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Melega Gianluigi - 30 giugno 1982
Scandalusia socialista
La sopraffazione cancella lo Stato di diritto. La storia di queste malversazioni è la:

di Gianluigi Melega

SOMMARIO: E' "scandalo" una vicenda che presenta tre caratteristiche: illegalita', profitto, impunita'. Come radicali, siamo particolarmente sensibili allo "scandalo" socialista. Le parole profetiche di Umberto Segre nel 1963: "I democristiani accettano i socialisti nel governo a patto che smettano di fare i socialisti". Il Partito che aveva povere sedi e funzionari malpagati si arricchisce: gli scandali non sono piu' solo democristiani. Gli assegni della Segreteria a Riccardo Lombardi per le spese della sua corrente. Il segretario amministrativo Talamona incassa assegni da Arcaini (Italcasse); il Presidente dell'Enel Grassini finanzia il Partito, ma i soldi finiscono anche su conti privati. Le fortune personali del Ministro Viglianesi. In tre scandali soprattutto ci sono le impronte digitali dei socialisti: Eni - Petromin, P2 - Banco Ambrosiano, le tangenti sulle armi. La Presidente della Camera Nilde Jotti impedisce di far luce sugli scandali, sorvolando sul fatto, espressamente previsto dalla legge sul fi

nanziamento pubblico dei partiti, che i partiti sono tenuti a presentare bilanci effettivamente trasparenti, pena la decadenza dai contributi di legge.

(NOTIZIE RADICALI N. 9, 30 giugno 1982)

Cos'è uno scandalo? Provate a rifletterci un momento, prima di rispondere.

Personalmente ritengo che ci sia "scandalo" quando in una vicenda sono presenti tre caratteristiche: illegalità, profitto, impunità.

E' "scandalo" il comportamento che rompe, arrogantemente, quel contratto sociale cristallizzato in leggi che tutti abbiamo accettato di accettare come quadro della convivenza collettiva; lo è, se ciò è finalizzato a un profitto, individuale o di gruppo; lo è, se, scoperto, per questo tipo di comportamenti non si paga mai lo scotto della sanzione.

Lo "scandalo" è una sopraffazione giuridica e morale. Si è colpiti da uno "scandalo" come si è colpiti dalla degenerazione di un diritto individuale o dall'azzeramento di un patrimonio ideale collettivo.

Il protagonista dello "scandalo" riporta la politica a livello feudale, quando il signore era legibus solutus, poteva fare ciò che credeva, sopraffaceva, sfruttava, irrideva, beffava la grande maggioranza degli uomini intorno a sé.

Lo "scandalo" cancella la rivoluzione francese, i diritti dell'uomo, lo stato di diritto. Lo "scandalo" è controrivoluzionario. E' reazionario.

Ecco perché, nei vari e multiformi rapporti che possono esistere tra individui o gruppi sociali in una società, lo "scandalo" è costantemente a danno, in qualsiasi tipo di rapporto, della più debole tra le due parti.

Ecco perché una radicale dovrebbe essere sempre particolarmente sensibile allo "scandalo".

Ecco perché un radicale dovrebbe essere particolarmente sensibile allo "scandalo" socialista.

Ai tempi del primo centro-sinitra, nel 1963, un caustico commentatore politico compagno di molte battaglie di socialismo e libertà, Umberto Segre, così sintetizzava i primi cedimenti del Psi alla DC: "I democristiani accettano i socialisti al governo, a patto che smettano di fare i socialisti".

Nel primo governo Moro, con Nenni vicepresidente del Consiglio, dopo 16 anni di lontananza dal potere, i socialisti ebbero quattro ministeri, Bilancio, Lavori pubblici, Sanità e Turismo (Giolitti, Pieraccini, Mancini, Corona). Al momento del voto di fiducia la sinistra socialista preferì uscire dall'aula.

I socialisti smisero quasi subito di fare i socialisti. Il problema imperativo di venne ad ogni costo finanziare il partito.

Negli anni frontisti era stato un partito povero, con pochi funzionari malpagati, povere sedi, autofinanziamento, un po' di soldi dagli amministratori locali, una mano sottobanco dal Pci.

Con l'ingresso al governo di diede per scontata l'idea che i soldi sarebbero arrivati dal sottogoverno, cioè dalla corruzione e dal furto di denaro pubblico.

Gli scandali non furono più soltanto democristiani. Se ai Lavori pubblici, con Togni democristiano, c'era stato Fiumicino (con una parte di quel lavoro di corruzione venne costruita la sede della DC all'Eur), con Mancini ci fu Anas, le aste truccate.

Ai democristiani non pareva vero di vedere l'ingordigia dei socialisti: diventava così facile, poi, ricattarli, con le telefonate registrate, i dossier, le campagne di stampa.

Dovendo corrompere il governo, i petrolieri pagavano in assegni non più soltanto democristiani, socialdemocratici e repubblicani, ma anche i socialisti. Persino Riccardo Lombardi incassava un assegno di alcuni milioni di origine petrolifera, avendolo ricevuto dalla segreteria del partito per le spese della corrente.

Talamona, segretario amministrativo del Psi, andava nell'atrio della sede centrale dell'Italcasse per farsi consegnare gli assegni dai segretari di Arcaini, il famoso elemosiniere democristiano: una volta entrato il Psi nel governo, anche per i socialisti ci fu una parte delle spoglie del grande furto continuo di denaro pubblico. E qualche volta, come col vicepresidente dell'Enel, Luigi Grassini, socialista, gli assegni dati per il partito finivano, almeno sino a quando la trama veniva scoperta, sui conti privati.

Gli alberghi d'oro di Latina, gli inceneritori di Milano, il contrabbando di sigarette, le fortune economiche personali di ministri come Viglianesi, le licenze edilizie, le tangenti sul commercio con l'estero, le piogge di assegni e assegnini intorno alle frodi petrolifere, gli interessi fuori cartello nelle banche...

In tre grandi scandali recenti c'è l'impronta digitale dei socialisti: l'Eni Petronim, la P2-Banco Ambrosiano, le tangenti sulle armi. Sono tre scandali collegati. Come per le questioni di mafia, i socialisti vi grideranno di portare le prove, di mostrare la fotografia di Craxi o Martelli o Formica o Lagorio o De Michelis con le mani nella cassaforte.

E' ovviamente impossibile andare al di là di ciò che, lentamente, gli investigatori portano a galla. Ma, come in un puzzle di cui mancano alcune tessere, non per questo non si vede l'intreccio di fondo.

Un modo c'era, come per la mafia, per scoprire le prove, i colpevoli e il malloppo. Sarebbe bastato che la presidente della Camera, Nilde Jotti, imponesse ai partiti, come esplicitamente prevede la legge, di presentare bilanci effettivamente trasparenti, pena la decadenza dei contributi ai sensi della legge sul finanziamento pubblico.

Anche in questo caso, purtroppo, si è avuto lo "scandalo" di un esponente della sinistra che viene eletto e tenuto in una carica rappresentativa, a patto che tenga bordone a chi infrange la legge: come non chieda a chi ruba conto di ciò che ha rubato, continuando a versargli ufficialmente l'assegno dello stato.

Se la Jotti avesse fatto il suo dovere, nel bilancio del Psi avremmo trovato i miliardi presi a prestito (?) da Calvi, le fonti di finanziamento delle faraoniche manifestazioni craxiane, le connessioni commerciali col partito che danno diritto a entrare nei consigli di amministrazione, nelle redazioni, nei misteriosi affari sulle armi e sul petrolio che passano attraverso invisibili mediatori metà stranieri metà italiani.

Ma, ancora una volta, a tutti, democristiani e comunisti, conviene avere un Partito Socialista ricattabile. Così gli scandali socialisti vengono scoperti a metà, i dossier restano nei cassetti, i dirigenti chiacchierati sono richiesti per le incombenze più delicate. Giannini o Reviglio li si manda via. Non sono abbastanza sporchi per essere fidati.

 
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