientamenti e le proprie determinazioni.

Speculazioni pretestuose

Certo, la drammatica vicenda D'Urso è stata ben presente sullo sfondo di questo, ma non solo di questo momento della dolorosa storia che stiamo ancora vivendo. Ma più la polemica sull'Asinara si fosse inasprita e incancrenita, più la mancanza della sua sezione speciale si sarebbe prestata, a nostro giudizio, a speculazioni pretestuose e senza fine.

"Labriola". Così come hanno fatto i giudici di Firenze per Faina, ministro. E' una situazione identica!

"Sarti, Ministro di Grazia e Giustizia". A questo punto si è inserita la sottolineatura da parte di una forza di Governo, il partito socialista italiano, della rapida evacuazione della sezione di massima sicurezza, e, data la obbiettiva e non eludibile rilevanza politica dell'iniziativa, il Ministero di Grazia e Giustizia ne ha tratto ulteriore convincimento per portare avanti celermente l'attuazione del progetto ("Si ride all'estrema sinistra") che non ha richiesto e non richiede una decretazione particolare, comportando soltanto normali atti amministrativi. Si è riusciti così ad allontanare dalla diramazione Fornelli altri 16 dei 25 detenuti presenti alla fine del novembre 1980, tra i quali tutti i cosiddetti politicizzati. L'attuazione totale dello sfollamento è condizionata da superamento di residue difficoltà tecniche.

Mi sembra superfluo precisare a quei colleghi che lo hanno esplicitamente richiesto nelle interrogazioni che il trasferimento non comporterà per questo detenzioni meno sicure, meno cogenti. Credere che l'amministrazione, chiudendo la sezione speciale dell'Asinara, si proponga di disattendere le esigenze di particolare vigilanza e sicurezza postulate dalla pericolosità dei terroristi detenuti, significherebbe rivolgere l'accusa di venir meno ai propri doveri, un'accusa che, come responsabile dell'amministrazione, devo respingere nel modo più fermo. Vanno ugualmente respinte come esagerazioni pretestuose le accuse di detenzione a livelli subumani rivolti all'amministrazione per quanto riguarda le condizione praticate ai ristretti Fornelli, che sono state spesso confuse con quelle, invero inaccettabili, del "bunker" posto alla cala d'approdo, la cosiddetta Cala d'Oliva, una sorta di "bunker" chiuso per ordine del Ministero dopo il sopralluogo del sottosegretario Costa che in questo settore è diventato quasi un

classico, nell'ottobre 1979.

Le ``isole del Diavolo''

Certa pubblicistica ha inventato ("Si ride all'estrema sinistra"), onorevoli colleghi, le "isole del diavolo" - nel nostro Mediterraneo per evocare magari fantasmi dreyfusardi, a proposito di qualche brigatista recluso: la chiusura della sezione speciale dell'Asinara obbedisce invece, essenzialmente, ai dettami della logica e della ragione!

A proposito di gravi fatti verificatisi nella sezione di massima sicurezza della casa circondariale di Trani il 28 dicembre cessati il giorno dopo, con il combinato intervento dei carabinieri del Gruppo di intervento speciale, e di agenti di pubblica sicurezza e di custodia, non ripeterò quanto ho avuto l'opportunità d riferire al Senato per quanto riguarda la dinamica dell'episodio, e rinvio alle ricostruzioni giornalistiche, che sono state largamente attendibili. Ne ripeto la premessa per un punto che mi pare centrale e ci interessa sotto il profilo del dibattito politico: il collegamento tra il rapimento D'Urso e l'evento di Trani sembra indubbio, anche se vi è stato chi lo ha negato assumendo il termine "dialettizzazione" ripetutamente usato dai brigatisti romani, a proposito della rivolta di Trani, in senso letterale come a rimarcarne il carattere spontaneista, nato e sviluppato secondo una logica autonoma che potrebbe toccare ad una sintesi successiva ricondurre ad unità, e potrebbe evolversi in senso

antagonistico alla centrale romana ("Commenti del deputato Franchi"). La dialettica delle Brigate rosse è stata ammessa dagli stessi protagonisti, come risulta da documenti ufficiali; ma non mi sembra evocabile a proposito dei fatti di cui ci occupiamo; appare anzi abbastanza evidente che la evoluzione avviata con il rapimento del magistrato D'Urso comportava e comporta successivi e significativi passaggi sulla strada della destabilizzazione dell'apparato carcerario italiano e, attraverso di esso, del quadro generale di convivenza su cui si basa la nostra stessa Repubblica. Può darsi che l'iniziativa tranese sia andata al di là della sollecitazione romana, ma la rapidità con cui le Brigate rosse della capitale si sono impadronite della tematica tranese, è significativa; parimenti devono essere approfondite (in ciò concordo con le preoccupazioni di altri interpellanti) le circostanze relative all'apparizione in Roma di un comunicato n. 1 dei rivoltosi di Trani, subito incorporato in quello n. 6 delle Brigate

rosse romane, a poche ore di distanza dalla sua emanazione nell'istituto di Trani. In proposito, posso assicurare che queste circostanze sono già oggetto d'apposita indagine da parte dell'autorità giudiziaria, così come assicuro gli interroganti che, anche tenendo presente questo aspetto del problema, il Ministero di Grazia e Giustizia si è costituito, con tutte le conseguenze che ne derivano, parte civile nel procedimento penale relativo ai fatti di Trani.

Trattamento carcerario meno pesante

E' stato osservato che le rivendicazioni annunciate nei due comunicati dei rivoltosi di Trani, comprendono anche obiettivi minimali, attinenti cioè ad un trattamento carcerario meno pesante; ma la stessa fonte - uno dei due comunicati - ha finito con il riconoscere che, sul piano umanitario, la situazione di Trani appariva ottimale. Non sono dunque le motivazioni umanitarie ad aver sorretto la sommossa, ma i disegni perversi e precisi che si manifestavano in quel punto, di proporre all'opinione pubblica italiana un quadro di contestazione globale del sistema, alla differenziazione dei circuiti carcerari, per legittimare, nella lotta cosiddetta rivoluzionaria, l'esistenza di un contropotere cosiddetto politico che assume come base, onorevoli colleghi, l'intera popolazione carceraria per offrirla alla strategia brigatistica, come supporto naturale di guerriglia permanente contro le istituzioni. Non è questo il momento per esaminare quanto vi sia, in questo progetto, di "politico" e di patologico, ma la premess

a era necessaria per spiegare in base a quali considerazioni la situazione del carcere di Trani e la sua probabile generalizzazione all'arco pressoché intero del sistema carcerario, imponessero ai responsabili di Governo l'adozione di rapidi ed efficaci interventi.

Dalle sommarie indagini esperite da una commissione che ho immediatamente costituito ed inviato a Trani, risulta che la cosiddetta rivolta ha potuto verificarsi anche a causa di comportamenti in violazione delle disposizioni che regolano il servizio nella sezione di massima sicurezza.

Mentre la magistratura procede autonomamente per contestare, ai protagonisti di quella rivolta i reati che sono stati commessi, assicuro che queste violazioni verranno contestate ai responsabili di ogni livello e grado assieme alle ulteriori irregolarità che, pur non avendo direttamente concorso nella determinazione dell'evento, appaiono tuttavia rilevanti. Assicuro la Camera che la direzione generale degli istituti di prevenzione e pena ha già impartito le conseguenti determinazioni ed ha predisposto anche i necessari avvicendamenti del personale militare, in servizio prevalente nella sezione differenziata, in base a criteri già definiti che attengono alla frequenza, all'ambito necessariamente regionale e al trattamento economico di missione, totale o parziale.

L'intervento coordinato dei carabinieri

Tornando alla dinamica degli eventi, non credo di dover spendere molte parole sulle circostanze e sulle motivazioni dell'intervento coordinato dei carabinieri, degli agenti di pubblica sicurezza e degli agenti di custodia. Esso è stato illustrato ampiamente nella ricostruzione giornalistica, e vi è probabilmente noto anche nei suoi particolari. Appena determinatasi la sommossa, avevo posto io stesso, e pubblicamente, l'interrogativo se non ricorressero a questo riguardo le circostanze previste dall'articolo 90 della nuova legge penitenziaria, per legittimare l'adozione di interventi speciali da parte del Ministero di Grazia e Giustizia. Non l'ho posto retoricamente di fronte all'esistenza di fatti per sé significativi; l'ho posto con piena coscienza e con scrupolo di responsabilità, ben sapendo quali valori fossero in gioco, ed anche quali immediate conseguenze fossero per derivare dall'intervento, nel recinto speciale di Trani, delle forze dell'ordine.

Estremo atto di persuasione

Il Presidente del Consiglio e i ministri facenti parte del comitato per l'informazione e per la sicurezza, si sono pronunciati per tale intervento la mattina del 29, dopo aver ascoltato anche il comandante dell'arma dei carabinieri e il capo della polizia. Si è fino all'ultimo, anche su sollecitazione del procuratore della Repubblica di Trani, De Marinis, del procuratore generale Marinaro e del direttore Brunetti, consentito il dialogo con taluni esponenti della sommossa (come mi è stato assicurato dai miei predecessori, sempre accade in queste circostanze) che hanno posto condizioni inattuabili a giudizio proprio di chi, come i suddetti magistrati e il direttore del carcere, ci aveva raccomandato di propiziarlo. L'ho già dichiarato al Senato, e lo ripeto qui, anche se, anzi proprio perché, due colleghi di quel ramo del Parlamento, il senatore Cioce e il senatore Scarmacio, hanno fornito, in differenti sedi, versioni apparse contrastanti con le mie dichiarazioni a proposito dei fatti di Trani, che sarò ben l

ieto di approfondire, in occasione del chiarimento, sollecitatomi dalla Presidenza della terza Commissione del Senato, su richiesta dei colleghi comunisti. Mi viene chiesto, se ben capisco, di spiegare a che titolo si inserirono nella trattativa i due colleghi senatori, se avevano un mandato per parlare con i rivoltosi, e quale, se ricevettero o trattarono condizioni, se è vero che tra le condizioni poste dai rivoltosi, per rientrare nelle celle rilasciando gli ostaggi, ci fosse quella di prendere la parola nel corso di una conferenza stampa, alla quale fossero invitati alcuni autorevoli uomini politici, nonché giornalisti italiani di elevata notorietà. E' vero che una proposta di questo tipo venne formulata, assieme ad altre, egualmente ed anche più palesemente inaccettabili. Non so il ruolo che ebbero nella trattativa, certo ispirata da generosi sentimenti, i colleghi senatori, però esso non fu suggerito, né ispirato, né assecondato dal Governo. Io mi limitai a dire al direttore Brunetti che la decisione d

ell'intervento straordinario era ormai stata decisa dal Governo, e che gli suggerivo soltanto, prima di darvi corso, di tentare un estremo atto di persuasione nei confronti dei rivoltosi, senza ovviamente cedere su alcuna delle deliranti condizioni poste per il rientro della sommossa. E' stato, ad onor del vero, lo stesso direttore Brunetti a dire ai miei collaboratori che il tentativo era fallito di fronte alle pressanti reiezioni dei suoi interlocutori. Come ho detto al Senato, non è quindi esatto che si volesse aprioristicamente un intervento dimostrativo e duro, ma scenografico, spropositato - come è stato detto da alcuni colleghi - all'ostacolo da rimuovere.

No c'è stato, onorevoli colleghi, nessun apriorismo: l'ostacolo è stato ben valutato. L'intervento, senza spargimento di sangue, ma rapido ed efficace, era semplicemente necessario. Nel quadro garantistico richiesto al Governo dai magistrati del luogo e dal direttore del carcere (un ordine firmato dal Ministro di far richiedere al direttore l'intervento esterno dei corpi speciali, ove le forze interne, come nel caso, si fossero dimostrate impotenti allo scopo) è stata ripristinata la normalità. E credo che le forze impiegate meritano il riconoscimento che il Presidente Pertini ha loro tributato a nome della nazione e che il Presidente Forlani ed i colleghi Lagorio e Rognoni hanno così efficacemente ribadito.

L'assassinio efferato di Galvaligi

A questo punto, non mi pare necessario ricostruire un'altra dolorosa dinamica che si riferisce all'assassinio efferato che, due giorni dopo questi fatti, ha tolto la vita al generale Galvaligi, responsabile della vigilanza esterna delle carceri speciali. Anch'io però, con immensa commozione, mi associo al dolore per la perdita di questo mio eccezionale ed umanissimo collaboratore, ufficiale di grande qualità, partigiano di purissima fede, convinto assertore di quei valori (umanità della pena, sicurezza delle istituzioni) cui deve essere ispirata, in base al dettato costituzionale, l'espiazione della pena, in un paese di alta civiltà democratica. Farò in proposito due sole riflessioni. In primo luogo - come ha avuto occasione di dichiarare il Ministro della difesa Lagorio - l'assassinio del generale Galvaligi è stato feroce ma facile. Le circostanze e le modalità con cui il crimine è stato perpetrato, note univocamente, suffragano in pieno questa constatazione. In proposito non ci si può esimere dal considera

re che il problema della sicurezza (ed è questa la prima considerazione) degli operatori maggiormente impegnati nella lotta contro l'eversione ed il terrorismo (esponenti di Governo, magistrati, appartenenti alla organizzazione penitenziaria, i direttori e gli ispettori distrettuali sanitari, gli incaricati dell'edilizia carceraria, molti tutori dell'ordine) presenta tale complessità e così vasta articolazione che nel novero delle persone da proteggere non potrebbero - secondo quella che è stata una opinione costantemente praticata, per esempio dell'arma dei carabinieri - risultare privilegiati proprio coloro che operano nell'arma o nella amministrazione della pubblica sicurezza. Anche i vertici della pubblica sicurezza si sono sempre espressi in questo senso. Ciò avviene per elezione degli stessi operatori che preferiscono destinare alla tutela di altri le risorse disponibili, purtroppo mai adeguate né realisticamente adeguabili alla imprevedibilità e diffusione della minaccia terroristica.

Il potere di imporre una scorta

Altro complesso problema posto dal principio della libertà individuale riguarda il potere di imporre una scorta anche a chi espressamente la rifiuti o ritenga di sottrarvisi sia pure temporaneamente. L'interesse che la questione suscita anche tra le forze di Governo ha indotto allo studio di misure intese a rivedere le strutture organizzative statuali per ridurre il numero dei possibili obiettivi di più alta remuneratività. Posso assicurare la Camera che, d'intesa con il collega Rognoni, ed anzi sotto la sua preminente responsabilità, stiamo vagliando rapidamente ulteriori concrete proposte, tali da elevare il coefficiente di protezione degli uomini più esposti. Di alcune di queste proposte abbiamo discusso proprio in questi ultimi giorni anche con l'associazione magistrati ed abbiamo preso in considerazione anche talune intelligenti e suggestive proposte formulate recentemente sulla stampa nazionale.

Onorevoli colleghi, dobbiamo però superare non solo ostacoli organizzativi e finanziari - che sono sempre rimuovibili - ma anche psicologici non altrettanto facilmente aggirabili nel caso di militari come era il generale Galvaligi. Non ripeterò dunque l'elenco degli impegni già assolti sia in relazione alle vetture blindate, ed ai moduli di protezione degli edifici della giustizia realizzati finora dal nostro apparato.

E vengo alla seconda considerazione. E' emblematico che il terrorismo abbia voluto colpire, a pochi giorni dal cosiddetto "blitz" di Trani, l'altro ufficiale dell'arma impegnato nell'opera di miglioramento o di modernizzazione dell'apparato carcerario italiano. Certo, onorevoli colleghi, ho proposto - come mi è stato chiesto - una ricompensa al valor civile alla memoria di questo soldato e cittadino esemplare, ma il riconoscimento più alto gli deve venire (lo dico senza enfasi) dalla nostra capacità di realizzare più serie e più giuste proposte, che si inquadrino in un vasto e concreto programma di lavoro, già predisposto dall'amministrazione penitenziaria, e su cui il Governo desidera, onorevole Felisetti, il più ampio e sollecito dibattito parlamentare in questo o nell'altro ramo del Parlamento, e in entrambe le Camere.

Pianificazione nel settore penitenziario

Caratteri e limiti della pianificazione nel settore penitenziario devono essere ben chiari ai colleghi, così come bisogna avere idee precise sui presupposti e le condizioni dell'intervento penitenziario, sulle linee ulteriori dell'edilizia, sulla sicurezza degli istituti, sui trattamenti in regime detentivo, sull'istruzione, sul lavoro penitenziario, sullo sviluppo della collaborazione interprofessionale, sulla partecipazione dei detenuti stessi alle attività che li riguardano, sul trattamento esterno degli istituti, sulle misure alternative alla detenzione, sulla partecipazione della comunità esterna, sul collegamento con i servizi del territorio, sull'assistenza sanitaria, sui rapporti con la magistratura di sorveglianza, il personale, il corpo degli agenti di custodia, per il quale l'amministrazione sta promuovendo, per l'immediato, numerose iniziative, fra le quali una proposta - già munita del consenso del Ministero del tesoro - di rivalutazione dell'attuale gratifica per le ferie ed i riposi non goduti

e per le ore prestate oltre l'orario, nonché per l'inserimento di un rappresentante del corpo nelle commissioni di disciplina e per la creazione di una commissione di studio sullo stato giuridico degli ufficiali, la cui carenza rappresenta il vero problema del corpo degli agenti di custodia. Ne parleremo presto, come ho detto, secondo l'impegno sollecitatomi qualche settimana fa dalla commissione giustizia della Camera attraverso il presidente Felisetti, al quale voglio esprimere la mia personale gratitudine e quella del Governo per l'imponente contributo che i parlamentari, senza distinzione di settori politici, hanno offerto alla risoluzione di tanti nodi - fra i quali uno importantissimo ieri - che riguardano il problema della giustizia.

Non siamo davvero all'anno zero; chi asserisce il contrario non rende onore prima di tutto alla solerzia della Camera, che ha, anche in questo, molto efficacemente assecondato l'attività e le proposte del Governo.

Le modifiche all'art. 630 del codice penale

Ricordo rapidamente la definitiva e recentissima approvazione di tre disegni di legge: le modifiche all'articolo 630 del codice penale, con cui si è estesa anche all'ipotesi di sequestro per estorsione la particolare disciplina prevista per il ravvedimento, le norme sulla connessione e la competenza dei procedimenti relativi ai magistrati, con cui si elimina la remissione del procedimento nel caso di reati commessi a danno di magistrati, le modifiche alla costituzione e al funzionamento del Consiglio superiore della magistratura, nonché gli altri progetti di legge importanti, anche se non ancora suffragati dal voto dell'altra Camera, che concernono le disposizioni in materia di competenza penale del pretore e la complessa normativa sulla depenalizzazione e le norme relative alle provvidenze per il personale della magistratura.

Alla Camera interesserà sapere, per quanto riguarda gli istituti e le sezioni cosiddette di massima sicurezza, che stiamo verificando l'effettiva possibilità di vedere in essi concretamente realizzate tutte le previsioni normative concernenti il trattamento e le attività relative. Potrebbe, infatti, risultare necessario, per questo settore di interventi esplicitare in modo formale, con apposito provvedimento legislativo o regolamentare, i limiti oltre i quali un'applicazione integrale della normativa ordinaria risulti pregiudizievole per il mantenimento delle condizioni di sicurezza che in questo ambito operativo appaiono assolutamente prioritarie.

In ogni caso, il trattamento penitenziario - inteso non tanto come regime di vita, ma come complesso di interventi diretti a sostenere gli interessi umani, culturali e professionali degli imputati, ovvero a promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti dei condannati, in una prospettiva di rieducazione e di reinserimento sociale - costituisce un impegno preciso del Governo, già sancito, nella prospettiva della riforma carceraria, nell'articolo 1 del regolamento di esecuzione della legge penitenziaria.

La stampa di risonanza

Da alcune parti è stato, poi, sollevato il problema della risonanza che notizie e comunicati di provenienza terroristica possono avere attraverso una diffusione più ampia del necessario per mezzo degli organi di informazione.

Credo fermamente, onorevoli colleghi, nella insopprimibile missione della stampa quale veicolo di completa informazione di avvenimenti di qualsiasi natura; ritengo, però, che sia giusto evitare in una fase così delicata di lotta al terrorismo e di difesa delle vitali istituzioni democratiche del paese il verificarsi di casse di risonanza della criminale eversione.

Esprimo, quindi, l'auspicio di una comprensiva e fattiva collaborazione da parte dei rispettivi organi, basati sulla doverosa anteposizione del bene comune derivante dai princìpi della nostra Costituzione democratica, peraltro ampiamente libertaria anche in questa importantissima e delicata materia.

L'aspettativa di una risposta positiva da parte dei vari canali di informazione e della stampa in particolare è sostenuta dalle responsabili determinazioni, seppure non di uniforme indirizzo e segno, assunte dalla quasi totalità degli organi, i quali, lungi dal cadere in ambigui giochi proposti da chi attenta alle istituzioni democratiche, hanno tenuto a dissociarsi pubblicamente e chiaramente da precorse iniziative autonome adottate e quanto meno discutibili sul piano etico e professionale.

L'``affare'' Espresso

Non posso tuttavia sottacere che la definitiva sconfitta del terrorismo comporta la soluzione non soltanto di un delicato e difficile problema come questo, ma anche un contestuale impegno di tutte le forze democratiche che stanno dietro la grande stampa nazionale per il recupero di questi valori, che sono assolutamente fondamentali. Nel contempo, desidero dichiarare agli onorevoli interpellanti, che hanno chiesto notizie specifiche sull'``affare "Espresso"'', che la questione, di cui la sequenza dei fatti precedenti l'arresto dei due giornalisti Scialoja e Bultrini è parte, è, come è noto, oggetto di indagini giudiziarie. La fase istruttoria del processo è in corso e, pertanto, le risultanze già acquisite sono coperte dal segreto istruttorio. Il Governo mantiene con la magistratura - è bene ricordarlo anche a questo riguardo - rapporti che sono rigorosamente improntati alla correttezza costituzionale.

Il rispetto dell'autonomia dell'ordine giudiziario, ovviamente, non consente al Governo di dare indicazioni sugli orientamenti e sulle decisioni da adottare. Si nega, quindi, che, a proposito della pubblicazione, da parte di organi di stampa, di materiale proveniente dalle Brigate rosse vi sia stata alcuna indicazione governativa alla magistratura, come è stato detto. Nulla può dire il Governo, al momento, sul comportamento dei giornalisti dell'"Espresso", perché il segreto istruttorio copre, come ho detto, gli accertamenti in corso sul loro comportamento. Ugualmente, onorevole Costamagna, non compete al Governo parlare delle risultanze relative al sequestro ed alla uccisione di Aldo Moro non solo perché vi è un processo in corso, ma anche perché il Parlamento sta indagando su ogni possibile aspetto con pienezza di poteri di accertamento.

I collegamenti internazionali del terrorismo

E' stata, infine, posta con forza e naturalmente con diversa angolazione, a seconda degli interroganti, la questione dei collegamenti internazionali del terrorismo; se esistano, a quale logica di schieramento obbediscano, in quale direzione essi possono essere analizzati e ricercati. Per quanto si tratti di un terreno nel quale muoversi non è agevole e dove spesso politica e fantapolitica si intrecciano, si deve considerare con attenzione il problema, e con rispetto quanti vi si cimentano animati da bisogni di verità e di ansia sincera per la sicurezza della nostra patria.

Non credo sia necessario richiamare l'esigenza preliminare - in questa materia - del riserbo, dalla quale consegue una difficoltà obiettiva: offrire al dibattito dell'Assemblea fatti certi ed inequivoci, anziché ipotesi di lavoro o di giudizio.

I lanciamissili Strela

Come già esposto nell'ultima relazione semestrale del Governo al Parlamento sulla politica informativa e della sicurezza, da tempo l'attenzione degli organi competenti è volta a cogliere ogni utile elemento per stabilire sino a che punto i collegamenti internazionali dell'eversione si siano concretizzati, quali ne siano gli aspetti pratici (campi di addestramento, forniture e scambi di armi, finanziamenti, cooperazione operativa, eventuali adozioni di strategie comuni), nonché gli eventuali paesi o centrali straniere cui potrebbero imputarsi la formazione ed il sostegno del fenomeno terroristico. Riscontri positivi sono stati acquisiti per quanto concerne i collegamenti, specie sul piano logistico e operativo, fra terrorismo italiano e gruppi terroristici stranieri; anche alcune operazioni di polizia hanno messo in luce l'esistenza di tale tipo di collegamento: coinvolgimento di elementi di nazionalità italiana in attività dell'organizzazione eversiva francese "Action directe"; rinvenimento di due lanciamiss

ili "SAM 7 Strela" in Ortona; rinvenimento di carte di identità italiane presso terroristi della Repubblica federale di Germania; rinvenimento di elenchi con nomi ed indirizzi stranieri in ambienti dell'eversione italiana.

L'approfondimento dell'indagine informativa in tema di collegamenti internazionali è stato condotto sotto vari profili, anche in collaborazione con i servizi informativi stranieri collegati, con i quali si sono avuti e si hanno intensi scambi di informazione. Sono stati controllati movimenti di elementi sospetti e sono state acquisite utili notizie in ordine a minacce provenienti da parte delle più note organizzazioni eversive internazionali.

Il Comitato bicamerale

L'affermazione circa l'esistenza di una centrale internazionale del terrorismo non trova riscontri né presso i nostri servizi, né da parte dei servizi collegati; più precisamente gli elementi e gli indizi che finora sono stati individuati e vagliati non consentono di attribuire ad un'unica centrale internazionale la responsabilità dell'organizzazione, a livello strategico ed esecutivo, dei diversi gruppi eversivi operanti sullo scacchiere europeo. Desidero aggiungere che la legge 24 ottobre 1977, n. 801, ha previsto che il controllo sull'operato del Governo venga esercitato da un apposito Comitato parlamentare bicamerale, cui il Governo si oppone ad esporre, come già dichiarato dal Presidente Forlani al Comitato stesso, anche riguardo a quelle ipotesi sulle quali lavorano i nostri servizi di informazione e di sicurezza, nonché in relazione agli indizi e le notizie, di varia fonte ed estrazione, sulle quali si fondano le ipotesi stesse. Ciò anche e soprattutto in considerazione del fatto che il Comitato parla

mentare è tenuto, ai sensi dell'ultimo comma dell'articolo 11 della citata legge n. 801, al segreto sulle notizie che riceve.

Onorevoli colleghi, come dicevo all'inizio, la sfida che il terrorismo ha lanciato alla democrazia è sempre più incalzante, feroce e sanguinaria. Nessuno di noi si illude che si possa aver ragione di questa forza eversiva e spietata soltanto con l'impiego di misure punitive e repressive. Una democrazia sicura di sé, consapevole delle proprie legittime ragioni, deve eliminare - lo sappiamo bene - le basi sociali e psicologiche dei fenomeni eversivi, e deve dunque mostrare equità, capacità riformatrice, apertura ai tempi. Ma sarebbe colpevole chiunque volesse farci credere che il terrorismo può essere sconfitto senza misure risolute.

Il sistema carcerario italiano

Le carceri sono fatte per impedire la evasione, se debbono essere carceri, ed hanno senso, come tali, se sono luoghi in cui, pur con tutta l'umanizzazione necessaria e doverosa, si scontano tuttavia delle pene. Il sistema carcerario italiano confrontato con quello dei paesi europei, non risulta affatto repressivo o più duro; non sono lontani, viceversa, i tempi in cui assomigliava molto poco ad un sistema di prevenzione e pena. Dunque occorre sgombrare il campo da polemiche pretestuose e garantire sicurezza nell'esercizio penitenziario della giustizia. La linea cui ci siamo ispirati in questi mesi è stata questa; ad essa intendiamo ispirarci ancora, assicurando la Camera che il Governo continuerà ad agire con l'obiettivo di combattere il terrorismo con gli strumenti previsti dalle leggi, come ho avuto l'onore di dire al Senato, senza inutili durezze ma respingendo fermamente ogni falso ed eccessivo permissivismo.

Ho ricordato anche come, in questo contesto, l'amministrazione della giustizia, con i suoi uomini e le sue strutture, sia giudiziarie che penitenziarie, risulti essere al centro del progetto di violenza della nuova ondata terroristica. Nel complesso dei disvalori che animano la strategia dei terroristi, il sistema della giustizia, proprio perché architrave dello Stato democratico, viene individuato come punto centrale contro il quale scaricare tutta la potenzialità di violenza che le bande terroristiche ancora possiedono. L'attacco ai magistrati ed alle carceri, portato avanti con il sequestro del magistrato D'Urso, con la rivolta di Trani e con l'uccisione di Galvaligi, sono appunto l'espressione di una volontà, del resto ripetutamente dichiarata, di annientare la struttura giudiziaria del paese, proprio in quanto essa è il baluardo che divide la società civile dalla società violenta e blocca il passo alla consociazione criminale dei terroristi.

Siamo in un momento in cui le possibilità di successo che lo Stato democratico ha nella lotta al terrorismo passano attraverso la tenuta ed il rafforzamento della politica della giustizia, complessivamente intesa. Il che significa - come ha fatto, io credo, capire l'onorevole Presidente del Consiglio, aprendo la propria esposizione programmatica con la problematica della giustizia - che la politica della giustizia non è un momento o un aspetto della politica generale, ma un criterio di scelta base che è a monte delle grandi scelte del Paese.

Il terrorismo ha conosciuto sconfitte significative e ne conoscerà, quanto più viva sarà nel Paese la coscienza di questa priorità della giustizia e la necessità di raccordare ad essa la direzione storica delle forze popolari.

Non è il tempo dell'analisi, ma dell'azione, ci è stato più volte ricordato; però, un segno positivo nella tragedia che viviamo lo possiamo cogliere nel fatto che la riduzione al settore carcerario dell'area del terrorismo dimostra che esso sta perdendo i contatti non solo con la fabbrica, ma più in generale con la vita sociale. La fermezza che ci viene chiesta, senza sciocche etichettature e contrapposizioni manichee, è una scelta obbligata, se vogliamo vincere la sfida in nome della giustizia.

Se mi è, però, consentita, onorevoli deputati - ed ho finito - una sola personale testimonianza, desidero ricordare con infinita commozione il lavoro che in queste poche settimane, da che sono stato chiamato a questo duro posto, hanno svolto il generale Galvaligi e Giovanni D'Urso e l'esempio di dignità, di compostezza, di coraggio, che mi hanno dato, che ci hanno dato i congiunti del generale assassinato e del magistrato prigioniero di una forza barbara e crudele. A questo esempio vorrei potessimo ispirarci in questa ora che, in tutti noi, e in me in particolare, ripropone l'angoscia di altre ore di altre attese e la crudeltà del confronto tra la ragione di Stato e la tentazione degli affetti e dell'amicizia.

Nell'ambito della legalità repubblicana, il Governo si sente impegnato, insieme a tutte le forze dell'ordine e della sicurezza, insieme a tutte le forze politiche nello sforzo legittimamente esperibile per restituire D'Urso alla sua famiglia e al suo lavoro e, insieme, la comunità nazionale e lo Stato alla loro serena convivenza ed ai loro contesti di certezza. E' stato detto da un collega radicale, in questo dibattito, che da qui, oggi, deve uscire una nuova scala di valori, ma questa scala, onorevoli colleghi, è quella che grandi forze popolari, espressioni di aree culturali diverse, ma decisive per la storia d'Italia e d'Europa, hanno insieme disegnata e disposta nel nostro stesso ordito costituzionale; difendere questo ordito è nostro dovere e ad esso il Governo ha ispirato, ispira e ispirerà la propria azione ("Applausi al centro").

L'intervento di Franco Roccella del 9 gennaio

"Roccella". Bisogna ricordare, anche se può apparire superfluo, che un uomo è nelle mani dei terroristi, con una pistola puntata alla tempia, in attesa che uno Stato debole non diventi uno Stato debole e cinico e non sconti su un olocausto sacrificale la sua ignavia.

D'Urso, come allora Moro, assassinato mentre, sgomento di quello che egli stesso aveva contribuito a creare, cercava disperatamente di capire in nome di che cosa dovesse morire, trova oggi nella classe politica comprensioni forse più diffuse. E le trova nello stesso Governo, anche se non si può parlare che di incrinature.

Salvarlo e salvarci

La sua vita, colleghi, è anche nelle nostre mani. Mi chiedo e vi chiedo se la sua morte non dipenda dalla nostra infingardaggine o dalla nostra inadempienza. Voi sapete già, anche se prediligete l'equivoco, come intendiamo l'impegno di salvarlo e, al tempo stesso, di salvarci: adempiendo ai nostri doveri, riconoscendoci in difetto di fronte a quanto di giusto e dovuto alla nostra coscienza democratica e umana avremmo dovuto fare, cercando di capire e di usare, quindi, tutte le risorse di intelligenza, di efficienza, di prudenza e di moralità per disarmare la mano assassina, opponendo alla violenza la forza della nonviolenza. Colleghi, a nostro totale rischio!

Le farneticazioni del black-out

Non dirò altre parole sul caso specifico, le ritengo a questo punto superflue, ne dirò quante il tempo me ne consente sul rapporto fra democrazia e terrorismo. Un rilievo preliminare intanto a differenza di quanto accadde nella tragica vicenda Moro, questa volta siamo qui a discutere, mi auguro, per leggere i fatti con occhi sgombri da ogni pregiudizio, con lealtà critica e con grande impegno nel ricercare una linea di orientamento pari all'estrema gravità del momento. Non c'è questa volta quell'esproprio dei poteri - almeno non è così evidente e smaccato - del Parlamento che portò le Camere nel caso Moro sul terreno della subalternità e della deresponsabilizzazione; non c'è questa volta quell'assurda pretesa del potere di sottrarre alla coscienza popolare le opportunità di una sua partecipazione, che corrisponde ad un preciso diritto e ad un preciso dovere democratico. Ma vinta in Parlamento, colleghi, quella tendenza sciagurata ed eversiva - diciamolo con chiarezza - residua ancora nel Paese, deformando pe

ricolosamente il rapporto tra società civile e informazione. Le farneticazioni che hanno indotto alcuni giornali alla scelta del "black-out", affidando non alla intelligenza ed alla sensibilità civile, ma ad una scelta preconcetta la marcatura del confine che separa la libertà di informazione dalla complicità, sono appunto delle farneticazioni che pretendono di sottrarre all'informazione la sua propria moralità democratica, per vincolarla ad una presunzione etico-didattica. La conseguenza inevitabile è di debilitare la capacità della pubblica opinione di gestire la propria libertà di giudizio e la propria partecipazione alla dialettica democratica.

Si è operato sin qui, signori del Governo e colleghi deputati, si è operato sin qui in nome della fermezza e dello spirito della guerra interna, in nome della fermezza e dello stato di guerra si è travolto con il decreto Cossiga, cosiddetto ``antiterrorismo'', il nostro ordinamento giuridico ed il metodo democratico di tutelare l'ordine pubblico. In nome della fermezza e della guerra si concedono comportamenti inammissibili fino alla cosiddetta pistola facile della polizia (leggete stamane "Il Messaggero": 24 morti e 52 feriti accidentali nel 1979, 17 morti e 30 feriti accidentali nel 1980). In nome della fermezza e dello stato di guerra, sono stati criminalizzati quanti si sforzano di capire se il terrorismo è quello che a noi appare essere: un fenomeno politico fisiologicamente iscritto in questa gestione dello Stato, del potere, della società politica e della società civile e per niente affatto prodotto dai malefici di un demone, fisiologicamente iscritto nella storia di questa Repubblica e non per conseg

uenze di stregoneria.

Passare la mano ai Carabinieri?

In nome della fermezza e dello stato di guerra si sono, di fatto, coperte le responsabilità di guasti prodotti nel tessuto morale, politico ed istituzionale del paese e si è giunti persino, come di recente ha fatto il Presidente del Consiglio, a delegare ai corpi armati dello Stato la direzione del Paese che la classe di potere ammette di non essere più in grado di tenere, a passare la mano ai carabinieri - che per fortuna non ci stanno - trasferendo ad essi l'onere e la responsabilità politica di essere il fondamento della democrazia. Ed è strano, ma solo in apparenza, che nello schieramento della fermezza ondeggi clandestinamente una inclinazione alla trattativa, nello stesso momento in cui si proclama la irriducibile volontà di riconoscimento politico al terrorismo.

Compagni assassini per tutta la sinistra

Non è certo il caso dei compagni comunisti che, nello schieramento della fermezza, sono la presenza più agguerrita, poiché dispongono della maggiore forza ideologica e culturale e di tutto il corredo necessario della "Realpolitik", per esercitare la "leadership" dello schieramento e volendo esorcizzare nella memoria della propria storia i cadaveri nell'armadio. Ma, compagni del PCI, è di tutta la sinistra la ``fuga'' di queste memorie! E noi non ce ne laviamo le mani. Ce ne facciamo elettivamente carico, con estrema lealtà, non dovendo bruciare né residui, né coerenze sacrali. Noi ci assumiamo la responsabilità di chiamare i terroristi ``compagni assassini'', e ce l'assumiamo per tutta la sinistra!

"Voci dall'estrema sinistra". No, no!

"Torri". Noi non siamo compagni di assassini!

"Sicolo". Non siamo neanche vostri compagni!

"Roccella". Non abbiamo bisogno di esorcizzare - dicevo - e di mistificare...

"Presidente". Onorevole Roccella, lei vuole troppi padrini per un battesimo solo. Ne bastano due, per il più recente diritto canonico.

"Pochetti". Faccia da solo, se è capace!

"Roccella". Non abbiamo bisogno - ripeto - di esorcizzare e di mistificare, dal momento che dalle scorie storiche della sinistra abbiamo selezionato i valori socialisti, libertari e non violenti. Certo...

"Sicolo". Voi siete dei mistificatori!

"Pochetti". Siete l'``armata Brancaleone'' e anche mistificatori!

"Roccella". Vi dirò una cosa meno banale, Pochetti...

"Sicolo". Và dai brigatisti!

"Roccella". Vi dirò con serenità che conserviamo memoria della storia della sinistra italiana, della vostra e della nostra storia.

"Torri". La conosci?

Non abbiamo bisogno di cadaveri

"Roccella". Certo, ci aiuta il fatto specifico di non avere alle spalle esperienze da riscattare. Così come non abbiamo, colleghi del movimento sociale italiano, reminiscenze di Stato etico e di Stato forte e coerenze da salvare che ci inducano a idoleggiare la pena di morte. Non abbiamo bisogno di cadaveri sacrificati da immolare allo Stato per avere coscienza dello Stato!

Eppure al riconoscimento politico delle Brigate Rosse di fatti ci ha portato proprio la politica della fermezza, nella misura in cui si va effettivamente guerreggiando questo assurdo torneo con le Brigate rosse e si registrano sconfitte, come le ultime; nella misura in cui alla forza della libertà, della giustizia, dell'onestà, della verità, dell'intelligenza e della lealtà democratiche si preferisce la forza dei decreti, delle carceri speciali, della utilizzazione dei corpi separati dello Stato, in deroga al diritto e magari, senatore Pecchioli, instaurando su di essi una giurisdizione di partito, costruita con rapporti di influenza diretti.

Terrorismo come terremoto

Dove si è arrivati per questa strada? Non a vincere il terrorismo, ma a consolidarlo come evento costante, a somiglianza del terremoto, a mancarne i contorni, evocarne la fisionomia fisica, come in un processo di sviluppo fotografico, ad affinarne l'efficenza strategica, a rinvigorirne - inutilmente armati di grinta - la capacità di ricatto, a favorirlo con una cessione del territorio, dove le brigate di campo, fisionomicamente connotate, fanno riscontro all'organizzazione esterna, tuttora clandestina e sciaguratamente fornita di rinnovate risorse di reclutamento. Altro che rifiuto del riconoscimento politico, almeno stando ai fatti! Non siete stati neppure capaci di ascoltare il generale Dalla Chiesa, che ha denunziato il fenomeno di riaccorpamento della direzione strategica del terrorismo nei propizi spazi del circuito carcerario. La preoccupazione della fermezza e della guerra vi ha distratti dal dovere di elaborare una politica carceraria, pur disponendo delle preziose indicazioni della riforma, delle le

ggi e della Costituzione. E' così che vi siete trovati a dover procedere al rimaneggiamento dell'Asinara, come vi ha contestato in quest'aula il collega Boato, sotto la pressione ricattatoria della richiesta criminale ed assassina delle Brigate rosse, senza poterlo rifiutare, se non a patto di smentire le vostre stesse scelte.

Chi ha costruito il ricatto

Quel ricatto lo avete costruito voi, assieme ai terroristi! E Dio non voglia, colleghi, che questi terroristi comincino a sollecitare, con i loro sciagurati metodi, gli interventi che il Paese attende invano da decenni, dalle riforme alla motorizzazione. Come potreste resistere a questi ricatti, che rischierebbero di incontrare, paradossalmente, il consenso popolare, negato alla classe politica? Per fortuna il loro schematismo ideologico glielo impedisce. E questa la chiamate fermezza? Questa è forza? No, questa è debolezza, è sconfitta! Avete una risposta, signori del Governo? Noi l'abbiamo. Come si fa a non chiedersi da dove possa attingere energia democratica antagonistica uno Stato amministrato con una gestione fondata sistematicamente sulla violenza dell'ingiusto (lo dite voi!), della disonestà, della falsificazione, del mercimonio, delle strumentalizzazioni, del privilegio, dell'impunità, dei corporativismi, delle clientele, delle lottizzazioni e via discorrendo? Non dico nulla che vi sia sconosciuto n

ell'esperienza quotidiana. In questo Stato è nato il terrorismo, come degenerazione della protesta; in questo Stato e da questa legittima protesta è nato il terrorismo, ripeto, come degenerazione. Da qui la reale, estrema debolezza della società politica.

Misurarsi con le nuove domande di liberà

Come si fa ad avere forza democratica antagonistica, colleghi della sinistra, quando non si corre il rischio di misurarsi con le nuove domande di libertà che lievitano nella coscienza del paese e si adotta con la gente, la società, le istituzioni, un rapporto di egemonica utilizzazione? Come si fa ad avere forza democratica antagonistica, colleghi della sinistra, quando alla lealtà democratica si sostituisce la logica di schieramento e di pattuizioni e ad essa si sacrificano sistematicamente le riforme, realizzandole solo in subordine ai tornaconto degli accordi e dei patteggiamenti, tutti iscritto dentro una dimensione di sostanziale complicità umanistica? Perché alla riforma penitenziaria non è seguita l'indispensabile riforma del Corpo degli agenti di custodia? Perché non si è proceduto alla revisione della spesa per la giustizia e ci si è mantenuti nei margini di compatibilità offerti dai rapporti, concorrenziali e convergenti, di potere? Ricordate, compagni della sinistra, quel mercoledì in cui, dispone

ndo della maggioranza in questa aula, ci si è rifiutati di conseguire, grazie a quella situazione, almeno l'aumento di 800 miliardi proposto da noi e dalla stessa magistratura, a garanzia del suo minimo, preferendo invece giocare al ribasso?

L'Arco Costituzionale

Ricordate lo scempio lottizzatore dell'informazione operato attraverso la RAI-TV? Come mai si è persa nelle lentezze dei nostri lavori la riforma del codice di procedura penale? Come mai non si è ancora approvata, dopo oltre un quinquennio, la riforma della polizia, limitandosi alla riforma della pubblica sicurezza? Come è avvenuto che questo paese non abbia ancora prodotto una politica dei redditi risolutiva, della casa, delle pensioni, della produttività, dell'ecologia, della protezione civile, dell'informazione (e chi più ne ha, più ne metta)? Com'è accaduto? Com'è che questo paese si trova ad avere, dopo oltre trenta anni, ancora un codice fascista operante... e una Costituzione democratica inoperante e tradita? Com'è che questa prima Repubblica rischia di naufragare nella seconda, senza essere riuscita a realizzare se stessa? Com'è che l'arco costituzionale è tanto arco e tanto poco costituzionale?

E' in questa realtà, è in questa storia, colleghi, che è nato il terrorismo. Ed è questo Stato, compromesso fino allo sfascio, che lo deve fronteggiare, compromesso fino allo sfascio, che lo deve fronteggiare, compromesso fino allo sfascio della classe politica che detiene il potere al Governo o all'opposizione. E come lo fa? Cercando di recuperare la sua forza, persa in questo desolante itinerario, non riappropriandosi della forza del diritto e dell'equità, della lealtà politica, della verità dei principi costituzionali e del rischio democratico, ma proclamando una fermezza che riesce solo a coprire di cinismo la sua debolezza, fino a scommettere sulla vita dei cittadini e ad invocare il silenzio stampa, come fece nel XVIII secolo l'Alberoni, il quale, essendo stata distrutta la flotta spagnola nelle acque siciliane, impose il silenzio-stampa e non ne fece sapere nulla: e la sconfitta rimase.

Revisione della sinistra

No, colleghi, non c'è vittoria definitiva sul terrorismo, a mio avviso personale, se non si dà al terrorismo stesso una risposta politica ad un fenomeno politico. Per noi questa è l'alternativa, lo sapete; non l'alternativa ridotta ad una rotazione di potere, ma alternativa di valori, fondata su scelte ultimative che introducono nel paese altre politiche ed un altro modo di far politica. Lo so, è una scelta che passa attraverso la difficile revisione della sinistra, del suo modo stesso di essere e di agire, dei suoi rapporti con la società politica e civile, con lo Stato e con le istituzioni; ma è vero che le revisioni di sé in politica si fanno scegliendo delle politiche, sperimentando e rischiando la contemporaneità che, nel concreto, lega i processi di qualificazione alle scelte programmatiche e operative. Ed è drammaticamente vero che non c'è più tempo per attese e rinvii.

Collega Napolitano, abbiamo ascoltato con estrema attenzione e interesse la sua relazione;...

"Cravedi". Hai letto!

"Roccella". ...compagni socialisti, abbiamo valutato con grande speranza le vostre ambiguità: la nostra proposta, agli uni e agli altri, è l'alternativa, l'urgenza e l'obbligatorietà di questa prospettiva, di cui si è fatto carico provocatoriamente Marco Pannella nel candidare sé e il partito radicale al Governo del paese ("Commenti all'estrema sinistra"). E per l'alternativa, colleghi che ritiene paradossale una tesi di questo genere solo perché manca la volontà politica, solo perché da trenta anni si dice che senza la DC questo paese non si governa...

"Gitti". Con i voti liberi!

La maggioranza divorzista

"Roccella". ...e quindi s'è bruciato il terreno prospettico per ogni disegno di alternativa, la maggioranza c'è, colleghi democristiani, la maggioranza c'è!

"Gitti". Dov'è?

"Roccella". C'è subito, in questo Parlamento, c'è a tempi certamente mediati alla scadenza referendaria, sulle scelte referendarie; oppure, ove occorra, la si può ricostruire con elezioni anticipate ("Commenti al centro"), con elezioni anticipate, colleghi, di fronte alla minaccia di sfascio del paese e all'obbligo di utilizzare l'unica risorsa che ci rimane. Il resto sono chiacchiere: è questa l'unica, attendibile, praticabile risposta politica alla violenza del terrorismo e alla violenza della gestione dello Stato, la violenza dell'ingiustizia, della falsificazione e della disonestà di cui ho parlato.

Parlo, colleghi, della maggioranza divorzista, soltanto che recuperi le tensioni e il valore culturale e politico della battaglia da cui è nata e nella quale è stata qualitativamente, oltre che quantitativamente, vincente; solo che si ricordi che è stata vincente, e perché è stata vincente, la maggioranza divorzista.

"Una voce al centro". Cosa c'entra il divorzio?

"Roccella". Vincente collega Bianco, vincente su di voi. Accetto interruzioni su questo: resta vincente!

"Una voce all'estrema sinistra". Accetta scommesse!

"Roccella". La maggioranza c'è, colleghi, collaudata e connotata dai fatti, e capace di determinare le proprie felici opportunità ("Applausi dei deputati del gruppo radicale").

(segue al testo n.1796)

 
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