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Gandus Valeria, Pannella Marco - 10 agosto 1981
Si fa presto a dire fame
Pannella digiuna di nuovo

di Valeria Gandus

SOMMARIO: Dal 20 agosto smetterà di mangiare fino a quando non avrà la garanzia che qualcosa verrà fatto per aiutare alcuni milioni di affamati in tutto il mondo. In questa intervista Marco Pannella parla del suo "ennesimo" digiuno e delle polemiche che provocherà. La gente sapeva, prima che morisse, perchè Bobby Sands digiunava, non sa invece niente delle ragioni per cui i radicali praticano l'estrema arma della nonviolenza. Lo sciopero della fame nonviolento non è un suicidio. Le nostre lotte presuppongono e nutrono speranza non disperazione.

(PANORAMA, 10 agosto 1981)

"Domanda." Di' la verità, Pannella, non ti vergogni un pochino a iniziare questo ennesimo digiuno a base di cappuccini dopo che in Irlanda i militanti dell'Ira sono andati fino in fondo?

"Risposta." Fino in fondo alla loro follia di terroristi o di soldati... Ma non accetto il tono della domanda né la domanda stessa. Non si tratta di vergogna o di fierezza. Quel che so è che i grandi nonviolenti, Gandhi, Martin Luther King non sono morti di digiuno, ma di piombo, piombo di pistola e piombo di stampa. Rischiavano la vita contro la morte, non la morte contro la vita.

D. Ma gli irlandesi...

R. Rispettiamoli e aiutiamoli, per le ragioni che hanno, non per il loro sacrificio. Essi accettano l'assassinio politico e lo praticano, arruolati in un esercito sia pure clandestino. Per la causa, se viene ritenuto necessario, se non possono più immolare corpi di altri, immolano il loro. Per convinta disciplina di soldati, per l'indipendenza, per quel che vuoi...

Sono episodi cupi, tragici, veri inni alla morte come strumento di vittoria contro gli altri. Ma anche una dimostrazione...

D. Quale?

R. I violenti ridicolizzavano, fino a pochi anni fa, la nonviolenza, i digiuni, come espressioni di anime imbelli. Oggi si rendono conto, che la nonviolenza può essere un'arma efficace, e tremenda. Un estremo ricorso quando la violenza si rivela inutile. Ma in realtà usano in modo violento armi nonviolente: così continuano a dover morire e a dover ammazzare.

D. La gente, l'opinione pubblica, però, è rimasta profondamente colpita e commossa dai digiuni mortali degli irlandesi, mentre appare sempre più tiepida nei confronti di quelli, ormai numerosissimi e non mortali, dei radicali...

R. Tu parli dell'opinione pubblica. Ma di quale? Quella informata, o quella disinformata dalla stampa?

D. Oddio, non attaccherai di nuovo a lamentarti che radio, televisione, giornali non danno spazio alle vostre iniziative...

R. E invece confermo - e i lettori sono dei buoni testimoni - che in Italia dei nostri digiuni non si sa mai bene né le condizioni, né gli obiettivi. Dico mai. Anche prima che Boby Sands morisse si sapeva perché digiunava, ma non perché Bonino, Aglietta, Cicciomessere e tanti altri stavano digiunando (era per potenziare la sicurezza carceraria, e difendere professionalmente e umanamente gli agenti di custodia).

E soprattutto non si devono conoscere le conquiste incredibili che abbiamo fatto con la nonviolenza, i digiuni, per oltre 15 anni.

D. Se permetti c'era una certa differenza tra Boby Sands (che si sapeva per certo destinato a morire) e l'ennesimo digiuno del solito gruppo di radicali...

R. Lo vedi, anche tu dici "ennesimo" digiuno, in senso spregiativo...

D. Ma perché non ti chiedi come mai viene usato questo aggettivo? Non ti sorge il dubbio che la gente sia un po' stufa?

R. Anch'io. Lo sto ripetendo: non ci si può interessare a quel che si ignora e di cui si legge tutt'al più: "Ennesimo digiuno radicale", punto e basta. Gli raccontate come De Michelis si maschera a carnevale e se Longo starnutisce. Ma le foto - quanto eloquenti! - dei radicali in digiuno, guarda caso, non si vedono.

D. Mi risulta comunque che anche all'interno del Partito radicale ci siano dissensi sull'uso così frequente dell'arma del digiuno. Marco Boato, per esempio, sembra non crederci più...

R. Boato è un caro compagno. Ma non fa parte, né ha mai fatto parte, del Partito radicale. Personalmente lui ha - credo - anche digiunato una volta, ma la corrente politica cui appartiene o dalla quale proviene - quella di Lotta continua - ha tutt'altra storia dalla nostra, e sui digiuni ha a lungo ironizzato...

D. Oggi sono altri a fare dell'ironia. Sull'autenticità dei tuoi digiuni, sui famosi cappuccini che ti concedi in quei periodi, per esempio. Circolano le voci più strane: che ci metti dentro chissà che cosa...

R. I digiuni ha una sola, controvertibile prova evidente: le fotografie, e un'altra lo è meno ma è altrettanto e ancor più scientifica: le analisi e le diagnosi dei medici. I bollettini medici li abbiamo sempre resi pubblici. Noi ma non la stampa. Quanto alle foto vi prego di pubblicarne qualcuna. Ripeto: se la serietà dei digiuni nonviolenti si misura con la morte, allora Gandhi, Martin Luther King non erano seri, non digiunavano, non erano nonviolenti. La verità è che un digiuno è innanzitutto il bruciare delle cellule, l'invecchiamento accelerato di tutti gli organi, a cominciare da quelli cerebrali. Gli occhi, i capelli, i denti, il cervello e tutti, tutti gli organi a ogni giorno di digiuno "vivono" ben altro che un giorno. E più si va avanti e più accelerato è il processo. Vi sono poi vari tipi di digiuno, tutti egualmente seri: i prigionieri nelle carceri, lo stesso Gandhi, Danilo Dolci, in genere digiunavano a letto, risparmiando al massimo le energie. Noi invece raddoppiamo gli sforzi, non risparmia

mo energie ma anche non ci debilitiamo a letto, abbiamo una attività straordinaria proprio per ottenere ogni volta gli obiettivi che ci prefiggiamo e che consistono sempre nell'esigere che il potere rispetti la sua propria legge, non che subisca la nostra volontà.

Se poi prendiamo tre cappuccini il conto è presto fatto: 40 calorie di latte, cento di zucchero. Se mettiamo nel conto la nostra attività siamo più che pari. Perché allora li prendiamo? Tentiamo di evitare che il primo organo colpito sia il cervello, il sistema che ha più bisogno del zucchero. Di evitare il rischio di restare "non-morti" oggetti con la sola parvenza di vita: dei morti che si ignorano. Vogliamo fino all'ultimo, se possibile, essere coscienti di quel che facciamo, continuare o smettere. E vogliamo resistere nella lotta al meglio e più a lungo possibile.

D. A me sembra che il tuo cervello funzioni benissimo...

R. Non scherzare. Come funzionerebbe altrimenti? Tu, tu, che ne sai? Ma la "natura" è anche un miracolo continuo. Posso fare un'ipotesi? Noi non utilizziamo in genere che una percentuale del potenziale cerebrale che abbiamo. E se con un digiuno si perdesse sì una parte di potenziale cerebrale, ma quel che resta venisse utilizzato in percentuale molto superiore?

D. Oltre allo zucchero prendi anche qualcos'altro?

R. Vitamine, sali minerali, l'ho già detto...

D. Ma allora che digiuno è?

R. Lo sciopero della fame nonviolento non è suicidio. Non è autodistruzione. Per i nonviolenti non è una sorta di olocausto, come per gli irlandesi.

Smettiamo di cibarci, nutrirci, non di curare in ogni modo possibile la nostra esistenza, il nostro stesso organismo. Tutto quel che non è cibo, che non è caloria, che non nutre energeticamente, minerali, vitamine, acqua in particolare, che aiuta la resistenza del corpo, della vita, tutto questo è giusto e doveroso prenderlo. Gandhi prendeva sale. Cerchiamo, speriamo di resistere per battere la violenza contro la quale stiamo letteralmente "dando corpo", oltre che parola, scritti, dialoghi, lotta, attività, organizzazione, predicazione anche. Le nostre lotte presuppongono e nutrono speranza, non disperazione...

D. Quale tipo di speranza?

R. Di convincere non di vincere. Ma non certo quella di convincere gli altri a subire le nostre tesi. Chiediamo in genere al potere di rispettare lui per primo le leggi che impone. Le nostre battaglie per i diritti civili, il divorzio, l'aborto, mai una volta sono state fatte sfidando il Parlamento. Abbiamo sempre lottato per far applicare leggi e regolamenti già esistenti, per esempio rispettare il regolamento delle Camere che esigeva in 40 o 80 giorni, o in un anno di discutere sull'aborto. Insomma, si trattava per noi di esigere il dovuto e per loro di rispettare le regole.

D. E questa volta, con lo sciopero della fame che inizierai il 20 agosto che cosa ti proponi di ottenere?

R. E' terribilmente semplice: la sopravvivenza per dodici mesi di almeno un decimo delle persone che nel 1982 stanno per essere sterminate dalla fame. E' terribilmente semplice e terribilmente facile e poco costoso: basterebbero la volontà politica di farlo e meno, molto meno forse di 15 mila miliardi di lire. La commissione Carter affermava che con 12 mila miliardi di lire in un anno si possono pagare tutti i cereali necessari a impedire la morte per fame e malnutrizione di oltre trenta milioni di persone all'anno. Io sono meno ottimista, ma i fatti, i dati sono incontrovertibili.

Quest'anno si spenderanno in armamenti almeno 650 mila miliardi di lire. Basterebbe spendere qualche spicciolo in meno, per salvare decine di milioni di donne e uomini. Se la gente sapesse. Invece i potenti sanno, ma hanno paura che si sappia. Non c'è che Pertini che grida il suo sdegno, la sua pena... e qualche pontefice. Ma quel che è più atroce è che da MacNamara a Brandt, dalla Banca mondiale a tutti gli enti specializzati tutti concordano con l'affermazione che solo investendo nel salvataggio, del Terzo e del Quarto Mondo, investendo nello sviluppo, l'Occidente può uscire dalla crisi economica e sociale che l'attanaglia...

Uno fra i nostri problemi è di far sapere - lottando per questo - che è possibile, quasi facile, superare questo flagello, interrompere questo sterminio.

D. E come?

R. Faccio mio quello che dicono, ingiungono i Nobel ("vedere riquadro qui sopra," ndr).

D. E cioè?

R. Loro sostengono: bisogna votare in un modo diverso, fare variazioni di bilancio, nuove leggi, e usare "poche ma durature armi: quelle della democrazia politica, le grandi azioni nonviolente gandhiane". Perché altrimenti questa cifra di morte diventa una cifra obbligata nel nostro avvenire. Insomma, come ha detto Pertini commentando il manifesto del Nobel, bisogna "insorgere", un'insurrezione nonviolenta, naturalmente.

D. E che voi praticate già da molto tempo...

R. Sì, e con dolore. Constato che siamo l'unico partito in Europa e forse nel anche mondo ad aver fatto di questa lotta una priorità assoluta: come i Salvemini, i Rosselli, gli Ernesto Rossi negli anni Trenta contro le barbarie nazi-fascista. Forse - e per ora - con minor merito ma con maggior successo di loro, se da tutte le sedi internazionali più prestigiose ci giungono incoraggiamenti, se il Senato belga ha votato all'unanimità un documento che avevamo ispirato, se in dieci Parlamenti si stanno discutendo le nostre iniziative, e proposte.

D. Tornando al tuo digiuno, che cosa chiedi, quali sono i punti irrinunciabili?

R. Interromperò lo sciopero della fame solo quando avrò la garanzia della sopravvivenza per 12 mesi di circa un decimo (un quindicesimo, vedremo) delle persone altrimenti certamente in punto di morire nel 1982. Altri dovrà occuparsi degli altri nove decimi.

D. E' un calcolo difficile da fare.

R. Sì, e infatti stiamo lavorando con dei demografi per fare un po' di chiarezza sui numeri. Ma restiamo pur sempre fra i tre e i quattro milioni di persone.

D. Ma concretamente come potrebbe rispondere un governo fra quelli cui ti rivolgi in tutto il mondo?

R. Facciamo un'ipotesi. Il governo annuncia "urbi et orbi" che intende assicurare la salvezza di 4 milioni di persone. Deve avere il tempo di organizzare questo intervento d'emergenza sull'arco di 12 mesi. Per questo propongo la data del 1· gennaio per l'inizio dell'operazione. Il presidente del Consiglio riunisce un comitato di pochi ministri (Difesa, Esteri, Sanità, Lavori pubblici) e i capi di stato maggiore: nei giorni successivi convoca a Roma i direttori generali delle agenzie specializzate, una decina di personaggi prestigiosi, che accorrerebbero. Penso che il segretario dell'Onu Waldheim sarebbe della partita... con i cibi e i medicinali, dovrebbero sbarcare utensili, si dovrebbero creare infrastrutture, fornire progetti e piani, investimenti pubblici e privati per il breve, medio e lungo termine. I cassetti di dieci organizzazioni sono pieni di documenti su quel che si dovrebbe fare e quel che non si dovrebbe fare...

D. Avete in mente un piano di intervento?

R. Sapremmo benissimo cosa fare, se fossimo al governo o il governo. Ma non vogliamo commettere l'errore di metodo di stabilire confronti o negoziati sulle procedure operative o sui progetti. L'obiettivo è realistico, chiaro, necessario e su questo dobbiamo applicarci e confrontarci. Se ci si chiedesse un'opinione o di associarci anche al lavoro di attuazione della decisione, probabilmente - a certe condizioni - lo faremmo. Il problema è nella decisione. Lo sterminio può subito essere circoscritto.

D. Ma con quali mezzi? Quanti soldi ci vorrebbero?

R. Con tutti i mezzi: militari, innanzitutto (ovviamente disarmati). Finanziari: il che significa anche una serie di operazioni volte a sostenere l'economia del Paese anche nei confronti di terzi. Per il danaro servirebbe meno per il nostro obiettivo, forse molto meno, di 10 mila miliardi di lire. Mi vergogno quasi a farlo notare: ma sarebbe compatibile perfino con l'attuale corsa agli armamenti. Si convertirebbe solamente gran parte della spesa militare, quella operativa. Quest'anno la politica ufficiale investirà circa 670 mila miliardi di lire in armamenti: se si investissero alcune decine di miliardi di dollari per salvare dallo sterminio coloro che a oggi sembrano condannati si starebbe pur sempre in una percentuale irrisoria.

D. Ma per l'Italia la cifra resterebbe di per sé notevole.

R. Di per sé, certo. Quel che chiediamo, per ora, equivale all'ingaggio di un paio di migliaia di divi del calcio o al pagamento di altrettanti riscatti. Ma la posta, mi sembra, vale il gioco: quattro milioni di donne e uomini strappati alla morte, non duemila. Se la gente sapesse: cinquemila miliardi di lire è il prezzo di due sottomarini atomici in costruzione negli Usa. Due sottomarini da una parte, quattro milioni di sterminati per questo dall'altra.

D. E tu scioperi proprio per questo dunque: per convincere "i potenti", come li chiami ad assumersi le loro responsabilità...

R. ... consentendo alla gente che li elegge di sapere, tentando di informarla. Non so se ce la farò, se i radicali ce la faranno. Per quanto mi riguarda è bene esser chiari. La cosa più probabile è che moralmente io non ce la faccia e, in qualche modo smetta... poi che ci resti, senz'avercela fatta... poi farcela. Come sempre, con la nonviolenza, si gioca il possibile contro il probabile.

D. Quante incertezze! Ma come, non sei ormai un esperto di digiuni?

R. E allora? Gli "esperti" della guerra non muoiono, non perdono? Non siamo macchine, non robot programmativi, non fanatici. Siamo gente come ogni altra. Il minimo che sai ti possa accadere, in un digiuno, è che anni di vita siano bruciati con le cellule che bruci ogni settimana, che tutto in te - anche l'intelligenza - invecchi, si logori.

Hai i momenti di scoraggiamento. Hai momenti di apparente "saggezza": ma chi te lo fa fare? Ma chi ti credi di essere? Ma è una follia, hanno ragione quelli che si rassegnano... forse, ormai, si è già ottenuto molto... forse ne abbiamo già salvati milioni in questi anni... Occorre, credimi, intelligenza e cuori tersi, di cristallo. E ideali precisi, profondi. Ecco perché ti dico consapevolmente - non avendo in me che la felicità di vivere - che l'ipotesi più probabile è che moralmente io non regga.

D. Ma hai lo stesso fiducia nella riuscita di questa azione nonviolenta?

R. I dubbi sono su me stesso. Ho fiducia che questa azione sia giusta e necessaria. Soprattutto ho speranza. Il dover essere è altro che l'assolvere doveri. E poi, ora, i Nobel hanno chiesto, mi hanno chiesto di farlo, esplicitamente. A giudicare dalle reazioni di queste settimane, un po' ovunque, nel mondo e in Italia, c'è speranza, oggettivamente. E poi si deve riuscire. O noi o altri dopo di noi. O sarà la fine forse per tutti.

D. In questi ultimi tempi si fa un gran parlare della vita (la campagna contro l'aborto insegna) ma secondo te quanto è radicato nella gente il concetto che la vita è "sacra"?

R. Lo sto ripetendo da tre anni: come facciamo a esser credibili quando dinanzi all'infamia terroristica o alla morte per droga dichiariamo che la vita è sacra? Come attenderci che ci si muova per la casa, per l'occupazione, per la giustizia, per le pensioni, per il Sud e via dicendo, se lasciamo che si dilapidino somme folli in armi e si lascino sterminare mezzo miliardo di uomini e donne in un decennio? Come si può far temere anche ai potenti la follia della guerra, se li si lascia compiere questo olocausto senza precedenti, questa barbarie inedita nella storia? Lo ripeto: con che faccia andiamo a dire che la vita è sacra al ragazzo che abbiamo cresciuto e che si buca, all'altro che gioca da infame all'angelo sterminatore e assassina in nome della giustizia? Come possiamo parlare della vita finché continua questo sterminio?

D. La gente capirà, si convincerà?

R. Sono sicuro che se dieci persone si trovassero di fronte a due ragazzini che rischiano di morire, uno almeno sarebbe subito disposta a dare la sua vita al posto della loro. Qui ci sono invece quaranta milioni di creature sterminate all'anno e non si chiede a nessuno di morire ma anzi di difendere, con quella degli altri, la propria esistenza. Se la gente sapesse, se fosse informata, in Italia e nel mondo - come su Alfredino o sulle nozze principesche a Londra - lo sterminio per fame sarebbe già finito da dieci anni almeno.

D. Tu contro questo sterminio parli. E digiuni. Sei disposto anche a morire?

R. Tu vuoi sapere se con questo sciopero della fame metto in conto anche la morte. La risposta è sì: la mettiamo in conto tutte le mattine, quando usciamo di casa per immergerci in questo mondo.

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Quanti muoiono, perché muoiono

Quaranta milioni di persone ogni anno nel mondo muoiono di fame o malnutrizione. Di queste, 17 milioni sono bambini sotto i 4 anni. E sono sempre di più gli uomini che, pur senza giungere alla morte, vi arrivino vicino. Se nel 1974 la Fao stimava in 455 milioni il numero di affamati nei Paesi in via di sviluppo, nel 1980, secondo i dati della Banca mondiale, il numero era già salito a 780 milioni, con una previsione per il 2000, di un miliardo e 300 milioni.

Come si è potuti arrivare a una situazione così drammatica? Le radici del problema vanno cercate soprattutto nella struttura della produzione mondiale e del commercio di cereali che negli anni si è progressivamente sbilanciata: prima della seconda guerra mondiale i Paesi in via di sviluppo erano autosufficienti o addirittura esportavano cereali. Con il passare degli anni, la situazione si è invertita, fino ad arrivare, nel 1980, a un'importazione di cereali, da parte dei Paesi in via di sviluppo, pari a 20 miliardi di dollari, una cifra più o meno equivalente al deficit che gli stessi Paesi hanno per l'importazione di petrolio. In più, si calcola che le riserve mondiali di cereali siano ormai scese al di sotto del limite di sicurezza (calcolato dalla Fao al 17 per cento del consumo mondiale) con la conseguenza che, senza più un minimo di stock, il mondo dipende da raccolti ben superiori al normale. Nonostante la precarietà della situazione, non esiste nessun piano e nemmeno alcun accordo tra i diversi Paesi

sul che fare nel caso di una crisi mondiale mentre tutti appaiono invece preoccupati di aumentare le spese militari. Le hanno aumentate gli Usa (23,6 miliardi in più rispetto all'anno scorso) e anche i Paesi in via di sviluppo.

I pochi tentativi di accordi e negoziati per affrontare, se non risolvere, il problema della fame nel mondo, sono per ora miseramente falliti. I negoziati Nord-Sud a Parigi sono finiti senza alcun risultato. L'assemblea generale dell'Onu anche. La conferenza dell'Unido (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale) a New Delhi è fallita e la quinta sessione Unctad (conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo) a Manila ha avuto lo stesso esito.

E' anche per questa ragione, probabilmente, che 54 premi Nobel hanno deciso di smuovere le acque impegnandosi in prima persona e lanciando un appello dove chiedono tra l'altro "una nuova volontà politica e uno nuovo specifici organizzarsi... chi siano direttamente e specificamente volti - con assoluta priorità - a superare le cause di questa tragedia e a scongiurarne subito gli effetti".

 
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