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Teodori Massimo - 1 maggio 1982
La Banda Sindona (4) Dopo il 1974, il sistema Sindona e il ricatto
Storia di un ricatto: Democrazia Cristiana, Vaticano, Bankitalia, P2, Mafia, Servizi Segreti

di Massimo Teodori

SOMMARIO: Questo libro sulla vicenda Sindona - il cui autore è stato membro della Commissione d'inchiesta parlamentare - offre una interpretazione complessiva - "tecnica" e politica - dell'intera vicenda basata sugli elementi raccolti dalla Commissione stessa.

1. Come, quando e perché si disvela la trama del sistema di potere sindoniano.

2. Perché Sindona ebbe una grande ascesa e quali furono i padrini e gli alleati; quale sistema di potere si è costituito intorno a Sindona.

8. Perché avviene il crack, e come il sistema di potere mostra le sue contraddizioni.

4. Quale azione il sistema Sindona mette in atto per contrastare la caduta, e quali ne sono i protagonisti.

5. Le connessioni del sistema Sindona con la Loggia massonica P2.

6. Il significato della "fuga" di Sindona in Sicilia, quali i ricatti posti in essere, e il ruolo della mafia, della massoneria e dei Servizi segreti.

Massimo Teodori (1938), militante del Partito radicale fin dalla fondazione, nel 1955, è attualmente deputato al Parlamento. Professore di Storia americana, è autore di numerosi libri tra cui "La nuova sinistra americana" (1969) e "Storia delle Nuove sinistre in Europa 1956-1976" (1977), e coautore di "I nuovi radicali" (1977) e "Radicali o qualunquisti?" (1979).

("La Banda Sindona", GAMMALIBRI, maggio 1982)

4.1. L'obiettivo di Sindona: la revoca della liquidazione delle banche.

La liquidazione coatta amministrativa del 27 settembre 1974 apre la seconda fase della vicenda Sindona. Con la nomina del commissario liquidatore, avvocato Giorgio Ambrosoli, il banchiere internazionale perde il punto di appoggio di tutte le sue operazioni costituito dalla unificata Banca Privata Italiana. Non solo la banca è sottratta alla gestione di Sindona, cosa che era già di fatto avvenuta dal luglio precedente con l'ingresso del Banco di Roma, ma anche il controllo azionario del gruppo è nelle mani del commissario, e non è più possibile alcun tipo di operazioni, né con le banche, né con la Edilcentro e la Società Generale Immobiliare, né con la Finabank, e neppure con la holding familiare, la Fasco International, con sede all'estero.

Le conseguenze del crollo sono di diverso tipo. In primo luogo la documentazione bancaria per ricostruire le molteplici e intricate operazioni degli anni precedenti passa in gran parte nelle mani dell'autorità giudiziaria sicché, con una lunga e faticosa opera di indagine, il commissario liquidatore, avvocato Giorgio Ambrosoli, può cominciare a far luce sui molti misteri dei giochi di prestigio di Sindona, la maggior parte dei quali fondati sul denaro in partenza dalle banche italiane. In secondo luogo, con il meccanismo messo in moto dalla liquidazione così a lungo rinviata, prendono avvio, si accelerano o si concludono i diversi aspetti giudiziari della vicenda.

In ottobre, quasi contemporaneamente alla dichiarazione di fallimento della Franklin Bank viene spiccato dalla magistratura milanese il primo mandato di cattura per Sindona, in relazione ai reati commessi nella BU e nella BPF e risultati dalle ispezioni della Banca d'Italia del 1971-1972. Occorre notare a tal proposito il doppio ritardo che aveva contrassegnato questa vicenda giudiziaria: il primo della Banca d'Italia, e il secondo della magistratura; ritardo che era stato colmato soltanto dopo la dichiarazione di liquidazione. In terzo luogo vengono iniziati una serie di procedimenti civili che partono dalle due banche, ma che, a vario titolo, coinvolgono i protagonisti dell'affaire, sia all'interno del sistema sindoniano con la Fasco, l'Edilcentro, la Società Generale Immobiliare, ecc., sia il Banco di Roma e la Banca d'Italia, ognuno con i relativi strascichi penali.

Infine non è più possibile per Sindona ricorrere "apertamente" ai propri padrini politici per tentare operazioni al rialzo, come ancora era stato prospettato nel periodo della liquidazione con la proposta ad Andreotti e Fanfani di un prestito all'Italia per miliardi di dollari a tassi bassissimi, in quanto l'immagine di Sindona, da "prestigioso" banchiere, si è trasformata in quella di bancarottiere.

Da questo momento ha inizio una nuova fase dell'azione sindoniana che si protrae per cinque anni (fino alla primavera 1979), tutta tesa a perseguire l'obiettivo della revoca della liquidazione coatta. I progetti di salvataggio, le pressioni sulla magistratura, sui politici e sulla pubblica opinione, la mobilitazione di tutti gli alleati e i complici per un quinquennio è tesa a risolvere un teorema i cui termini sono assai semplici: se la liquidazione viene revocata, si semplificano, si sdrammatizzano e perdono di peso tutti i procedimenti civili avviati, con la conseguenza di smontare anche i correlati aspetti penali.

Sindona vuole sfuggire con ogni mezzo alla giustizia italiana, e per questo scopo mobilita ingenti forze di tutti i tipi, senza risparmio di energie e di iniziative: solo in un secondo momento la giustizia americana farà il suo corso e colpirà duramente, e abbastanza rapidamente, il bancarottiere che era riuscito a sfuggire e a ritardare le azioni intraprese in Italia. Se alla origine delle sventure sindoniane c'è la messa in liquidazione delle banche, allora il problema per il bancarottiere è quello di trovare i mezzi adeguati per arrivare a ogni costo alla revoca: mezzi legali e illegali che comprendono sia la prospettazione di soluzioni economico-finanziarie (i progetti di salvataggio), sia le azioni giudiziarie di difesa e di offesa, sia l'impedimento dell'estradizione dagli Stati Uniti all'Italia che avrebbe portato in carcere lo stesso Sindona, sottraendolo all'attivo lavorìo di collegamento nell'ambito di un sistema di potere nel frattempo messo in atto anche in America.

Tutto ciò è effettuato con un'opera di pressione che progressivamente assume sempre più le caratteristiche del ricatto nei confronti degli amici-alleati-protettori.

4.2. Le premesse, i termini e gli interlocutori del ricatto.

Sindona dovette rimanere stupito che si fosse giunti alla liquidazione delle sue banche italiane cui fece immediatamente seguito il fallimento della Franklin. Stupito che un sistema così saldo di coinvolgimenti, di alleanze e di protezioni, tale da configurare un vero e proprio sistema di potere di cui era entrato a far parte costituendone a sua volta un pilastro, potesse lasciarlo scoperto in balìa del corso "naturale" dei provvedimenti amministrativi che aveva sempre e agevolmente trasgredito, e quindi della giustizia che, sia pure lentamente, andava avanti.

Il bancarottiere per salvare se stesso si appella alla concreta solidarietà di coloro, uomini e istituzioni, che aveva favorito o con cui aveva avuto collegamenti e rapporti di reciproca connivenza. Con il Banco di Roma aveva fatto affari e si era inteso nel momento in cui la crisi era scoppiata, ricercando prima e consentendo poi che soluzioni di sistemazione globale passassero attraverso il subentro in alcune attività da parte della banca di interesse nazionale, i cui dirigenti erano in massima parte legati alla Democrazia cristiana, e i cui interessi avevano punti di intersecazione con il Vaticano. La Banca d'Italia aveva mostrato nella sua attività istituzionale "comprensione" per i metodi sindoniani e, nel periodo cruciale della crisi dell'impero, aveva apertamente scelto la linea del salvataggio morbido invece di quella dell'intervento drastico. Con la Democrazia cristiana poi, Sindona aveva addirittura stabilito un rapporto ufficiale di comuni affari e di numerosi favori nei confronti dei responsabili

amministrativi, suggellato dal consenso esplicito del segretario politico Fanfani. A ciò si aggiunga il rapporto di reciproca stima che aveva da sempre intrattenuto con Giulio Andreotti, influente leader del partito di maggioranza che sarebbe di nuovo divenuto dopo le elezioni politiche del 1976 presidente del Consiglio.

Sulla base di questi presupposti, Sindona ritiene di avere buon gioco nell'esercitare un'azione di pressione che di volta in volta assume anche le caratteristiche di minaccia e di ricatto per piegare il corso degli eventi a proprio vantaggio. Questa riguardava la revoca della liquidazione coatta, una revoca che sarebbe servita a dimostrare come le decisioni del settembre 1974 fossero dovute esclusivamente a un "complotto" di suoi avversari, che al tempo stesso erano avversari della DC e del mondo cattolico, teso a distruggere la figura del banchiere e la sua potenza finanziaria. Secondo Sindona la composizione della vicenda attraverso la revoca, che costituisce l'oggetto dei molteplici piani di sistemazione approntati dall'equipe legale dal 1975 al 1979, avrebbe anche fatto gli interessi generali compensando quella "distruzione di ricchezza" (l'avviamento delle banche) in cui a suo avviso si era risolto il provvedimento della liquidazione.

A una analisi accurata risulta al contrario evidente il carattere menzognero di una tale tesi, dal momento che nessun "equilibrio" del sistema bancario e nessuna "credibilità" internazionale dell'Italia era in gioco. Alla chiusura delle banche, persino con inusuale rapidità, tutti i creditori erano stati rimborsati, tutti i depositanti avevano recuperato i capitali e tutti i dipendenti erano stati assorbiti dal Banco di Roma.

L'interesse dei piccoli azionisti, tirato in ballo da Sindona stesso e con lui da vari personaggi che intervengono nella faccenda, dall'on. Massimo De Carolis a Giulio Andreotti, rappresenta un argomento specioso artificiosamente suscitato e utilizzato per fare da schermo alla difesa della posizione dell'unico vero interessato, cioè di Sindona.

4.3. La Banca d'Italia.

Pochi mesi dopo la liquidazione, il 10 febbraio 1975, Sindona dagli Stati Uniti scrive a Guido Carli, governatore della Banca d'Italia. Nella lettera sono contenuti esplicitamente i termini delle minacce e del ricatto che il banchiere in fuga vuole esercitare nei confronti dell'Istituto di emissione. Sindona cerca di intimidire il governatore per ottenere un'atteggiamento favorevole alla sistemazione, che comunque deve avere il beneplacito della Banca d'Italia. Lo fa in nome e sulla base proprio dei contraddittori comportamenti di Carli negli anni precedenti, allorché da un lato erano state bloccate le scalate per la creazione di una grande finanziaria, e dall'altro era stata data via libera all'attività a dir poco non ortodossa delle banche.

Sindona ricorda a Carli la contraddittorietà nel rapporto con il Banco di Roma, in un primo tempo sospinto a sostenere le sue banche e poi bloccato nella fase finale del subentro, nonostante vi fosse un accordo autorizzato dalla Banca d'Italia per cui le perdite della BPI sarebbero state assorbite, alla chiusura del nuovo esercizio, dal Banco di Roma. Rinfaccia tutta una serie di comportamenti "permissivi", quali l'autorizzazione alla fusione delle due banche nonostante la conoscenza dei bilanci irregolari, il parere favorevole all'aumento di capitale della Finambro e ad alcune operazioni relative nonché i giudizi positivi espressi nei suoi confronti per molti anni. Il bancarottiere quindi usa argomenti che ritiene possano costituire un efficace ricatto, alludendo alla pratica generalizzata dei fondi neri e delle partecipazioni nascoste nelle altre banche, ai consigli per l'utilizzazione dei fondi esteri, alla conoscenza di operazioni irregolari compiute dalla FASCO per la Centrale, la Banca Cattolica del Ve

neto, il Credito Varesino, la Pacchetti e la Finabank, e termina facendo riferimento alle operazioni in nero della Westminster Bank, per quattro milioni di dollari, e alle procedure illegittime messe in atto dal banchiere Enrico Cuccia della Mediobanca in una questione riguardante la multinazionale ITT. Così conclude: »Pensa veramente, dottor Carli, di uscire bene da tutta questa vicenda? Cosa glielo fa pensare? .

Questa lettera, la prima di una serie dallo stesso tono, è esemplare della tattica sindoniana: si tratta di ricordare agli interlocutori tutto quanto era stato consentito al limite o oltre la legalità negli anni del successo e di minacciare di mettere in piazza vicende riguardanti anche terze persone di cui Sindona era venuto a conoscenza quando rappresentava una parte importante del sistema di potere: il tutto al fine di ottenere nuovi trattamenti di favore. Nel caso della Banca d'Italia premeva a Sindona soprattutto ricordare il cambiamento di linea, dal salvataggio alla liquidazione, intervenuto alla conclusione della crisi e ribaltare la questione, con il ritorno alla sistemazione incruenta per la quale occorreva l'autorizzazione dell'Istituto centrale. Ripetutamente Sindona e il suo gruppo minacciano di mettere in piazza le vicende dell'estate 1974, provocando indagini che, a suo avviso, avrebbero potuto compromettere l'immagine dell'Istituto centrale.

Succeduto Baffi a Carli nel governatorato della Banca d'Italia, le pressioni non cessano, anche se non possono più essere compiute in nome di un atteggiamento vero o presunto del passato, la cui responsabilità ricadeva personalmente sull'ex governatore. Una nuova campagna è condotta contro Ambrosoli, reo, secondo Sindona, di essere un "servitore di centri di potere" e responsabile di "malefatte" nei suoi confronti .

Con il consueto tono minaccioso e allusivo, Sindona scrive il 17 marzo 1977 a Baffi: »Io l'ho avvertita per non sentirle dire un giorno, accusato di complicità e di correità, che lei non era al corrente della situazione; e per metterla in guardia da chi cerca di trascinarla nelle proprie responsabilità per costringerla a difenderlo .

Poi, quando la sua posizione peggiora giorno dopo giorno e si tratta di far valere con più efficacia la propria appartenenza al sistema di potere, Sindona mobilita anche nei confronti della Banca d'Italia gli "amici" politici, ed entra in azione la rete P2.

4.4. Il Banco di Roma.

Il coinvolgimento del Banco di Roma nella vicenda sindoniana era stato profondo e aveva assunto l'aspetto di una sorta di eredità durante la gestione controllata dell'estate 1974.

Come si è già messo in evidenza, la banca pubblica romana intendeva dividersi le spoglie dell'impero sindoniano subentrando nel momento della crisi e facendo poi seguire una regolarizzazione formale alla situazione di fatto determinatasi dal giugno 1974. Perciò, i dirigenti del Banco di Roma, e in particolare Ferdinando Ventriglia, non si rassegnano a uscire dalla scena quando viene dichiarata la liquidazione coatta. Del resto, con l'Immobiliare e una serie di altri affari, gli intrecci fra la banca e l'impero o ex impero sindoniano erano assai stretti, sicché anche dopo il crack il Banco di Roma rimaneva un interlocutore e un protagonista della vicenda sindoniana, con il duplice obiettivo di mantenere il più possibile coperta l'intricata vicenda dell'estate 1974 per non incorrere in responsabilità di vario tipo e di riprendere il progetto di utilizzazione delle spoglie delle banche sindoniane.

Sindona agisce a partire da queste condizioni, cercando di utilizzare le ambiguità di comportamento durante la gestione controllata dell'estate 1974, per farsi pagare il conto sul piatto della sistemazione. Inizia, come persona e come FASCO, una serie di vertenze giudiziarie che chiamano in causa la banca, minacciando continuamente di rivelare i termini dell'accordo "non onorato" dell'estate 1974 e tendendo al tempo stesso ad accattivarsi i dirigenti del Banco di Roma, rinviando la responsabilità del mancato accordo ad altri.

In questi termini Sindona scrive a Ventriglia una prima volta, contemporaneamente a Carli, il 28 febbraio 1975, e una seconda volta due anni dopo, il 18 luglio 1977, chiedendogli perché mai volesse continuare ad apparire come l'unico responsabile del crack: »Fino a quando Lei vorrà continuare a rendersi responsabile di azioni, di irregolarità e di reati commessi o fatti commettere da altri? ; quindi, in stile mafioso, lo avverte che qualora si fosse ben comportato non avrebbe avuto nulla da temere: »Sono aperto a un colloquio utile e sereno e ho sempre dato garanzia di lealtà a differenza di tanti altri comuni conoscenti .

I dirigenti del Banco di Roma non sono insensibili agli avvertimenti sindoniani, anche perché il loro interesse, in una visione tutta e solo espansionista della propria funzione, coincide, anche se con una contraddizione interna, con lo scopo del bancarottiere di rimettere in piedi la banca liquidata annettendosene gli sportelli, con la contestuale chiusura delle molte vertenze giuridiche e delle sempre pendenti possibili responsabilità penali nel frattempo sorte.

Molti conti restavano ancora aperti: la vicenda dei "500" pesava, e così quella degli altri rimborsi preferenziali; con la Generale Immobiliare e i successivi passaggi di mano ai palazzinari romani del giro vaticano di Arcangelo Belli non tutto era poi così cristallino; nell'ombra era rimasto ancora il modo con il quale il Banco di Roma o le società da esso dipendenti (SGI, ecc.) avevano chiuso l'enorme giro di contratti a termine su cambi e merci messi in atto da Bordoni con le consociate estere della Edilcentro, nelle quali era subentrata la gestione degli uomini della banca.

E cosi che, tra gli avvertimenti di Sindona, i propri interessi espansionistici e le azioni dei singoli dirigenti o personaggi gravitanti intorno alla banca, il Banco di Roma diviene elemento indispensabile per quasi tutti i progetti di sistemazione apprestati dall'équipe sindoniana. Nel primo progetto di salvataggio della seconda metà del 1976, chiamato interdipendente perché entravano in gioco sia la BPI che la SGI, al Banco di Roma viene assegnato il compito di estinguere i debiti della BPI, punto di partenza necessario per la costruzione del meccanismo del salvataggio.

Anche in una nuova ipotesi di salvataggio, lanciata nell'estate 1977, che comprendeva una scatola vuota sindoniana all'estero, la CAPISEC, il ruolo principale è assegnato al Banco di Roma, che manifesta disponibilità e accordo per interessamento del consigliere delegato Mario Barone, della cui nomina si è già riferito. Quando viene prospettata al commissario liquidatore Ambrosoli la sistemazione, la sua reazione è di affermare che »altro non sarebbe che un regalo di 127 miliardi, a fronte del quale la collettività non riceverebbe nulla se non una scatola vuota della CAPISEC e inoltre di commentare che »il progetto dovrebbe necessariamente avere appoggi politici per poter essere realizzato .

La presentazione del progetto è significativamente preceduta da un minaccioso memorandum »sull'urgenza e sulle modalità relative a una soluzione tecnica per la BPI in liquidazione che mette in guardia sulle probabilità che vengano alla luce »elementi tali da danneggiare la credibilità delle istituzioni e del sistema bancario; e che venga contestato a Ventriglia, Guidi e Barone il reato di bancarotta fraudolenta (e, si aggiunge, altri e ben più gravi reati potranno emergere nel corso delle indagini); e che venga coinvolta la Banca d'Italia .

Ancora dopo un anno, nell'agosto 1978, mentre la posizione civile e penale di Sindona si aggrava in Italia e negli Stati uniti, un ulteriore progetto apprestato dai solerti consiglieri e legali sindoniani, dopo il fallimento di tutti i precedenti tentativi, viene consegnato al direttore del Banco di Roma, avvocato Rubbi, e da questi approvato, acconsentendo a uno scambio di lettere contrattuali fra la FASCO, le tre banche di interesse nazionale che avevano costituito il consorzio subentrato alla liquidazione, il commissario liquidatore e il Banco di Roma.

L'accordo fra Sindona e Banco di Roma, con la disponibilità di quest'ultimo a sborsare in pura perdita una notevole somma (indicata in 10-15 miliardi), e cioè il salvagente che padrini e protettori lanciano al bancarottiere, è l'unico punto fermo di tutta la lunga serie dei tentativi di salvataggio che proseguono fino al 1979, quando ormai l'azione di Sindona da pressante e ricattatoria si fa anche criminale. In un ennesimo memoriale della primavera 1979 si dà ancora per scontata la disponibilità del Banco di Roma e si individuano le resistenze altrove: »La linea di accordo fra Sindona e il Banco di Roma sarà agevolata se verranno eliminate le parti civili (commissario liquidatore e piccoli azionisti) attualmente presenti nel processo penale .

4.5. Fortunato Federici.

Non c'è dubbio che la disponibilità del Banco di Roma derivava dal particolare ruolo che alcuni suoi dirigenti, e particolarmente Ventriglia e Barone, avevano giocato nella vicenda sindoniana prima e durante il crack, nonché dal legame diretto di questi banchieri con la Democrazia cristiana, che aveva proposto e imposto le loro nomine al vertice dell'istituto di diritto pubblico.

Ma, oltre ad essi, un ruolo importante di sostegno costante al sindonismo è giocato anche da un altro personaggio, l'ingegnere Fortunato Federici, che del Banco di Roma è al tempo consigliere d'amministrazione, e si configura nel triennio 1975-1978, non solo in ragione della sua qualifica e funzione di banchiere, come una specie di deus ex machina della trama sindoniana. Una siffatta presenza polivalente in tanti aspetti delle iniziative sindoniane sarebbe difficilmente spiegabile se si isolasse il Federici dal contesto dell'ambiente in cui operava e, soprattutto, dai legami preferenziali di rappresentanza che esso esprimeva.

Federici assume molteplici ruoli: oltre che dirigente del Banco di Roma, è indicato in rapporti di stretta cordialità con Giulio Andreotti e da questi officiato come "portavoce" ufficiale nella vicenda Sindona. Al tempo stesso l'inconfutabile (a questo proposito) testimonianza dell'avvocato Rodolfo Guzzi, con il quale collaborò in continuazione per mettere a punto la strategia d'azione sindoniana, indica in Federici un accanito difensore degli interessi di Sindona con il quale l'ingegnere romano ripetutamente si incontra a New York; e, per completare il quadro, sono molteplici le prove che dimostrano i legami stretti di Federici con Roberto Memmo, singolare finanziere italo-americano, membro della P2, che partecipa non si sa in quale veste alle riunioni del Banco di Roma, da cui viene ufficialmente incaricato di rintracciare i nominativi della lista dei "500", recandosi appositamente in Svizzera su mandato di Barone, e con la coppia piduista Gelli-Ortolani, con cui intrattiene rapporti di mediazione affarist

ica, oltre a essere egli stesso membro della loggia massonica "Giustizia e Libertà", secondo quanto afferma il libro di Roberto Fabiani "I massoni in Italia".

La presenza costante di Andreotti si staglia come un'ombra dietro l'attività del Federici, il quale rappresenta il presidente del Consiglio, riferendo i suoi pareri e le sue volontà e trasmettendogli a sua volta le necessarie informazioni sugli sviluppi del caso. L'avvocato Guzzi, che alla morte del Federici gli subentra assumendo direttamente in proprio i contatti con Andreotti, offre con le sue meticolose agende una ricostruzione puntuale dell'attività del Federici come rappresentante del leader DC, e in questa funzione acquistano un particolare rilievo i multiformi interventi del dirigente del Banco di Roma. Egli non si interessa soltanto dei progetti di sistemazione patrocinandoli in funzione della triplice veste di amico di Sindona, di tutore delle responsabilità del Banco di Roma e di rappresentante di Andreotti, ma allarga il proprio campo di azione a un più generale patrocinio dell'interesse sindoniano. Contatta nel 1976 Ambrosoli per cercare una "soluzione tecnica" della liquidazione, tratta con Rob

erto Memmo per la sistemazione prima della Edilcentro-SGI e poi della BPI, incontra Ettore Bernabei che è alla testa dell'Italstat, presenta nel febbraio 1978 il banchiere "laico" Cuccia all'avvocato Guzzi, patrono di Sindona, è puntuale ricettore dei memorandum sindoniani nei quali viene esposta, mese dopo mese, la strategia generale e non solo tecnico-finanziaria-bancaria di Sindona come in bollettini di guerra.

Se si considerasse l'ingegner Federici esclusivamente come un personaggio del Banco di Roma e dell'ambiente finanziario-edilizio romano, ci si meraviglierebbe che ad esso vengano indirizzati i memorandum contenenti le azioni legali e illegali indicate come necessarie da Sindona nei confronti della magistratura (per impedire l'attività definita "persecutoria" dei giudici milanesi; per sensibilizzare la corte di Cassazione per la revoca del mandato di cattura; per far accogliere l'appello della FASCO e di Sindona per la revoca della sentenza sullo stato di insolvenza), contro il ministro della Giustizia che imporrebbe decisioni contro Sindona, o per segnalare l'attività troppo ligia dell'ambasciatore a Washington, Gaja, nella procedura per l'estradizione.

L'unica ragionevole spiegazione alla intensa attività pro-Sindona del Federici su tutto il fronte è quella che esplicitamente l'avvocato Guzzi, e non solo lui, dà del ruolo di Federici quale canale di trasmissione con Andreotti, oltre che di dirigente pro-Sindona del Banco di Roma.

4.6. Amintore Fanfani.

La parte avuta da Fanfani dopo il crack è riconducibile essenzialmente a quella di un potente leader che, in nome di favori ricevuti in passato, viene sottoposto a pressioni affinché ripaghi l'antico alleato e benefattore. Durante la segreteria Fanfani, la DC aveva intrecciato rapporti di affari con il gruppo Sindona ed era stato lo stesso leader a concludere direttamente le modalità della donazione-prestito dei 2 miliardi per il referendum e a interessarsi, peraltro senza successo, all'autorizzazione per l'aumento di capitale della Finambro, alla cui testa Sindona aveva voluto porre l'amico e "fanfaniano" professor Orio Giacchi, proveniente dalla Università cattolica di Milano.

Prima attraverso i legali, e poi direttamente, Sindona presenta il conto nel momento del bisogno. Gli elementi per minacciare il ricatto esistono in quanto c'era stata una concreta situazione di alleanza e scambio di favori fino al momento del fallimento.

Nel novembre del 1975 gli avvocati Strina e Guzzi contattano colui che era stato designato ufficialmente come rappresentante di Fanfani, l'avvocato Giuseppe Bucciante, per avvertirlo che l'équipe sindoniana sarebbe stata costretta a »mettere in piazza tutte le cose che fino ad allora aveva taciuto , e cioè i rapporti finanziari intercorsi in precedenza con la DC. Fanfani ben sa che quei due miliardi non sono stati restituiti, o almeno ha seri dubbi in proposito, sussistendo solo una poco verosimile parola del segretario amministrativo Micheli, per cui cerca di destreggiarsi con quella spada di Damocle che gli pende sul capo.

L'avvocato Bucciante, nel febbraio 1976, va a incontrare a New York Sindona, il quale rinnova la minaccia dello scandalo se Fanfani non si fosse mosso in suo favore e non avesse restituito la somma dovuta. Riferisce l'avvocato Bucciante: »Guzzi e Strina [gli avvocati di Sindona] dicono che se il prof. Fanfani e gli altri che comunque erano interessati o cointeressati nelle vicende della DC non si fossero mossi ad appoggiare il Sindona, il quale si dichiarava vittima politica di questa situazione, loro avrebbero messo in piazza tutte le cose che fino ad allora avevano taciuto... .

Ancora l'anno successivo, nel febbraio 1977, il missus fanfaniano, concordando l'azione con il missus andreottiano Federici, incontra il commissario liquidatore Ambrosoli per discutere e avere informazioni non tanto sui debiti della DC, quanto sullo stato dei progetti di sistemazione in rapporto alla liquidazione.

Nei piani di azione di Sindona era esplicitamente indicato l'obiettivo di "mobilitare i politici disponibili". Cosi, la stessa investitura del Bucciante a seguire per anni la vicenda sta di per sé a significare un interessamento di Fanfani alla composizione della questione: un interessamento provocato sia dal ricatto che Sindona faceva pendere, sia da un più generale riflesso di accorpamento intorno a un personaggio che aveva fatto parte del sistema di potere DC.

Del resto, dalla manifestazione di interesse fanfaniano traspaiono qui e lì momenti particolari anche attraverso la mobilitazione di terze persone. Un avvocato, Martino Giuffrida, massone, spende o millanta il nome di Fanfani per occuparsi dell'estradizione al consolato italiano di New York; un boiardo fanfaniano nelle Partecipazioni statali, Ettore Bernabei dell'Italstat, è chiamato a intervenire con l'azienda da lui presieduta per trovare una soluzione alla BPI e alla SGI; lo stesso Ambrosoli, chiamato a discutere con Federici e con Bucciante, si lamenta degli "interessi politici" che sono introdotti in continuità per sollecitare la composizione della questione.

Non deve essere infine trascurata l'apparizione in trasparenza di un contrasto interno fra il gioco messo in moto dalle pedine fanfaniane e quello portato avanti dalla squadra andreottiana, di cui riferisce esplicitamente Guzzi (»... Si verificava che, allorquando per iniziativa di Andreotti si portava avanti un discorso, l'on. Fanfani rendesse impossibile la realizzazione di quel discorso, e viceversa... ): segno questo dell'esistenza da parte dei due leaders democristiani di un interesse allo scioglimento indolore del nodo irrisolto sindoniano, anche se in forma più tiepida da parte fanfaniana, non aliena a considerare la questione anche secondo l'ottica della dislocazione dei rapporti di potere all'interno della DC.

4.7. Giulio Andreotti.

Ciò che colpisce nella inchiesta sulla vicenda sindoniana del dopocrack compiuta attraverso i documenti e le testimonianze è il continuo e costante riferimento all'on. Giulio Andreotti. Questi per oltre sei anni ha rappresentato l'interlocutore politico fisso di Sindona e della sua équipe, nell'azione tesa a scagionare il bancarottiere e a trovare soluzioni per lui vantaggiose, sia sotto il profilo economico-finanziario che sotto quello giudiziario, civile e penale.

Le ragioni per cui Andreotti è l'interlocutore fisso di Sindona sono esposte, più chiaramente che in molti altri documenti, proprio in una lettera che il latitante fuggitivo negli Stati Uniti, inseguito da mandato di cattura, scrive al presidente del Consiglio in carica nel settembre 1976 per »ringraziarlo dei rinnovati sentimenti di stima che ha recentemente manifestato a comuni amici e per esporgli »proprio in considerazione dell'interessamento mostrato alla nota vicenda tutte le questioni da affrontare.

Rivolgendosi ad Andreotti, Sindona espone il suo programma e le sue necessità: »Contrastare l'estradizione voluta da giudici sulla base di un giudizio di preconcetto e preordinata colpevolezza; esercitare una pressione sull'apparato giudiziario e amministrativo; sistemare gli affari bancari della BPI contemporaneamente a quelli della SGI per cui il presidente del Consiglio si è già mosso; chiudere la pagina di grave ingiustizia apertasi con la liquidazione coatta, sì da dare tranquillità ai piccoli azionisti e al Banco di Roma che, altrimenti resterebbe coinvolto; opporsi alla sentenza di insolvenza e premere per un positivo giudizio del TAR che annulli il decreto di messa in liquidazione del ministro del Tesoro, giungendo alla revoca della liquidazione della BPI . Il cuore della lettera lo si trova nell'enunciazione della strategia: »La mia difesa avrà due punti di appoggio, come può immaginare, quello giuridico e quello politico , che discende dalla tesi di fondo sindoniana di essere stato vittima di un co

mplotto: »Farò presente, con opportune documentazioni, che sono stato messo in questa situazione per volontà di persone e gruppi politici a Lei noti che mi hanno combattuto perché sapevano che, combattendo me, avrebbero danneggiato altri gruppi cui io avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi .

Nella lettera ricevuta dal presidente del Consiglio è contenuta la chiave del rapporto Andreotti-Sindona: v'è la continuità della stima che lega lo statista al bancarottiere, in nome della quale viene sollecitata la continuità di interessamento; v'è il richiamo ai gruppi tangibilmente aiutati dal gruppo Sindona, per cui si chiede ora, nel momento del bisogno, il ricambio di favori; v'è la minaccia e, velatamente, il ricatto delle »situazioni difficili e complesse che coinvolgono anche enti e istituzioni di Stato ; v'è, infine, l'appello al necessario contrattacco politico in comune contro coloro che con il complotto hanno colpito Sindona per colpire i politici a lui collegati.

Una lettera magari imprudentemente ricevuta non costituisce di per sé prova di un rapporto bilaterale, né di interessamento illecito, né di intervento favoreggiatore di un imputato. La prospettazione ad Andreotti delle azioni necessarie per ribaltare la situazione potrebbe far parte di una illusione sindoniana senza controparte. Così sarebbe, se tutta una serie di elementi non dimostrassero che il presidente del Consiglio non solo non interruppe dopo quella lettera il rapporto con il latitante, ma accettò di continuare a essere il destinatario costante, quindi l'interlocutore, della strategia sindoniana.

Il canale che lega Andreotti alla équipe sindoniana, dal crack fino all'estate 1978, è costituito dall'ingegner Fortunato Federici, di cui abbiamo già scritto. Dalla sua morte è direttamente il coordinatore del gruppo sindoniano, non solo per gli aspetti legali, ma anche per l'intera strategia d'azione - l'avvocato Rodolfo Guzzi- a tenere i contatti con il presidente del Consiglio.

Di Federici sono documentate le molte iniziative nell'opera di interessamento e collegamento: riceve i memorandum sindoniani e riferisce di inoltrarli al Presidente cui molti sono direttamente intestati: si occupa del progetto di sistemazione interdipendente SGIBPI, riportando il parere di Andreotti; contatta Fanfani per conciliare i punti di vista dei due leaders DC; riporta la notizia che Andreotti si sarebbe interessato al ricorso in Cassazione, e poi della mancanza di risultati; si incontra con Andreotti e il prof. Agostino Gambino per decidere un'azione nei confronti di parlamentari americani (Rodino, Murphis e Biaggi) e per attivare il consigliere delegato del Banco di Roma, Mario Barone, su un nuovo progetto di sistemazione; presenta al Presidente, il 15 luglio 1978, l'avvocato Guzzi, che così stabilisce il contatto diretto.

Dal luglio 1978 al marzo 1979 il contatto fra il rappresentante sindoniano Guzzi e il Presidente è strettissimo: ben otto incontri diretti e tre colloqui telefonici. E' il periodo in cui la posizione di Sindona si aggrava di continuo, non solo per la giustizia italiana ma anche per quella americana. Sostanzialmente l'oggetto degli incontri, dei memorandum e delle telefonate è l'informazione e il coordinamento dell'azione sui due binari su cui corre la pressione sindoniana: l'estradizione e la sistemazione della banca. Così Guzzi con Andreotti tratta del lancio di un ulteriore progetto di salvataggio per cui vengono interessati anche il ministro Gaetano Stammati e il sottosegretario Franco Evangelisti, sollecitata la Banca d'Italia e il commissario liquidatore Ambrosoli, e coinvolto il banchiere Cuccia; e scambia informazioni in merito all'azione per bloccare l'estradizione cui viene interessata una lobbista americana di fiducia di Andreotti, Della Ciratton.

Dopo il marzo 1979, quando Sindona, o chi per lui, passa dalla criminalità finanziaria anche a quella ordinaria (minacce e intimidazioni a Cuccia; intimidazioni e poi, in luglio, assassinio Ambrosoli; in agosto, sparizione), il legale Guzzi sente la necessità di tenere ancora informato Andreotti degli sviluppi della situazione e delle sue scelte di dissociazione dalle nuove imprese sindoniane incontrandolo in giugno, poi in settembre, durante il finto rapimento e, infine, nel maggio 1980, per comunicargli la rinuncia al mandato di difesa.

Che siano tutte puntuali o no le circostanze riferite da Guzzi (e documentate schematicamente nelle agende sequestrate) in merito ai rapporti suoi e di Federici con Andreotti, è poco rilevante. E' infatti l'accettazione della continuità nei rapporti che qualifica la sostanza del sodalizio fra Andreotti e Sindona .

Un sodalizio del resto confermato esplicitamente dalle tante dichiarazioni dell'avvocato Strina (»Quando [Sindona] diceva di mutare o di ottenere un mutamento di situazione anche sul piano politico, certamente in primo luogo pensava all'on. Andreotti ), di Pier Sandro Magnoni (»... Mi autorizza a pensare di avere fra noi ... un sincero amico in Lei e un formidabile esperto con cui poter concordare di volta in volta le decisioni più importanti ), dell'avvocato Bucciante, rappresentante di Fanfani (»Sindona disse che, mentre Andreotti aveva preso a cuore la situazione, gli altri se ne erano strainfischiati ) e dello stesso Guzzi (»ho l'impressione che Andreotti si sia sempre interessato alla vicenda ).

Del resto come si sarebbe potuta esplicare la lunga serie di ringraziamenti, di lodi e poi, a mano a mano che le cose peggioravano, di appelli e di avvertimenti, se non ci fosse stata disponibilità e corrispondenza, per lo meno potenziale, da parte di Andreotti nei confronti delle aspettative sindoniane? Se non si è convinti, sulla base di puntuali riscontri, che la persona a cui si indirizza una determinata azione dà un seguito alle richieste, a un certo punto si interrompe l'azione stessa che invece perdurò da parte sindoniana per un quinquennio. E, per ciò che riguarda Andreotti, se il presidente del Consiglio non avesse avuto profondo e specifico interesse a tenersi informato, ad agire o a far credere di agire, per quale ragione avrebbe dovuto mantenere cosi a lungo un rapporto con un latitante imputato in Italia e negli USA di sempre nuovi reati?

Abbiamo già riferito della calda lettera programmatica del settembre 1976. Nel gennaio 1977 un memorandum predisposto per Andreotti e consegnato all'avvocato Mario Ungaro riprende più esplicitamente gli argomenti della missiva: »Lei dovrebbe fare qualcosa almeno in Italia per la chiusura della posizione e precisamente a) sollecitare la Banca d'Italia per la sostituzione di Ambrosoli ; b) ridimensionare il comportamento del giudice istruttore e del pubblico ministero che, dopo tre anni, non sono riusciti a prendere alcun provvedimento conclusivo, eccezion fatta per il mandato di cattura; c) trovare una soluzione per la BPI, sollecitando gli interessati, tale da far cadere il presupposto dei reati fallimentari; d) evitare l'archiviazione della pratica pendente avanti l'inquirente nei confronti di Ugo La Malfa, responsabile primo di tutta questa situazione .

In una risoluzione della direzione strategica sindoniana riunita a New York nel luglio 1977 veniva resocontato: »E' necessario condurre un attacco nei confronti dei magistrati, modificare l'opinione pubblica attraverso stampa e televisione, impegnare, certo più concretamente di quanto fatto fino a oggi, i politici disponibili a intervenire sul potere esecutivo e giudiziario allo scopo di non fare pressioni per l'estradizione .

Un memorandum su quest'ultimo tema chiede che Andreotti »incontrando personalità americane spenda parole a sostegno di Michele Sindona, come del resto ha sempre fatto .

I suggerimenti si fanno progressivamente minacce e ricatti con un memorandum del primo marzo 1979 in cui si chiede di »intervenire su Cristopher Warren al fine di rappresentare la situazione nazionale e le conseguenze negative per i due paesi nel caso che Sindona fosse chiesto di chiarimenti ; e quindi si esplicitano ulteriormente con un annuncio di Guzzi, per lettera, del 9 marzo 1979, che »il cliente ha dichiarato di dover fare importanti rivelazioni perché non sono stati fatti gli interventi che si sarebbero dovuti fare; e il 23 marzo arrivava a tirare addirittura in ballo i rapporti internazionali: »Finora il nostro non ha denunciato alcuna personalità né ha rivelato importanti segreti di Stato che potrebbero danneggiare... la stessa sicurezza nazionale ; e se nulla sarà fatto, »il nostro sarebbe costretto a procedere.

La natura del rapporto fra Sindona e Andreotti non è fatta solo di una acquiescente e passiva ricezione di sollecitazioni, lettere e appelli: si sostanzia anche in azioni che solo in parte sono completamente documentate, ma che già di per sé evidenziano il ruolo centrale del presidente del Consiglio nelL'operazione Sindona del "postcrack". Abbiamo già messo in rilievo come la "sistemazione" del fallimento assumesse un'importanza cardine in tutta la vicenda sindoniana, in quanto avrebbe consentito un superamento "morbido" della crisi con il ridimensionamento delle vicende penali, evitando in definitiva la stessa esplosione del "caso".

Andreotti riconosce di essersi attivamente interessato solo in due progetti, il primo dei quali riguardante la Società Generale Immobiliare nel 1976-1977, negando tuttavia la connessione con la BPI. Dai documenti risulta al contrario che nei primi progetti di sistemazione c'è una "interdipendenza" fra SGI e BPI, e che nella vicenda della Immobiliare entrano, oltre a Federici, l'intero stato maggiore della massoneria, interessato in quanto tale: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Mario Genghini e Arcangelo Belli, nonché l'avvocato Roberto Memmo, collegato ai vertici della P2. E' ancora Andreotti a riconoscere di aver avuto parte nel coinvolgimento di Loris Corbi, per interessare le Condotte alla soluzione di un problema che aveva certamente uno snodo nella SGI, ma che comprendeva innanzitutto la BPI.

Per ciò che riguarda l'altro progetto di sistemazione dell'estate 1978, che il Presidente dichiara di aver ricevuto da Federici, è singolare come un presidente del Consiglio lo passi per un esame al ministro dei Lavori pubblici Stammati, invece che agli organi competenti a meno che non si trattasse, come infatti si trattò, di una questione ambiguamente seguita non in termini ufficiali ma privati. Ed è ancora più singolare che Andreotti affermi di non avere mai incaricato di occuparsene Evangelisti, suo fido sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e che questi, di sua volontà, lo abbia dato alla Banca d'Italia, mostrandolo senza consegnarne i fogli al dott. Mario Sarcinelli, capo della Vigilanza. Una tale non credibile ricostruzione dei fatti mostra la corda quando Andreotti afferma che Evangelisti gli riferisce il parere negativo del Sarcinelli ed egli lo invita a non proseguire oltre.

Dunque, ammesso l'intervento di Andreotti e di Evangelisti, è evidente il loro procedere di conserva, ognuno con il proprio ruolo. E v'è anche un ulteriore risvolto inquietante dell'interessamento degli andreottiani, costituito dall'intervento di Gelli, che fa sapere all'équipe sindoniana di poter disporre dei canali per esercitare pressioni sulla Banca d'Italia, scavalcando il "duro" Sarcinelli, il quale dopo qualche mese viene incarcerato, sulla base di pretestuosi motivi, su mandato di cattura del giudice Alibrandi di Roma.

Anche per l'estradizione, l'altro punto cruciale dell'attacco sindoniano, v'è un incontro, rivelatore dell'attenzione andreottiana. Su mandato di Sindona e con i suoi denari, due membri della comunità italo-americana, Philip Guarino e Paul Rao Jr., vengono nell'agosto 1976 in Italia, guidati dall'avvocato Guzzi, e hanno una riunione con Gelli per discutere le azioni da mettere in atto in supporto del banchiere inseguito dal mandato di cattura e dalla richiesta di estradizione. Lo stesso giorno Andreotti riceve i due italo-americani che, al termine del colloquio, riferiscono a Guzzi che il Presidente aveva lasciato ben sperare su un suo positivo interessamento all'estradizione. Quale che sia la verità delle impressioni ricavate durante il colloquio, è certo che Rao e Guarino erano i sostenitori della tesi del complotto contro Sindona e, sulla base di essa, agivano per difendere il banchiere dalla presunta situazione sfavorevole in Italia, dandosi di conseguenza da fare per ostacolarne l'estradizione.

Il movente generale che Andreotti dà per il suo quinquennale coinvolgimento e interessamento a sostegno del sistema Sindona è la necessità di sfatare la tesi circolante che vi fosse un complotto. E' questa proprio la tesi del bancarottiere in nome della quale agiscono gli alleati del sindonismo nel periodo del "postcrack", Federici, Rao, Guarino e altri esponenti della "comunità" italo-americana, come il congressman Biaggi, nonché gli uomini della Massoneria, che in questo senso resero pubbliche dichiarazioni giurate.

In nome di una tale presunta "persecuzione", il capo del governo dal 1976 al 1979 tiene i contatti, segue direttamente e indirettamente lo svolgimento della vicenda, ha molteplici incontri, acconsente che Sindona lo consideri come il "politico amico" cui rivolgersi per chiedere anche le più gravi illegalità, e interviene apertamente o, più spesso, senza lasciare tracce ufficiali.

In verità la reale ragione del coinvolgimento di Andreotti non sta tanto nel riconoscimento che Sindona fosse stato o fosse una vittima, caso che risulta sotto ogni aspetto manifestamente infondato, quanto nel fatto che il leader democristiano prende posizione in difesa di un aggregato di interessi di cui Sindona era stato un pilastro con il suo impero finanziario ed egli stesso il più autorevole rappresentante politico. Andreotti, con l'ostinata protezione di Sindona, presidia con il suo potere politico un fronte di interessi, di affari, di trame di potere e di occupazione della cosa pubblica da cui a sua volta era sostenuto e rafforzato. "La responsabilità di Andreotti in questo senso, al di là dei particolari più o meno riscontrati o riscontrabili, è assai grave: egli al tempo stesso è un padrino e un protetto, in ogni caso un complice delle malefatte sindoniane.

4.7.1. Franco Evangelisti.

L'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Franco Evangelisti, che trattò patrocinandolo in prima persona uno dei progetti di sistemazione, nell'autunno 1978, non lo fece in seguito ad antiche alleanze con il gruppo sindoniano, e neppure sotto la pressione di minacce e di ricatti. Questi potevano esercitarsi laddove c'erano stati precedenti rapporti, cosa che non è riscontrabile per Evangelisti.

Invece non c'è dubbio che il sottosegretario agì, nella parte avuta nella questione sistemazione, solo per conto di Andreotti e come sua propaggine. Non potrebbe essere altrimenti, per la stessa collocazione politica, personale e istituzionale, dell'Evangelisti, strettissimo collaboratore nel partito e nel governo dell'allora presidente del Consiglio, per la sequenza dei fatti e per le testimonianze rese.

Evangelisti incontra nel maggio 1978 Sindona a New York (casualmente, per strada, egli afferma!), e quindi riceve una bozza di sistemazione con la quale interpella, valendosi della propria posizione alla presidenza del Consiglio, il dottor Sarcinelli della Banca d'Italia, il quale dà parere tecnico negativo. A quel punto Evangelisti, il quale era stato incaricato da Andreotti di seguire operativamente la questione presso la Banca d'Italia, secondo quanto testimonia in maniera assai veridica l'avvocato Guzzi, esce di scena avendo fatto la sua parte senza successo nel quadro dell'interessamento e dell'intervento andreottiano.

 
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