Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
dom 14 apr. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Pannella Marco - 30 giugno 1982
UN REGIME DI CAOS E DI VIOLENZA
di Marco Pannella

SOMMARIO: Il Generale Dalla Chiesa, come Aldo Moro, vittima designata dal regime, assassinato da quel "pieno di Stato" che ha sepolto il caso di Giorgiana Masi, la strage di Peteano e le altre. Il potere mobilitato per assicurare campo libero alla multinazionale del crimine. Mafia, P2, multinazionali finanziarie, stati maggiori di correnti politiche e l'intero regime dei partiti sono attraversati da un'unica "associazione per delinquere". Il motivo per non aver partecipato ai funerali del Generale Dalla Chiesa. Stato e partitocrazia sono la stessa cosa, di fronte alle vite stroncate di Dalla Chiesa, Moro, di fronte alla deliberata politica di sterminio per fame e di scempio della vita e della qualita' della vita.

(NOTIZIE RADICALI N. 9, 30 giugno 1982)

(La Repubblica dello sfascio; degradazione partitocratica, scandali, mafia; viene respinta la politica della vita e vengono colpiti pensionati, disoccupati, emarginati.)

A Palermo, il generale Dalla Chiesa non era meno inerme che Aldo Moro nella cella della sua agonia. L'uno e l'altro, di fronte alla morte, hanno voluto rischiare la vita, la salvezza, la riuscita; non hanno disarmato, per speranza e dover-essere onorati.

Non riesco a immaginare Dalla Chiesa irresponsabile, noncurante, giocatore d'azzardo della propria e altrui vita. Quanto aveva tenuto a raccontare, a dichiarare di via Fracchia, a Genova, proprio in quei giorni, per spiegare e giustificare la morte ormai lontana dei brigatisti lì sorpresi, me lo conferma. Dalla Chiesa ha cercato ovunque speranza, aiuto, forza. Ha puntato sull'attacco, sulla gente, sulla conoscenza, sulla informazione, sul dialogo. Ha cercato di concepire e creare il possibile, che il regime aveva ormai consumato fino in fondo. Non ce l'ha fatta. Ma - come Moro - non solamente a causa della barbarie dei suoi più immediati e circostanti nemici. Per questo la sua morte ha la gravità e la dignità di una tragedia, non solo politica, non solo italiana, ma pienamente civile e umana.

Il generale Dalla Chiesa è morto assassinato da quel "pieno di Stato" del quale giustamente Leonardo Sciascia è l'accusatore, contro la più facile e inane evocazione del "vuoto di potere" cui siamo abituati da decenni. E' morto assassinato da quello stesso "pieno di Stato" che ha sepolto Giorgiana Masi, i carabinieri di Peteano, le vittime della Banca dell'Agricoltura a Milano, di piazza della Loggia a Brescia, dell'Italicus, della Stazione di Bologna.

Ci vuole, infatti, tutta la potenza - e l'impotenza - del potere, di uno "Stato", per assicurare quel "vuoto" che effettivamente esiste nella lotta contro la mafia. Occorre volontà, opera quotidiana, deliberazione, esperienza per riuscire a tenere lontani mezzi ed uomini necessari, richiesti dalla ragionevolezza, dal buon senso, dalla coscienza della gente, da questo fronte. Occorre determinazione, cultura, istinti convergenti per riuscire, per trent'anni, da Portella della Ginestra ad oggi, ad impedire la mobilitazione dei servizi d sicurezza, italiani ed alleati, contro questa multinazionale del crimine, più forte notoriamente di almeno cento degli Stati rappresentati all'Onu, ferrea nella sua logica selvaggia della ricerca dei massimi profitti, con bilanci da capogiro, di danaro e di morte.

Occorre l'impazzito rincorrersi e contraddirsi di paure e istinti di conservazione per trovarsi a non potere, non volere, per interi lustri, dar corso alle proposte pur ancora inadeguate e controllate dalla Commissione parlamentare contro la mafia, da una parte; e, dall'altra, dover alla fine cercare di difendersi e farlo con nulla più di un "avviso" mafioso: l'invito di Dalla Chiesa, ancora tenuto disarmato, quasi come un segnale a buon intenditore, come un invito a non eccedere ancora e sempre più.

Occorre l'assuefazione al crimine per non mobilitare le energie di polizia, per non crearle; per non destinare se necessario migliaia di miliardi (quanti se ne destinano all'acquisto di aerei o di navi) a rimuovere cause, a armare la ricerca ad ingaggiare battaglia all'ultimo respiro contro l'immenso ed immondo traffico della droga, delle armi, della violenza. Ma, per essere più precisi, occorre l'assuefazione al crimine del vicino, dell'amico, del compagno, del socio, del sottoposto, del guardiaspalle politico del proprio potere, per non poter agire.

Occorre la constatazione che mafia, P2, multinazionali finanziarie, stati maggiori di correnti politiche, militari, terroristiche, eversive, italiane e occidentali, orientali, medio-orientali, sono sempre più intrecciate nell'opera di ogni giorno; che il regime, i partiti di regime, a cominciare dalla DC, sono attraversati e uniti da una unica, vera associazione per delinquere, per poter poi tentare di comprendere il da farsi quotidiano, per condurre una politica che in se abbia la forza di battere "la mafia".

Anche per queste constatazioni non sono andato ai funerali del generale Dalla Chiesa, come non andai a quelli di Aldo Moro. La politica che combattiamo, e che ci combatte, ben prima che le individuali viltà e corruzioni, è responsabile anche di questo massacro di vita e di vite. Stato e partitocrazia sono la stessa cosa, di fronte alle vite stroncate di Aldo Moro o di Carlo Alberto Dalla Chiesa; di fronte alla politica deliberata di continuazione dello sterminio per fame nel mondo; di fronte allo scempio della qualità della vita di tanta parte della gente del nostro paese.

Siamo ormai alla fine di un regime, corrotto e corruttore. Una fine che non potrà non essere violenta, più violenta di quanto non gli abbia consentito da Portella della Ginestra alla stazione di Bologna, di affermarsi.

Come Dalla Chiesa, come nei nostri drammatici confronti nonviolenti, non abbiamo che da cercare indefessi le sorgenti chiare della speranza, della giustizia, della democrazia, della pace.

Dobbiamo salvare contro questa violenza, contro questo stato mafioso e mafiogeno, il principio del rispetto feroce della vita, di qualsiasi vita, della vita ovunque. Dobbiamo salvare i trenta milioni che si stanno per sterminare per fame. O la vita di Moro, di Dalla Chiesa, le nostre varranno sempre meno perfino nella coscienza del futuro.

 
Argomenti correlati:
strage
dalla chiesa carlo alberto
terrorismo
mafia
omicidio
stampa questo documento invia questa pagina per mail