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Sarti Adolfo, De Cataldo Franco, Aglietta Adelaide - 1 marzo 1981
LA PELLE DEL D'URSO: (47bis) La polemica con il Ministro di Grazia e Giustizia Sarti (17-27 gennaio) (seconda parte)

SOMMARIO: L'azione del Partito radicale per ottenere la liberazione del giudice Giovanni D'Urso rapito dalle "Brigate rosse" il 12 dicembre 1980 e per contrastare quel gruppo di potere politico e giornalistico che vuole la sua morte per giustificare l'imposizione in Italia di un governo "d'emergenza" costituito da "tecnici". Il 15 gennaio 1981 il giudice D'Urso viene liberato: "Il partito della fermezza stava organizzando e sta tentando un vero golpe, per questo come il fascismo del 1921 ha bisogno di cadaveri, ma questa volta al contrario di quanto è accaduto con Moro è stato provvisoriamente battuto, per una volta le BR non sono servite. La campagna di "Radio Radicale che riesce a rompere il black out informativo della stampa.

("LA PELLE DEL D'URSO", A chi serviva, chi se l'è venduta, come è stata salvata - a cura di Lino Jannuzzi, Ennio Capelcelatro, Franco Roccella, Valter Vecellio - Supplemento a Notizie Radicali n. 3 - marzo 1981)

(seconda parte - continua dal testo n. 1818)

L'intervento di Sergio Stanzani (27 gennaio)

"Stanzani Ghedini". Signor Presidente, in via preliminare non posso non sottolineare che questo dibattito si svolge qui al Senato anziché alla Camera, dove l'Onorevole De Cataldo (che è direttamente parte in causa negli avvenimenti richiamati dall'interpellanza che abbiamo presentato) avrebbe potuto, - credo avendone il pieno diritto - intervenire di persona.

Penso che con questa scelta - perché di una scelta si tratta - fatta dal Governo si evidenzia quanto meno un comportamento né opportuno, né corretto, certamente poco coraggioso.

Signor Presidente, signor Ministro, in questo dibattito non ci dobbiamo difendere. Possiamo e quindi dobbiamo attaccare. Ci interessa difendere solo la verità e il diritto. Il diritto delle nostre leggi repubblicane e della nostra Costituzione che può essere oggi calpestato e rovesciato grazie alle menzogne, grazie al sovvertimento della verità. E' stato rispettato e difeso durante i trenta giorni del sequestro D'Urso. Oggi invece il diritto può essere calpestato e rovesciato.

Il torbido partito della morte che attendeva il cadavere D'Urso, ma non l'ha ottenuto, vuole oggi una rivincita e cerca di ottenerla, oggi come ieri, contro la verità, contro il diritto. Lei purtroppo, signor Ministro, ha voluto dare il suo contributo al partito della menzogna che cerca la sconfitta della verità e del diritto con la sue dichiarazioni a "la Repubblica". E, in questa circostanza, non ne aveva alcun bisogno. "Ebbene - lei afferma rispondendo a Scalfari - questo è un capitolo penoso. I deputati radicali hanno sicuramente travalicato i compiti ispettivi che la legge assegna ai membri del Parlamento nelle carceri. Io ho autorizzato quella visita. Avrei potuto impedirla solo appellandomi all'art. 90 del regolamento carcerario. Non l'ho fatto". In queste sole cinque righe vi sono ben tre menzogne.

Non travalicati i compiti ispettivi

Noi non abbiamo travalicato i nostri compiti ispettivi. Lei non ha autorizzato nessuna visita. Non poteva né autorizzare né impedirla. Lei non poteva appellarsi neppure all'art. 90 per impedirla perché l'articolo 90 della legge - e non del regolamento carcerario - sospende il trattamento ed i diritti dei detenuti, ma non sospende le prerogative dei parlamentari. Ma la menzogna più grave è in ciò che queste affermazioni non dicono, ma lasciano intendere.

Lei ha ancora affermato, sempre rispondendo a Scalfari: "Ho, in buona fede, investito sulla buona fede dei radicali. Ho pensato che una loro visita in quel momento, avrebbe allentato la tensione, avrebbe potuto produrre qualche risultato. Se ho sbagliato, se la mia buona fede è stata tradita, me ne assumo la responsabilità".

Ma quando, lei, signor Ministro, ha "investito" la sua buona fede sulla "nostra" buona fede? E quando noi l'avremmo tradita?

I nostri rapporti con lei sono stati normali rapporti di collaborazione che parlamentari, anche del più intransigente partito di opposizione, possono e devono avere con un Ministro della Repubblica. Il fatto che questi rapporti avvenissero sotto il vincolo della riservatezza non può fare ombra: quei rapporti furono corretti, leciti e legittimi. La riservatezza è stata una scelta di opportunità: scelta fatta da lei, signor Ministro, perché lei ha scelto di ricevere De Cataldo a casa sua.

Ma i nostri rapporti cominciarono prima, molto prima della visita al carcere di Trani e del suo incontro con De Cataldo, la mattina dell'8 gennaio a casa sua, e sono sempre stati dettati unicamente dalla comune esigenza di fare tutto quanto era possibile per strappare e raggiungere un esito di vita, nel rispetto della legge e del diritto, alla drammatica vicenda del rapimento D'Urso. Cominciarono sulla questione dell'Asinara.

Governo, parlamento e partiti esautorati

Quando fu rapito il giudice D'Urso, di ponemmo il problema che non si ripetesse quanto era avvenuto durante il rapimento Moro: il Governo esautorato; esautorato il Parlamento, esautorati perfino gli organi deliberativi dei partiti, la direzione e il Consiglio nazionale della DC non meno di quelli degli altri partiti; tutto avocato in poche mani autonominatesi arbitri della vita o della morte di un uomo; con il cosiddetto ``partito della trattativa'' che costituiva l'altro volto del ``partito della fermezza'', cioè l'altro volto della stessa inerzia, della stessa arrogante impotenza, unito al primo dalla stessa mancanza di convinzione e di fiducia nel funzionamento delle istituzioni e nel diritto, unito al primo nella stessa unica fede nella ``ragion di Stato'', in nome della quale ogni violazione, ogni lacerazione è stata e può essere inferta alla legge, al diritto e alle istituzioni.

Quando conoscemmo i primi comunicati delle BR che fissavano l'obiettivo generale della lotta alla ``differenziazione'' nelle carceri, allo smantellamento del ``circuito delle carceri speciali'', alla immediata chiusura dell'Asinara, ci rendemmo conto che le BR avevano, con l'Asinara, scelto un falso obiettivo, un falso scopo; proprio per questo ben più insidioso. Sapevamo, infatti, sin dal momento delle trattative sul Governo Forlani, che il Governo aveva iscritto la chiusura della sezione ``Fornelli'' dell'Asinara nei suoi programmi, per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico. Sapevamo che anche Dalla Chiesa, proprio per queste ragioni, l'aveva condivisa e consigliata.

E per questo quella decisione del Governo diventava ora più difficile, perché i sostenitori della morte, della ``ragion di Stato, avrebbero tentato di impedirne l'attuazione.

Il cedimento della Repubblica

Questo era il cedimento della Repubblica: mutare i propri programmi, modificare e disattendere le proprie decisioni solo perché queste decisioni erano condivise e richieste dalla BR.

E contro questo pericolo ci muoviamo, subito, con l'intento di attivare le istituzioni per ottenere che la Repubblica si dimostri ``ferma'' nel perseguire e attuare le proprie decisioni e i propri programmi senza lasciarsi fuorviare dai ricatti delle BR, nello sforzo di mettere in atto tutto ciò che è possibile, che è lecito, che è doveroso fare per salvare la vita di D'Urso, con l'unico insuperabile limite del rispetto della legge e della Costituzione.

Immediatamente dopo il rapimento presentiamo interrogazioni alla Camere dei Deputati. Il 15 dicembre il deputato De Cataldo chiede al Presidente Felisetti la convocazione della Commissione Giustizia per ``esaminare la possibilità di un'indagine conoscitiva sul carcere dell'Asinara''. Il 16 dicembre il Ministro Rognoni rispondendo alla Camera alle interrogazioni, assicura la ``disponibilità del Governo al dibattito sulla politica carceraria e sulla situazione degli istituti penitenziari'', preannunciata il giorno prima del sequestro di D'Urso dal Ministro Sarti in Commissione, alla Camera.

Concludendo, il Ministro Rognoni afferma: "Il Governo non lascerà nulla di intentato, nei limiti delle sue possibilità per raggiungere l'obiettivo, oggi primario, della restituzione del giudice D'Urso alla sua famiglia e al suo lavoro''.

Il 17 dicembre Felisetti risponde negativamente alla richiesta del deputato De Cataldo: ``Capisco - scrive - le ragioni della tua proposta così come immagino che tu ben comprenda che, stanti le drammatiche circostanze che stiamo vivendo, essa può anche prestarsi a interpretazioni di diverso segno'', e fa appello a ragioni di ``coordinamento di competenze nella iniziativa'' che sconsiglierebbero l'immediata convocazione della Commissione.

De Cataldo ribadisce la richiesta

Il 18 De Cataldo replica ribadendo la richiesta e l'urgenza della convocazione: ``la mia iniziativa non può avere che una sola interpretazione: quella di tentare di collaborare a creare le condizioni migliori per la liberazione del Magistrato. Non esistono problemi di coordinamento e di competenza nell'iniziativa, ma vi è soltanto un'offerta di collaborazione''.

Lo stesso giorno i giornali danno la notizia che al vertice dei partiti della maggioranza si è concluso anche dei problemi dell'Asinara. ``C'è chi dice - riferisce il Messaggero - che si sarebbe giunti alla conclusione di smantellare comunque l'istituto di pena. Un cedimento? La spiegazione che viene fornita è un'altra: il problema in verità non esisterebbe perché l'Asinara di fatto già non esisterebbe più come carcere speciale...in verità nel carcere sardo ci sono soltanto due brigatisti rossi. Si tratta di Giovanni Gentile Schiavone e di Gianni Zanetti''.

Il 20 e il 21 dicembre i gruppi radicali decidono una serie di iniziative parlamentari che porteranno alla richiesta di una convocazione anticipata delle Camere oltre ad insistere per l'immediata convocazione della Commissione Giustizia per impegnare il Governo all'immediata chiusura dell'Asinara e a riferire sulle iniziative per raggiungere l'obiettivo dichiarato alla Camera da Rognoni come ``oggi primario'' quello di salvare e liberare D'Urso.

E' in questa situazione che avviene l'incontro riservato presso l'abitazione del Ministro, tra Sarti e De Cataldo, il 23 dicembre.

Per discutere di cosa?

Il merito delle scelte sull'Asinara è ormai noto. Coincide con ciò che Lei e il Presidente del Consiglio Forlani hanno già detto il 5 gennaio al Senato e poi, il 9 e 14, alla Camera; ma il 23 dicembre non era stato ancora comunicato al Parlamento. Lei lo disse a De Cataldo: c'erano ormai poco meno di trenta detenuti alla sezione ``Fornelli'' dell'Asinara e il Governo era deciso ad ultimare il trasferimento entro la fine di dicembre, di più, annunciava a De Cataldo di aver disposto entro Natale il trasferimento di un altro gruppo di detenuti.

L'interessamento di Sarti per le iniziative radicali

Ma era questo il motivo dell'incontro? No. Perché - tranne questa ultima importante notizia, che nei giorni successivi non sarà resa pubblica da noi - il resto ci era già noto. Il motivo era un altro: c'era il suo interessamento per le nostre iniziative - e noi certo eravamo desiderosi di apprenderlo - ma che ci fosse il suo interessamento lo prova il fatto che lei in quella circostanza ci incoraggiò ad andare avanti. Lei dice a De Cataldo che ha interesse ad avere una sede parlamentare in cui riferire sui programmi del governo per l'Asinara. Di più, dice a De Cataldo che parlerà Lei stesso a Felisetti. Per cosa? Per convincerlo dell'opportunità di una convocazione anticipata della Commissione per il 28 dicembre.

Il 24 dicembre, il giorno successivo al suo incontro con De Cataldo, interviene il comunicato con l'invito al Governo della Segreteria socialista. I tempi stringono, la situazione precipita, e il Governo non può tacere e, essendo impossibile una comunicazione del Ministro alle Camere, interviene una comunicazione del Direttore Generale del Ministero di Grazia e Giustizia che che presiede agli istituti di pena; si ha così il comunicato del diretto superiore del giudice rapito, il Dott. Sisti.

Il 29 dicembre si mette in dubbio la possibilità dello sgombro dell'Asinara entro la fine dell'anno a causa del mare mosso che impedisce il trasferimento dei detenuti. E' certamente una coincidenza ma il pomeriggio del 25 Pannella in una dichiarazione ricordava che, ai nostri tempi, ci sono anche gli elicotteri.

E agli elicotteri si ricorre l'ultimo giorno dell'anno, quegli elicotteri che - come ricorderà, Signor Ministro - le sono stati sarcasticamente e duramente rimproverati alla Camera da chi riteneva, e temo ritenga tuttora, che il suo dovere fosse quello di attendere e, quindi, di ritardare lo sgombro dell'Asinara, proprio approfittando - sulla vita di D'Urso, dico io - del mare mosso. Questo in effetti le si chiedeva Signor Ministro da parte di questi strenui difensori e rigorosi interpreti della fermezza dello stato laico, che, nei fatti, dimostrano ancora oggi di ignorare essere lo stato laico non solo privo di dogmi e di verità assolute, ma forte perché capace di decidere e di operare ogni volta nell'interesse di tutti senza aver bisogno di coprire la propria inefficienza e le proprie debolezze con l'olocausto di vittime innocenti.

La condanna del sequestro di 18 agenti

Quando il 29 dicembre si ha la rivota di Trani, la nostra condanna del sequestro di 18 agenti di custodia è immediata, e la testimonianza è affidata alle nostre dichiarazioni e ai nostri comunicati. L'unica nostra disponibilità è per la salvezza degli ostaggi. Disponibilità, innanzitutto, manifestata al Ministro con un nuovo colloquio - questa volta telefonico - da parte di Franco De Cataldo, la mattina del 29 dicembre quando il Ministro è riunito, insieme ad altri ministri, con il Presidente del Consiglio proprio nella riunione nella quale si decide il blitz che riuscirà a sedare - senza sangue - la rivolta.

Il Ministro dice a De Cataldo che l'andare a Trani ``può esporci - noi radicali - a pericoli'', ma non lo esclude. Si riserva di telefonare dopo la riunione. Non telefona. Nel frattempo i rivoltosi di Trani alla fine della mattina chiedono di potersi incontrare con Giacomo Mancini e con Franco De Cataldo. Ad entrambi questa notizia giunge alle 16,30 attraverso l'ANSA. Il Governo, che ne era a conoscenza, non l'ha comunicato perché era stato deciso il blitz, che comincia proprio - guarda caso - alle 16,30 il 29 dicembre. Il deputato radicali Pinto giunge intorno a quest'ora al carcere e per questo motivo non viene fatto entrare. La rivolta è sedata.

Il 31 dicembre viene vilmente assassinato il Generale Galvaligi, è il n. 2 dei servizi di sicurezza del sistema penitenziario italiano. Se c'è un partito del cedimento, della viltà, della debolezza dello Stato è in questi fatti, ed è in questa imprevidenza che esso va ricercato, denunciato, sconfitto. Come già con D'Urso, anche con Galvaligi i brigatisti hanno potuto avvicinarlo indisturbati. Eppure questa volta non sparavano nel mucchio: miravano alla sicurezza e al prestigio, alla credibilità del sistema di sicurezza delle carceri. Lo avevano annunciato da mesi. Era già chiaro al momento del sequestro D'Urso. Lo era a maggior ragione, dopo il sequestro D'Urso e dopo il blitz per Galvaligi e per gli altri 20 o 30 non di più, la cui vita e libertà dovevano essere salvaguardate e difese dallo Stato.

Nel dibattito al Senato il 5 gennaio, le diciamo che Ella - Signor Ministro - non può delegare alla responsabilità amministrativa del Ministero dell'Interno la responsabilità politica che è Sua della sicurezza dei suoi collaboratori.

Eventualità di una sospensione della condanna

Il giorno precedente, il 4 gennaio, viene recapitato il comunicato n. 8 delle BR quello che parla della condanna a morte di D'Urso, accenna all'eventualità di una sospensione della condanna a morte, e fa riferimento alle carceri speciali di Palmi e Trani: ai cosiddetti ``comitati di Kampo'' di Trani e di Palmi. Noi avevamo già in precedenza deciso di recarci al carcere di Trani, per vagliarne le condizioni, dopo la rivolta. Decidiamo, ora, di recarci a Trani e poi, eventualmente, a Palmi.

Lo diciamo autonomamente e pubblicamente. Lo decidiamo nell'ambito delle facoltà che la legge attribuisce ai parlamentari nell'ambito dell'art. 67 della legge penitenziaria. Lei lo apprende il pomeriggio del 5 gennaio dalle agenzie di stampa che trasmettono il comunicato dei gruppi radicali.

E' questo un capitolo che tratterà il compagno Spadaccia, illustrando l'altra interpellanza.

Mi sia consentita soltanto un prima conclusione, in attesa della risposta che Lei ci vorrà dare: ci siamo mossi con assoluta correttezza, sempre, nei suoi confronti, ci siamo mossi nell'ambito del più rigoroso rispetto della legge e della Costituzione. Nei suoi confronti abbiamo mantenuto il più assoluto riservo, che Lei, solo Lei, per primo ha rotto.

Sull'Asinara, come a Trani, non c'è stata alcuna trattativa da parte nostra, non c'è stato alcun cedimento dello Stato, l'unico cedimento è quello che Lei, in questo momento, è penosamente costretto a difendere: il cedimento al ricatto - non meno pericoloso di quello delle BR - di chi vuole a tutti i costi uno Stato capitolardo, per costruire su queste ignobili e false rappresentazioni della realtà disegni oscuri ed avventuristici.

L'intervento di Gianfranco Spadaccia (27 gennaio)

"Spadaccia". Signor Presidente, signor Ministro, lei ha rimproverato, nella sua risposta alle interpellanze e alle interrogazioni, il deputato De Cataldo di scorrettezza, di aver mancato all'etichetta, alle norme di comportamento della buona educazione. Ha poi però riconosciuto, dicendolo esplicitamente a proposito di altro, che è stato leggero nel concedere l'intervista a Scalfari. Debbo dire che questa leggerezza non la giustifica di una serie di gravi affermazioni, offensive e diffamatorie nei nostri confronti, che aveva fatto in quell'occasione. Lei ha parlato di un capitolo penoso; ha detto in quella intervista di aver investito sulla buona fede radicale e che i radicali avevano carpito la suo buona fede. Ha detto, inoltre, che avevamo travalicato i nostri compiti ispettivi, che avevamo tradito la sua fiducia.

Allora la leggerezza di quell'intervista - mi consenta - non giustifica, ma aggrava queste dichiarazioni e noi avevamo il diritto di sapere, di vederci contestate in questa sede, nel Senato della Repubblica, le illegalità che avevamo commesse. In tutta la sua risposta, signor Ministro, non è emerso un solo comportamento scorretto, non dico penalmente rilevante, ma solo scorretto. Lei ci rimprovera di aver voluto, con le nostre affermazioni, far intendere che le si potevano attribuire cose che non ha fatto. Le nostre dichiarazioni vanno lette nelle righe e non tra le righe, signor Ministro: valgono per quel che affermano e non per altro.

Certo, dobbiamo parlare di carceri speciali. Ma allora dobbiamo parlare delle condizioni in cui cento detenuti ritenuti pericolosi (non importa se politici o comuni; tutti comuni secondo l'espressione detta da alcuni; ma certamente ci intendiamo: alcuni politici ed alcuni comuni scelti tra i più pericolosi; brigatisti gli uni e i più pericolosi, criminali di sequestri di persona organizzati, gli altri) possono essere tenuti nella situazione nella quale operano gli agenti di custodia nel carcere di Trani. E' un corpo di agenti di custodia di 11.000 persone rispetto alle 17.000 di cui dovrebbe essere composto, con ausiliari che devono guardare le spalle agli agenti di custodia di carriera che escono la sera con la paura che un giorno l'inesperto ausiliario possa diventare causa di una catastrofe; con ausiliari che chiedono la rafferma o chiedono di entrare nel corpo degli agenti di custodia e che, riconosciuti validi all'esame di leva per diventare ausiliari normali di servizio militare, vengono poi scartati p

er motivi fisici alla visita medica al momento del concorso per entrare a far parte del corpo degli agenti di custodia.

Un Ministro che ha avuto paura

Io potrei rimproverarle di aver fatto oggi una ricostruzione attribuendoci cose che non ci siamo mai sognati di dire. Invito a leggere i testi dei discorsi pronunciati in quest'aula e dei comunicati scritti fuori di qui. E a leggerli nelle righe e non tra le righe. Mi limiterò soltanto a dire che la sua intervista è del 17 gennaio e la dichiarazione di De Cataldo è del 19. Ma dobbiamo confermare il nostro giudizio, signor Ministro, che ad un certo punto un Ministro che, come abbiamo sempre sostenuto - e come noi riteniamo di aver fatto - si è mosso nell'ambito della correttezza e della legalità, ha avuto paura. Paura di che se non di quel partito che ha visto oggi perfino negli assensi oltre che nelle parole convergere il senatore Marchio e il senatore Fiori? E in nome di questa paura lei ha annunciato qui i primi cedimenti, i veri cedimenti: quelli dello stato di diritto che piega il capo alle Brigate rosse e a coloro che vogliono dare la risposta che le Brigare rosse chiedono annunciando restrizioni nella

riforma penitenziaria, annunciando la risposta di sempre a problemi della sicurezza e dell'ordine pubblico che si è rivelata la risposta sbagliata.

Innanzitutto riforma del corpo degli agenti di custodia

La riforma delle carceri aveva bisogno di strutture, innanzitutto della riforma del corpo degli agenti d custodia, una riforma che si attende ancora da sette anni. Potremmo e dovremmo parlare della politica carceraria perché le cose che diceva poc'anzi il senatore Gualtieri hanno una loro spiegazione anche nel tipo di politica carceraria che si è scelta. Si è parlato e si dice che le carceri di massima sicurezza servono ad isolare. Ad isolare come, se uniscono poi il fior fiore della criminalità politica e comune dando le migliori possibilità di reclutamento, o di alleanza nelle rivolte e nei tentativi di fuga, ai brigatisti rossi?

E allora discutiamone, ma seriamente. Ma lei di fronte ai problemi che riguardano le strutture, le riforme, di fronte ai problemi di dotare la polizia, gli agenti di custodia, la giustizia degli strumenti di cui hanno bisogno si accinge a dare la risposta di sempre, nel caso specifico quella delle restrizioni generalizzate della riforma penitenziaria.

E' questo cedimento, è questo voltafaccia, questa paura, all'indomani di un comportamento che è stato legale e corretto che ci fa ritenere che lei non dovrebbe più sedere a quel posto perché queste sono le debolezze di cui deve aver paura il suo Governo, questo Parlamento e la Repubblica.

Signor Presidente, signor Ministro, ha già detto il senatore Stanzani Ghedini che la nostra decisione di recarci a Trani era già maturata prima del comunicato n. 8 delle Brigate rosse. Questo comunicato, con il riferimento ai comitati cosiddetti ``di kampo'' di Trani e di Palmi, ci costringe a riesaminarla.

Andiamo a Trani invece che a Palmi

Ma confermiamo la nostra linea, annunciamo che ci recheremo a Trani ed aggiungiamo che, eventualmente, poi, ci recheremo a Palmi dove si trovano Curcio e sembra, a cura dello Stato, l'intera direzione strategica delle Brigate rosse racchiusa in quel carcere speciale. Andiamo invece a Trani; si è parlato di irregolarità, lei ha parlato di irregolarità, di travalicamenti delle nostre funzioni, signor Ministro. Noi diciamo e ribadiamo che ci siamo mossi rigorosamente nell'ambito dei nostri compiti, delle nostre funzioni, delle nostre prerogative, nel rigoroso ambito della legge e della Costituzione; e nell'ambito di queste funzioni e nell'ambito della legge ci muoviamo per non stare fermi, per esplorare tutti gli spiragli di comprensione, di conoscenza che possano contribuire a salvare la vita di D'Urso. Sono i giornali che parlano di trattative in quei giorni; è il dibattito di oggi che è ancora viziato, inquinato dalla logora polemica sul cosiddetto partito della fermezza, e il cosiddetto partito della tratta

tiva. Noi non abbiamo mai fatto parte né dell'uno né dell'altro. Per noi la fermezza non può significare lo star fermi, il restare inerti a subire i colpi del nemico. E chi con tanta facilità, contro la Costituzione, parla di stato di guerra, di guerra da combattere contro nemici clandestini e invisibili, sembra ignorare che la dimensione della guerra moderna è innanzitutto quella della guerra psicologica, dell'iniziativa propagandistica e politica contro il nemico.

``Non trattativa, mai; dialogo''

Ci muoviamo dunque per capire e comprendere, ci muoviamo per salvare la vita di D'Urso, per esplorare ogni margine possibile per questa possibilità di vita, ci muoviamo annunciando che ci recheremo a Trani per accertare le condizioni del carcere, dei detenuti, degli agenti di custodia e per raccogliere la voce dei detenuti, quindi per raccogliere anche, certo, tutte, le informazioni e le valutazioni che possano giovare alla lotta per la vita di D'Urso che noi riteniamo coincida con la lotta per la vita della Repubblica. Il suono delle nostre parole è limpido; esse possono essere ignorate o deformate, come i nostri comportamenti, per inquinarle e intorbidarle. E' ciò che normalmente avviene in questi giorni nel linciaggio a cui siamo stati sottoposti. Aveva scritto Marco Pannella su Lotta Continua il 24 dicembre nella lettera ai ``compagni assassini delle BR'': "nessuna trattativa; non c'è trattativa possibile degna di rispetto da qualsiasi parte se imposta dalla violenza, con la paura, con il ricatto. Si dis

obbedisce agli ordini ingiusti: è un dovere; non si collabora con chi compie violenza: è un dovere. Non trattativa, mai; dialogo".

"Ferrara Maurizio". E che vuol dire dialogo?

"Spadaccia". Dialogo per salvare la vita di un uomo; dialogo con la volontà e la speranza che con le parole, le parole pronunciate attraverso ``Radio Radicale'', senatore Ferrara, non attraverso altri mezzi, le parole dei nostri comunicati, le parole che pronunciamo anche qui in quest'aula, per capire, perché le parole, le azioni non violente, le azioni legittime, costituzionali possano valere a disarmare per una volta, come hanno per una volta contribuito a disarmare, le pistole dei sicari e dei killer che potevano troncare la vita di D'Urso...

"Ciacci". Questa volta li avete armati.

"Spadaccia". ...come su quella di Galvaligi.

"Marchio". L'hanno ammazzato Galvaligi.

"Fiori" Delatori!

"Spadaccia". Cito ancora dalla stessa lettera di Pannella: "Occorre questa volta, a differenza di quanto era accaduto durante il caso Moro che il Partito radicale e il movimento democratico di classe, il movimento non violento, che coloro che credono nell'umanesimo giuridico e nello Stato di diritto, che quanti non intendono sacrificare ad un progetto d'uomo o di società l'uomo e la sua vita, che i rivoluzionari non rivoluzionisti e i riformatori non riformisti riescano ad approfondire a tal punto le loro convinzioni e a rafforzare in modo tale da consentire a questa vicenda un esito di vita, di umanità, di crescita del diritto, di deprimento e di sconfitta dalla violenza".

La crescita del diritto

E la crescita del diritto, la crescita dell'iniziativa dello Stato nel suo complesso, anche in termini di conoscenza del fenomeno che vuole combattere, sono gli obiettivi conseguiti, a differenza di quanto avvenne durante il rapimento di Moro, nella vicenda D'Urso e che sarebbero visibili a tutti se il partito della cosiddetta fermezza, sconfitto in quei giorni nei suoi intenti di inerzia e di morte, non volesse oggi oscurare questi obiettivi e renderli invisibili nella sua tenace ottusità. In quei giorni quel partito attendeva un cadavere perché su di quello doveva erigere e portare avanti un disegno oscuro. ("Vivaci ineterruzioni dall'estrema sinistra").

Faccio presente, signor Presidente, che sono stato in assoluto silenzio anche quando siamo stati insultati in quest'aula e non abbiamo interrotto nessuno. ("Interruzione del senatore Guerrini"). Senatore Guerrini, lei sa di mentire quando dice queste cose. Comunque noi eravamo mossi anche da un altro scopo!

"Fiori". Avete inventato una tangente sul terrorismo; il 20 per cento di pubblicità sui fatti del terrorismo!

"Spadaccia". Eravamo mossi da un altro scopo: guadagnare tempo per le indagini, tempo per lo Stato, tempo per la vita di D'Urso, nella speranza che il tempo guadagnato potesse comunque portare fino al covo dove D'Urso era tenuto prigioniero. Non avevamo avvertito il Ministro perché non c'erano autorizzazioni da dare o da chiedere.

"Marchio". Siete andati a casa del Ministro!

"Spadaccia". E' stato il Ministro a cercarci la mattina stessa del nostro arrivo a Trani e a parlare per telefono con De Cataldo. Si è parlato di Trani come se Trani...

"Marchio". Che cosa si sono detti?

"Spadaccia". Non abbiamo alcun problema a dirlo! Senatore Marchio, la informo che abbiamo già presentato relazioni sulla visita a Trani al Presidente del Senato e al Presidente della Camere, ai Presidenti delle Commissioni giustizia delle due Camere e quindi può chiedere su questo in Commissione giustizia un dibattito!

"Marchio". Vi sono molti "omissis"!

"Stanzani Ghedini". Senatore Marchio, l'ha già letta?

"Spadaccia". Con chi crede di aver a che fare, senatore Marchio? Con i democristiani? Con Bisaglia? Non abbiamo bisogno di mentire: la nostra forza è nella verità semplice e chiara delle cose che sono state fatte.

"Presidente Fanfani". Senatore Marchio, se lo vuole, può chiedere al Presidente della Commissione giustizia di avere una copia della relazione che i colleghi radicali hanno presentato.

"Marchio". Ci sono molti "omissis"!

Gli omissis non ci sono

"Presidente Fanfani". Io l'ho letta e almeno formalmente questi non ci sono.

"Spadaccia". Eventualmente la integreremo. Ad ogni modo. signor Presidente, siccome il Regolamento mi assegna un certo tempo per svolgere la mia interpellanza...

"Presidente Fanfani". Le calcolerò i tempi come fa l'arbitro alla fine di ogni partita ("Ilarità").

"Spadaccia". Si è parlato di Trani come se a Trani non per uno, ma per ben tre giorni fossimo stati i padroni del carcere, come se non esistessero autorità penitenziarie, giudici di sorveglianza, corpo degli agenti di custodia, come se il Ministro non fosse il responsabile di una amministrazione burocratica complessa financo pignola e sedesse invece su un enorme vuoto di potere e di responsabilità. Si è fatto di peggio: si è parlato di irregolarità gettando ombra su funzionari e giudici che le avrebbero consentite. Questo non è mai avvenuto perché irregolarità non si sono verificate e di tutto ciò che è avvento il Ministero, e quindi il Ministro, era a conoscenza e non poteva non essere a conoscenza - lo affermo responsabilmente - ora per ora, nei tre giorni che siamo andati a Trani.

"Ferrara Maurizio". Parlaci di Pannella.

"Spadaccia". Ci arriverò se avrai la pazienza di aspettare. Nei tre giorni che siamo stati a Trani abbiamo avuto problemi solo con il Procuratore della Repubblica De Marinis, il pomeriggio del primo giorno e mai con il Ministero. Anche i problemi con il Procuratore della Repubblica che riguardavano la giusta esigenza, difficile da assicurare, di non interferire con l'istruttoria sulla rivolta, sono stati evidentemente risolti in modo positivo, se gli stessi problemi non si sono mai riproposti nei due giorni successivi. Si è detto e ripetuto di assemblee, mai avvenute; si è parlato di trattative per la salvezza di D'Urso con delegazioni di detenuti, trattative mai avvenute; e la delegazione era formata su proposta e iniziativa del direttore nell'ambito rigoroso delle possibilità offerte dalla legge penitenziaria, e con quella delegazione si è discusso di docce, di sopravitto, di condizioni mediche dei feriti e dei contusi.

Le relazioni affidate ai Presidenti delle Camere

La nostra testimonianza e la nostra relazione sono affidate ai Presidenti delle Camere, unici interlocutori competenti a riceverle, ma il nodo della polemica e del problema è evidentemente altrove: è nell'accusa secondo la quale ci saremmo prestati a divenire megafoni delle BR. E' il problema della pubblicizzazione del documento ricevuto dalle mani del brigatista detenuto Seghetti. Diciamo a Seghetti, nel riceverlo, che sarà consegnato al Ministro e all'autorità giudiziaria, diciamo che non siamo postini di nessuno e che pertanto ci riserviamo la nostra valutazione e la nostra decisione su di esso: la nostra e non di altri.

Subito dopo, alle ore 14 del primo giorno che siamo a Trani, quel documento viene consegnato in fotocopia al direttore del carcere, quindi sicuramente il Procuratore della Repubblica ne è informato e quindi il Ministero non può non esserne informato. Quel documento rimane nelle nostre tasche fino alle ore 20; quindi con noi, in carcere, dalle 14 alle 20, in 6 ore, nessuno ci chiede di consegnarlo. Solo il direttore lo aveva fatto ma poi aveva desistito: ci saremmo naturalmente opposti a questa richiesta ma, se ci fosse stato ordinato, ci saremmo ricolti al Presidente del Senato, al Presidente della Camera, nostri interlocutori; ad essi lo avremmo consegnato o al direttore per consegnarlo ad essi.

Ritenevamo di agire nell'ambito delle nostre prerogative, ma nessuno ha agito in maniera differente nell'ambito delle sue e quando De Cataldo a Roma mostrerà a Sarti il documento, nessuna iniziativa di sequestro neanche allora viene decisa: il Ministro "sorridente - sono le parole di De Cataldo - si limita a dire che, come Ministro, non può non chiedere di non pubblicarlo", di non renderlo noto. Non diffida, non sequestra, non fa comunicati. Il Ministro "non può chiedere", "sorridente"...

Ridicole accuse di essere fiancheggiatori

In una vicenda durata dieci giorni, dal momento del nostro ingresso al carcere di Trani, tutto deve essere appiattito dalla polemica intorno alla ridicola accusa dei radicali fiancheggiatori, dei radicali megafoni o, peggio, complici delle BR...

"Fiori". Compagni dei compagni assassini.

"Spadaccia". Noi teniamo quel documento tre giorni, lo rendiamo noto alla stampa solo il pomeriggio del terzo giorno, quando dalla mattina sono in vendita tutti i giornali italiani con la notizia, sparata in prima pagina, che da Palmi Curcio aveva graziato D'Urso, quando da 24 ore qualcuno era uscito da un incontro con Curcio recando questa notizia e recando un documento, consegnato al direttore del carcere e al giudice di sorveglianza. Quella notizia è palesemente contraddetta da quel documento oggi noto. Noi lo sappiamo; non a Trani lo apprendiamo, ma da altra fonte: lo dovevano sapere e lo sapevano anche coloro che avevano responsabilità di stampa, come traspare non dai titoli o dalla maggioranza dei titoli dei giornali, ma dal contenuto di molti articoli.

A questo punto si scatena il furore

Chi aveva interesse a creare questo equivoco? Qualcuno all'interno dei brigatisti di Palmi o qualcuno altro altrove? Non lo sappiamo, non ci interessa: ci interessa diradare questo equivoco che riteniamo possa spianare la strada all'uccisione di D'Urso. E' certo che solo dopo che la stampa del preteso "black-out" ha sparato in prima pagina la grazia di Curcio, noi consegnammo alla stampa il comunicato di Trani e solo dopo De Cataldo e Pannella si recano a Palmi per tentare di comprendere la situazione. A Palmi non avviene nessuna visita. La visita del carcere di Palmi deve ancora avvenire. Pannella e De Cataldo si recano - è detto nel comunicato - a preparare una eventuale visita, ma anche questo diventa un motivo di speculazione per un cronista del "Corriere della Sera", divenuto direttore dell'ammiraglia dell'impero Rizzoli, non dimentico dei tempi in cui mandava giornalisti ad intervistare per conto non solo del giornali ma dei servizi. Per una legge penitenziaria che attribuisce diritto di visita in carc

ere a numerose categorie, e a tutti gli eletti, si pensa di contestare al leader di un partito, deputato europeo e fino all'altro ieri deputato italiano, due volte eletto in questo Parlamento e si imbastisce l'accusa di un preteso documento scaduto. E' a questo punto che si scatena il furore. Scalfari lo dice esplicitamente: rendere noti i documenti espone la stampa a prendere una decisione, a scegliere la pubblicazione o la non pubblicazione. E' il falso problema del cosiddetto "black-out" come se anche noi non ci fossimo posti questo problema, come se chi parla di concorso possibile in termini tecnico-giuridici del reato potesse cancellare dai codici, anche dal codice Rocco, quello stato di necessità con il quale abbiamo dovuto fare i conti, assumendoci le nostre responsabilità pronti a difenderle e a sostenerle in qualsiasi sede. Ma le nostre tesi sul "black-out" vengono falsificate. Non abbiamo mai detto di essere contro il "black-out", noi che abbiamo polemizzato per anni con una stampa che ha sempre pu

bblicato tutto, non richiesta, sulle BR, anche in questa vicenda, sparando in prima pagina le notizie del ricatto. Non era vero che si creava un precedente. Si chiudeva soltanto - andatevi a leggere le difese di Spriano, sulla pubblicizzazione integrale dei documenti nel 1978 durante il caso Moro - un lunga catena di precedenti che questa stessa storia aveva creato. Noi chiediamo soltanto che in questa contraddizione fra le prassi finora seguite e la brusca decisione di interromperla, ci sia una presa di riflessione, un momento di saldatura e di transizione, che serva a definire le nuove "regole del gioco" e valga a concorrere alla salvezza di una vita. Noi diciamo di più: da domani stabiliamo un codice di comportamento che valga per il futuro; saremo i primi a difenderlo aggiungendo, rivolgendoci ad editori, direttori, giornalisti: non possiamo, non potete far rimbalzare sulla vita di una sola persona la catena dei vostri precedenti, la contraddizione che voi stessi, con i vostri comportamenti, avete creato

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I giornali che debbono farsi perdonare

E quali erano questi giornali? Erano i giornali che dovevano farsi perdonare, come Scalfari, le collaborazioni giornalistiche di Senzani, i giornali che definirò "amici di Senzani"; erano i giornali dell'impero Rizzoli, questo equivoco e torbido impero guidato da un giornale diretto da Di Bella che candida, non a caso, Pecchioli al Ministero dell'Interno, Pajetta la Ministero di Grazia e Giustizia ("Commenti dall'estrema sinistra"), che prende come portabandiera il prestigioso antifascista Leo Valiani ma unifica in questo momento sotto le sue file, come punto di riferimento il cosiddetto Governo Visentini, stalinisti di ritorno, forcaioli d'antica data, finanzieri della finanza massonica e vaticana, gli Ortolani, i Galli, quelli del Banco Ambrosiano e la nuova finanza, quella cosiddetta laica. Così i due fronti della finanza italiana che si sono sempre combattuti per la prima volta si saldano. Questo è il gioco sulla vita di D'Urso in quei giorni.

Qualcuno ha fretta, qualcuno magari, giocando come un apprendista stregone, vuol far saltare il debole governo Forlani per formarne uno ancora più debole, esposto a tutti i colpi; apprendisti stregoni che spianano la strada a ben altri pericoli. Qualcuno ha fretta perché deve risolvere con posizioni di forza dibattiti interni nel proprio partito a svolte storiche di Salerno o di altro ("Commenti dall'estrema sinistra"). Questo superpartito della fermezza è stato sconfitto dalla salvezza di D'Urso ed ha tentato e tenta in questi giorni di prendersi la rivincita. Non ha avuto un cadavere, non ha avuto l'avallo del Quirinale che aveva, con Scalfari, sollecitato e tentato di accreditare; è scavalcato da nuove polemiche, anche esse in gran parte fuorvianti, ma che portano lo scontro in altra direzione.

Il Ministro offre inesistenti negoziatori radicali

E' a questo punto, signor Ministro, che lei cede a questo partito, il quale ha bisogno di dimostrare uno Stato debole e capitolardo, con linguaggio dannunziano, fiumano, fascista e lei gli offre gli inesistenti negoziatori radicali; gli offre le pretese inesistenti illegalità ed irregolarità dei radicali che avrebbero carpito la sua buona fede, ineffabile ministro Sarti, e tradito la sua fiducia. Si affretta perfino, sconfinando dai suoi compiti e dai suoi doveri, a violare il segreto istruttorio e lo viola non per rivelare quello che hanno detto le Brigate rosse, che non ci meraviglia e non ci tocca, perché è logico che le Brigate rosse, ci chiamino sciocchi demagoghi, come siamo sciocchi demagoghi agli occhi di molti insulsi sostenitori del cosiddetto partito della fermezza, ma per rivelare alcune cose che fanno parte del segreto istruttorio, approfittando di un magistrato che nella sua prima conferenza stampa difende rigorosamente il segreto istruttorio, per fornire questi elementi a Scalfari e non ad alt

ri della stampa italiana.

A questo gioco non ci prestiamo. Le Brigate rosse vogliono dimostrare che lo Stato di diritto non esiste ma esiste soltanto uno Stato fondato sulla violenza di classe. Cede alle Brigate rosse chi offre loro questa dimostrazione: il partito della cosiddetta fermezza vuole ciò che le Brigate rosse chiedono. E' qui il vero fronte del cedimento ed è su questo fronte della vera fermezza di chi crede nei valori dello Stato di diritto che lei ha avuto mancanza di coraggio. signor Ministro.

Siamo in un paese in cui Gioia viene assolto perché ha violato le leggi dello Stato; lei che non ha violato nessuna legge dello Stato; lei che si era comportato secondo la legge, ha sentito invece il bisogno di avallare la tesi delle illegalità, quasi che solo un Ministro che si comporta contro la legalità e tollera illegalità possa essere difeso in questa Repubblica.

Questo è il motivo per cui anch'io, anche se con altre motivazioni, signor Ministro della giustizia, ritengo che lei bene farebbe a lasciare ad altri il suo posto di responsabilità.

 
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